Skip to main content

Full text of "Il Museo Chiaramonti"

Google 



This is a digitai copy of a book that was prcscrvod for gcncrations on library shclvcs bcforc it was carcfully scannod by Google as pari of a project 

to make the world's books discoverablc online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subjcct 

to copyright or whose legai copyright terni has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 

are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other maiginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journcy from the 

publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with librarìes to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to 
prcvcnt abuse by commercial parties, including placing lechnical restrictions on automated querying. 
We also ask that you: 

+ Make non-C ommercial use ofthefiles We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commerci al purposes. 

+ Refrain fivm automated querying Do noi send aulomated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a laige amount of text is helpful, please contact us. We encouragc the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attributionTht GoogX'S "watermark" you see on each file is essential for informingpcoplcabout this project and helping them lind 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are lesponsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countiies. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we cani offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
anywhere in the world. Copyright infringement liabili^ can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps rcaders 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full icxi of this book on the web 

at |http: //books. google .com/l 



Google 



Informazioni su questo libro 



Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google 

nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo. 

Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyriglit e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è 

un libro clie non è mai stato protetto dal copyriglit o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico 

dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, 

culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. 

Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio 

percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te. 

Linee guide per l'utilizzo 

Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. 
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter 
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa 
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate. 
Inoltre ti chiediamo di: 

+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Googìc Ricerca Liba per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo 
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali. 

+ Non inviare query auiomaiizzaie Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della 
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti 
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto. 

+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto 
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla. 

+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall'udlizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di fame un uso l^ale. Non 
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di 
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un 
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può 
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe. 

Informazioni su Google Ricerca Libri 

La missione di Google è oiganizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e finibili. Google Ricerca Libri aiuta 
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed edito ri di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web 
nell'intero testo di questo libro da lhttp: //books. google, comi 



J 



From the 



Fine Arts Library 

Fogg Art Museum 
Harvard University 



r-(c( 



Ifearbart fiToUrnc Ittrrarg 



Il .. ili, i.:^- J.a»-LA, 
r;.>£..j.lL-s.L.),.L, 



\'c'i:..c.,nY- 



I 



I» 
t 



l i 






^ 



IL 



MUSEO CHIARAMONTI 



•^ 






o 



/^W'^*^"/^^*' ^; B, a^l^K i, 'hlU4^>^ 






IL 



. MUSEO CfflARAMONTI , 

DESCRITTO E ILLUSTRATO 



DA 

FILIPPO AURELIO VISCONTI , q, ^ ^l^,^ 

E 

GIUSEPPE ANTONIO GUATTANL 




^MILANO 

PRESSO GLI EDITORL 

MDGCCXX 



l 



FAms-61.-\ 



Hai vi: ci C 'V ;o rj:t"CLry 



4 



Wi :■■■. . -'■ . -, r I-^Ùlianig 



l 



Tipografia DestsfA5is. 



/ 



4 



L-V/Wt*. CÀÙIÌ'. 



! 



ALLA SANTITÀ DI NOSIUO SIGNORE 



PIO SETTIMO 

PONTEFICE MASSIMO. 



Beatissimo Padre, 



Ai venerati piedi della Santità* Vo- 
stra osiamo presentare in picciol vo- 
lume ridotta la esposizione di quei 
monumenti delle arti greche e ro- 

* 

mane, che , Vostra mercè , sono 
stati in gran parte sottratti alla terra 
che teneali celati da tanti secoli , 
per collocarli nel nobile Ospizio , 
che fregiato del Vostro augusto no- 
me , dovrà serbarli allo studio > al 



diletto ed all' ammirazione della piU 
remota posterità. La magnifica e ve- 
ramente regale edizione che i signori 
Antonio d'Este e Gaspare Capparoni 
sotto i felicissimi Vostri auspicj ne 
hanno fatta l'anno 1808, fu stimata 
da tutta la colta. Europa di tanto 
pregio, che divenuta rara e facendo- 
sene ogni giorno piii vivo il desiderio, 
ci è paruto di corrispondere in qual- 
che maniera alle benefiche e generose 
vostre intenzioni , rinnovandola in 
questa città, se non con uguale splen- 
dore, il che non è concessò alle limi- 
tate nostre forze , almeno con molto 
affetto dell' arte , e non minor dili- 
genza di quella de' primi editori. A 
ciò ne ha confortato V idea , che ri- 
producendosi per nostra cura tutte 
le opere dell' egregio Archeologo ro- 
mano , che ha illustrato le Statue , 
i Busti e i Bassirilievi raccolti nel 



vu 

Vaticano dai due sommi Pontefici 
' Vostri predecessori , forse la San- 
tità' Vostra non avrebbe disappro* 
vato che fosse a quelle congiunto il 
Museo Chiaramonti che forma il se- 
guito , o per meglio dire il compi- 
•' mento del Museo Pfo-Clementino.La 
qual lusinga se non ci ha illusi del 
tutto, supplichiamola Clemenza Vo- 
stra, Padre Beatissimo, di volere beni- 
gnamente accogliere in questo tenue 
contrassegno della nostra piti profon- 
da venerazione un nuovo attestato di 
gratitudine che in nome delle buone 
arti da Voi amate, favorite e pro- 
lette Vi possiamo offerire per l'ecci- 
tamento sempre maggiore che quelle 
dalla conservazione degli antichi mo- 
numenti per Voi ricevono. Venuto 
meno il romano impero parve de- 
cadere anche il talento degli uomini 
neir Occidente. Ma i Romani Pon- 



tra 

tefici furono i primi che ridestarono 
le Arti assopite ne' secoli piti te- 
nebrosi , che le accolsero da poi ri- 
nascenti , e le ricompensarono re- 
divive. Se la Santità' Vostra , emu- 
latrice di quanti piti degni Pastori 
e Principi sedessero sul soglio apo- 
stolico, si degna di volgere uno sguar- 
do benigno su questa edizione , i 
nostri voti sono pienamente com- 
piuti , né altro ci resta a bramare 
che di prostrarci innanzi alla Me- 
desima e baciarle i santissimi piedi. 



GLI EDITORL 



i 



IX 



PREFAZIONE 

DEL DOTT. GIO. LABUS 

ALLA PRESENTE EDIZIONE. 

ifloLTi preclari scrittori hanno diligente- 
mente discorso la nobiltà^ l'importanza^ il 
diletto e il profitto degli studi antiquari; 
non ci ricorda chi n' abbia con uguale sol- 
lecitudine dimostrato la certezza» La quale 
era degno soggetto del loro altissiino inge- 
gno; imperocché sebbene sia pregiabile un'arte 
che si gloria d' avere cultori i primi eroi 
del sapere greco e romano y di prestare i 
più saldi ajuti alla storia e alle due fon- 
damenta di lei y la geografia e la cronologia y 
di pascere piacevolmente la erudita curio- 
sità , di presidiare le buone arti, e sì le più 
amabili che le più austere discipline ; tut« 
tavia se ognora si avvolge per congetture, 
dubièzze e. fallaci opinioni , non è al tutto 
ingiusta la taccia datale di vana e leggera^ né 
a torto si proverbiano gli antiquari che 
per impoverire affatichino* 



X 

Ma falso è che V arte loro perpetuamente 
si aggiri per lievissimi indizi , e che sia man- 
chevole della certezza^ senza della quale ogni 
umano studio è superfluo. Come ogni altra 
disciplina , ha 1' archeologica scienza ( per 
quanto almeno la debolezza dell' umano 
intelletto il comporta ) V irrepugnabile suo 
criterio di verità; è anch'essa capace della 
evidenza di cui le scienze che si dicono esatte 
fan pompa. Di fatti ^ a che si riducono le 
tanto applaudite dimostrazioni dei filosofi 
fuorché a scoprire un vero ignoto in quanto 
si trovi in altre verità che sien note ? Ma 
ciò appunto consegue il sagace archeologo^ 
allorché illustra un oscuro soggetto^ il quale 
in altri si trovi che gli sien chiari : e come 
al filosofo si manifesta la verità, conside- 
rando i fenomeni che parte spontanei , parte 
alla sua industria ubbidienti gli si presen- 
tano , COSI air archeologo si fa palese il 
vero significato dei monumenti mettendoli 
a confronto con altri simili che o ha in- 
nanzi agli occhi, o che rintraccia ne' più 
scelti Musei. -Dall' accoppiamento di os- 
servazioni disparatissimè si aprono di spesso 
al filosofo le cagioni di molti effetti che 



XI 

giammai altrimenti gli si sarebbero ma- 
nifestate ; e lo stesso accade al laborioso an- 
tiquario che dalla riunione di monumenti 
per tempo e per luogo al sommo disgiunti ^ 
scopre r età , lo stile y la destinazione^ Y uso 
ed il pregio di quelli che piglia in esame. 
Ciò che fu atto un tempo ad informare 
delle lor cose gli antichi ^ lo è parimenti 
per noi ; che immutabile ed unico è il lin- 
guaggio che parla agli occhia purché si sap- 
pia e vogliasi apprendere questo non facile 
linguaggio ; ciò che per verità non è y né 
può esser di tutti: che a tutti non è con- 
ceduto il giudizio, r acume ^ la copia di co- 
gnizioni^ di libri e di preziosi cimelj che 
si richieggono ad impossessarsi di lui. Né per- 
chè di pochi è la perizia di tal linguaggio 
( e perciò tanto più commendabile) , non ri- 
mane che non sia sicurissima e retta la 
via che conduce ad intenderlo e a spiegare 
con evidente chiarezza le antichità. 

Gonciosiaché siccome il filosofo allorché 
vuol calcolare il corso di un nuovo pia- 
neta che apparisca suir orizzonte, oil viag- 
gio e la rifrazione della luce , o la velocità 
e la quantità dell' acqua che in una deter- 



Xil 



minata parte di qualche fiume trascorre^ 
non ad altro ha ricorso che a pochi teoremi ^ 
applicati i quali alle quistioni che , si è pro- 
posto da sciogliere 9 separa in esse ciò che gli 
è cognito dair incognito ^ e per 1' arduo sen- 
tiero di esattissime deduzioni procede sino al 
possesso della nozione che indaga : cosi l'an- 
tiquario che intende F animo nel dichiarare 
una moneta , un busto , una statua , una 
iscrizione , un monumento qualunque, ad 
altri argomenti non suol far capo , fuorchò 
a quanto gli è manifesto e certissimo in 
altre indubitabili antichità, le quali appli-* 
cale a ciò che nelle presenti gli è ignoto ^ 
separa le conformità e le opposizioni che 
hanno fra di loro , e colla scorta de' cri- 
tici confronti, perviene a determinarne con 
sicurezza F identità. La maniera di razioci- 
nare è per entrambi una sola, ne càngia 
mai, liè può cangiare, mutandosi solo in 
entrambi F oggetto del raziocinio. 

Vera cosa è che stanziano fra' nascondigli 
della natura non pochi fenomeni, le ca« 
gioni da' quali né i filosofi discoprirono , 
Qè forse mai scopriranno; e fra i labirinti 



deir antiquaria molte cose sono scurissime 
che forse ignote rimarranno per sempre. Ma 
è vero altresì che ( lasciati per ora da uà 
canto i filosofi ) se gli antiquari avessero 
usato sempre del criterio anzidetto, ìtion 
avrebbero Ravvisato quasi la storia dell' e- 
trusca frai^assoneria ne' tiasi e nelle or* 
gie di Bacco dipinte sui vasi campani^ 
non contraddetta 1' architettura dorica del 
tempio di Pesto 9 non creduta toscanica 
r ara capitolina de' dodici Dei y né di gre- 
co scalpello la statua del Sonno , opera 
dell' Algardi y né un' Aspasia la Minerva in 
gemma di Aspasio , né giudicate di Alfeo 
e d' Aretusa le prótomi di Germanico e di 
Agrippina , e molto meno di Scipione Na« 
sica quella di Augusto sulle monete di 
Loharre in Ispagna. Parimente non poche 
statue non si sarebbero risarcite per altre da 
quelle che infatto erano , né posto un moder- 
no violino a un simulacro antico di Apollo j 
né venerata e creduta T immagine della Beata 
Vergine un' Iside , né quella di S. Luigi re 
di Francia un Valentiniano III , né di Ada- 
mo ed Eva quella di Nettuno e di Pallade, 
I monumenti non vengono mai meno a chi 



o inijenuo coufessa non aver lumi bastevoli 
per dichiararli, o provveduto di accertate no- 
tizie, conversa con essi quanto è mestieri, 
gli studia con affetto e pazienza^ ne riscon- 
tra in altri consimili le più piccole corrispon- 
denze, finché giugne a cogliere il vero cui 
vanno a ferire. La meno fallace norma di 
esporli dirittamente e farli anche agV indotti 
apprezzare , quella si è di spiegarli con altri 
a lor somiglievoli , il soggetto e V intendi* 
mento dei quali non ammetta dubbiezza» 
Con questo regolo si determinano i giusti 
confini che separano le semplici congetture 
dalle dimostrazioni evidenti. Per essi ogni 
oggetto antico , ogni classe, ogni specie viene 
apprezzata secondo il suo merito , giusta 
r uso che far se ne può e il vantaggio che 
può arrecare. L' importante si separa dall'i- 
nutile, il certo dall' incerto, tutto si colloca 
nel luogo che gli conviene , ciò che cerchere- 
mo di fare anche più chiaramente conoscere 
con pochi esempli o domestici , o cavati 
dalle opere che abbiamo sott' occhio, e che 
audiamo per l'amore dell' arte riproducendo; 
Vi si presenta una statua, di cui ne 
ignorate il soggetto ? Se la figura medesima 



cogli Stessi attributi e simboli e col pro- 
prio suo nome si trova ripetuta in anti- 
ca pittura y posta Tuna a canto T altra é 
trovatele eguali , potete esitare nel credere il 
nome della pittura non convenire parimente 
alla statua ? Si veggano le Muse sulle mch 
nete della famiglia Pomponia^ sul bassori* 
lievo deir apoteosi d' Omero , sul sarco^ 
fago Capitolino ; si osservino le statue del 
Museo Vaticano^ e si confrontino tutte co- 
gU intonachi d' Ercolano^ ove ogni Musa ha 
il suo nome j e poi ci si dica se non sono 
ad evidenza mostrati gli attributi e i sim- 
boli che d' ogni Musa son propri. 

Si scopre un busto in bronzo o in mar- 
mo di personaggio incognito^ i torbidi o se« 
reni lineamenti del quale solleticano la no- 
stra curiosità ? Ove lo stesso volto con ugna* 
lissimi lineamenti sia ripetuto in gemma o 
in medaglia col nome, chi può negarne la co- 
noscenza? Si considerino, per dir de' più noti 
e de' più facili a ravvisarsi , i busti di Numa 
Pompilio , di Lucio Giunio Bruto , di Pom*^ 
peo Magno , di Marco Bruto , di Marco 
Antonio, d' Agrippa e d' altri grand' uomini 
dell'invitto popolo conquistatore dell'uni-^ 

Museo Chiar. , Voi. I. t 



XVI 

versoi e si paragoilino colle medaglie^ e poi 
ci si neghi che la deQomiaazioae dei busti 
non abbia la evidenza delle più severe di- 
mostraziooL 

Gelebratis£!ìmo nella storia è V ottimo prin- 
cipe di Agrigento j concjuistatore d' Imera y 
ospite di Simoùide , amico di Pindaro, vin- 
citore due volte nell* olimpico agone e li<- 
beratore della sua patria dal giogo carta- 
ginese. Il Parata si compiacque di darcene 
la cara itnmagine cavata da medaglie^ cui 
tenner fede i nùmologi più accreditati. Ninno 
le ha però mai vedute fuorché in disegno j 
tutti convennero che ove ci fossero, non sa- 
rebbero a quel principe contemporanee. Con- 
frontati finalmente que' disegni coi veri 
nummi conservati in parecchi Musei, si è ve- 
duto il preteso Terone nei tipi , nella fab- 
brica, e persino nel modulo e nel metallo, 
affatto diverso dalle medaglie degli altri re 
di Sicilia j e air incontro somigliantissimo a 
quelle di Ter ina de'Bru^ : quindi non OEPA 
^he fece gabbo ai-^ più dotti , non TEPO né 
&HPÙN y ma si ha dovuto leggere in quel ro- 
vescio TE fhaiòp e riporre £1 ritratto di Te- 
rone fralle immagini desiderate. Intorno a ciò 






xvu 
60IÌ da leggersi gli Atti della Società Ponta- 
niana ^ e quivi le osservazioni del dottis- 
simo. nostro amico e collega il cav. Avellino. 

In altre medaglie della Campania e della 
Sicilia si ha ripetuta più volte una mostruosa 
figura tauriforme con volto umano che allo 
Spanemio sembrò Minotauro j Nettuno al 
Mazzocchi ; ad altri un fiume ^ ad altri Ache- 
loo. RalTrontato quel tipo colle monete Beo- 
tiche^ su cui vi è la testa di Bacco barbato 
colle corna di toro ; e vedute le maschere 
che si dicono minotauriche adorne di bao 
cbieo diadema , non che una statuetta della 
Galleria di Firenze , e due gemme ^ in una 
delle quali non la rapita Europa , ma vi ha 
sul mostro una Baccante col tirso ^ e nell'ai- 
tra la stessa Baccante con grappolo d' uva y 
niuno più dubitò che quel tipo non fosse 
r emblema di Bacco, e molto più dappoiché 
ce ne fu indicata la descrizione fattane da 
Nonno ne* Dionisiaci. 

Miracolo di bellezza è la Venere collocata 
da Papa Giulio II a canto all' Apollo e al 
Laocoonte nel giardino di Belvedere , di pre- 
sente nel Museo Pio-Clementino. Invano gli 
Mudiosi del |)ello chiedevano il nome di 



xviii 

tanto arteGce* Esaminati due medaglioni di 
Caracalla e Plaulilla, battuti in Gnido, i 
quali han nel rovescio la Venere di Prassitele^^ 
6 veduto la figura di quella essete la me- 
desima che la statua del Vaticano y niun 
più rimase in sospeso che questa non fosse 
una copia di quel celebratissimo simulacro , 
dachè altronde sapevasi V originale essere 
per incendio perito nel palazzo Lausiaco di 
Costantinopoli sotto V impero di Basilisco. 

Una leggiadrissima statua di giovinetta 
che reca un fiore nella mano sinistrale 
colla destra solleva la veste i n atto di muo- 
vere il passo, fu detta or Venere, or Flora. 
He tipi più distinti e più belli di Claudio 
vi ha la stessa figura , in ugualissimo atteg- 
giamento , col medesimo fiore e col nome» 
Ed ecco a sicurtà la più facile di tutte le 
Dee, la Speranza pronta sempre ad accostare- 
ai mortali. 

Si trova in Haimburgo un donario mar* 
moreo, collocato da Tito Flavio Probo nel 
Ticheo di Carnunto in rendimento di gra-* 
zie a quei Decurioni, perchè impartirono Tau- 
guraito a Tito Flavio Probo suo figlio. Nel- 
r uno de' lati vi ha fatto effigiare il Ge^ 



nio del municipio in alto di sacrificio j Del- 
l' altro la Dea Fortuna. 11 soggetto è unico 
ne* marmi scritti ; riscontrate però le figure 
con altre simili impresse sulle medaglie , 
e veduto in parecchie di esse cbe il Genio 
delle Provincie sacrifica alla Fortuna per 
r arrivo in quelle degli Augusti e de' Ce- 
sari^ fidatamente affermammo che Tara fu 
posta in quel tempio neir occasione che 
giunse colà Marco Aurelio, il quale sape- 
vamo esservisi recato lo stesso mese ed anno, 
ne' quali fu dedicato il donario. 

Ora d' Antinoo y or d' Ercole imberbe , 
ora di Meleagro , or di Teseo si giudicò un 
simulacro di egregio lavoro che fu già nel- 
r anzidetto giardino di Belvedere. 11 crine 
vezzosamente increspato , V aria soave del 
volto y il dolce sguardo , la vigorosa com- 
plessione delle membra che palesa V inven- 
tore della palestra y non che il manto rav- 
vqlto sul braccio y indizio di speditezza , e 
la graziosa inclinazione del capo, propria dei 
Numi benefici, sospettar fecero al sommo 
Visconti ch'ei fosse il messaggero degli Dei. 
Per altro il sospetto divenne certezza allor 
ebe nella Galleria Farnesiana si è trovata 



la copia antica ^el medesimo simulacro coi 
talari a piedi e col caduceo. 

Che oon si disse del famoso Pasquino ? 
Chi un greco eroe , chi un gladiatore , chi 
un Alessandro lo reputò* Trovata in Tivoli 
una testa ugualissima ^ e raffrontatele en*- 
trambe col gruppo del palazzo Pitti a Fi-' 
renze, si è ad evidenza riconosciuto lui essere 
Menelao che il cadavere sostiene di Patro- 
do. Così non Cleopatra^ cantata darCasti- 
glioni e dal Favoriti, è la donna dormiente 
col serpentello avvolto al braccio sinistro^ 
ma r abbandonala Cretese sorpresa io Nasso 
da Bacco che se ne invaghisce. Così non 
di Mitra • ma di Bona ossia Secolo è il si-* 
multerò leontocefalo e serpenticinxo che si 
vede in parecchi Musei , ed uno con bella 
epigrafe ne pubblicammo noi stessi nella 6i<- 
blioteca Italiana: di Mitra all' incontro o di 
uno de' suoi ministri è la statua acquistata 
dal conte di Fries , e fatta trasportare a 
Vienna risarcita e dichiarata per Paride. Se 
fosse di questo luogo, potremmo con pari faci^ 
lità dimostrare quante altre statue , busti , 
bas&irilievi , pitture, medaglie^ gemme e mo* 
numeqti figurati, di ogni maniera che usur^ 



pato si avevano fallaci nomi e mentite 
collocazioni^ dalla giudiziosa critica di no- 
stra età col fermo ajuto degli esatti con-^ 
fronti , sieno stati restituiti alla vera lor sede 
e alle loro genuine e incontrovertibili rap« 
presentanze. 

Né minore, certezza si ha nella interpre- 
tazione de' .marmi scritti , in servigio dei 
quali 9 essendo essi il continuo tormento 
degU imperiti^ chiediamo in grazia di far 
due parole. 

Non contrastiamo che per non aversi volu- 
to raffrontare V epigrafi con altre dello stesso 
genere e della medesima età y uomini di gran 
vaglia non sieno incorsi in gravissimi equlvo^ 
ci. Ma perciocché tal fiata caddero alcuni per 
via^ ]:im9ne per questo d'esser ella meilo piana 
e facile e di condurre alla retta cognizione del 
vero? E chi non si fa beffe oggidì della Terra 
Tìegesta • Ej? • Sua • Pecunia • ^estituerunt , 
che parve allo ScaUgero doversi leggere in 
marmo lionese dov'era chiaramente^ e si 
avea ripetuto in altre iscrizioni quivi esi- 
stenti, TRES • V^winciae? Chi non cono- 
sce FELIX • SERf^M^ • NATione • GER- 
MANVS mutato dal Muratori e dall' Ama- 



dazzi in SERBONAI che taluno al barin* 
me ha creduto fosse un Ebreo ! NelV epi* 
grafe di Quinto Mamilio Capitolino j pub* 
blicata dal medesimo Muratori , si dice che 
fu egli PRAEF. AFR. S AT. , cioè PRAEFe- 
ctus AFKicae SiTifensis secondo che legge 
il eh. editore ^ o AFKicamie StATioniSf 
^ come corregge il d' Orville applaudito dal 
Zaccaria. Veduto da noi quel marmo in un 
codice del secolo decimosesto ^ e bilanciato 
con altri che a' magistrati maggiori appar- 
tengono , scoprimmo l' inganno , e leggem- 
mo PRAEFecto AKRarj SATumiy né. punto 
temiamo che non sia questo il suo vero e 
giusto valore. 

Nella torre della cattedrale di Venosa vi 
ha un' iscrizione y dalla quale si appara che 

Q • OVIVS r OV • F 

TR • PL • VIAM 

STRAVIT 

Quintus • OVIVS • OYFentina interpretò il 
Muratori ; il quale se avesse conferito il mar- 
mo con altri della Campania, si sarebbe av* 
veduto doversi leggere O Vii Filius y poiché 
passim occurrìt gens Ovia in que' luoghi^ 
né air Oufentina, ma all' Oratia tribù fa 
ascritta Venosa.* 



Il venerando Nestore de* viventi anti- 
quari ha spiegato le tre sigle S. À. S. d'una 
lapide aquile) ese y Saluti Aquilejensi Sa^ 
cmm. La interpretazione è ingegnosa^. Noi 
però che vedemmo nel Bertoli tre altre la- 
pidi d' Aquileja intitolate a Silvano , leg- 
gemmo tanto più volentieri «SiZcano Augu-^ 
sia Sacrum, quanto che in una di queste 
si favella del medesimo Lucio Stazio Pri- 
migenio che è menzionato nella stessa epi« 
grafe che alla Salute pretendevasl dedicata^ 
ed a Silvano appartiene eziandio la seguente 
venuta fuori dai medesimi ruderi Aquilejesi, 
la quale y per essere inedita y ci piace di qui 
riportare : 

SILVANO 

AYGusto 

IN • H ON O Rem 

hucii • TTn • ISMARI 

ET • IN • WMimiam 

Luca • TTTI • EPAGATffl 

HERMETIS • FlUi • ET 

Lucii • TITI • EPAGATHI • SENionV 

Lucius • TITIVS • ONESIMVS 

ISMÀRI * URertus 

ÌBìd • VIR • ÀQYlLeia^ 

Donum * Dedit 

.Un erudito Francese ha pubblicato nel 



txxy 

i8ia non tre iscrizioni, ma tre deformi fram- 
menti metallici scoperti a Giulio Gamico 
nella provincia di Udine. U applauso fat- 
togli da' suoi nazionali e' invogliò di vedere 
que' bronzi per . verità degnissimi d' illustra* 
zione. Quante cose non ci dicono in pò* 
che parole ! Gli esaminammo con altri epi- 
grammi onorar) del tempo di Claudio y e 
le tre iscrizioni mostruosamente divise ri-» 
masero due, Tuna delle quali, che ninno 
giammai ravviserà in quegli apografi, è 
questa : 

Cajo • BAEBIO • fubln • FìUo • CLkudia 

ATTICO 
II • VIRo • Iure • Dìcundo • ^PRlMOPILo 
hEGionis • V • TAACEDOmCae • VKÀEFecto 
CIVITATIVM • MGESIAE • ET 

• 

TAEBALLIAE • VKAEFecto ; CIVITATùiw 

IN - ALPIB«« • MARITVMIS - TtUhuno • MILi'riMi • COBonù 

Vm • PRoeforMe • PRIMOPILo • rTERiun - PROCVRATORI 

TUàeri ' CLAVDI • CAESARIS - hSGuAi - GERMACUa 

IN N O R I G O 
C I V I T A S 
SAEVATVM • ET • LAIANCORT^M 

r altra non diversa dalFanzidetta che nella 
distribuzione delle linee e nello smarrimento 
di alcune parole^ e che per non essersi 



mai supplita può dirsi nuova y si vegga alla 
tavola A. 

Nella seconda edizione delle accurate .Me- 
morie Storiche de' Veneti primi e secondi 
ha pubblicato il Filiasi una eruditissima ta- 
vola istorica dissotterrata a s. Possidonio ^ luo- 
go posto tre miglia in fianco della Mifan- 
dola. Di certo V nota dotto non vide il mar- 
mo , perchè la sua copia non può essere più 
infelice. Nel suo libro è così: , 



• » 



• • • NIVL • ERVNT • ^ 
ESAREVM • FACIEND • . ; 
N- XISTOS • AVGVS • • . •: 
N. S. OPERIBVS • 
RVENDOS • OROT)* • • • • 

MVNITIONEM -VI 

E SILICE • STERNE» • • • 

ONIVS • EN • : 

ANVS • S. P. F. CXUER. 

• BIVS • L. F 

• • crvs • L. F. 



Per convincersi appieno dèli' importanza di 
esaminare con diligenza gli .scritti marmi^ e di 
tornar vici sopra più volte, e di. confrontarli 
con altri simili , si gettino gli bechi sulla ta- 
vplaB che abbiamo supplita ^opra un cattio 



mandatocene, nel quale , appena vedutolo, 
leggemmo speditamente: 

nomina eorum 

qui • P E C Yniam 

coNTVLERVNT »N 

caESAREVM • FACIVN</ar» 
«N - XYSTOS • AVGVSto* 
rtoVIS • OPERIBai 

con^TRVENDOS • ORNANiiof 
wi • MYNITIONEM • Vla^^ue 

E • SILICE • STER^NENDo* 
enaem - omtOmYS •■ C^aei • FUius 
caius. JUwiANVS ■ STatii • FUius • CELER 
lucius^ ^aeBIVS -^ huciì • Filius 
titus fabriCiys • Titii • Filius 
lucius • /iYiyS * hucii * Filius 

Il supplemento della prima linea e dei 
nomi è arbitrario , non però quello del- 
le altre voci, che tutte reggono a petto di 
altre (Storiche lapidi poste già come questa 
o ne' fori o ne' luoghi più frequentati dalle 
antiche città. Tuttavia sieno costoro quali 
si vegliano ^ certo è che un tempio innal- 
zeremo agli Augusti, ed ai Cesari diviniz- 
;(ati 9 lo circondarono di xisti ^ ossia di or- 



nati passeggi e boschetti di platani e d' al- 
beri froDzuiiy alla cui ombra assidersi e so^ 
lazzarsi , difesero questi con mura^ e rim- 
brecciarono di selci le strade che vi facean 
capo: sicché in pochi accenti vediamo qui 
risurta l'antica città Colicaria ricordata 
dair Itinerario dell' imperator Antonino ^^ 
della quale se volessimo favellare non a- 
vrebbe sì presto fine il discorso. 

Dal Museo Borgiano viene il mattone se- 
guente tuttavia inedito : 

TRP • EX • FI • GL • lAR ' FA • CA:^ 
PI • O • KI • A • NI 

Chi noi direbbe un enigma da Sfinge? Nulla 
però di più chiaro, purché si confronti con 
altri usciti della stessa fornace formati con 
diversi proplasmi dal medesimo artefice. L^* 
gasi : Titi; Kausi • Vamphili • EX • FIGLh- 
ids . hS&iae • FAdillae^ CAEPIONIANI^. Il 
figulo Ulto Uausio Pamfilo che lavorava 
nelle Officine Cepioniane di ragione à'Arria 
Fadilla madre d' Antonino Pio si vedrà nel 
Museo di Classe di Ravenna , nel Capito* 
lino ed altrove. La stessa osservazione valga 
per questo che abbiam posto a fronte di 



ZXVUI 

altri che uniti a lui si conservauo nel Museo 
Ghiaramonti : 

CLMGODDERDL 

PJETIN ET APRONIAN 

COS 

cioè ; Chresimi • ( serici ) hucii • ^HuruUii . 
Crescentis • Opus • Doliare • DE . Kani* 
nianis • Domitiae • hucillae • PAETINo • 
ET • APRONI ANo • COnSuUbus. E ciò pure 
si dica di questo dello stesso Museo che 
crediamo non mai pubblicato : 

À D L S DOL DE LIC P^TEN ET 

APRONIANO 
COS 

ossia : hniceti • 'Domitiae • hucillae • Sen^i 
DOUare • DE • LIC wia/iw • PAETINo • ET 
APRONIANO • COnSulibus. 

Chresimo era il figlio di Lucio Muna* 
zio Crescente soprastante o fitta] nolo delle 
fornaci Caniniane y e Aniceto lo era delle 
Liciniane , nelle quali per se il facea lavo- 
rare Domizia Lucilla ^ che non è già la fi* 
glia di Domizio Lucano sposa di Publio 
^ Càhisio Tulio y ma si la figliuola di lei mo- 
glie di Atmio Vero e* madre dell' imperatore 



ZXIX 

Marco Aurelio > la quale in altri mattoni si 
dice ora Publii Filia , ed óra Loicilla YerL 
Tra i marmi Perugini vediamo il brevis- 
simo titoletto : 

<J. POBUa 

SALTI 
• H • S • S 

le quattro sigle del quale , perchè troppo 
facili) non furono dal dotto autore spie*- 
gate. Ma se in un marmo d' Oxford si legge 
OSSA • me • SITA • ACHILLIS • CEII; e 
in un altro : NONIA • Vublii • Uberta • HIG 
SITA : EST j e in questo : 

L • ATTEDI • SPuru ' Filii 

AKSiensis 
OSSA ' pie • SITA : SYNT 

si può forse negare che non sia dimostrato 
evidentissimamente il significato di quelle 
sigle ? Publicae eruditionis , dice il Maffei | 
ea Juit unìformitas et cotistantia ut quae 
in Africa y in Galliis ^ in Dacia mamio^ 
reis aut aereis tabulis committebantur, iis- 
dem ac quae Romae contractionibus per^- 
scripta videamus eodemque sehsu adhibi^ 
tis. 



Gli stessi caratteri degli antichi popoli 
italici da sommi eruditi si giudicarono pu- 
nici y egizi , caldei , tanto era ignoto 1' etru- 
sco linguaggio. Sapevasi che dopo la guerra 
di Troja molte colonie greche erano venute 
a stanziarsi in Italia ; che Roma fu dapprima 
un aggregato di forestieri giuntivi da vi- 
cini paesi , poscia un emporio di molti pò- 
poli^ e che parecchie arti e giochi e riti 
e cerimonie civili e religiose dalP Etruria 
erano ite nel Lazio. Si congetturò quindi 
che molte vestigia di greco e di latino si 
dovessero trovare neir etrusche reliquie ; 
molto di etrusco nel latino più antico. Al- 
lora però si è cominciato a plausibilmente 
decifrare que' caratteri che si ebbe l' occhio 
alle immagini di Numi e di eroi co' propri 
nomi in etrusco^ effigiate anche sopr' altri mo- 
numenti co' nomi in greco o in latino^ Chi 
non vede che le voci VLVXE , MNERVA , 
MVRAN scritte a canto di figure altronde no- 
tissime^ sono le stesse che Ulijces^ Minen^ay 
Mo7/)a, cioè Parca? E se le immagini evidente- 
mente fra lor si somigliano, anzi son le mede- 
sime^ perchè non somiglieranno, né saranno 
gli stessi anche i nomi? Discoperti gli elementi» 



della favella , si ha potuto eziandio dar ragione 
di molti vocaboli e fermarne la svariatissima 
ortografia e quasi direm la grammatica. Onde 
MI CANAche leggesi in molte statue si è spie- 
gato sum donum*y TVRCE ripetuto più volle 
negli etruschi donari significò donum aedi \ 
TECE volle dir posuity PLERES , sacrum j 
CLEN, votunij e cosi di altre infinite. Se i ri- 
tuali Eugubini non s'intendono compiutamene- 
te, sappiamo almen di che trattano ; e poiché 
r arte j sebbene guidata da mani maestre ^ 
è tuttavia nell' infanzia j forse avverrà che 
dissotterrandosi maggior copia di monu- 
menti e raffrontandoli con quelli che già si 
conoscono^ e attentamente studiandoli, tanto 
un dì potrem leggere in essi quanto leg- 
giamo ne' Latini e nei Greci. E ciò avverrà 
forse altresì del fenicio , del punico , dell' e- 
gizio e de' medesimi geroglifici , de' quali col 
criterio che abbiamo indicato si è incomin* 
ciato a decifrarne parecchi con sicurezza. È 
fatale alle umane cose che lungamente si 
erri per molti errori , poi nasca quasi un 
barlume , e al crescer di questo si faccia 
giorno. Così è avvenuto del carattere cor- 
sivo greco e romano segnato dai tachigrafi so- 
Museo Chiar.j Voi. L « 



xxxa 

pra i papiri^ del quale tanto si era lungi 
dair averne piena contezza, che anche i più 
arditi al solo vederlo, quasi fosse la Gorgone , 
immobili si arrestavano , ne vi mancò chi 
armeni e cinesi , oschi e sabini que' latini 
e greci caratteri giudicasse. Ove fosse co- 
lorito il disegno ideato dall' Heyne di riu- 
nire delineati in un' opera tutti i mo- 
numenti antichi che si conoscono , classifi- 
cati secondo 1' uso e i soggetti a' quali ap- 
partennero , r età e i luoghi d' onde si 
ebbero e gli artefici che li eseguirono, som- 
mamente più rapidi sarebbero i progressi 
dell'arte nostra^ e molto più solido e ge- 
nerale il profitto che ne trarrebbero tutte 
le altre. 

Laonde veduti nel Museo Pio-Clemen- 
tinò diversi monumenti che dalla loro unione 
con quelli nuovamente scoperti ed espo- 
sti nel Museo Chiaramonti maggiori lumi 
ed evidente dimostrazione ottenevano ; e 
d'altro canto ravvisatine nel Chiaramonti 
parecchi altri che aveano in quelli del 
M. P. C. la bramata certezza , ci è paruto 
far buon servigio a chi ha vaghezza delle 
buone arti e della venerabile antichità ^ ri- 



ZXXIIX 

producendo il presente Museo in forma e- 
guale e collo stesso metodo che si è ado- 
perato per la edizione delle opere di £n« 
nio Quirino Visconti , affinchè fosse a quelle 
riunito per suo necessarissimo supplimento. 
E a" chi esser non dee sommamente gra- 
devole, dopo lette le osservazioni di Ennio 
Quirino intorno a Nettuno , di averne an- 
che in intaglio la testa più bella e me- 
glio conservata avanzataci da tutta 1' anti- 
chità ? Chi avendo ammirato la Venere Gni- 
dia, opera divina di Prassitele, non vedrà 
con diletto la Venere Anadiomène di Apellc, 
da insigne scalpellò greco in marmo imi- 
tata ? Amore in vari monumenti tiene lo spec- 
chio a Venere y e le Grazie le acconciano 
le chiome ; qui 1' ufficio apprestale d' or- 
natrice in atteggiamento leggiadrissimo ed 
unico. Vedemmo Sileno pedestre rattempe- 
rare al suon della cetra gli afletti del Nume 
da lui educato : non si conosceva questo 
Dio rusticano nella qualità che le diede 
Diodoro d^ autore e maestro d' ottimi studj : 
qui ne abbiamo forse V unico simulacro , 
non più corpulento e velloso , ma di robusta 
e muscolosa corporatura. Il Bacco barbato 



XXXIT 

readuto evidente da un' altra sua immagine 
in un sarcofago del Vaticano , si ha qui 
ripetuto in bellissima testa che sempre più 
lo conferma e rischiara. Per ben divisare 
le pugne formidabili de' Giganti con Giove 
si è citato da Ennio Quirino un bassori- 
lievo della villa Mattei, di cui se ne bra- 
mava un esatto disegno che i nostri autori 
danno qui dichiarato con erudizione non 
ovvia. Lo stesso egregio antiquario ravvisò 
una Vittoria nella femminile figura in antico 
bassorilievo y effigiata in atto di sollevar un 
trofeo: qui si dimostra con dotte osserva* 
zioDÌ e ingegnosi confronti eh' è una Baccante. 
Parlando di Menelao toccò dì volo il Vi- 
sconti la costumanza di offerire ne' tem-* 
pli agli Dei le spoglie dei vinti. E per ve- 
rità sapevamo da Laerzio che ad Apollo in 
Patara si credeva comunemente aver quel- 
r eroe dedicato lo scudo dell' ucciso Eu- 
forbo : i nostri chh. autori adducono di tal 
uso moltiplici prove luminosissime cavate 
dalla Storia sacra e profana^ e persin dalla 
favola. 

Saremmo diffusi molto più che i confini 
d'una semplice prefazione non ci permei^ 



tODO, se volessimo toccare a parte a parte 
i luoghi tutti, ne' quali i monumenti dei 
due Musei j che poi non sona in fatto che 
uno solo y insieme si ajutano e cospirano 
amicamente a chiarire la verità. Ci ba« 
sii solo l'aver notato che dove il Vi- 
sconti ha congiunta la fondamentale teo^ 
ria del confronto colle testimonianze dei 
poeti e de' prosatori greci e latini^ e so- 
prattutto degli antichi scoliasti , i nostri au- 
tori a uguali presidj aggiunsero il frequen- 
tissimo uso delle medaglie depositarie fé- 
dòli della più recondita e più sicura eru- 
dizione. Di che non sappiamo come baste vol- 
mente lodarli^ e ce ne duole assai, che il 
faremmo con esultanza^ se non ne arrestasse 
con prudente ritegno Y intimo convinci- 
mento che abbiamo della nostra incapacità. 
Ad uomini, il cui nome famoso risuona in 
Europa, s'addice l'applauso non di noi 
adhuc hospites in antiq aitate, ma dei veri 
sapienti. Osiamo bensì dichiarare che il 
tributo di riverenza, il quale abbiamo cre- 
duto né indegno a loro , né a noi disdi- 
cevole, quello si fu di usare la maggiore 
possibile diligenza acciocché la ristampa 



della nobilissima loro fatica riescisse la mi- 
glior cosa che dalla nostra tenuità si pò-» 
tesse offerire cosi al Pontefice Ottimo Mas- 
simo felicemente rejgnànte^ al cui grande ani^ 
mo si debbe la riunione di questi rarissi- 
mi monumenti^ come ai due valenti anti- 
quarj prescelti dalla somma clemenza e per- 
spicacia di Lui per dottamente illustrarli» 
Il perchè abbiam cercato la più. scrupo- 
losa esattezza nella riduzione dei disegni^ 
che sebbene da nói dati a contorno^ spe- 
riamo che renderanno le forme degli ori- 
ginali di qualità da potere chiunque for- 
marsene bastevole idea ; abbiam riveduto 
ne' libri pressoché tutte le citazioni onde 
togliere gli errori occorsi nella magnifica 
prima edizione : e per rispetto al testo ci 
lusinghiamo che non ci saranno rimproverati 
errori notabili* Anzi poiché gì' indici dei libri 
di erudizione sono come l'anima di essi, ab-* 
biamo creduto di tesserne uno al tutto nuovo, 
sul modello del quale, se verrà dai dotti 
approvato, compiremo quello che stiam la- 
vorando per le Opere di Ennio Quirino Vi- 
sconti, la edizione delle quali a gran passo 
al suo fine procede. 



XXXVIl 



PREFAZIONE 

DEGLI AUTORI 

PREMESSA ALL'EDIZIONE DI ROMA. 

jyon la qualità deW aere romano, o una 
particolar indole di chi nasce nel suolo 
latino è quello che rende questa augusta 
città la scuola e la sede delle arti belle. 
Sotto questo cielo benigno funsero alla per^ 
fezione delle medesime g/i artefici di ogni 
nazione ancor più remota ; e fu pubblica 
cura, che coloro che dediti erano a studj 
tanto utili fossero qui educati ^ è qui ad 
emulare apprendessero le greche arti e le 
felici latine imitazioni. 

Gli avanzi delle antiche fabbriche^ che 
disprezzando il furore de' secoli , sorgono 
ancora maestosi e superbi , sono , a nostro 
credere^ pia che ogni altra cosa , quelli che 
infondono negli animi della studiosa giO' 
trenta V eleganza , la grandiosità , ed av- 
vezzano lo sguardo e la mente alla subii- 
mila delle idee^ più che non fanno gli ste- 






xxxvnr 

riti disegni v gli insegnamenti de' pia saggi 

maestri. Al pari degli antichi aitami può 
riguardarsi ancora come una perenne scuola 
dellarte V unione e la concatenazione di tanti 
esemplari che spettano alle arti del disegno, 
e che in Roma os^unque £ incontrano ; i 
quali se non tutti perfetti, pur sempre som- 
ministrano buoni documenti e massime nelle 
arti stesse , e danno alV artefice V idea della 
pili semplice bellezza , e lo pongono quasi 
senza che se ne a^^egga sulla più. sicura 
strada della nobile imitazione della natura.. 
Bene a ragione per tanto il nostro Som-* 
mo Pontefice Pio VII con provida cura 
ordinò di rassicurare il più mirabile avanzo 
della romana grandezza ( i ) ; ^ come ha 
posto vàlido riparo al Colosseo che minac- 
classa roi^ina , cosi egualmente ha procurato 



(i) L' anfiteatro Flavio dalla parte che riguarda 
il Laierano ave^^a gli ultimi archi così slegati e gua^ 
sti j che erano in perìcolo di cadere con danno di 
tutto il rimanente» Il 5. Padre commise per mezzo 
di S. E, jRc'i'. monsig. Lante tesoriere generale a va- 
lenti matematici ed architetti la cura di provì^edere 
a tali danni , e colla costruzione di un forte sperone 
se ne è assicurata la sussistenza. 



di esporre in miglior modo a^i occhi del[€U^ 
tonilo amatore la costruzione del Panteon^ 
del già detto anfiteatro Flas^io , degli ar- 
dii {i), dei templi (2) che prima sembra-- 
pano trascurati quasi e negletti. 

Egli uscendo a pubblica comodità or-- 
dinata e commessa a valenti persone una 
nuoua accurata misura de^i edifizj più sin^ 
golari della prisca Roma (3) , ha procurato 



(ì) Le escavazioni fatte intorno gli archi di Set- 
timio e di Costantino , il ripulimento di tante parti del 
Colosseo hanno posto in nuoi^o lume quegli insigni 
monumentim 

(a) Il tempio detto della Sibilla Tihurtina^ assai 
oltraggiato dal correr de secoli e dalla trascura- 
tezza , è stato da S, S. posto in migliore aspetto y e 
risarcito nei luoghi che potevano cagionare ulteriori 
danni. In S. Nicola in Carcere sono ora visibili in 
parte gli avanzi degli antichi tempj che in quel 
luogo esistevano , mercè la generosa premura del 
Sommo Pontefice. Non isdegniamo di unire agli an* 
fichi avanzi il tempietto di Bramante ritornato sul 
Gianicolo air antico splendore. 

(3) Aveva V incisore sig. Vincenzo Feoli intrapreso 
una nuova edizione degli edifizj di Roma antica 
misurati ed incisi dal celebre Desgodetz. Il Santo 
Padj'e ha acquistato per la Calcografia Camerale 
quest' opera : V architetto signor Giuseppe Valadier 
direttore della medesima Calcografia avrà il pensiero * 



alla architettura quella scuola^ per cui sur* 
sera i Palladj y i Bramanti ^ i Buonarroti 
e gli altri insigni uomini , che nel risorgere 
delle arti fecero giungere V architettura ad 
un grado tanto sublime y die quasi emulò 
V antica grandezza. 

Ma se queste ordinazioni del Sommo 
Pontefice furono sufficienti a favorire la 
più utile delle arti belle , non ha però egli 
trascurato rivolgersi alle altre ugualmente^ 
Ha quindi reso più comoda e più ampia 
la scuola delle medesime } ha ivi introdotto 
nuove utili istituzioni e nuovi premj , onde 
animai^ la gioventù (^\): ed onorando con 
distinzioni nuove i professori , i maestri (2) ^ 



di reUificare le misure dei monumenti, facendo an-^ 
che escavazionì , se occorrono , e tutto quellQ che 
potrà contribuire alla perfezione dell'opera. 

(i) L* Accademia del Nudo trasportata sopta la 
via del Corso ^ ha provveduto al comodo della gio-" 
venta y ed essendo ampliata^ riceve maggior numero 
di studenti. Il locale pia grandioso ammette ancora 
altre utili applicazioni ^ come lo studio dei gessi ed 
altro* La sala di esposizione y appena sarà compita^ 
farà comodamente visibili le produzioni delle arti 
belle in ogni ramo di esse. 

(a) La lettera scritta dalt em. Camerlengo in nom9 



xu 

ne ha sempre più incoraggito i coltivatori 
alla fatica , allo Studio y o a meglio dire 
alla perfezione. 

Era già al praticano il piìi sacro de^ 
posilo della pittura nelle opere dell' im- 
mortai Buonarroti e di Raffaele : erano 
già nel Museo Pio-Clementino tante anti^ 
che sculture che lo rendean famoso. Or que- 
sto tempio , per cosi dire , delle arti non 
è stalo sufficiente al genio magnanimo di 
Pio VII. Ha quindi nel fiancano mede» 
simo fondato un nuovo Museo degno del 
luogo e degno del chiaro suo nome. E que^^ 
sto situato dappresso al Museo Pio-Cle- 
mentinoy ed ha nobile ingresso per le log-' 
gie del praticano. Serve di vestibolo ad 



di Sua Santità sotto i io agosto 1801 , nella quale 
si dichiara il signor cau. Canova ispeUore generale 
delle Antichità ed Arti dello Stato Pontificio ^ a 
simiglianza di quello fu praticato coW incomparabile 
HaffaellOj mostrerà sempre il /attore, col quale il 
Santo Padre riguarda gli artisti. Come altresì pa* 
lesa la sua propensione pei medesimi il Bre\^e con^^ 
cesso all' Accademia di S. Luca^ col quale dichiara 
cai^alieri con nuova distinzione i principi delF ac' 
cademia , eletti dalla medesima. 



tuat 

esso ed alla Biblioteca Vaticana il Museo 

Lapidario in piìi splendida forma ridotto. 

Questa raccolta di antiche iscrizioni y alla 

quale V Europa non vide altra simile j non 

solo dal Santo Padre è stata collocata e 

abbellita, ma bensì dopo averla fatta or-^ 

dinare e disporre con esatta cura da mon-- 

signor Gaetano Marini , /' ha accresciuta 

di varie preziose raccolte (i)^ oltre le in'- 



(i) Benché in questa raccolta di lapidi antiche vi 
sieno quelle unite dai Sommi Pontefici Clemente XTF 
e Pio VI di eh* me*j pure ve ne sono moltissime 
che si debbono al Sommo Pontefice PIO VIL OU 
tre tutte quelle che fiirono di suo ordine acquistate 
dagli scultori e da altri ^ moltissime ve ne sono tratte 
dagli scavamenti Camerali. Tutta la collezione che 
adornava il palazzo del defiinto cardinale de Zelada 
è stata qui trasportata ; come altresì quella di mon^' 
signor Galletti , delT avvocato Pasquale di Pietro 
donata dall' em. Cardinale Michele di Pietro suo 
firatello , ed altre raccolte. Le basi scritte che erano 
nei Giardini Giustiniani fiirono dal sig. cav, Ca^ 
nova donate a questo Museo, In questi ultimi giorni 
ha avuto un pregiabile accrescimento coir insigne 
raccolta data da monsig, Antonio Lamberto Rusconi 
uditore della Sacra Rota R. Questo intelligente ama^ 
tore delle antiche cose , col quale allora uditore del 
Camerlengato ^ noi uno nell* impiego di Commissario 
delle Afitichità, (altro in quello di assessore per 



sìgni lapidi che §U scavamenti Ostiensi han 
donato alla erudizione. 

Il Museo Chiaramonti è per V estensione 
cospicuo j benché ancora non terminalo. La 
scelta, il collocamento delle antidata af- 
fidato al cav. Canossa basta a formarne 
V elogio ; ed il pubblico potrà da questo 
primo saggio che noi diamo alla luce , con-- 
vincersi della verità delle nostre espressioni. 

Seguendo il metodo del Museo Pio-Cle* 
mentino , avrebbe dos^uto precedere €dle di-* 
chiarazioni la pianta del Museo stesso^ ma 
siccome il fabbricato non è pur anco con- 
dotto al suo termine , ci riserbiamo darla 



la scultura cooperammo per la conservazione degli 
antichi monumenti per piìi lustri, seppe riunire in 
una sua delizia suburbana quasi tutte le celebri la» 
pidi Capponiancy e molte altre recentemente troi^ate ^ 
e ne fece un dono al Santo Padre , in contrassegno 
del suo attaccamento a questa inclita città. Nondoh^ 
hìamo trascurare di aggiungere a quelli che han 
dato iscrizioni al Nuovo Museo monsig. Gaetano 
Marini , che vi ha portato tutte quelle^ che aveva 
gentilesche e- cristiane , che non eran poche , avendo 
di più donato alla libreria circa mille tegole scritte , 
che saranno un giorno collocate sotto le finestre di 
quella e formeranno nel suo genera una raccolta 
ken singolare. 



XLIV 

nei tomi seguenti: e solo qui brevemente 
renderemo conto del metodo che proposti 
ci siamo in queste nostre esplicazioni , che 
abbiamo procurato rendere facili e comode 
agli amatori ed agli studiosi delle arti , se^ 
guendo in ciò fi consiglio dello stesso sig. 
cav. Canova. 

Abbiamo variato nella disposizione dei 
monumenti dal metodo del Museo Pio-Cle^ 
mentinOj mentre nel nostro sono mischiate 
le statue y i busti y i bassirilievi , per cosi 
unitamente trattare sopra ciascun argomento. 
E siccome la classificazione seguita da 
FTinckelmann nelle dichiarazioni del Mu- 
seo Stosciano congiunge agli Dei i loro 
seguaci , ci è sembrato tal metodo più ac- 
concio y come quello che ci toglieva da 
molte inutili ripetizioni , e che formava un 
trattato più completo sopra ciascun sog- 
getto y e di più abbiamo seguito il suo or- 
dine nella classificazione delle cose. 

Considerando poi che il Museo Chià- 
ramonti è come un seguito , un compimento 
del Museo Pio-Clemenlino , cosi riguar- 
dammo l'opera nostra come un prosegui- 
mento deir opera che ci precede. Perciò 



senza ripetere quello che in esso si trova p 
Io abbiamo richiamato alT occasione ', cer- 
cando di collegare le due opere più die 
potevasi a svantaggio degli studiosi. Le no- 
stre dichiarazioni sono brevi y ma bastanti 
dare una giusta idea del monumento; 
nelle note ci siamo diffusi per esibire i 
documenti che comprovano le cose asserite. 
Siamo stati diligenti ssimi nella descri- 
zione di ciascuna scultura, indicandone le 
misure y la qualità dei marmi, ed ogni ri- 
stauro. In questo ci ha giovato V attenzione 
dello scultore sig. Antonio d'Este^ dal 
quale ancora ci sono state comunicate varie 
osservazioni sopra lo stile de" monumenti 
in parte sue , ed in parte del sig. cav. Ca- 
nova medesimo. 

Per ora abbiamo scelto i più ragguar- 
devoli monumenti sopra ciascun soggetto: 
avendo però gli acquisti fatti posteriormente 
dato al Museo qualclie pezzo singolare che 
si riferisce agli argomenti medesimi , per 
tal cagione dopo aver mostrato nei primi 
volumi ordinatamente le antichità più pre- 
giabili , saremo obbligati a formare qual- 
che tomo di supplemento ai medesimi , e 



XLVX 

questo si farà seguendo T ordine stesso, e 
indicando os^e debbano a^ungersi. 

È nostra idea di rendere V ultimo tomo 
del detto supplemento interessantissimo , col 
dare in quello una indicazione esatta e con- 
cisa di tutti i monumenti di questo Museo, 
mostrati in un piccolo contorno, richiaman- 
do a suo luogo tutti i marmi già illustrati 
ne^ tomi antecedenti , e presentare in tal 
guisa ai lettori un corso di antiquaria di'- 
chiarate da più centina/a di antichi monu- 
menti , riuniti y quasi diremmo , sotto un 
solo sguardo. Intanto come noi siamo certi 
di non awr mancato in accuratezza , in 
buona volontà^ ed in rispetto al pubblico, 
cosi ci vogliamo lusingare che i lettori non 
disgradiranno queste nostre fatiche^ 



MUSEO 

CHIARAMONTI 



T A T O L A I. 

BtjSTO d'I&idb *. 

jLfeì mètodo cbe ci proponemmo nelle nostfof 
0696nraEÌoni ti più singolari monumenti del 
Museo Chiaramonti fu dato già sufficiente rag« 
guaglio nella prefazione posta qui innanai. Noi 
dando principio dalle egizie- superstizioni, se<* 
guirenjLO V istoria, che negli Egiziani ci addita 
i popoli infra i pagani i più antichi nelF os- 
servanza de' riti religiosi ; nella coltura delle 
scienze e delle^ arti. Erodoto e' insegna che 
essi i primieri inalzarono are , simulacri e tempj 
agli Dei (i). 



e, " — " 

* È alto ia tutto palpii sette e mezzo > il manrA> è 
pentelico, volgarmente detto cipolla» Ha diversi risarci- 
menti nel volto > ed il fior di loto è supplito sopra ve- 
risimile indicazione. 

(i) hem prùnos ipsos ( Aegrpiìos } Diis et aras , et 

Museo Chiar. Yol. L i 



Incomincieremo da Iside , diviDiià Pantea , 
alla quale fa dire Apulejo di se medesima « Io 
sono la natura creatrice delle cose, signora di 
tutti gli elementi, primo parto de' secoli onde 
le cose han principio , e somma degli Dei ( i ). 

Neir assegnare peraltro ad Iside il presente 
monumento colossale incontrammo noi mede* 
simi non lievi difficoltà. Il Gori nelle osser* 
yazioni alle iscrizioni Doniane fu il primo a 
pubblicare questo busto supponendolo V imma- 
gine di una sacerdotessa di Cibele o d'Iside (a); 
Winckelmann parlandone di passaggio lo no- 
. minò per busto di Cibele (5). Nel dare essi 
però tale denominazionfs , non andarono già al 
tutto lungi dal soggetto , mentre essendo Ci- 
bele e la natura e la terra, anche in Iside 
concorrevano i medesimi attributi. Secondo Ser- 
vio il nome d' Iside in lingua egiziana altro 
non significa che la terra (4)9 ed Iside presso 
gli antichi comprendeva tutte le divinità (5). 



simulacra j et delubra statuisse. Herodot. , lìb. II ^ 4 / 
pag. 90. 

(i) Rerum natura parens , elementorum omnium domi* 
ìuSj seculorum progenies iniiialisj summa numinum. Apal. 
Met., lib. XI ^ pag. a4i^ '}• 

(a) GoriuSf Commentarti ad Inscriptiones Donianas, 
tab. VIII, nani. 5, pag. LXXL 

(3) WinckelmaDD , Monum^ ined, y tom» 11, pag. 7. 

(4) isis autem lingua Aegjrptiaca est terra, quam him 
voluni esse. Serrins ad Vìrgìl. Aeneìd. Vili, v. 6g6. 

(5) l poeti, ed altri antichi icnttori greci e latini, 



s 

Ma dappoiché 1* avvedutezza dello scultore si- 
gnor Antonio d' Este trovò sul vertice di que- 
sto busto le sicure tracce di cosa sovrappostavi, 
che essere doveva di figura che rendeva la 



attribuiscono ad Iside le proprietà tatte delle altre di* 
yinità. Simplicio commentatore d' Aristotile parlando 
della dea Siria cosi si spiega, geaì 17 nepi/oyh 9è roTSOQ 
Xéyercu ^oX^dxiQ- 9iò xaì ri^v ovpiav iarapa/tviP 
róxov Sfeov Ttakoiaiy xal t^ ìoiv oi dijfv^tioi^ ó^ 
IC0XX0V òsw i9kór?^Ta^ ^epi€j(^ov(niQ. Rerum étiam 
compiexA> locus vocatur^ atque ideo S/riam déam Ata* 
raiem locum deorum notninani s ut et Isim Aegyptii^ 
quod multarum dearum vim ei s/npdares naturas uno 
quasi loco contineani. Ad Arist., lib. IV, Auscalt. Phys* 
fol. i5o. a. Apulejo enfaticamente la chiama nel prin- 
cipio del lib. XI, pag. aSS, ^7. Regina caeU, siva tu 
Ceres alma frupum parens origihaìis . • . seu tu caeleslis 
Venus . • • seu Phoebi sqror . • . trijomd facie larvaies int" 
peius compnmenSf terraeque claustra cohiòens. In altro 
luogo Iside presso il medesimo dice di se cujus numeri 
unicum . . . multiformi specie , ritu vario , nomine multi" 
jugo totus veneratur orbis* Lib. XI, pag. a4i ^ i3. Fa 
perciò ella detta Myrionima, ossia di dieci mila nomi, 
come attestano le iscrizioni antiche presso Gmtero , 
pag. LXXXIII, II, e presso Fabretti , Inscr. Antiq. , 
pag. 4^9 n. io8. £ assai a proposito a tale argomento 
r iscrizione di Capna riportata dal Pignorio nella Mensa 
Isiaca alla pag. 3. 

TE • T I B I 

VNA • QVAE 
£S • OMNIA 

DEA ' ISI S 

ARRIYS • BAL 
BINVS .V.C. 



4 

similitudine d* ud fior di loto , si dissipò ogDi 
dubbiq, e restammo ceru ohe fosse Isiaoo, di- 
stogliendoci dal pensiero che potesse rappre- 
sentare la madre degli Dei o le seguaci dei 
suoi misteri. Poteva rimanere qualche ambi- 
guità, se Iside o una sua sacerdotessa vi si fi- 
gurasse. Il riflettere che Erodoto descrive- un 
tempio, nel quale erano i colossi di legno dei 
sacerdoti di quello (r), T abbigliamento consi- 
mile a quello di altri ministri di culti stranieri 
ci tenne qualche tempo in sospeso. Ci cadde 
in pensiero che i Greci nobilitando la materia, 
avessero conservato lo stile di queste immagina 
colossali. Riflettendo poi che nell'Egitto era 
alle donne interdetto il sacerdozio di tutte le 
divinità anche fenuninili (a)» ci fece con si- 
curezza risolvere che Iside vi fosse rappre- 
sentata. 

Iside , il di cui culto dall' Egitto si diffuse 
nella Grecia, ove ebbe magnifici tempj, ci si 
mostra in questo busto lavorato da greca mano, 
che ad onta della sua mole ha ricevuto dalF ar- 
tefice che lo scolpi una leggiadria e una 
delicatezza ammirabile, che non toglie alla rap- 
presentanza quella maestà e quell'imponenza 
che si conviene a cose religiose. Il suo profilo 



(i) Vedi Erodoto, lib. Il, i0, pag. i44. 

(n) Mulier ncque Dei, neque Dece uUa sacerdos est, 
viri Deorum omnium^ etDearwn. Herodot., lib. 11^ 35, 
pag« iQi. 



5 

è trattato alla greca con una linea ^asi rètta 
dalla fronte all'estremità del naso; grandióse 
SODO le fórme, e di uno stile energico e piut- 
tosto risentito; i sdpraccigli hanno un non so 
che di tagliente, quale talora si ò^sei^Ta in 
quelli di Pallade. Il panno che le irela il dapo 
è lavorato con una magistrale trascuratezza 
che dà risalto al levigato del volto. L'iticlina'^ 
zione della mossa (i), la figura del ^assò, una 
certa Strettézza che ha alla tagliatura delle 
spalle fa credere aj^li intelligenti delF arte 
che fosse collocato ad alto in qualche àhsidè 
o nicchia (2). Gli antichi adattarono sèmpre è 
ai luoghi ed al punto di vista le Idro scol^ 
ture. 

Volendo ora esaminare a parte a jparté gli 
abbigliamenti di questo busto; non già de) fiò^ 
di loto, perchè supplito secondo F amica iiidi-^ 
cazione, ma di tutti gli ornamenti dèi capo òon-> 
verrà parlare. Copre i capélli alla nostra Isidd 
un velò sottilmente increspato, e sopra la fronte 



(i) Questa iDclinazioue dì capo che qui si osservai 
dona una certa dolcezza alla figura, e pare che mostri 
il Nume propizio ad esaudire i voti degli uomini. 

(a) Net viaggio del signor Óenon , pi. C£X, 5, tro- 
vasi una gran lesta d' Iside sopra la faccia di un tem-» 
pio. Erodoto attesta che gli Egiziani avevano uso di 
collocare anche all' esterno del tempio le immagini delle 
divinità. Diversi smisurati Colossi che aiximiravansi nel- 
TEgiuo presso i tempj sono ricordati da Erodoto^ 1. II , 
ìj5, pag. i56. 



^^ 



6 

stretto da una tenia o benda. Il crine cosi 
coperto si vede in quasi tutte le figure egizie » 
e tale è perfino nelle belle Sfingi scolpite 
alla punta dell* Obelisco Solare (i). Noi non 
osiamo decidere se la benda che stringe tal 
velo sia il distintivo regale, che come a Dea 
e come a regina una volta dell' Egitto ben po- 
teva ad Iside convenire. Osserviamo bensì che 
ne hanno cinta la fronte tutte le regine egizie 
rappresentate nelle monete, ancorché coperte 
di velo, come Arsinoe e Berenice (2). La cosa 
a parer nostro pih di ogni altra notabile, si 
è l'artificio delF avergli sovrapposto il velo a 
quel modo , che senza essere manierato , dà a 
quel simulacro la sembianza di figura egizia* 
In fatti se si volgerà uno sguardo alle Isidi di 
antico egizio stile, che ammiransi nelle gallerie 
di Roma, o a quelle riportate dal Pocoke(5), 
si troverà una certa uniformità fralle accomo* 
dature del nostro velo e quelle barbare cuf- 
fie ^ che è sufficiente a far decidere a chi che 
sia il soggetto rappresentato. Aggiungeremo di 
più, che siccome le antiche egizie figure han 
le pih volte le orecchie scoperte , e le hanno 
ancora spesso eccellentemente lavorate, il nostro 
artefice , benché sotto il velo, non ha mancato 



(i) Winckelm. y Monam. ant. ined., tom. I, n. 78. 

(2) VailJant, Hijt Ptol., pag. 43, i3o. 

(3) Pocoke Dc»cn of tbePast. VoL I, p. aio, pl.LX, 
LXI, LXII, LXIII. 



• 7 

seolpirle con tutta la maestria , . di modo che 

se ne ammira la perfezione del lavoro , consi- 
derando massimamente il meccanismo difficile, 
col quale è stato eseguito, (i). Il velo per al- 
tro non è un nuovo ornamento sopra il capo 
d'Iside, benché assai spesso si vegga scopèrto 
« col crine mollemente coltivato che le ri- 
cade con varj anella sul petto. I Greci special- 
mente ponevano in capo a lei quel velo, per- 
chè simboleggiando in essa la natura , gli ar- 
cani di questa sono agli uomini ascosi , né loro 
è lecito di penetrarne Y oscurità (2). 

I diversi monili che adornano il collo a que- 
sta Dea non sono disusati negli antichi monu- 
-menti. Può vedersi presso il Casali (3) una de- 
forme Iside con monile alquanto, a questo si- 
mile : e benché sieno trattate con secchezza le 
figure della famosa Tavola Bembina (4)9 pùr^ 
•non cessa di . ravvisarsi pressoché in tutte qual«- 

(1} Deve notarsi che qaesto velo va gi£i poc' oltre gii 
pmeri della figura , e dove termina viene a tondeggiare 
dolcemente ; di che si parlerà piii diffusamente alla 
tav. III. 

(3) É noto che nel tempio di Minerva, e Iside di Sai, 
era scritto che ninn mortale può sollevare quel velo 
.d' Iside. Fiutare, de Iside et Osir. , pag» 354* S Quod 
Sai est Minervae , quam eamdem cum Iside arhitrantuf , 
fanum^ hanc hahet inscriptionem» Ego sum omne quod ex* 
tititf est, et erùf meumque peplum nemo adhuc mortaUum 
àetexit. 

(3) Casalìus de Yeternm Aegypt. Ritib., pag. 67. 

(4) Pignor. Mensa Isiac. 



8 

€he ornamento al loro collo. Un monile può 
osserrarsi in quella testa che è riportata dal 
citato Pocoke ; e nelle molte statue special- 
mente di Arpocrate , che hanno ricchi e dopp) 
monili pendenti sul petto ( i ). Nella figura d' Iside 
medesima possiamo noi vedere ricchissimi or- 
namenti intomo al collo , se osserveremo Y Isii- 
de alata spiegata dal Winckelmann ne' suoi 
monumenti inediti (a). 

Può sembrare a prima vista questo monile 
composto forse di lavori in oro e di gemme in 
forma di coccole o bacche , onde potrebbe chia- 
marsi il monile baccato , del quale si trova 
fatta menzione negli antichi scrittori. Enea fug«- 
gendo dalle fiamme di Troja seco recò un mo- 
nile baccato, insieme con una doppia corona 
frammischiata di gemme e d' oro (3). I versi 
di Virgilio ci rammentano un doppio ornamento 
muliebre , il monilp e la corona : noi chiame- 
remo corona quel giro di gemme , che passando 
sopra il capo maestosamente discende accanto 
al velo della nostra Dea. Corone a questa per- 
fettamente simili si veggono nel bassorilievo 
dell' Arcigallo Capitolino (4) , e peli' altro Yal- 
licelliano di un BeUonario riportato dal Gori (5). 



(i) Pocoke loc. cit., pi. LXIV. F., pag. ai 4, LXV , 
pag. 2i5. 

(3) Winckelm.^ Mon. ant. ined., tom. I^ nam. 35. 
(5) Virg. Aeneid., lib. I , v. 658. 

(4) Poggiai y MateoCapit.; tom. lY, tav. XYI, p. 67. 

(5) Gorius ad InscriptioQes DonianaS; tab. YIII; n. I 
et II; pag. LX. 



9 
Da molti antichi autori però si rarnmèniaiio rio* 

che corone o monili sovrapposti al capo delle 
divinità o votivamente , o per ornato. Pausania 
bene spesso ricorda le teste de' TSumi cinte di 
corone e di gemme. Narra egli che una statua 
di Nemesi era ornata di una corona lavorata 
con cervi e piccole figure (i). Egli atesso 
descrive una statua di Giunone d' oro e di 
avorio opera di Policleto , cui era imposta sul 
capo una corona, nella quale vedevansi artifi* 
ciosamente lavorate le Grazie (a). Galba ofifrl 
a Venere Capitolina un ricco monile , che aveva 
da prima destinato alla sua Fortuna Tuacu- 
lana (5). Bene spesso troviamo nelle gemme (4) 
ed in altri antichi monumenti -figure che im- 
pongono serti, bende, corone, a qualche ini- 
magine di deità. Onde ragionevolmente la nostra 
figura è fregiata di quegli ornamenti che si 
convengono ad una divinità che stava esposta 
alla pubblica venerazione. Tutto questo potrebbe 
dirsi quando per noi si credesse essere quello 
un monile di quelli che si diceano baccati. 
Ma a noi piace di crederlo altra cosa , vale 



(i) Pansatti^ lib. I; cap. XXXII ^ pa§« 8i. 
(a) Idem, Hb* II, cap. 148. 

(3) Syeion. in Galba, cap» XVUl. 5, Monile marga^ 
riiis gemmisque consertum ad ornOndum Forii^iam suam 
Tiisculanam ex ornai gaza secfeverat , id repente quasi 
augusUore d/gnius loco Capitolinae J^tneti dedkà^u 

(4) Manette, Traile des pierres grav., tom. Il, p. L. 



10 

a dire un^ infuku II che ed è per se chiaro » 
e fu destramente avvertito dal sig. cav. Canova ,, 
il quale considerò dover essere quelle coccole 
£iitte del velo stesso della Dea; come appunto 
avveniva nelle infule o ^itte sagre; cosa che 
dair espositore del Museo Pio-Clementino ( i ) 
fu per la prima volta notata negli antichi mo* 
numenti , e a cui V idea chiara che se n' ha al 
presente dobbiamo. Queste , come egli dimo- 
stra, non erano che molti fili di lana o d'al- 
tro legati e stretti con simmetria da fili di va- 
rio colore , e si veggono ne* sagrificj essere 
state adoperate. Quelle però di quesio monu- 
mento riconoscendosi non che per lavoro di 
diversi fili , ma per un velo sottilissimo , del 
corpo del quale per lo aggruppamento che 
in esso si fa tratto tratto si sollevano quelle 
come coccole , viene per esse al . monumento 
renduta quell'aria di leggerezza che senza ciò 
non avrebbe. Potrebbero in fine aggiungersi 
altre riflessioni sopra il leggerissimo abito che 
a sottili pieghe strìnge poco sotto il collo la 
nostra Dea: ma siccome delle varie vesti d'I- 
side dovremo minutamente parlare in proposito 
di una figura Isiaca , qui non soggiungiamo al- 
tro , e saremo paghi di aver donato agli eru- 
diti un simulacro della Dea di Menfi colossale^ 
non ancora per quel che era riconosciuto , e 
pregevolissimo per la qualità del lavoro che 
è di greco scalpello. 

(0 Visconti; Museo Pio-Clem.; t. IV, lav. I-*V1IL 



II 
TAVOLA IL 

V 

Pompa Isiaca \ 

Questo insigne bassorilievo era già reso pub« 
Uico colle stampe fra' più ammirabili monumenti 
di Roma (i)» e dopo avere occupato moki 
dotti illustratori delle antichità (2), fu pub^ 
blicato fra i monumenti Mattejani, ove il eh. 
Amaduzzi vi aggiunse le sue osservazioni (3). 

Prima però di venire alla esplicazione d* essskf^ 
gioverà premettere qualche parola circa lo stile 
di questo lavoro » sopra di che è qualche dis^ 
parere e fra gli eruditi , e fra gli artisti. Piacque 
ad alcuni riputarlo di maniera etrusca : un 
certo che di rigido, che è nelle mosse deUe 
figure e nelle pieghe de* panneggiamenti, fece 
ad essi concepire simile idea* Ma dopo che 



* Il bassorilievo è lungo palmi sei, alto palmi due e 
oncie quattro } il marmo è nostrale o di Carrara ; già 
esisteva nel cortile del palazzo Mattei» I rista uri pocbis-* 
simi non hanno che compito qualche piccola cosa che 
già yedevasi indicata da antico avanzo, e che forse esi- 
steva quando fu per la prima volta disegnato da Santo 
Bartoll. Questo è uno de' primi monumenti che il nostro 
providiasimo principe collocò al Yaticano , assicurandone 
a Roma V insidiato possedimento* 

(i) Admiranda, Rom. Àntiq., tab. XVI. 

(a) Montfancon , Antiq. Explic. , tom. II , pars II p 
lab. CWìj £g. I, pag. a86. 

(3) Monum* Matthejan., tom. III , t«b.XXYI| fig. fx, 

pag- 49- 



la 

r immortale Winckelmann e V accuratissimo 
sìg. ab. Lanzi neglr aurei loro scritti i veri 
confini distinsero dei diversi antichi stili , non 
possiamo riferire questa scultura a veruna delle 
maniere toscane; ma dobbiamo assegnarla alla 
terza maniera egizia , a quella cioè d' imitazione; 
della qual maniera quel piii de' monumenti 
che ne esbte» si dee riferire ai tempi di Adriano. 
Quella rigidezza perciò , che si nota nelle figure 
del presente monumento da altro non proviene, 
che dal pensiero di accomodar l' opera per 
quanto pòtevasi all' atteggiamento delle figure 
egiziane, ai modi delle quali si riferiva la 
rappresentanza, tn tal maniera però e sì de« 
stramente vi si adattò l' artefice , che nìoti tolsQ 
alla sua scultura né la convenetolézza , tìè là 
grazia delle forme, anzi ritenendo il carattere, 
e , dirò , la solidità di quello stile , la rese 
piacevole per una certa finitezza , per una certa 
decisione che produce un bello semplice e fa 
signoreggiare una singolare tranquillità. 

Senza diffondersi a parlare in genere delle 
pompe sacre che presso gli antichi popoli ^ 
e specialmente presso gli Egiziaui furono in 
uso (i) ; senza ripeter quello che circa le 
pompe e i riti Isiaci fu espostò da tanti scrit- 
tori, noi diremo che in questo bassorilievo 



(i) Ipsi certe AegjrptH ettkérunt prindpes conventuum 
sacrorum , et pomparum j et ahiuctionum , et ab eis 
Graeci dìdìcerunt, Herod., lib. II , 58; pag. iii» 



tS 
è rappreseatau uoa pompa o processione di 
quelle che si eseguivano iif onore d' Iside , spie- 
gando di ciascuna figura i simboli e gli arnesi. 
£ siccome questa sacra ceremonia è i ncanuninata 
^a sinistra a destra de' riguardauti ^» la prima 
a considerarsi sarà la figura muliebre che pre« 
cede tutte le altre* 

% questa figura una sacerdotessa o a meglio 
dire una iniziata d' Iside che porta i simboli 
della sua Dea« Lunghi ed inanellati capelli ch§ 
coltivati appajùno con estrema cura le scen^ 
dono dal capo , quali soglionsi vedere nelle 
immagini d'Iside stessa. Apulejo (i) descrivendo 
la poii^pa, colla quale Iside gli comparve, dif*e 
eh' era preceduta dagV iniziati della Dea uomini 
e femmine di ogni età e d'ogni grado, quelle 
coperte di candido velo, il crine bagnato di 
unguenti, questi col capo raso, come appunto 
vedremo nella figura virile. Anche Clemente 
Alessandrino (2) ci descrive lungamente una 
sacra pompa egiziana, e dà lume alle nostre 
osservazioni. Ha questa sacerdotessa il. capo 
adorno del fior di loto , fiore del quale si veg- 
gono ornate tutte^ le egìzie divinità non che i 



(i) Tunc influuni iurhae sacris divmù in^ia(ae vin\ Job» 
nunaeque omnis dlgnùatis , omw ^(^t^ p Unteae vestii 
candore puro lunfinQsij^ illae lh(npidQ iegminfi ^rines wc^ 
èidos olvoluiae^ hi capilium .derasi fùnditus, vertice, prae^ 
nitenies. Apul. Metam.; lih, Xl, pag. a^S, i^. 

<a) StJTom. YI, 4- 



«4 

loro ministri. Questa porta neDa* destra la sec* 
chia, oosla comune itegli Isiaci riti. La secchia 
detta da' Greci xd?.^fi o xoyUnc 9 da' Latini si* 
tuia o sitella , denota secondo Servio V ab^ 
Inondar delle acque in tutti i suoi serbato) (i); 
seppure non piace riferirla a quel vaso d' ac- 
qua che al dir di Plutarco era portato con 
venerazione nelle sacre pompe di Osiride (a). 
Diodoro Siculo ancora ci ricorda che nelle 
pompe Isiache si portavano de' vaselli di grano 
e d'orzo in memoria di questi utili ritrovamenti 
della Dea (3> 



(f) Isis auiem est genius Aegypti, qui per sistri matum^ 
quod gerit in dextra, NfU accessus, recessusque significai, 
per siteilanif quam sinistra manu retinet , ostendit adflaen" 
Siam omnium lacunarum. Serv. ad Virgil. Aeneid. , 1. Vili, 
V. 6g^* 

(3) Veggasi Plutarch. de Iside et Osir. Non sembri 
confusione il frammischiare le cose di Osiride con quelle 
d'Iside 9 che era ad esso e madre, e sorella^ e moglie^ 
giacche il culto di uno era totalmente unito con quello 
deir altra. Frai monumenti figurati basterà citare la ce- 
lebre Tavola Bembina^ comune a questi due Numi , mol- 
tissime sono le iscrÌKÌoni e le are ad ambedue sacre. 
Apulejo dopo essere stato iniziato a' misteri d'Iside , si 
ascrisse a quelli di Osiride, e in tal guisa si esprime. 
Deae qmdem me tantum sacris imbutum, oc magni Dei, 
Deumque sommi parentis invidi Osiris necdum sacris illu" 
stratum , quamquam enim connexa j immo unita ratio 
numinis f religionisque esset . . • ApuL, Met. XI, pagi- 
na ti5Q, i5. 

(3) Diod. Sic. B. I. p. m. i3. jipud nonnullas quoque 
urhes^ cum isea (festum Jsidis ) celebrantur^ in pompa 



iS 

Al sinistro braccio di questa figura è avvolto 
un serpe, simbolo della salute » e perciò d'I* 
side (i), come attestano tante iscrizioni votive 
dedicate alla Dea (2). Tibullo a lei cbiede la 
guarigione assicurato dalle tante tavole votive 
dipinte eh* erano appese a* suoi tempj, che essa 
poteva donargliela (3). Tiene questo serpente 
il capo alzato, il qual atto per di felice au- 
gurio si aveva e notavasi dal popolo (4)* L'a- 



tritici et hordei vascula arcumfsrri, ad prinutuSf Deae 
industria, repertorum memoriam» 

(i) Non dispiacerà ai nostri lettori se riporteremo qui^ 
benché contraria al sentimento di Servio citato alla ta- 
vola antecedente , una nuova etimologia del nome d' !• 
side. Biagio Gariofilo (V. Oliva Marm. Isiac. , pag. 36 )| 
è di ' sentimento che la parola Isis derivi dalla parola 
Asa y che in lingua araha affine all' egixia significa cu- 
rare* Iside apparendo ne' sogni apportava i medicamenti 
agi' infermi. Diodoro asserisce al lib. I, cap. 2i5, p. 39. 
Isin multa sanitati hominum pharmaca invertisse^ Aegxptii 
tradunt, ùtpote , quae scientiae medicae fuerit peritissima f 
adeoque solerter multa excogitasse. Quam oh causam 
nunc quoque ad immortalitatem elata ^ sanatione hominwn 
maxime gaudeai, et in somnUs, si quis opem expetierit, 
manifestam numinis praesèntiam, promptamque indigenti* 
hus òenèmerendi facultatem exhibeat* 

.(3) Yed. Gruter , p. LXXXII, 3, 63 Reines., class. I, 
nunu CXXXIl; Fabret.; Inscript.; psg« 4?^ ; num. 111, 
Ita, ii3. 

(3) Ti une Dea, nunc succurre mihi, nam posse mederi, 
Pietà docet tempUs multa taheUa tuis. 

Tibul.^ lib. I; Eleg. Ili, pag. io5. 

(4) Et movisse caput vita est €urgentea serpens» 
Javenal; lib. 11^ Sat. 6, v. 55?. 



i6 

bito tion è per V «fiptuito quii da Erodoto si 
dice essere quello deUe donne egiziane (i), 
poiehè dice che le femn^ine avevano una sola 
veste 9 le nostre n' hanno una doppia. Se però 
l' uao generale . era questo , npn è tuttavia a 
noi noto, se nelle pompe sacre ne assumessero 
una seconda* Erodoto parla di antiche costu- 
manze 9 ed il nostro marmo si riferisce forse 
ai tempi di Adriano. Forse la cereioonia rap- 
presentata è eseguita da personaggi romani, i 
quali si adattavano all' uso egizio in quello sol- 
tanto che era di rito preciso. Svetonio narra 
che Ottone pubblicamente osservasse la relìgion 
d' Iside , vestendosi di ve#te di lino candido 
propria di quel rito (2). Gommodo ancora si * 
rase il capo e portò ¥ immagine di Auubi , col 
cui ceffo per cote va stranamente gì' Isiaci che 
gli erano d' intorno , come racconta Lampri- 
dio (5). 

La seconda figura della pompa è virile , e 
rappresenta un sacerdote. Egli ha .il capo raso , 
quale è descritto da Apulejo , e come ricorda 
Erodoto , che era in uso presso di quelli , dei 
quali dice che radevano tutto il corpo per 



(1) Mgjrpiu hinas vesies habent ^ foeminae singulas. 
Herodot., lib. 11^ 36, pag. 103. 

(a) Sveton. ia Ochene, cap. XII, 5, pag. 597. Sacra 
etiam Jsidis saepe in ìùitea religiosaque veste propalam 
celebrasse. 

(5) Sacra hidis coluii , ut et caput raderei , et Anubin 
portaret . . . ^mm Anubin portaret, capita Isiaoonan 



*7 

entrare più pori ne* tempj (>)• La «uà tesu è 
cìnta d' un cordone o nastro » al quale rimati* 
gono attaccate due ale o penne: tali penne 
dagli eruditi sono credute di sparviero , e per«* 
ciò riferibili ad Osiride (a) cui promiscuamente 
coD Iside si rendevano gli onori. Diodoro nella 
sua Biblioteca ci avverte , che gli scrittori dei 
misteri egiziani portavano intomo al capo un 
cordone rosso e le penne di sparviero ^ in rì«» 
membranza che questi uccelli avevano portato 
un libro di culto misterioso legato da fila 
rosso (3). 11 già 'citato Clemente Alessandrino* 
la precedere la pompa ad un cantore , descri^^ 
vendo poi lo scrittore de' misterj colle piume 
sopra il capo (4)- U nostro sacerdote solleva 



graviter obtundehat ore simulacri. Lamprid. V. Hist. Aug. 
Scriptor. Commod., cap. IX; tom. I, pag. 497* 

()) Sacerdotes tertio quoque die ioium corpus eradunt , 
ne qìds pediculus Deo colentibuSf aut aliud quid sordidum 
adsti. Herod., lib. Il, 5^, pag. io2. 

(a) Lo sparviero per la velocità del suo volo era 
simbolo del sole, perci^^ d' Osiride : altre molte ragioni 
possono vedersi nel. Pignorio, Mensa Isiaca , pag. 6% 
e ^1À• 

(3) Nonnulla iraduntj vetustis temporibus librum fih 
punico circumligaium p in quo Deorum culius p et honores 
scroti, ab accipitre sacerdotibus Thehas allatum esse, 
Quam ob causam NotarU Sacri nunc quoque licium pur» 
pureum, et acclpùris pennam i^ capite gestanu Diodor. 
Sic. , lib. I , cap. 88 , p. gS. 

(4) Primus omnium procedit cantor , unum aliquod af- 
foren% ex Sjmbob's musicae * . • Deinceps auiem tepo^ 

Museo Chiaram. YoL I ^ 



i8 

il volto , ed ha liellé mani 4in volume , faceniiUl 
atto di cantare inni. agli Dei , i quali si modu-* 
lavano ad alta voce, secondo la nota (i). £ 
Qìistefioso il suo vestimento , essendo nudo dal 
cinto in su , il rimanente è involto in una ve- 
ste che gli scende perinfino alle piante. Si vuole 
che con questa foggia di vestito esprimessero 
ì sacerdoti egiziani la parte superiore celeste 
e divina , T inferiore terrena e mortale (a). 

La terza figura ci presenta 1' arcano piU 
sacro della pompa. L'acqua racchiusa nelFIdria 
sacra non era il simbolo, ma la stessa divinità 
d' Iside. Secondo Vitruvio , siccome V acqua è 
l' origine di tanti beni , di tanti usi e neces- 
sarj ritrovamenti nel mondo , bene a ragione ^ 
dice egli, era riguardata come una divinità; 
all'apparire perciò di questo vaso, benché co- 
perto , tutti 8 inchinavano rispettosi a terra , 
e colle mani alzate rendevano grazie agli Dei 
di tanta benignità (3). Non possiamo dispen^ 



ypOffifiarev^ , ùi est j striba sacrorum pmnas hahens in 
capite, et iiòrum in maniòus. Qem. Alex., Strom. YI^ 

4, 9V pag. 757- 

(i) Dallo stesso Apalejo abbiamo che la pompa era 
accompagnata dal coro « Eas amoenus lectissimae juven- 
tutis, veste nivea, et catàclista praenitens sequebatur cho* 
rtis, Carmen vetustum iierantes: quod Camoenarum favore 
solers poeta modulatus edixerat. « Àpul., l.XI, p. ^45, i. 

(1) Vedi Beilor., Admìr. Rom. Antiq. ad ub. XVI. 

(5) Aqua vero non solum potus, sed infinitas usui praa^ 
hendo necessiiates gratas praestat luHiMes* Ex eo etiam 



>9 

dà?oi dal riportare la descrizione di Àpulejo 

circa questo mistico vaso ^ mentre sembra che 

nello scrìvere avesse dinanzi agli occhi il no* 

atro marmo medesimo. V* era chi porttwa fràUé 

Sue braccia at^enturate la veneranda immagine 

del sommo Nume; questa non sotto le forme 

tratte dall' armento j da n)olatili , dalle fiere , 

e neppure effigiata sotto la forma delT uomo 

stesso ; era un immagine degna di ^venerazione 

per la novità medesima e per V ingegnoso ri- 

troi^amento » argomento d ineff abile religione da 

coprirsi col piii alto silenzio. Era un umetta 

con sommo artifizio scattata , lucente d oro > 

rotondata nel fondo , ed effigiata al di fuori 

con mirabili simulacri egizii. La sua sommità 

non sorgeva che poco , e dopo alzata informa 

rotonda, sporgeva infuori una lunga booca^ 

glia. DaW cdtra parte largamente scostandosi, 

eravi affisso il manico, sopra il quale con tor^ 

tuo so intreccio sedeasi un serpe levando in tUtà. 

lo squamoso collo (i). Ecco la descrizione del 



t/ui Sacerdotià geruht morStus jiegrptiorum , ostendunt 
omnes res e Uquoris potestate. Jtaque cum hy-iriam /e- 
gunr quae ad templam aedemque casta religione referiurf 
tunc in terra procumbentes ^ manibus ad caelum sublatis , 
interuionibus gratias agunt Divinae benignità tu. "Vitr. , 
lìb. Vili, Proem. in fin.^ pag. i5i. 

(i) Gerebat alius felici suo gremio summi sui numinis 
venerandam ejfj/tgiem p non pecoris , non avis ^ non ferae , 
oc ne hominis quidem ipsius consimilem : sed solerti re* 
pertu, eiiam ipsa novitate reverendum, altiori$ utcumque, 



■» 

\ 

i 



30 X 

vaso che coperto sostiene il nostro sacerdote: 
Aòn altro potremo aggiungere alla esatta de- 
scrizione del filosofo Medaurense , se non se che 
il vaso è adorno del fior di loto , il quale, so 
orna il capo della Dea, può non men bene 
adornarne là simbolica rappresentanza. Questa 
figura dee ragionevolmente, secondo Qentente 
Alessandrino, dirsi il profeta, mentre . afferma 
che dopo tutti appariva il profeta portando 
nel seno un Idria (i). 

Sono però da notarsi diverse cose ne* ve- 
stimenti di questo sacerdote , e trascurando il 
capo raso, di che fu ragionato bastantemente 
di sopra; osserveremo quel velo, che del capo 
scendendo sugli omeri, largamente M distende 
sulle 1m accia , e col quale -copre V immagine 
d Uà sua divinità. Tale uso di velare le cose 
misteriose , che genera rispetto , era seguito 
dai sommi sacerdoti degli Ebrei , nel ricoprir 
che facevano il Razionale; quel popolo orava 



et magno silentlo tegendae relrgionis argumentwn me/fa" 
bile : sed et ad istum piane modum , fulgente i^uro jigU" 
rata urnula faberrime cavata, fundo quam rotundq, miris 
extnnsecus simulacris Aegjrptìorum effigiata , ejus. orifi" 
cium non altiuscule elevatum in canalem porrectum longo 
rwulo prominebat: ex alia vero parte multufn readans 
spatiosa dUatatione adhaerebai ansa^ quam retorto ma» 
dulo supersedebat unguis ^ squammatae cervids striata tu^ 
more sublimls. ApuL, lib. XI, pag> a46, 17. 

(i) Post omnes exit Propheta qui propatulam in sinu 
gestat njrdriam. Clem. AUx., Strom. VI, 4, 9, p. 758. 



II 
col capo e cogli omeri coperti. Il dottissimo 
Buonarroti (i^ chiama questi veli, o stole y 
o palle, e le crede simili a quelle delle ma** 
trone romane , colle quali alle volte. ai copri« 
vano il capo; come in Grecia specialmente 
usavano di fare le spose novelle (a). 

Non lascierem di notare che questa prin« 
cipal figura ha i calzari particolari contesti di 
foglie. Erodoto (3) dice che agli egiz) sacer* 
doti non erano permessi che i calcari papiracei 3 
il nostro marmò ce"* ne spiega la forma. 

L* ultima figura muliebre con lunghi e sparsi 
capelli tiene colla destra il sistro , colla sini*^ 
stra la capeduacula. 11 sistro istromento di mu- 
sica sacra era anche , secondo Servio, un sim*- 
bolo per la qualità del suo moto del crescere 
e decrescere del Nilo (4)- Molte e varie alle* 
gorie sopra ciò si possono vedere nel Bacchino 
che lo illustrò iu una particolare dissertazione (5)* 
Nel Museo Borgiano .esistono varj piccoli sistri, 
fra* quali uno ve n* ha d* avorio minor che tutti 
^i altri, i quali pur tutti avendo uu anello 
nella sommkà y sembra A recassero indosso. La 



(i) Buonarroti, Osser. sui vetri Cimit. di Roma, 

pag. 78- 
(a) Winckelmann^ Mon* ant* ined., tom. II , p. iSa. 

(3) lidem ( Sacerdotes ) vesiem uuitummodo Unteam , 
ealceos òibiinos gestante nec aliam vestem nec alios col' 
ceos sumere eis fas est. Herod., lib. II, 37, p. ioa. 

(4) Vedi pag. i4y nota (i). 

(5) Bacchiniis de Sjstris in Gronov., tom. YI; p. 407. 



• « 



capèdine^ ossia la capeduncula era uno stru*^ 
mento da sacrifizio , eoms attesta Arunzio ( i ). 
Essa occorre tra gli filtri ya$i pontificali e nelle 
medaglie 9 e nei marmi. Questa era aJAe yolte 
di creta o d'altro, alle volte con manico di 
legno, essendo cosi detu a capiendo. Una di 
queste capeduncule d'argento ben piccola fu 
già a' nostri tempi dissotterrata dalle paludi Pon« 
line 9 ed ora si conserva ne' Musei della biblio* 
^eca Vaticana. 

Una osservazione generale potrà aggiungersi, 
che tutte riguarda le figure di questa sacra 
pompa, ed è tratta dalla descrizione che Apu* 
lejo ne fa , e che da noi si riportò alla n. ( i ) 
p. i8* Questi asserisce^ che tutte le persone 
che facevano parte di questa pompa, avevano 
una veste che dicevasi cataclista, cioè chiusa 
d' ogn' intorno , della quale lungamente ragiona 
il Beroaldo nelle sue annotazioni al medesi-- 
mo (a). Ma egli crede che fosse una veste 
tronca e senza maniche, pensando che dal 
TearaxXaff si possa .trarre quel nomie ;. che se 
ciò fosse , dovrebbe essere quella veste detta 
cataclasta , come ben s' intende j onde resta 
fermo che il nome di quella veste è origi* 
nato dal xataocXeurS^ou j concludere, o perchè 



M» 



(i) PuUch., Gram. Lat. in Priscian., lib. VI, p. 708. 

(a) ApuL, Opera omnia cam comment. Beroaldi , Siev- 
vechii, Gasauboni; et alior. curante Jano Grutero Lugd« 
1614, in 8**, pag. 102^. 



2$ 

fosse cliiusa d* ogn* intorno ^ o perchè si tenesse 
riposta e chiusa , come cosa preziosa , e che 
di rado si dovesse usare. Vero è che le vesti 
di quelli che sono qui scolpiti sono tutte 
sensa maniche, onde fanno credere, che quel 
vocabolo non significasse altro che veste guar- 
data chiusa , quale era la veste che Tibullo ( e ) 
dice seposita , che appunto è lo stesso che ca^ 
iaclistn. 

Termineremo con una riflessione , che se 
non sembrerà ai nostri lettori verisimile , il- 
lustrerà sempre i riti egiziani sopra i quali 
ci' siamo infino ad ora trattenuti. Queste sacre 
pompe significavano le più volte cose di lutto ^ 
èome quelle istituite per la morte d' Iside e 
d* Osiride. Erodoto nel descrivere i riti fune- 
bri egiziani , scrive che le donne tutte delln 
famiglia del defunto colle vicine loro si ag- 
giravano per la città percotendosi colle mani, 
ed avendo i capelli scompigliati e le manunelle 
ignude : tale veggiamo essere quest' ultima fi- 
gura Isiaca (a). E sé il presente bassorilievo 
è stato segato da qualche sarcofago, e se ador- 



(i) Sed niiidus^ pulcherque ventf nunc ùidue vestem 
SeposUantf longas nunc bene pecte comas» 
Tibal., lib. li, Eleg. T; v. 8, pag. lào^. 

(9} Ibi omnes foeminoé HUus familiae ^ caput slhi^ aut 
eiiam vukus obUnunt Itao, deinde reUcto inter domesiicos 
cadavere, ipsae per urhem vagantes verberantur succine^ 
tae , et osteadentes mammas* Hexedot* ^ lib. Up 83 , 
pag. ii8« 



nava qualcke antico sepolcro, non è fìior 
proposito il credere che sì fosse alla morte 
di alcuna illustre persona voluto richiamare la 
memoria della morte di quegli Dei , onorata 
in tali processioni. 

TAVOLA ni. 

Donna Isiaca ^. #< 

Iside quella Dea simbolica , cui gli Egiziani 
attribuirono il regolamento dell' universo, poscia 
venerata da' Greci fu creduta Io amata da 
Giove , e con Testa , con Giunone e con Mi- 
nerva si confuse. Ebbe questa Dea in Grecia 
sontuosi tempj, e fra gli altri in Corinto uno 
#e ne rammenta assai grandioso. Se poi dall'E* 
gitto o dalla Grecia il culto in Roma ne per- 
venisse è incerto, ma sicuramente vi giunse 
dopo che i Greci avevano fatto lunga dimora 
in Egitto. 



** £ alta palmi sette circa ^ ed è scolpita in marmo 
greco duro. Ha di moderno r istauro la parte inferiore 
del braccio destro ; quakhe porzione del sinistro e parte 
della sitala ; come anche il fior di loto , del quale si 
scorgeva vestigio. Avendo il panneggiamento sofferto per 
la delicatezza colla quale era eseguito^ è convenuto ri- 
toccarlo in parte nella sua superficie. La perizia del ri- 
stauratore signor Carlo Albaccini, ha saputo eseguire 
questo ritocco senza alterare le parti restate illese r dal 
tempo. 



35 

Il Baeclùjlo (i), l'Oliva (2) ed altri eruditi 
procararono fissar l' epoca delF introduzione di 
questo culto in Roma. Il primo crede che al-- 
lorquando i Romani strinsero amistà con To- 
lomeo Filopatore, che fidò alla tutela de* Ro<^ 
mani il proprio figliuolo , allora in Róma si 
introducesse tal culto , cioè circa V anno di 
Roma 554* U secondo poi, vale a dire rvOlivai 
assai avvedutamente nota, come da tempo pifì 
antico doveva essere stata introdotta presso i 
Romani quiesta superstizione , giacché negli an- 
tichissimi versi di Ennio, che vìsse dall' an- 
so 5 1 5 al 585 di Roma , se né ha memoria (3). 
Arnohio e Tertulliano quasi concordemente lo 
assegnano alla fine del settimo secolo di Ro- 
ma (4)- C!on pace però di sì rispettabili scrittori, 
aderendo alla sentenza de' primi, possiamo ag* 
giungere, come Valerio Massimo (5) narra, che 



(1) Bacchin. de Systris^ in Graev.; tom. YI, p. ili» 
(a) Oliva I exercitaiiones in marmor Isiacum Romae 
nuper effossum. Romae 17 19 in 9, Jif;, 

(3) Ennii Frag. in Petri Scriverli CoUecUnea Vetemm. 
Tragic, pag. 35. 

Non abeo denique Nauci Marsum augurem , 
Non vicanos haruspiceSf non de circo astrologos^ 
Non Isiacos conjecioreSf non imerpreies somnium. 

(4) L' anno di Roma 6g6 essendo consoli CalpurniQ 
Pisone Cesonio ed Aulo Gabinio. 

(5) L'aono di Roma 535 essendo consoli M. Livio Sa« 
linatore e L. Emilio Panilo. L. jiemilius Pauilus con* 
sul, cwn Senatus isidis , et Serapidù fona diruenda cen* 



a6 , 

più di un secolo ìnnansi il senato ordinò la 
demolizione di un tempio d' Iside e di Sera* 
pide , e che Paolo Emilio Console 9 vedendo 
timorosi quelli che dovevano eseguire tal co- 
mando, presa la scure egli fu U primo che 
cominciò ad abbatterne le porte. Convien però 
credere o che ad onta del decreto del senato 
tutti non si distruggessero i tempj di questi 
Niimi , o che de' nuovi se ne costruissero ; men* 
tre i disordini che accompagnarono queste su- 
perstiziose ceremonie , fecero sotto Augusto ( i ) 
dalla città allontanarne per consiglio degli aru- 
spici i tempj ^ ed Agrippa, entrato nelF idea 
dell' imperatóre , li discostò da otto stadj dalle 
mura di Roma. Seguiti dipoi nuovi delitti in 
queste notturne e scerete adunanze, furono esse 
da Tiberio abolite, diroccato fu il tempio, e 
la statua stessa d'Iside gettata nel Tevere. 

Presto però risorse questa superstizione ben- 
ché bandita, e finalmente sotto Adriano di- 
venne trionfante. Yeggonsi ancora sotto il Pa« 
latino' {2) i magnifici avanzi del tempio d' Iside 



suissetf eaque nemo opijkum attingere auderet; posita 
praetexia, securùn arripuit, tempOque ejfisforihus inflixiL 
Val. Max., lib. I, 3, 3, pag. 4>- 

(i) Dio. Cass. , lib. LIY, num. 6, pag. 7)5. Agrippa 

quitm turgescentes adhunc motus in urbe invenisset , om* 

nia sedavit; et sacra jiegrptia , quae se iterum in urbem 

jam insinuahant , repressit ì èdixiUfue , ne quis eae in su* 

turbano intra M. passus perageret. 

(!i) Kegli orti di ^. Francesca Romaxia i ruderi di uà 



^7 
e di Serapide. Agli stessi riti destinò Adriano 

una parte della sua villa Tiburtina. Commoda 

e Caracalla portarono air eccesso queste libere 

superstizioni, fintantoché cessate sotto grimpe*- 

ratori cristiani, di nuovo comparvero più li* 

bere ancora al tempo di Giuliano, che in tante 

sue medaglie mostrò espressi quei riti (i). 

Era necessaria questa digressione storica per 
venire alla dichiarazione della bella statua che 
proponiamo in questa tavola , e che rappresenta 
una donna iniziata ai misteri d* Iside , o una 
sua sacerdotessa (:a), i vestimenti della quale, 
i simboli, e quanto v'è, lei figurano alla guisa 
della Dea medesima. 

Quesu beir opera è scolpita di tal modo, che 
bisogna, pure riferirla ai tempi di Adriano, ma- 
gnifici e famosi per le arti. Non è essa stata 
dal tempo danneggiata che in piccola parte; 
poco vi è di ristauro ; e solo qualche leggera 



doppio tempio generalmente si prendono per avanzi del 
tempio d' Iside e Serapide. 

(i) Vedi Bandur. , Numis. Impp. Rom. a Decio usqiie 
ad Paleo]. ^ tom. II , pag. 4^5 et seqq. 

(a) Non osta a questo quanto si disse nella tav. I che 

gli Egiziani non avevano sacerdotesse ^ poiché Erodoto 
medesimo in altro luogo attesta il contrario ^ lib» !!• 54 « 
pag. 109, ove racconta una istoria di due sacerdotesse 

di Giove Tebeense che furono le prime a dare gli ora* 
coli ; ed i molti marmi antichi e le iscrizioni lo dimo« 

strano, oltre gli antichi scrittori dove .essi parlano dei 

riti egiziani in. Roma^ come fa Apulejo ed altri. 



logoratura che era nel panneggiamento è stata 
tolta via tnaestrevolmiente da mano perita. Rie- 
sce ora questa figura di avvenenti fattezze 9 
e di bello e nobile portamento. La veste intema 
ossìa la tanica è condotta a sottilissime pieghe^ 
che dando conto del nudo, donano alla persona 
e grazia e delicatezza^ questa è con regolarità 
interrotta per la sopravveste e la legatura della 
medesima^ onde è che 1* artificio di quel manto 
che sì largo scende giù dal capo con certi gran- 
diosi avvolgimenti y fa un contrapposto mirabile 
eolia minutezza delle pieghe , perlochè non si 
può che lodare il partito preso , e T esecuzion 
dell'artefice. Il fior di loto, e quel secchietto (i) 
ch^ ella ha antico in gran parte, bastano a ca- 
ratterizzarla per una figura Isiaca. Il vedere poi 
che manca queir annodatura sul petto , che se- 
condo Winkelmann (a) vi è necessaria a di- 
stinguerla per quella Dea, fu cagione che quegli 
che ne intraprese il ristauro giustamente deci- 
desse, che piuttosto fosse una femmina Isiaca che 
la Dea sressa , e per tale la stabilì , ponendole 
nella destra un ramo (3) a guisa di aspergillo , 
quale. si conviene a sacerdotessa. 



(i) Apulejo descrivendo Iside dice : laevae vero de* 
scendebat cymbium awreum. Metam. XI , pag. a4o , 3a. 

(2) WiDCkehnann y Storia delle arti , tom. I, pag. 75, 
Monum. ant. ined. , Trat. Prel . XXI. 

(5) Neir insigne tavola Bembina è figurata an' Isido 
con un ramo nella mano alla tav. Il, Lif. I, e aljapa- 



39 

Già sopra osservammo che le antiche figure 

di vero egizio stile, tutte disegnate a un modo, 

rendono poco men che indistinto il sesso , e fan 

confondere similmente un Dio con un sacerdote, 

dando senza differenza all' uno i simboli propri 

deir altro. I greci ed i romani scultori se im* 

mediatamente mutarono Y antico stile con deci* 

dere francamente a qual sesso si appartenessero, 

non lasciarono di far rimanere indistinte le deità, 

specialmente femminili, dalle loro ministre.* IVel 

gran bossorilievo della villa Mattei (i), ora esir 

stente al Museo Pio-Clementino , la figura di 

Galaiea è rappresentata in modo che sembra 

Iside stessa. Il solo nome a grandi lettere in*? 

ciso e r azione sua la distinguono dal l^ume i 

cosi pure la nostra statua che tanto negli ab^ 

bigliamenti a quella s* assomiglia , dovrà credersi 

esprimente una sacerdotessa. 

Potremmo ora osservare che quanto v'ha di 
simbolico, e di osservanza di vestito nella no* 
atra statua, tutto è comune colla figura d* Iside. 
Proprio d'Iside è il fior di loto, come altresì 



gina a8 dal Pignorio è creduto un ramoscello di assen- 
zio marino di Tiposiri de d' Egitto che sol evasi portare 
da' sacerdoti Isiaci al dir di Plinio. Bujus ramum Isiaci 
praeferre solemne habeni. Dioscoride afferma che ^sso 
si portava in luogo delF olivo. Plin. ; HisL nal. Har- 
duini, lib. XXVII, cap. y II> § XXIX , tomi IV , p.Sij; 
nom. 3. 
(i) Monnm. Matth., tom. UI, tab. XX(Y. 



5o 

ì capafii calams8trati(i), che divisi sulla fronte 
cadono bizzarramente inanellati sul collo e sul 
petto, mostrando F estrema cura del coltivarli j 
proprio' pur d'Iside il secchie ito che regge nella 
sinistra^ come fu già diffusamente notato. Delle 
laidi proprie sodo le tre vesti, come fu osser- 
vato da Winkelmann (^), e che in questa si 
veggono espressamente distinte. Sottilissima la 
prima che dal collo distendendosi infino alle 
piante, fa che appena si mostrino coperte d'un 
delicato calzare. Le maniche della veste sono 
corte , ed allacciate con piccoli bottoni , quali 
vediamo in tante figure greche e latine. A 
questa tunica è unita la sopravveste, che stretta 
sotto il petto non aggiunge al ginocchio. Tutte 
e due queste vesti lavorate con minutezza dan* 
no, come si disse ^ un chiaroscuro alla figura , 
mentre il manto superiore in grandi e ricche 
pieghe compartito dà nobiltà al panneggiamento. 
II manto sembra di forma quadrata, ed è or- 
lato di frange da tutti i lati (3), e cosi mag- 



(i) Calamistratì y cioè arricciati col ferro detto calami- 
stro. Dal riscaldare questi aghi per arricciar capelli con 
cenere calda , vi fu un genere di servi addetti alla ac- 
conciatura muliebre detti Cinerariì, secondo Yarrone. 
Calamistri^ quod eis calefactis in cinere capUlus omatiir. 
Qui ea ministrahat a cinere Cmerarius est appeUatus. 
Varrò, de Lingua Latina, lib. IV, pag. 3a, i5. 

fa) Winckelroann , Storia delle arti , tpm. I , pag. 72. 

(3) Le frange secondo Winkelmann, 1. e, pag. 7?, 
erano un ornamento straniero e regale > perciò sene veg- 



-1 



Si 
giormente si distacca dalle Testi. Uùa parte del 
manto è bizzarramente tirata su per velare il 
capo 9 in modo però che il lembo di quello 
y' è ributtato indietro , perchè le frange non 
discendano sul volto, cosa che non avrebbe 
dato un beli* effetto ai capelli che cosi escono 
da quella massa del manto, e non son confusi 
co' fili delle frange, le quali oltreciò avrebbero 
fatto nojtf a chi le recava. Le frange in tal guisa 
rivolte indietro interrompono il manto mede* 
simo al disotto delle spalle , e vengono a pro« 
durre una maggior ricchezza e varietà nel par* 
tito delle pieghe di questa elegante figura.' 

Fu dato per noi il nome di stola a questo 
manto nelle osservazioni alla tavola antecedente; 
ora paragonando la nostra figura, col già itìdi* 
cato bassorilievo di Galatea , vorremmo che in 
quella il nostro lettore osservasse i medesimi 
vestimenti^ e la conferma di una opinione del 
eh. Buonarroti La veste e la sopravveste com« 
bina perfettamente con quelle della nostra figura. 
Sottile è la prima qual dessi rappresentare una 
veste di lino accomodata ad un clima caldo » 
come quello dell' Egitto (i ). La seconda ha 



gono ornate tante statue esistenti in Roma dei re pri- 
gionieri. Anche Apnlejo descrive con frangia il manto 
d* Iside j dejecta parte laciniae' multipUci coraabtiìaUone 
dependula ad uli/mas oras noduUs fìmbrù^rum decenier 
confluitabai. Metani. XI , pag. ^^o ^ 19. 

(I) Erodoto narra. che in Egitto costxunavano ve^ti 



Sa 

r istessa misura , ed è uniforme nelle maniche 
ed iu tutto; parrà forse che manchi il manto 
o la stola; ma il manto ornato parimente di 
frange in quella è piegato e posto a traverso ^ 
in guisa che sembra una di quelle stole che 
si adoperano ne' riti cristiani. Il Buonarroti (t) 
propose , che questo sacro arredo derivasse 
dalle antiche stole ripiegate, che non solo erano 
ornamento muliebre, ma ancora costumate presso 
gli antichi , tanto negli usi religiosi che nei ci-* 
vili. Ecco che il paragone di questi due mar- 
mi che abbiamo veduto riferirsi ad un me-' 
desimo soggetto , dà un indubitato schiarimento 
a questa cougettura , mentre quando Y ornato 
di Galatea non fosse la stola ripiegata', man- 
cherebbe a quella il terzo distintivo o veste 
che nelle figure Isiache generalmente vi si os-* 
serva. 

TAVOLA IV. 

Statua m Giove *. 

Lasciando i riti egiziani, discendiamo alla 
mitologia greca e latina, ove ci si apre un 



di lino, FestAus amiciantur lineis y lib. 11^ 81 , p. ii8^ 
TertuUiaDo descrivendo una donna Isìaca, dice: Deae 
Uidis Unteata ; de Testini, anim. cap. II , pag. 66. 

(i) Buonarroti y Osserv. sai vetri ec, pag. 68 e seg. 

* £ alto paliùi dieci e meuo^ il marmo è pentelico. 



55 
largo ' campo fra i monam enti dì questa insigne 
raccolta. Giove il padre de' Numi, il tranquillo 
abitatore dell' Olimpo ^ è il soggetto di questa 
statua riguardevole per la mole e per la gran- 
diosità colla quale è stata eseguita. Si vede 
in questa effigiato in piedi il somino dei Nu«- 
mi y mezz' ignudo con largo pallio , che. discen* 
dendo dall'omero sinistro, avvolto sul destro 
fianco tutta fino a pie ne vela la parte inferiore; 
stringe colla destra pacificamente il fulmine i 
e colla sinistra regge il pallio stesso. La figura 
è svelta , ma non secca , ed ha nna * maestà ' im- 
ponente. Dal tempo le fu tolta ' qualche parte 
di quella pelle , come dicono gli artisti, ossia 
prima superficie , e che è 1' ultimo tocco della 
mano maestra; pure nell' insieme ' conserva un 
certo- bello, una certa pienezza ne^ muscoli ; 
una grandiosità nelle forme , un effetto negl' in* 
cavi delle pieghe armonicamente variate , onde 
deve ascriversene la scultura a tempi non in* 
felici per le arti. 

Un atteggiaménto a questa simile noi lo rav- 
visiamo nel Giove (i) contraddistinto dal ful- 
mine , che vedesi nella grand^ ara triangolare 



detto cipolla. Ha il capo moderno ^ il braccio destro e 
parte della mano sinistra. Era questa statua collocata 
allo scoperto nel giardino pontificio Quirinale, ove aveva 
sofferto non poco , ed in qualche parte è stata maltrat- 
tata dal primo imperito ristauratore. 

(i) Visconti , Monum. G^bini , tay. aggiunta A. 

Museo Chiar* Voi. I 5 



84 

della villa PiDòiana , da Wìnckelmann detta ói 
stile etnisco i ma giùstamenlé ricóDOSGiùta di 
amico greco stile (i). Molte rotte piccole stà'^ 
taette di questo Nume in metallo» che trovansi 
còmuneìnente di stile quasi etrusco, o antichis* 
sim'o latino, state in usò nei lararj degli antichi 
Romani, somigliano al nostro monuménto. Simile 
a questa perfèttamente è una statua di marmo 
del Museo Kirkeriano già pubblicata dal Bo* 
nmnni (à), e poi dal Montfaucon (3). Queste 
asBrervazioni ci fecero pensare che un qualche 
celebre e venerato simulacro di Giove esi* 
stente in Roma vi fosse rappresentato , e speciale 
mente qualcuno che da rito etrusco fosse stato 
in Roma trasferito. 

Ci viene alla mente che gli Etruschi, secondo 
Plinio, avevano una particolare scienza sopra i 
fulmini, che di questi avevano fissato diversi gè* 
neri, fino al numero di undici^ de* quali tre a 
Giove ne atscrivevano. Gli Etruschi possedevano 
la scienza di trarli a volontà loro : Porsenna 
aveva preso qualche saggio in quest' arte. lieg* 
giamo che Numa aveva dagli Etruschi appreso 
tal arte , e che ne aveva veduto felicemente 
succedere gli effetti: come al conUrario Tullio 
Ostilio, mal pratico in questo proposito, aveva 



(i) Ivi; pag. at22. 

(a) Bonanni } Museum Kirk., class. ì, tav. X, i, 5, 
pag. Qi. 

(3) Montfaucon , Anti({. Expl.^ tom. I^ part* l, 
tab. Vili, 5 e tab. IX , k 



55 
tratto un fulnuDe sopra se stesso, e dal q^ale 
restò consunto (i). 

£ certo che Roifaa nell* edificarsi stesso , era 
stata da Romolo a Giove dedicata. Di liu^ come 
tutelar Nume ^ se ne vede bene spesso Y imma- 
gine e nelle monete unciali , ed in quelle in 
argento, oltre le tante memorie che sopra di 
ciò ne dà V istoria. 

Giove Elicio era in Roma particolarmente ve« 
nerato, ed era stato con questo nome dctix) oft 
elidendo^ perchè si sforzava a discendere dai 
cielo, e per Giove intendevasi, come pare, it 
Aioco stesso celaste , onde espiare i fulmini (3). 
Ma se tutto questo ci persuade che la rappre* 
sen tanca di Giove col fulmine possa avere una 
origine ecrusca, pur non ci porta a conoscere 
qual singolare denominazione al nostro Giove 
propriamente si appartenga. 

I nomi di Giove Capitolino, Statore, Con^ 
servatore , e tanti altri che lungo sarebbe il nu**- 

(1) Plin. I Htst. nat. y lib. II , cap* LtlI , tom. I, pa* 
gìna ao6. Tuscorum lìterae novem deos emàtere fulmina 
existimantj eaque esse undecim genertan: Jovem vero 
trina facularì'y ed al cap. LIV , pag. 907 : Extat Anna* 
liurn memoria j sacris quiòusdam , et praecaUonibut cogi 
fulmina , vel impeirari *.. Et ante cum a Numa saepius 
hoc faciitatumy in primo AnnaUum suorum iradit L* Piso^ 
gmvis Auctorx ^uod imùatum parum rite TuUiàm Hot ti' 
lium ictum fulmine. 

(a) Eliciuni eaeh te Jupiter, unde minores 

Nunc quoque te celetrant , EUciumque vocant. 
Ovid., Fast. Ili, v« Sa?. 



36 

merare , si trovano nelle medaglie segnati , mfa la 
immagini colla nostra non combinano , onde giu- 
stamente non possiamo contraddistinguere con al- 
cuno di questi nomi il nostro simulacro^ Solo 
diremo che Giove Capitolino era armato di ful- 
mine' (i)j e che occorrendo che gli fossero of- 
ferti fulmini, a lui d'oro, alle altre deità d' ar- 
gento si facevano (2). 

Riflettendo poi che il dir cose nuove negli 
scritti , se forma il pregio degli autori , non 
sempre produce V utilità dell* opera : noi ali* oc- 
casione non fuggiremo di ripetere qualche os- 
servazione tratta dalle opere di erudito scrittore, 
acciò tutto trovi il lettore quello che alla di- 
lucidazione deir argomento può appartenere. Di* 
remo perciò con Cicerone che Jupiter fu detto 
dai Latini quasi Juvans Pater (V). I greci filosofi 
lo riguardavano come forza motrice e vivifica 
dell' universo (4)< Gli storici lo vollero un antico 

(1) Quid ipse Jupiter? modo imherbis slatuitur, modo 
haihaius locatur , et citm Bammon dicitur, habetcomtta; 
et cum CapiioiinuSf tunc gerii fulmina. Min.FeL Octav., 
pag. 192. 

(a) Decemvirorum monitu decretum est: Jovi primum 
donum Julmen aureum pondo quinquaginta Jieret;Junoni ^ 
Minervaeque ex argento dona darentur. Liv., lib. XXII, 
cap. [. 

(3) Sed ipse Jùppiter ^ id est Ju9ans Pater y quem con^ 
versis casibus appellamus a juvando Jovem^ a poetis pater 
divumque hominumque dicitur. Cic, de Nat. Deor., lib* 
11^ a5 y pag. 187. 

(4) Fornai.; de Nat. Deor., cap. IL, vel Jupiter dt-^ 



57 
re di Creta (i)* I poeti lo immaginarono figlio 
di Saturno padrone del cielo e della terra. 

Gli artisti animati dalle poetiche espressioni 
del divino Omero, è da un certo costume dalla 
religione introdotto, fecero a gara per rappre- 
sentar Giove dignitosamente, ma sempre con 
una certa uniformità d' espressione. Noi qui non 
parleremo de' delineamenti del volto, poiché 
ci sarà più acconcio indicarli nelle dichiarazioni 
de* husti di questo Nume. Soggiungeremo bensì 
eh' égli yien rappresentato simile ad uomo di 
mezza età, di persona svelto e robusto, né 
punto affaticato, come si conviene in una deità, 
e che la maestà è sempre la sua caratteristi- 
ca (a). 

Il largo pallio che la parte inferiore ne vela 
lasciando nuda la superiore , al dire dell' erudi- 
tissimo e profondo Yossio indica che la divi* 
nità di Giove resta scoperta ne' cieli, e velata 
nell' essere della natura nella bassa terra (5). 

cilur anima mundi quod quemadmodum nobis praesit ani- 
mus j sic omnibus ionge lateque imperei natura. Y. ìa 
Opusc. Mjthol., Th. Gal., pag. 14^. 
(i) Diodor., in, 61, tom. I; pag. a5o. 
(a) Con sublime eleganza parla Ovidio della maestà 
di Giove, onde non facciamo che trascriverne i versi 
Bis bene majestas armis defensa Deorum 

Restai f et ex ilio tempore firma manet. 
Assidei Illa Jovi: Joyis est fidissima cuslos 
Et praestat sine vi sceptra tremenda Jovi 

Fastor., lib. V, 4*'>* 
(3) Vossius, de Idolo!., lib. IX, cap, XY»; § 3. 



58 

T A V O L A V. 

B S T O DI Gì OVE*. 

Giove colla regia benda è rappresentato in 
questo busto , benché V alloro ^ Y oHyo e la 
quercia sieno alle volte V ornamento della fronte 
del re de' Nnmi (i). 

Noi qui non faremo pompa d' inopportuna 
erudizione; ma osserveremo soltanto come le 
teste di Giove, benché lavorate da antichi ar- 
tefici e in luogo e tempi diversi , pure avendo 
lo stesso soggetto, fanno chiaramente dislinguere 
quello che rappresentano, ancorché non sieno 
ritratti, ma solo ideali sembianze. 

La fronte tranquilla che addita la serenità 
del cielo, benché sia piii o meno coperta da 
capelli bizzarramente spartiti , in tutte chiara-* 
mente si mostra. 

I suoi capelli che Omero distingue colF ag« 



[*) Questa testa é di grandezza poco maggiore del 
naturale y e di proporzione di palmi diecine scolpita in 
marmo greco, risarcita al naso, e con busto moderno. 

(i) Quando si ponesse accanto al nostro busto la pie* 
cola medaglia in argento, nella quale è rappresentato 
Giove Capitolino, e nel rovescio Vesta, riportata dal 
Morel, Famil. Rom. Num., tab. I, Incerti^ num. If, 
nella quale è scritto lapUer OpUmus Maximum CAPI- 
TOLINf^S j si direbbe che la medaglia è copiata da 
questo marmo. 



giunto di om&roiii (i)) appajonò in varie graa-» 
diose mksse compartiti; ma per akro aempre 
fanno comparare sopra^ U fronte quella divisione 
che forma la caratteristica di Giove» osservala 
giudiziosamente da Wickelmann (a)» non come 
suo distintivo solo, ma pure di quelli che di'* 
scendono da lui Noi avremo occasione di con^ 
fermare questa giusta sua opinion^ nelle osser- 
vazioni agli altri monumenti che si riferiscono 
a tali soggetti. 

T A V O I. A VI 

Giove coronato *. 

Questa piccola testa di Giove , mediocre per 
la scultura , merita pure V attenzione degli 
eruditi. Nm possiamo dire che è il primo mo- 
numento in marmo che ci rechi V immagine di 
Giove coronato di quercia. La quercia per molte 
favolose invenzioni è sacra a Giove. Al dir di 
Callimaco, Rea ali* ombra della quercia partorì 



^ma 



(i) Iliad. I, T. 5!i8. 

Disse, e co* neri cigli fece cenno 
li figOo di Saturno j e scosse i crini 
iy ambrosia netta lesta sua immortale. 

{o) WiDckelmanii; Storia delle Arti^ pag. aSo. 

* Questo busto di Giove coronato è in proportione 
di una sutna di palmi 7 f lavorato in marmo greco ^ 
di stile mediocre* 



' ' 



4o 

Giove ìd Arcadia (i). U antica selva di Dodona 
nella Molosside era sacra a Giove, e dalle quer- 
ce vocali si rendevano gli oracoli, onde Giove 
fu detto Dodoneo (2). Pirro che Molossio s'in* 



(i) Callimaco secondo la traduzione di Salvìni^ ùel- 
Tinno a Giove, parlando al medesimo dice: 
V. 10, pag. 5g, e segg. 

. Rea in Parrasia parioriuif dove 
Massùnamente è un poggio d arboscelli. 
Ma lo chiaman di Rea V Ogigio prato. 
Ed era asciutta ancor t Arcadia tutta. 
Ma ben tosto dovea esser chiamala 
Ricco d^ acque terreni che aUor che Rea 
La cintura sisaolse, certo molte 
Querce della ridente, ed aspra scorza 
Il liquido Jaon sopra innalzava 

In memoria di si augusto nascimento, passando gli 
Argonauti per questo bosco innalzarono un' ara a Rea , 
cioè la Gran Madre, e si coronarono di quercia. Così 
Apol. Rod. , lib. T, V. iiao, secondo la. traduzione del 
cardinale Flangini unita all' edizione romana di questo 
poeta. Tom. 1, pag. i33. 

Poi di lapilli vi ammassaro un* ara 

E intorno ciìiti di quercina fronda 

La cerimonia incominciar, chiamando 

E la Diadimia Madre veneranda 

Dea della Frigia abitatrice . . . 
(a) Dodona città d'Epiro nella Molosside; è delta da 
Stazio et nemorum Dodona parens, T eh. , Uh. Ili, y. 106. 
Stefano Bizantino scrive Dodona urbs Molossidù in Epiro 
post quam Dodonaeus Jupiter, pag. 249 , E. Vedi Homer., 
II, XVf, a53. Varj poeti parlano delle querce vocali, 
alle quali allude Virg., Georg, IJI, v..i6. 
jitque habiute Graiis oracula quercus. 



4« 

tiu>laya, fece aVstroi soldati ciogere il capo. di 
quercia ( i ) , in memoria di . queste sacre selve 
ed in deyosione di Giove (a). A Giove si ri« 
ferivano le feste solenni che ogni sette anni in 
Beozia si celebravano^ chiamate Dedala^ e le 
altre similmente dette. Magna Dedala che ad 
ogni sessantesimo anno ricorrevano. In queste 
i Plateesi si portavano alla selva, ove erano 
annose querce, e quindi esponendo delle carni 
lessate, osservavano in qual arbore si posava il 
corvo che avesse rapito alcuna porzione di quelle 
carni, e di quel tronco formavano la statua detta 
Dedalon (3). Tale statua di quercia non rammen- 



Qui aggiunge Serrio: Nam in Dodoneo nemore arbores 
dantes responsa fmsse dicimtur. Trovasi . nelle medaglie 
di Alicarnasso l'immagine ai Giove Dodoneo, rappre- 
sentato avvolto nel pallio , fra due arbori , sopra le quali 
posano due colombe. Vedi Yaillant. , Num. Impp. a Pop. 
GraeC loquent. cusa , in append. , b. a ^ num. i . 

(i) Fiutar, in Pyrro^ pag. ^^o , a tom. II. 

(a) Ibid ; pag. 44^ j ^• 

(3) Pausania in Beoticis , lìb. IX, cap. 3, 716. Refe- 
runiur Dedala ( ludi ) sepUmo quoque anno . . • . certe 
tali peraguntur rttu. Lucùs est in Beotia omniwn. maxi" 
muSf-non longe ab..Aieicomenùt ilUc peiyeteres quercus 
quamplurimae. in eum locum venientes Plateenses^ car* 
tUam frusta eUxarum exponuni: et sanCf cum avibusaUis 
wninus est negotii: coryorum vero turbam^ guod omniurt^ 
maxime in exta involante quam diligentissime arcent^ 
Observant autem si qua alitum camem abr/p'uent , in 
qua conseàerà arbore ^ nam ex ea sola materia caedunt 
ad Daedalum fabricandum: hoc enim nomine signum vo- 
cani. Diffusamente si trovano queste feste descritte dal 
Menrsio: Graec, Periata , Gronov.; tom. VII; pag* 749* 



4a 

tava che la riconoiliazione di Giove con Giunone 

Sieguita pel consiglio di Citerone re de' Plaieesi ( i )• 
£ se l'aquila è sacra a Giove perchè regina de' vo-« 
latili, cos) sacra a Giove ai vuole la quercia ^ 
perchè la prima fralle arbori , e come tale ve- 
nerata (2). Virgilio e Fedro arbore proprio di 
Giove r appellano (3). Diodoro vuole che la 



(i) £ noto Io stratagemma col quale Giteroiìe re dei 
Plateesi riconciliò Giove con Giunone. Insinuò a Giove 
di far credere che prendeva in moglie Platea figlia di 
Asopo : destinato il giorno delle nozze ; pose sopra il suo 
carro una atatua di legno ^ velata e coperta con riccb 
m.anto; Giunone accorse sdegnata , e lacerando i veli 
si avvide dello scherzo, e stabilmente si riconciliò con 
Giove. A tal fatto alludevano le feste sopra ìodicate. 
Y« Pausan., lib. IX , Beotic, cap. 3, pag. 716 , e Eusebt 
Pamphil. Praep. Evang. , ììb. 11^ cap. a , pag. 86. 

(a) Vedasi la nota 17. 

(3) Sù:ul magna Jom, antiquo rotore quercus 
Ingentes tendit tamos* 

* ^irg. , Georg. Ili, v. 332. 

Al qual verso n(»ca Servio • « • Omnls qùsrcus Jovi est 
conseerata. Marziale dà alla qiiercia il nome di prima 
fronde, ed il Gollesseo riferisce tale aggiunto al pfi«* 
mato che aveva queau arbore sacra a Giove. Y. Bfartiai*» 
lib. IT, 54; V. a, pag. 166. Fedro amaoverando le ar- 
bori sotto k tutela di qual Nuipe si fossero, acrive^lib* 
III, Fab. XVH, V. a. 

, Dm legerunt arhores. Quercus Jovi. 

Altra ragione pel primato della quercia si adduce da 
Plutarco, ed è che fu la prima arbore che nacque. Tedi 
l^ag. 45, nota (a> 



45 

quercia a Gioye fosse sacra, perchè egli dopo 
l'impero di Saturno insegnò per il primo agli 
uobiìdì di cibarsi del suo frutto (i). Vicino ad 
Eraclea di Ponto intomo Fara di Giove sor- 
gevano due altissime querce piantate da £rco« 
le (2)', e finalmente anche presso i Celti il 
simulacro di Gioye non altro fu che un' alta a 
vigorosa quercia (3). 

Tutte queste relazioni ci additano quanto la 
corona di quercia fosse propria di questo Nume^ 
e molto più si dimostra dall' osservare replica* 
tamente Giove colla fronte cinta di tal serto 
nelle medaglie greche de' Tessali, de' Mace-- 
doni e degli Epiro ti (4)- Non, manca fra i 
bronzi dell' Ercolano qualche suo simulacro con 
tal corona (5). Più che in ogni altro monumento 



(1) Y. Virg. alla D. (3) della pag. seg. £ da notarsi cbe 
generalmente sotto il nome di quercia debbonai intendere 
tutte le arbori gbiandifere, com« Tescbio, Telce, ecc. 

(a) In Ponto, circa Heradeam arae sunt Jovis StraiU 
cognomento, ubi quercus àuae ah Horcuh saiae. Plìn.^ 
Hist Nat., lib. XVI; e. 8g, pag. 3o8^ 31, 

(3) Jovem Celtae cQluni , Jqvù auiem apud eos simi^ 
lacrum alta quercus* Max. Tjr,, Di«. 38; pag« -267* 

(4) Medaglie con tali immagini possono vedersi nel 
Golzio ;Num. Grec»; tab. lY, n. 3; 4^ ^ efi^tab. XIX, 
nnm. i, a, 4i ^ì tab« XXII, num* 8. Yedi £ckel. 
Dof:L; Nom. Yet«, tom« (I, pag. |33« £ld in Oesnero, 
Nwn. Pop. et Uvbi^m^ tom. II, EPIBlOTAE, tab. XI, 
<y P««- a4oi MìlCEDOMES, ub. XL, 3a, XLI, 7, 
pag. ago; THESSAU, tab. XXI Y, a, 4; P^g* ^63. 

(5) Eircolano, Bronzi; tom* 11^ tav* II; n. u 



44 

mirabilmente è espressa sopra il crine di Giove 
Egioco (i) neir insigne cammeo del K. Ztilian 
ora neir I. e R. Biblioteca di S. Marco in Venezia. 
Ciò non ostante frai monumenti di marmo altro 
non sappiamo clie yL sia oltre il nostro , sicché 
ad onta della picciolezza e della non felice 
scultura, lo reputiamo assai pregiabile e raro. 
Quantunque abbiamo lungamente parlato di 
queste corone (a), ci lusinghiamo tuttavia che 
non sarà discaro, se gli altri posteriori usi ne 
rammenteremo, indicando come da quella dei 
Numi passasse a cingere la fronte dei mortali: 
giacché oltre a Giove essa fu sacra a Cerere (3) 



(i) Visconti; Osservazioni sopra un antico cammeo 
rappresentante Giove Egioco, Padova, 1795, in 4*^ max. 
(a) Giovanni de Choui figlio del celebre Guglielmo , 
che illustrò la religione e la milizia antica romana, 
emulo degli studj paterni pubblicò la varia istoria della 
Quercia, e* vi raccolse quanta erudizione poteva trarsi 
dagli antichi scrittori greci e latini: De varia Quercus 
hisiorìa auciore Io» de Choul G. F. , Liigduni a pud G- 
' Rovilium , i555| in 8.^ 

(3) Per rendere i dovuti sacri onori a Cerere, Vir- 
gilio vuole che ogni agricoltore prima di porre la falce 
alle messi si cinga le tempia di quercia. 

Ne(fue ante 

Falcem maturis quisquam supponat atistìs^ 
Quam Cereri torta redimitus tempora quercu 
Det motus incompositos , et carmina dicat. 
Virg., Georg. I, v. 4?; pag- 278. Ove Servio avverte: 
Id est habens in memoria victum priorem a quo Cereris 
revocatus est bemgnitate. Nam clan homines ^tandSbus 
vescebantur. 



45 

6 ad £càte''(i). Al dire di Plaurco (2) fu sceka 
la quercia per formare là corona civica , che 
si accordava a quegli che aveva salvato la vita 
de' cittadini , perchè arbore facile a rinvenirsi 
e propria di Giove Polieo , cioè che governa 
le città, come anche per seguire una antica 
costumanza degli Arcadi. Questa corona dalle 
vive foglie di eschio e di quercia fu talvolta 
ridótta ad oro lavorato a similitudine di quel- 
le (3). Avendo poi, Domiziano istituiti in Roma 



(i) Ecate come Dea delle tenebre si coronava di queiw 
eia j poiché è 1' arbore che produce ombra maggiore. 
Vedi Paschal. de Goronis , pag. 49^* 

(a) Plutarco nelle Vile Parallele, in Coriol.; tom. II, 
pag. 56. ttaque Victoria dux potUusy illum {Coriolanum) 
inter primos corona quercina donavit. Baec entm ei qui 
servaytt civem de more daiur* Sive quercum poUssimttm 
in honore kaòueruni, causa Arcadum , qui glandwon sani 
ah oracolo divino appellati , sive quod fadUus ubique $it 
dudhus hujus copia arboris; sive sacra Jovi urbium prii&- 
sidi, coronar» quercinam rite dari, ob servatum civem 
consueverint. Nelle Questioni Romane il medesimo Plu- 
tarco aggiunge altra ragione alle sopraddette : Aut prisca 
est Arcadum consuetudo, quibus aUqua est cum quercu 
cognatio. Primi enim e terra enati creduniur^ sicut quer^ 
cus inter stirpes prima, Qnaest. Rom. XCI, pag. 60. 

(3) Pascalio; pag. 4^> asserisce che le corone civi- 
che nel tempo di lusso romano si lavorarono anche in 
oro. La testa colossale di Tra j ano esistente nel Museo Capi* 
tolino è coronata di quercia ed ha nel mesto una genuua 
nella quale è scolpita l'aquila di Giove, onde sembra 
contesta di foglie artefatte, non naturali. Visconti, Mu- 
seo Pio-Clem., tom. VI, Busti, tav. XL. 



46 

i certami in onore dì Giove Capitolino^ àe'* 
stinò per premio a' poeti ed a' suonatori di 
cetra la corona di quercia (i). 

TAVOLA VII. 
Gi0i(.oNB Velai*!*. 

Benché non si distingua per la grandezza « 
uè per la scultura « pure per la conservazione e 
pf^l grandioso partito del panneggiamento non 
è disprezzabile la statua che si presenta in 
questa tavola. La maestà del volto, il diade- 



(i) Svetotiio in Domi^&iano, clip. 4y 9; psg- 56a. Gio- 
venale 'allude alla corona Ai quercia che in questi giuo« 
chi si dispensava ai vincitori* V. Satira VI del lib. II ^ 
V. 386. 

jin CapkoUnui deteret PoWò (fuercus 

Sperare , et fidihus promiitere • • . 
U qual luogo cosi l' interpreta Y antico scoliaste Lubi<» 
HO! fd est sacrificio dato deos inierogahat , an Fottio ci- 
tharoeduSf aduher suus, in certamine quod Jovi Capito» 
Uno a Domttiano institutum^ victoriam sperare p et coro^ 
nani ex quercu qua victores omabaniur sperare possU, 
et fidihus saiSf et citharae cordis victoriam poliiceri. Di 
questo anche scrive Martiale nel!' Epigramma 54 del 
lib. IV, V. I. 

Oh, cui Tarpefas 'licuit coniigere quercus 

Et tnerttas prima cingere fronte comas. 
^ La statua i alta circa palmi quattro, lavorata in 
hiarmo detto grechetto di grana minuta. Le braccia sono 
di moderno, ristauro : il partito del panneggiamento è bo- 
rissimo^ ma esègditò malamente* 



Al 

ma che adorna il velo» che copre il capo, 
gli aitributi tutti la manifestano una Giunone; 
la regina degli Dei. 

Se uno che intenda 1' arte vorrà esaminare 
questo lavoro , dovrà convenire con noi che 
esso è una mediocre copia di bonissima statua 
da miglior artefice fatta della stessa diviniti 

Nacque Giunone (i), secondo ]a favola, gè* 
mella a Giove da Saturno e da Rea (2)^ e sic* 



(i) Giunone fu detta a fugando s f^os a juvando Ju* 
nonentf et Jovem dkimus. Mart. Capei. PhiloL, lib. Il, 
pag. 47* Sossio cerca altra etimologia di questo nome. 
Y. Vos8.|Th.eol. Geni. , lib. Il, cap. XXVI ;pag. 160, b. 
(a) Quanto •' accorda i' antica mitologia nell' assegna- 
re i genitori di Giunone , altrettanto è differente nel- 
r accertare il luogo del suo nascimento. Strabone la 
vuole nata ed educata in Argo, al cbe allude Omera^ 
dichiarandola Argiva. Strab.^ lib. IX, Boeot., pag. 4i3. 
Sign. Marg. Paris. S Alalcomenarum Homerus meminit^ 
sed non in analogo^ 

Ilìad. li. V. 8. Juno culla Argis, et AUdcomenia 
Minerva* 

Hahet òppidum hoc vetmtum Mlhervae faniim ^ 
reli^ose admodum cuUxan : ajunUftió iiì natatn Jmssé Mp- 
nervaniy vt Junonem Argis* 

Argo perciò è detta la cittk di Giunone; ed 
erano celeberrime le feste in onore di questa Dea , dette 
HPAIA, Hereay ed ancora &/Mom6^^ firel sactificio cbe 
Ti si faceva di cehto Thtime. fu tal proposito ci si porge 
grata occauone di prestmtare ai lettori uìi inedito mo« 
namènto che illustra tali feste. £ questo un antico me> 
daglione di Faustina Seniore già coperto di sotti) la*» 
mina d' argento; ma alqifanto danneggiato ttal tempo» 



4» 

come la prole femminile non era quella, che 
tc^lier doveva al padre l'impero, fu Giunone 



Jfel diritto è la testa deU' imperatrice coU' epigrafe DIVA 
AVGVSTA FAUSTINA. Nel rovescio vi è un carro ti- 
rato da dae bovi , sopra il quale due figure sedenti una 
muliebre e l'altra virile: il £arro è preceduto da figura 
militare y e in distanza è un tempio rotondo con tolo^ 
o sia cupola. Sembra in questa rappresentata la sacra 
pompa colla quale in simili feste si conduceva al tem- 
pio fuori della città la sacerdotessa di Giunone, che ci 
si addita accompagnata da gioventù armata da Enea 
Tattico al cap. XYU , Poliercei., pag, 4^8. Scriptorum 
de Re MiUi. P. Scrwerii zi In Argivorum urbe die quo* 
dam puhlicae soìemniiatìs j dves pompam pubis frequenta 
armatae extra muros duxernnt s Soleva essere la sa- 
cerdotessa condotta sopra un carro tratto da bovi, come 
ci attesta Palefato , de incred. hìst., cap. 5i, de Junone, 
pag. 6i , in Opusc. Myth. Gale ^ Junonem Deam sUd 
tutelar em exùtimant Argivi ^ atqt*e ea propter Jestwn in 
honorem ejus celebrane s cujus apparatus erant juncti bo^ 
vesj corpore albi, eo ih, curru considere opportebai Sa* 
cerdotem, et ita ad templum usque perveki, erat autem 
templum extra urbem, £ noto che questo sacerdozio era 
accordato alle sole femmine. Una immagine virile figu- 
rava r auriga^ del carro , al dire di Teone nel com- 
mentario ad Arato. Fabulatores vero aurigam dicunt esse 
imagùtem vel BellerophonUie , vel TrochiU, qut fiUus foie 
Calliiiae, qaae prima Argis Sacerdos fuit. Sicché sembra 
che i citati autori diano la giusta interpretazione all'è- 
nunciato singolare medaglione. Potremo anche aggiun- 
gere che in Roma vi era qualche tempio di Giunone 
rotondo, come appunto il rappresentato, e può vedersi 
riportato nelle medaglie di Galla e di Volusiano col- 
r iscrizione IVNONI MARTIALl. Vedasi la lettera sopra 
tale argomento, Mem. Encicl., tom. Ili, pag* 6i. 



49 

fralle Ninfe educata, ed qbbe le Ore per com- 
pagne, dalle quali fa servita in Samo , ove 
dimorò giovinetta, e dove fu poi con parti- 
colar cuho riverita. Giove sottratto da' Cureti 
al furor di Saturno, crebbe nascostamente in 
Creta, e reso adulto amò la sorella e la tolse 
in isposa* Perciò egli prese la sembianza di 



Ma tornando al nostro argomento ^ diremo che 
Pausania la vuole edncata presso Stimfalo da Temeno, 
che ivi aveva eretto tre tempj sopra diverse denomina- 
sioni s In prùca vero Sijrmphalo Temenunt habitasse , 
a quo fuerit Juno educata^ cui fana irta Dette cognomi^ 
nibus toUdem dedicaverit, Pueliam vero, dum virgo esset 
Jovi vero jam nuptam j Adultam , divortio a Jove facto , 
cum Stjrmphalum se recepisset^ Viduam appellasse. Pau* 
«aii. , Arcad. , lìb. Vili ^ cap. XXI , pag. 640. Altri an- 
tichi autori la vogliono nata ed educata in Samo, ove 
era un celebre tempio di questa Dea , che il citato Pau- 
sania dice consecrato dagli Argonauti , 1 quali vi collo* 
carono la statua della Dea, tratta da Argo a Fanum 
Junonis quod Sami est y sunt qui dicunt Argonautas ipsos 
dedicasse, lUac signo Deae Argis devecto. Enimvero Sami, 
ipsi natam tradunt ad Jlavium Imbrasum sub vitice^ quae 
hoc ipsa aetate in Junonis sacro solo osteéditur. Pausan. , 
Arcad., lib. VII, pag. 53o. Questa antica venerata im- 
magine di Giunone Samia, che vien detta opera di Smi- 
lide d' Egina , contemporaneo di Dedalo , può oiservarsi 
nella medaglia di Samo riportata dal Segnino , num. 
XXXIII, pag. 174^ ove è anche espressa fuori del 
tempio la pianta del sacro arboscello palustre, sotto il 
quale nacque la Dea. Apollonio Rodio chiama Samo al 
lib. I, V. 184: 

Samo la sede 

Di Giuno Imbrasia . • . • 

Museo Chiar. Voi. I. 4 



5o 

cuculo, e in tal forma piacque a Giunone (1} Di- 
venuta essa consorte di Giove sentì gelosia delle 
giovani da lui amate, e si rese chiara per le 
vendette che prese in varie occasioni contro 
di quelle che furono cagione delle sue in- 
quietudini* Finalmente fu chiamata vedova per- 
che trascurata ed abbandonata da Giove. Si 
riunirono poscia questi due Numi (2), e con 
feste annue fu celebrato questo lieto riconci- 
liamento. 

Se piace rintracciare la significazione di questa 
oscura allegoria, si può dire che Giunone è 
Taere frapposto fra il cielo e la tèrra; e perchè 
Taere si congiunge al cielo o all'etere, perciò 
si disse Giunone congiunta a Giove. Si disso 
anco nata in Samo, poiché Samo per la purità 
dell^aria si distingueva. 

Piii utilmente però ragioneremo di ciascuno 
degli attributi che veggonsi nella statua. Il velo 
benché proprio di altre divinità, pure partico- 
larmente a Giunone appartiene. Già si notò dal- 
l' espositore del Museo Pio-Clementino (5) che 
questo velo, al dire di Albrico, indica le nubi 
che coprono Taria; oppure, secondo Fulgenzio, 



(I) Vedi Pausan., Corynth. sWe lib. IF, cap. XVII, 
pag. 148. 

(a) Queste feste si celebravano io Beozia sotto il nome 
di Daedala, come fu osservato alla tav. VI, p. 41, n. (5). 

(5) Visconti, Museo Pio-Clementino, tom. I, tav. Ili, 
pag. aS. 



. 5c 

essendo Giunone la Dea delle ricchezze , e* in- 
segna che queste si debbono tenere occulte e 
celate. Ma senza cercare queste argute inter-* 
pretazìoni de' filosofi de' tempi posteriori, noi 
osserviamo velate le immagini di Giunone le 
più antiche. Il simulacro di questa Dea rap- 
presentato dalle medaglie di Samo è velato (i); 
velato vedesi il capo di Giunone in molte me-* 
dag]ie consolari (:i). Assai con la nostra statua 
combina l'immagine di Giunone regina che s'in-^ 
centra nelle medaglie imperiali (3), e perciò 
tale denominazione già si adattò ad altra statua 
di stile romano esistente nel sopraccitato Museo 
Pio-Clementino (4)- Il velo ancora si òonveniva 
a Giunone, come pronuba de' matrimon j , ed 
io varie monete che gli sposalizj rappresentano 
degli Augusti, vedesi presso l'ara fra lo sposo 
e la sposa Giunone velata che li congiunge (5). 
Il velo a lei conviene come matrona; e quando 
dal principe de' greci poeti si descrive 1' ab- 



(i) Vedi Segnino al 1. e, n. 5 in fine. 

(a) Morali., Fam. R. MamilUi,, n. 5, et L. B. Marcia, 

t. ly n. 8. 

(3) Ant. Agostini, Dial. sopra le medaglie, Dial. V, 

pag. 144. 

(4) Museo Pio-€lem., tom. I, tav. III. 

(5) Il Vaillanl, Tiumis. Max. Mod.cMuseo de Camps^ 
pag. 45 , nella seconda medaglia di Commodo coli' epi- 
grafe VOTA PVBLICA , crede, che la figura in lerme- 
dia che congiunge i conjugi sia la Concordia , ma assai 
più verisimilmentc rappresenta Giunone Pronuba, pre- 
iidc de'nlauimonj. 



I 

1 

5i I 



btgliamento di Giunone, le si adatta sul capo 
il velo candido al par del sole (i). La mitella 
che s'innalza sopra il capo della nostra sta*^ 
tua , sempre adorna il crine a Giunone , alle 
i^òlte in forma di corona (2), alle volte piU 
semplice: non A osserva per altro in essa pri* 
vativamente, mentre si vede la stessa nelle 
immagini di Cerere, di Venere e di molte deità 
romane. Delle mitelle ragionarono accurata^ 
mente il Pascalio (5), il Solerio (4)» e meglio 
degli altri il senatore Filippo Buonarroti. Que^ 
sii colla scorta degli antichi scrittori e' insegna 
essere stato la mitra o mitella un ornamento 
femminile, che essendo alto nel mezzo, si dimi- 
nuiva per li lati , adorno di ricami , di gem- 
me, come vedesi figurato in diversi antichi 
monumenti, era con lacci stretto neUa parte 
posteriore , e questi lacci dicevansi redimicula 
o anademata (5). 

U volto di Giunone ira le teste ideali ha , 
come quelle degli altri Numi, le sue chiare ca- 
ratteristiche che lo distinguono fra le imma- 
gini delle altre Dee. Diremo per additarle con 
precisione, che la maestà n' è il primo distin^* 



(0 Omero, lliad. XIV , v. 184. 

ly un velo si coprì la Dea sovrana 

Ben fatto y e nuovo e bianco al par' del sole. 

(a) Winkelmann , Stor. dell' Arte , tom. I , pag- a4o. 

(3) Paschal. y de Coroni S; lib. IV, cap. XXI, pag. 270. 

(4) Solerius, de Pileo, pag. 107. 

(5) Buonarroti; Osservai. 3opra i Medaglioni; pag. 4'^ 



55 

tivo (i); Omero la chiama perciò yeneranda^ 
e la descrive .con grandi occhi (2). WinkeU 
roann avverte che gli occhi di Giove , di 
Apollo , di Giunone hanno Y apertura delle 
palpebre arcate a guisa di globo, e più del 
solito strette nella lunghezza, il che produce 
archi maggiormente elevati, e vi osserva an« 
cora una particolar forma nella bocca (5). Tutti 
<piesti caratteri si vedono ben marcati nel volto 
della nostra figura, la quale mostra in questa 
parte qualche tratto di mano maestra (4)- 
Doppia veste la ricopre, la superiore corta ^ 



(i) Wink^lm. „ 1. e. 

(a) Ornerò^ ILìad.; lib. XXIV, v. iSg. 

Giunon la veneranda Dea, la figlia 
Del gran Saturno. 

ed lliad., lib. I^ v. 55 1. 

Rispose aliar la Dea dagli occhi grandi 
La maestosa^ e veneranda Giano. 

ed al lib. I^ t. 568. 

Si disse Giove; e paventò Giunone 

CK occhio bovino maestosa gira. 

(5) WinkcL, 1. e. 

(4) S' incontira molte volte nelle antiche scnlture qaal<* 
che parte lavorata con eleganza ^ benché nel rimanente 
sieno mediocri. Conviene ossei'varé che gli scultori di 
quei tempi lasciavano sempre nelle parti pia notabili 
qualche segno di loro grand' arte, ancorché non curas* 
sero di tutte farne eccellenti esemplari di scultura: a 
differenza di quelli de' nostri che levigano ogni parte 
della figura , e non sanno dare né forza , nò lume a 
veruna. 



1 



54 

e l'altra lunga, che scende fino al piedi: cod 
6Ì tede nella statua colossale di Giunone già 
Barberina (i), cosi nelle Capitoline (a), in 
quelle del Museo Fiorentino (3) , della Galle- 
ria Giustiniani (4), ed in altre molte (5). Era 
costume delle greche donne , come leggiamo 
nella varia istoria di Eliano (6), di non cucire 
quella parte delle tuniche che è dagli omeri alla 
mano, ma di stringerle 4K)n continue fibule d' o- 
ro o d' argento. Così sono collegate le maniche 
della nostra Giunone. Bene a lei si adattava un 
vestimento che lasciava quasi nude le braccia, 
singolari per la candidezza, come a noi le de- 
scrive il divino Omero (7). 

L' atteggiamento della destra inclinato mostra 
che la nostra statua non poteva sostenere altro 
che la patera, come osserviamo in tanti bas« 

(1) Museo Pio-Glena. , tom. I , tav. II. 

(a) Maseo Capitolino^ tom. Ili, tav. V, VI. 

(3) Gori; Masenni Floren., tom. III. Judo, tab. II. 

(4) Galleria Giustiniani , tom. I, tav. i!i5. 

(5) Montfaucon, Ant. Expl., tom. I, P. I, tab. XXI, 
11. 4 j ^■ 

. (6) Aelian.^ Varia Hist., lib. I, cap. XVIII, pag. 5o. 
Tunicarum vero eam ^ariem, quae est circa humeros 
usque ad manus non consuebant, sed coniinuis JibuUs au* 
reis et argenteis constringebant. 

(7) Ornerò, Iliad., lib. XXIV, v. ^S. . 

La bianchibraccia Giano irata disseli 
detto, lib. I, V. iio8. 

Spedimmi la Dea Giano 

Per le candide braccia insigne ifume. 



55 

siriUevi ed in tante medaglie. La patera sì 
poneva nella -mano de' Numi per rappresentarli 
ia ^tto di ricevere le oblazioni che si presen- 
tavano loro , e per lo più yeggonsi verso quella 
parte inclinati per dimostrarli propizii . agli o- 
maggi de' mortali. 

. Lo scettro è quasi sempre nelle mani di Giu- 
none: spetta ad essa, come a regina dell'Olimpo , 
moglie di Giove, e come a preside de' regni. 
Nelle medaglie delle famiglie romane può ven- 
dersi alle volte la testa di questa Dea con mi- 
tella e velo , contraddistinta dallo scettro dap • 
.presso al capo della medesima (i). 

Siccome fino dal principio delle nostre os- 
servazioni dicemmo questa statua di stile ro- 
mano , non sarà fuor di proposito qualche ri- 
cerca sopra l'istoria del culto di Giunone in 
Roma, e specialmente sopra quello di Giunone 
Regina , che , come si disse , è probabilmente 
rappresentata nel nostro marmo. 

Fin dal tempo di Numa furono assegnati dei 
riti particolari a Giunone ^ e varie leggi si sta- 
bilirono dal medesimo, che riguardavano il suo 
tempio (a). Conviene ben distinguere dall'altra 
Giunone quella che fu detta Sororia , a cui 
uno degli Orazj eresse un' ara nel luogo ove 
aveva ucciso una sua sorella (3). 



(i) Moiel., Fam, Rom. Rubria, num. IH, IV. 

(a) Pellex aedem Junonis non tangito: si tangat, ognuni 
foeminam crinibus dimissis caedito. Nat. Gom», lib. II, 
cap. ly, pae. i54. 

(3) Dionys. HaliC; lib. IH iu Tulio Host., cap. XXII, 



56 

Tarj tempj rammenta Livio di Giunone Ma«> 
tuta , o piuttosto Sospita , inalzati nel foro Oli-- 
torio (i); fu eretto in voto un tempio a Giù* 
none Moneta dopo la guerra Ligustica (a). Nel 
celebre tempio del portico di Metello , poi detto 
di Ottavia, erano le statue di Giunone, opera 
di Dionisio e di Policle (3). Pure benché sotto 



pag. i53j 34* Questa Giunone Sororìa era come il Gè* 
nio della defunta sorella ; poiché tanto presso i Greci , 
quanto presso i Romani pur altro non erano le Giunoni 
che quello spirito o Genio ^ dal quale era animata una 
persona femminile, così che era uso delle antiche donne 
di giurare per la loro Giunone, volendo esse giurare per 
la propria lor vita. Plinio dice : Quamobrem major caC' 
litum populuf eiUun quam hominum inielbgi potest , cum 
sìngub* quoque ex semetipsis toiidem Deos faciunt Juno^ 
neSf Geniosque adopiando sibL Hist. ISat., 1. If, e. Ylf, 
tom. I; pag. 14.11, i3. 

(i) Aedes eo anno aliquot dicatae sunt (Tanno di 
Roma 56 1 ) una Junonis Sospitae in foro Olitorio vota 
locataque quadriennio ante a C Cornelio Cos. Gallico 
"hello. Liv., lib. XXXIY, cap. 53, tom. Ili, pag. a56. 
11 Sigonio avendo osservato che il console Cornelio aveva 
promesso un tempio a Giunone Sospita e non à Matuta, 
cangiò , come è stato segnato , il passo di Livio : ma il 
Nardini; Uh. VII, cap. 4, pag. 384, B, crede, coir au- 
torità di Vittore e Rufo, che nel foro Olitorio vi fosse 
il tempio di Giunone Sospita e di Giunone Matuta. 

(a) Nella rocca della Rupe Tarpeja era il tempio di 
Giunone Moneta s £». Fourius Dictator inter ipsam di" 
micationem aedem Junoni Moneiae vovity cujus damnatus 
votij quum Victor Romam revertisset , dictatura se abdi-- 
ca^it (Tanno di Roma 409). Liv., Uh. VII, e. XXVIII, 
tom. I, pag. 640. 

(3) Plitì., Hist. Nat, lib. XXXVI, cap. IV, § io, 



57 
tante deDominazioni fosse Gianone iù Roma 
adorata, a niun' altra immagine meglio si adatta 
il nostro simulacro, che a quello di Giunone 
Regina si frequente nelle medaglie romane (i), 
ed il culto della quale fu nella distruzione della 
antica Vejo dopo molti prodigj in Romm tra- 
sportato da Furio Camillo (3). 

TAVOLA. Vili. 

Giunone e Tetide * 

Il presente marmo non sembra un frammento 
di sarcofago , ma un bassorilievo servito per 
adomare qualche antico edificio. Come chiara- 
mente appare che termina dalla parte della 
figura sedente, cosi è incerto se dall' altro lato 
si estendeva maggiormente; il luogo, le figure 



tom. Ili, pag, a83. Iniro Oaaviae vero portfcus, in aede 
Junonis, ipsam Deam Diotvjrsius^ et PoUcles aliam .... 
fecerunu 

(i) Vedi superiormente pag. 5i. 

(a) In Livio y lib. Y , cap« XXI e XXII , tom.. I^ 
pftg. 4^4 e ^^i'ì ^ ^^P* XXXI y tom. I, pag. 4^0 > ^wxo 
indicati i prodigj , la dedicazione del suo tempio e 
la solennità del trasporto del simulacro di Giunone 
Begina. 

* Questo bassorilievo è alto palmi tre e oncie due; 
lungo palmi tre; scolpito in marmo greco. La figura di 
Giunone ha moderne le braccia ; della Tetide è moderni^ 
la testa ed il braccio destro. Il rilievo è alto, e cooier- 
vatissimo in tutte le parti antiche» 



58 

unite, o le sculture che lo aceompagDavamo , 
avrebbero dato lume onde fissarne il soggetto. 
Ma nello stato in cui è, quanto è pregevole per 
la sua composizione e per la esecuzione feli« 
ce, altrettanto riesce di non facile interpreta- 
zione. Al pregio della scultura si aggiunge quello 
dcUa conservazione, mentre tutte le sue parti, 
benché di grande rilievo, non han sofferto gran- 
d ingiuria dal tempo che pur tutto distrugge. 
Sono in questo rappresentate due figure mu- 
liebri, una in piedi e T altra assisa. La prima 
di esse per l'aria maestosa del volto, pel vago 
matronale abbigliamento, per la mitella altis- 
sima che le cinge il capo, chiaramente dimostra 
di rappresentare Giunone. Questa tenendo im- 
periosamente al fianco appoggiata la destrapren- 
de colla sinistra in atto amichevole il braccio 
della figura che le siede dappresso. Stassi questa 
seconda figura assisa sopra uno scoglio, e po- 
sando i pie su d'uno sgabello all'uso d'una 
Dea (i). Essa è d^un larghissimo peplo coperta, 

( 1 ) Il suppedaneo detto da' Greci vxo^O^uyp o t;^o- 
^a^pa , ed omericamente òùfiVVQ , da' Latini suppeda- 
neiim. Winckelmanu , Mon. ined. ; tom. II , pag. 35 ^ 
71 ; iSa, lo assegna ai Numi o ai loro attinenti; e ben- 
ché egli medesimo dia qualche eccezione a questa re- 
gola , pure nel nostro caso non conviene opinare diver- 
samente. Si troverà il suppedaneo sotto i pie di qualche 
•mortale; non di celeste oiigine, quando .il luogo ove si 
rappresenta la cosa, richieda , come un mobile domestica, 
questo sgabello 5 ma il vederlo a piò di una rupe ci fa 
credere che nou vi sia posto che per dimostrare la. qua- 



59 
e rimoyendolo dal viso con ambo le mani akate; 

dimostra in tale atto le braccia cbie sono del 
intto ignude. 

. Ci sembra che gli antichi poeti ci abbiano 
descritto più le contese di Giunone, che de'con^ 
gressi di lei. Note sono nella favola le risse 
con Callisto descritte così vivamente da' poe- 
ti (i)j ma Fatto placido in cui essa è qui es- 
pressa troppo si oppone a quelli pieni di furore 
narrati da Ovidio. Poteva immaginarsi figurato 
in questo marmo, il punto, quando Giunone 
discesa dall'Olimpo, si portò fralle acque a tro- 
vare la vecchia Tetis per esporle i suoi torti, 
vedendo cangiata nell'Orsa celeste Callisto me* 
desima (ri) 5 ma l'atteggiamento timido della fi- 
•^ra sedente, non si adatta a Tetis consiglierà 
di Giunone. 



•W^HarihiBMa 



lità della persona rappresentata , e perciò non dubitiamo 
chiamarlo in questa occasione distintivo di deitlC Se 
poi si trova quasi generalmente ne' bassiriiievi sepolcrali 
de' Greci sotto le figure mortuali^ come può vedersi in 
Pacciaudi y Mon. Pelop. ^ tom. I^ pag. iio^ tom. II ^ 
pag. 333 , a34 f ^55 , 337 , ^^5 j in Biagi , Mon. Graec. 
ex Mus. Nan. , ^ofi. NecroL, tab. XVII, XVIII, conviene 
considerare che in quel caso i defunti si consideravano 
pacati ad una condizione superiore, e si riguardavano 
come Iddj. 

(i) Ovid., Metam., lib. Il, v. 4^ 
(a) Ovid., 1. e, v. 5o8. 

Iniumuti Juno postquam inter sidera pellex 
Fulsitf et ad canam descendit in aequora Tethim 
Oceanumque senem , quorum reverentia moyet 
Saepe Deos. 



6d 

Ci vennero allora in pensiero i tanti congressi 
tenuti da Giunone, e con Pallade, e con Ye* 
nere, riferiti da Omero e da altri poeti, e 
l>enchè vi sieno molti esejmpj e di Pallade iner- 
me (i)te di Venere vestila (3), pure non pare 
a noi ravvisarvi alcuna di queste Dee. 

Dubitammo per qualche tempo, che vi fosse 
figurato il congresso eh' ebbero con Tenere le 
due Dee Giunone e Pallade per persuaderla 
lad indurre Giasone all' amore di Medea: quivi 
parlò solo Giunone al dir di Apollonio Ro- 
dio (5) ; e questa potè essere la cagione , per 
la quale V artefice trascurasse di scolpirvi Taltra 
figura , se pur non sia questo 1' effetto del 
t^mpo che n'abbia tolta qualche parte del mar- 
mo. Ma siccome quel poeta descrive Venere 
sorpresa in atto di acconciarsi la chioma, non 
può tal favola adattarsi a questo bassorilievo , 
uè si conviene quell' attitudine di persona con- 
* fusa ad una Dea in atto d' essere supplicata 
per due altre Dee, tantoppiù . che nelF intonaco 
Brcolanese, dove si crede espresso lo stesso fatto. 



(4) Bellori I Admiranda, tav^. 37, 38, 39, sono ripor- 
.tati i.bassirilievi del foro Palladi O; ne' quali T immagine 
di Pallade è replica lamente senz' armi. 

(2) Moltissime sono le sculture e le medaglie nelle 
quali si trova Venere vestita^ possono vedersi nel Mont- 
faucon , Ant. Expl. , tom. I , P- I ; tab. CI[ ^ n. 6 , 
tab. CIV, n. 3. 

(3) Apollonio Rodio ^ lib. Ili ; v. 34 e seg. ; e v. 4? 
al 5o. 



6t 

ha Yenere una nobiltà singolare nell' atteggia- 
mento (i). 

Osseryaodo perciò che una figura sedente a 
quel modo, somiglia di molto le novelle spose 
rappresentate negli antichi monumenti, ei ri- 
solvemmo a credere che sia qui figurata Giunone 
pronuba di qualche celeste matrimoniò. £ sic- 
come non rammentiamo matrimonio celebrato 
con più concorso di Numi di quello di Tetide , 
ci sembra potervi ravvisare Giunone , che a 
Tetide persuade il matrinionio di Peleo.(:^). 

(i) Tedi Ani. d'Ercol.; Pitture, tom. Il, lav. XI, 
pag. 67. 

(n) I .mitografi distinguono due TetSdi che alle volte 
confusamente si trovano rammentate dagli scrittori. In 
latino sono bastantemente distìnti i nomi di queste 
due Dee dalla varietà, colla quale si scrivono. L'antica 
Teti è detta Tethj's, la giovine moglie di Peleo Theits. 
Noi diremo Tetis la prima e Tetide la seconda. Tetis 
era figliuola del Cielo e della*Terra, moglie dell'Oceano, 
e dicevasi ancora madre de' Numi. Tetide si fa da alcuni 
figliuola di Chirone, ma secondo Omero essa è figliuola 
di Nereo e di Doride figliuola di Tetis. Questa dopo 
avere colla sua bellezza accesi i numi Giove , Nettuno ^ 
Apollo ; fu destinata alle nozze di un mortale. Peleo 
Y amò lungamente ih vano , giacché cangiandosi essa in 
mille forme fuggì sempre dalle sue braccia ; finalmente 
col consiglio di Temide la sorprese e ne divenne con- 
sorte. Gli Dei tutti presero parte in queste nozze, cele« 
brate fra i poeti greci da Esiodo, fra' latini da Catullo. 
Fulgenzio ci dà un significato allegorico di questa fa- 
vola al capo TU del lib. Ili, pag. 119, e dice che 
siccome in lingua greca vcsXo^ significa lutum^ e Tetide 
é l'acqua, l^uuioue loro indica che dall'unione di que* 



62 

Possiaiqp qai annoverare buon numero di pre- 
gevoli monumenti , tanto di sculture che di 
antiche, pitture ^ che a noi dimostrano queste 
nozze» ove la sposa costantemente ed in tutto 
è conforme a quella che qui si presenta. Nel 
l>assorilieyo riportato da Winkelmann (i), ove 
questi sposi ricevono i doni degli Dei, Tetide 
perfettamente è simile alla nostra sposa. La 
sposa della celebre pittura Aldobrandina , che 
giustamente da Winkelmann si riferisce al me- 
desimo argomento , non differisce da questa (3). 
£ osservabile ancora nella presente figura il 
piede chiuso da una scarpa e non calzato da 
una semplice solea. Essa scarpa è da riferirsi 
al calceo di color luteo proprio d'Imeneo, del 
quale fa menzione Catullo ne' famosi versi che 
incominciano Collis j o Heliconii (3).. 



■*»«M 



ste .due cose fu generalo V Uomo. Che non sì volle Te- 
tide unita a Giove ^ poiché essendo quegli il fuoco si 
sarebbe estinto dalle acque. Aggiunge di più che il con- 
corso degli. Dei si riferisce parimenle alla generazione 
dell' uomo y ove concorsero tulli i Numi ; poichiè a cia- 
scuno d'essi gli antichi attribuivano una particolar cura 
di qualche parte del corpo umano. 

(1) Winck., Mon. ined. ^ tom. I; num. IH. 

(a) Bottari in Append. Veter. Musiv. e Pict. ad Bcllor. 
Pict. Crjpt. Rom.^ lab. XYIII^ n. i, pag. 103, descrive 
lungamente questa figura, sempre però con riti romani, 
chiamando il peplo di color latteo, quando e avvolta in 
bianco manto ; e Winck..^ 1. e, tom. II; pag. Go; i5x 

(3) Bue veni , niveo gerens 

Luteum pede soccum: 

CatulL, LXIl; v*. IO; pag. 84 



65 
Ma per ragionare di monumenti che con si« . 
curezza a Teiide s' appartengono , diremo che 
nel bassorilievo Capitolino , ove in giro si 
esprime e la nascita , ed alcune imprese di 
Achille (i), Tetide è avvolta in largo manto, 
quando consegna il fanciullo al centauro Chi-> 
rene, e sembra vestila totalmente alla foggia 
che si osserva in questo marmo , solo diffe- 
risce neir atteggiamento. Omero sempre chiama 
questa Dea avvolta in largo peplo (2), oodè 
dobbiamo considerar questo come suo partii 
colar distintivo. 

!N^on rammentiamo alcun antico poeta che 
additi Giunone impegnata , particolarmente in 
queste nozze , ma bensì la vediamo effigiata iu 
luogo distinto ne' bassirilievi che esprimono 
quando Peleo la sorprese (5). Essa siede sopra 
alto trono in atto d' impero , col capo velato , 
e reggendo lo scettro nella destra, mentre tutte 
le altre divinità sembrano soltanto spettatrici di 
questo evento. Winckelmann colla testimonianza 
di Fozio dice che Giunone in queste nozze donò 

(i) Fogginiy Mus. Gap.; tom. lY, tav. XVII , n. 4f 
pag. 80. 

(a) Omero, II. XVIIf, v. 585 

Perchè , Teti dal bel disteso velo 
Ci viene a ca, o reverendo, e cara 
£ pochi versi sotto 

Perchè, Teti da lungo e steso manto 
Vieni a nostra magione, o veneranda. 
(5) WiQcky Mon. ined., toro. I, n. mo. Non solo in 
questo bassorilievo; ina ancora negli aUri di simile rap» 



6i 

una clamide a Peleo (i). Giunone può sup^ 
porsi parimente premurosa in queste nozze per 
togliersi dinanzi una rivale amata da Giove 
lungo tempo. Egli non abbandonò Tetide , se 
non se dappoi che fu avvertito da Prometeo, 
che doveva , secondo l' oracolo , nascer da quella 
un figliuolo più forte del padre, e perciò te* 
mette Giove d' essere nuovamente scacciato dal« 
Y Olimpo (2). Giunone e come^egina degli Dei , 
e come moglie di Giove, poteva essere compagna 
de' suoi timori per quella voce medesima, ed 
affrettarne le nozze con Peleo, che essendo mor- 
tale, e generando non allro che de' mortali, 
sarebbero quindi rimasi i celesti liberi d'ogni 
timore d'essere turbati. 

Noi abbiamo proposto questa non inverisimile 
congettura sopra la convenienza della favola, 
per comparazion fattane con altri monumenti. 
I lettori giudicheranno se sono giuste le nostre 
idée, ma non potranno giammai fare a meno 



prcscntanza si vede Giunone in atto maestoso presiedere 
a questa sorpresa di Tetide, quasi mostrando suo volere 
che si eseguissero queste nozze. 

(i) Detto, 1. c.y tom. H, pag. i53. 

(a) Hjgin., fab. LIV, pag. loi. Tetidi Nereidi falum 
fidi , qui ex ea natus esset , foriiorem /ore quam pater. 
Boc practcr Promeiheus cum sciret ncmo, et Jovìs vellet 
cum ea concubere , Prometheus Jovi pollicetur, se euni 
praemoniturum , si se vinculis Uberasseu Benché per altro 
da Igino così si narri tale avventura, da altri assai va- 
riamente si conta, mentre Lattanzio, 1. 1, cap. II, p. 55, 
vuole che Giove ne fosse avvertito da Temide. 



1 



65 
di ravvisare ^n questa pregevole scultura una 
Giunone Pronuba con una sposa di origine più 
che mortale. 

TAVOLA IX- 

I DiOSCURI \ 

Questo piccolo , ma elegante frammento maU 
trattato dalle ingiurie de' secoli, per il pregio 
della scultura e per la singolarità del soggetto 
meriterebbe giustamente un distinto luogo in 
qualunque sceltissimo museo. Questo è una parte 
della colonnetta o stelo, o a dir propriamente 
dello scapo (i) di un antico candelabro di la- 

* Questo frammento di candelabro è scolpito in mar- 
mo detto grecheuo: è alto palmi uno e mezzo: le figure 
sono alte oncie otto: apparteneva già a' signori fratelli 
Piranesi : e si ha notizia che provenisse dalla villa Adria- 
na. £ da avvertirsi che la scultura non cinge tutto il 
giro del balaustro , ma poco più della metà d'esso; il 
che prova che in antico non era posto isolato, ma in 
luogo ove si vedesse da una sola parte. Dal lato oppo- 
sto vi è un semplice ornato , ed è lavorato assai trascu- 
ratamente. 

(i) Plinio dà il nome di scapo, che veramente indica 
lo stelo delle piante | al fusto de' candelabri, come Vi- 
truvìo lo appropriò alle colonne, così chiamando quella 
parte delle medesime che è fralla base e il capitello. 
V. Plin. , Hist. Nat., lib. XXXIV, cap. IH, tom. V, 
P^8' 9^* ^^^ V^^ ^^^ ragioneremo delle varie forme e 
dei diversi usi de' gran candelabri, essendo questo già 
stato dilucidato dal eh. monsig. Gaetano Marini nel suo 

Museo Chiaram. Voi. I 5 



66 

VOTO dilicatÌ8sim<y, e che forse era collocato in 

qualche tempio de' Castori (i). 

. Sembra che questo fusto in diversi piani di- 
visa contenesse tutta Y istoria de' celesti Gemelli- 
Noi andremo diligentemente indicando quel poco 
che ne rimane, e saremo paghi che il nostro 
frammento dia pur qualche nuovo lume alla 
mitologia. 



Discorso sopra tre candelabri acquistati dal Sommo Pon- 
tefice Clemente XIV, inserito nel tomo III del Giornale 
Pisano y pag. i56y e dall'espositore del Maseo Pio de- 
mentino, tom. IV e V in principio. 

(i) Nelle più. accurate descrixioni della villa Adriana 
non abbiamo potuto trovar memoria che vi fosse un 
tempio dedicato a' Dioscuri. Nella Descrizione delle ville 
e monumenti di Tivoli de' signori Cabrai e del Re tro- 
viamo annoverato frai ruderi della villa Adriana, alla 
pag. 143 e 147 9 nn magnifico tempio di Giove, ove 
non disconveniva^un candelaT)ro con tali immagini. Sono 
ancora indicati due temp) da Pirro Ligorìo nella sua 
Pianta della villa Adriana, uno nella Palestra ^ let. C< , 
n. Il, l'altro nelY ippodromo , let. A, n. la; come anco 
nella grandiosa pianta di detta villa che pubblicò pò- 
steriormente il signor Francesco Piranesi ^ si trova nello 
Stadio un tempio segnato n. 6. Tutti questi tempj o al- 
cun d'essi potevano essere dedicati a quei Dioscvri che 
avevano in guardia que' luoghi sacri agli esercizj proprj 
di essi : Pindaro nell' oda X de' Nemei dà a Castore e 
Polluce y unitamente a Mercurio e ad Ercole | il nome 
di Presidi de' giuochi. Gli. stessi Dei potevano aver luo* 
go nel Larario di quell'Augusto indicato nella citata 
pianta del Piranesi nel Vestibolo n. Q. Nella medesima 
pianta nel § Ospitali, n. 54» i segnato un tempio eoa 
due nicchie , e perciò sacro a dite Nomi che oon è im- 
probabile fossero i due Castori. 



^7 
Betichè a prima vista si comprenda Targo* 

mento della presente scultura, ciò non ostante 
non dispiacerà, se ne andremo notando tutte le 
caratteristiche le quali ne assicurano V argomen- 
to. Sono le nostre due figure giovanili fra loro 
perfettamente conformi; e tali da' poeti sono 
sempre descritti i Dioscuri (i). Hanno le clamidi 
annodate sopra le spalle, e questo, secondo Win-* 
cLelmann, ne è un distintivo (a). Regge ciascuno 
il suo cavallo, stringendo Tasta, e questo è 
r atteggiamento loro consueto. Hanno finalmente 
ambedue il pileo. ovato sopra il capo , e questo 
basta ad accertarne la rappresentanza (3). La 



(i) Generalmente si osservano sempre simili fra loro 
le figure de' Dioscnri. Cosi li descrive Eliano nei suoi 
frammenti alla parola Dioscnri j pag. 1018. Stahant etiam 
Castoris, et PoUucis gemina simuìacra, juvenes sciliceù 
ingentis staturae, ambo genis imherhes, similes faciem , 
clamidem gesUtnies. Marziale descrivendo la simiglianza 
di dne gemelli ai Dioscnri gli assomiglia. 

Quae nova tam similes genuit tibi Leda ministros? 

Quae capta est cjrcno nùpta Lacaena alio? 
Dat faciem Pollux Hiero , dai Castor AsiUo : 
jitqne in utroque niiet Tindaris ore soror* 
Lib. IX, evi, pag. 396. 
(a) Winckelmann, Monum. ant* ined., tom. Il, p*?^^ 
ove avverte che da Snida loro si dà per distintivo la 
clamide pendente dagli omeri; clamide induti ex humerìs 
dependente. 

(5) Lnciano; Dial. Deor. XXV [ ; descrive i simboli 
de' Dioscuri assai brevemente. Ovi dimidium segmentum, 
eique addita superne stella , jaculum in manu , et equus 
uir/que àìhusm 



68 

piccolezza delle figure, e più il logoramento 
del marmo non rende visibile la divisione de' ca- 
pelli sopra la loro fronte, come generalmente 
si osserva (i). Volle però l'artefice renderne 
anche più chiaro il soggetto, ponendo in mezzo 
ad essi il cigno che uè palesa V orìgine. 

Per quanto abbiamo osservato i monumenti 
che ai Dioscuri si riferiscono, non ci è riuscito 
rinvenirne altro che, come il nostro, n'esponga 
la generazione. In un antico sepolcro presso il 
ponte Milvio, furono non ha guari disegnati 
dal sig. Gio. Ermanno Cabot pittore danese aU 
cuni stucchi elegantissimi che tutta ne adorna** 
vano e la volta , e le pareti. Quivi erano nella 
volta effigiati i Dioscuri consimili ai nostri coi 
eavalH, colla clamide, col pileo e coli' asta; 
ed in uno de' lati eravi pure espresso il ci* 
gno (2). 

Ha una certa similitudine col nostro marmo 
un antico bassorilievo riportato dal P. Biagi frai 
monumenti greci e latini del Museo Naniano, 
esprimente i Dioscuri attorno ad un' ara , e 
sotto quella figura F espositore ravvisa l'uovo 
fra due serpi, che parimente è riferibile al loro 
prodigioso nascimento (3). 



(i) Winckelm. , Storia delle arti^ tom. T, pag. ^3 
(a) Cabot 9 Stucchi figurati esistenti in un antico se- 
polcro ^ ec. Roma 1795, foL trav.^ tav. II, pag. 3^ 
tav. XX, pag. 6. 

(3) Biagi; Monum. Graeca et Latùta ex Mus. Jac. Nanii, 



«1 



^9 

L' antica favola immaginò Lèda moglie di 
Tiudaro, e madre di quattro figli che partorì 
iu due grandi uovi, due nati da Giove, cioè 
Polluce ed Elena, e perciò immortali, due da 
Tindaro, cioè Castore e Clitennestra di umana 
e mortai condizione (i). Questi, benché di di« 
versa origine, furono però chiamati Dioscuri; no« 
me (2) che li faceva credere figliuoli di Giove , 
e per tal modo li chiamò Glauco, quando essi 
apparvero in Colchide agli Argonauti. I poeti 
li nominarono anche Tindaridi, per conto di 



pag. 75. I serpi col disco che si vedono nel marmo Na* 
niano , sono più verisimilmente da riferirsi alla Salate 
o ad Iside , giacché si osservano assai spesso figurati 
sopra il capo di queste Dee. Vedasi Raffei, Osservasioni 
sopra alcani antichi monumenti della villa Albani , alla 
pag. 40. 

(1) Noi abbiamo qui seguito T opinione pia universa* 
le f poiché se avessimo voluto tener dietro a tutti gli 
antichi autori che ne ragionarono , ci saremmo dovuti 
avviluppare in questioni inesplicabili ed infinite. Cice- 
rone assegna tre generazioni diverse dei Dioscnri ^ di- 
stinguendoli ora in tre, ora in due, e derivandone T o» 
rigine da madri diverse: vedasi nel lib. IH, cap. sii, 
pag. 341, de Natura Deorum , dell'edizione di Davisio. 
{a) Omero nell' inno a Castore e Polluce al primo 
verso invita le Muse a cantare de' figliuoli di Giove , 
non distinguendo la condizione de' due fratelli. 
De' Dioscuri dite, o dalle ciglia 
Nere , Muse , i Tindaridi di Leda. 
Teocrito all'Idilio XXII sopra il medesimo argomento 
chiama ambedue figli di Giove al v. i36. Teodoreto al 
lib. Vili, Graecar. jiffection. Tindandas Deos vocarunt 
Graéci, et Dioscuros nominaruntf 



70 



Tindaro, da cui essi parean nati (i). £ Castori 
ancora dal nome d*ano solo furono chiamati tutti 
e due i fratelli , per pratica vulgare seguita da* 
gli scrittori e ritenuta dagli antichi marmi (2). 
Luciano paragona il loro pileo alla metà del* 
l'uovo (3), sopra il quale bizzarro giudizio di 
questo Greco è stato da noi detto in nota ciò 



(1) Omero nelF inno soprallegato secondo la versione 
òì Salvini : 

Castor canta, e Polluce, o dolce Musa, 
Tindaridi, che uscir da Giove Olimpio. 

(a) Negli scrittori latini non mancano esempi , nei 
quali sono detti Castori; ed alcuno de' loro tempj Cet* 
storis o Casiorum si nominava : vedasi Nardi ni , p. 585 e 
301. Il Grutero riporta alla p. xcix^ i , le basi sopra le quali 
erano le statue de' Dioscuri ^ nelle quali si leggea che M. 
JBlio Kttstico CASTOKES - D • D • ( cioè dedlcavit ). 
IlReiaesio ne riporta altra nella classe I al n. GLI; come 
anche il Muratori, No9. Thes» vei, inscr,, p. cccxxniy 7. 

(3) Luciano già citato alla p. 67, n. (3). dà ai pilei o 
l>erretti de' Dioscuri la forma dell'uovo: ma sembra che 
quivi si prenda egli anzi giuoco , che parli da senno , come 
il P. Biagi nelle sue. osservazioni citate alla p. 68 , n. (3) 
attende pure a provare con assai sensate ragioni. Lo 
Spanemio nel commentario di Callimaco al v. a4 del- 
l' inno a Pallade al tom. II, pag. 555 , nota che il loro 
pileo è il pileo lacedemonio, quale egualmente si os- 
serva sopra il capo di Vulcano , ed ' in tal proposito ri-< 
porta una medaglia de' Lacedeiboni colla testa di Vul- 
cano col pileo ; ed una di Locri colle immagini pileate 
de' Castori y e ne prova la perfetta simiglianza. Il pileo 
lacedemonio ad essi apparteneva, giacche erano riguar- 
dati come nati in quella città , onde furono detti Lace^ 
demonii Gemini Fratres. Sesto Pompeo Pesto ci dice, 
pag. CLxv, i3: Pilea Castori et PoUuci dederunt antiqui f 
quia Lacedemones fucrunt. 



71 
che A debba pensare (i)j solo è da avvertire 
che in quel luogo dì Luciano si fa menzione 
di una fiamma che sfavillava, cotne egli dice, 
in sul pileo de' due gemelli , standovi sopra nel 
luogo della stella che ordinariamente vi si ve** 

de (2). 

Per dir ora dei cavalli che si veggono presso 
questi Semidei, Fuso di trattar quelli benché 
studio fosse di tutti gli eroi , pure piti partico* 
larmente esso fu proprio di Castore. A Polluce 
fu dair altro canto attribuita la perizia de' com* 
battimenti ginnici da' poeti Omero , Teocrito 
e dagli altri tutti (3). Yeggonsi tuttavia nel 



(i) Vedi sopra p. 70 , n. (5). 

(a) Come nelle medaglie greche e latine comnnemen'tè 
veffffonsi le immagini dei Dìoscuri coli* astro sopra il 
capo f cosi non ci è riuscito ritrovare altro monumento 
che mostri la fiamma sopra di loro, che la sola gemma 
riportata dal Maffei e poi dal Montfaucon , Ant. Expil.^ 
tom. I, p- Il> tab. CXCIV, i, della quale non si può 
accertare l' antichità. Biszarramente negli stucchi del 
Cabot già citato i Dioscuri sono dijslinti per astri : men- 
tre in quelli si vede volante sopra il capo di .ciascuno 
un genio con una face. Vedi Cabot alla tav. II. 

(5) Omero nell' inno ai Dioscuri, v. 3, secondò la tra- 
dizione del SalV'ini 

Castore de* cavalli domatore 
E più chiaramente nell'Odissea, lib. XI, v. 298 
Castore de^ cavaUi domatore 
Buono di puf^na gìuocator Polluce 
Teocrito, Idil. XXVII, pag. i3a, tradotto dal medesimo 

SaWini 

Lodiam di Leda^ t del gran Giove i figli, 
Castore, e il fier co* pugni aspro Polluce. 



fregio del Partenone ^ opera famosa di Fidia ^ 
sculti ambedue in atto di reggere ciascuno un 
cavallo impennato (i); e però non è maraviglia 
che ne' colossi del Quirinale alcun diligente 
osservatore v' abbia ravvisato in luogo d' una 
doppia figura d* Alessandro i due fratelli spar- 
tani f benché ad essi manchino quegli altri loro 
usati contrassegni (2). 

Hanno una simiglianza maggiore alle nostre 
figure le immagini dei Castori espresse nelle 
medaglie consolari (3), ed i due colossi Capi- 
tolini, che reggono senza sforzo i loro destrieri 



e pag. i58 

Te, Castor, ora 
lo canterò di Tindaro Jlgliuolo 
Cavalcator veloce, armato il petto, 
E grande ancor maneggialor di lancia, 
Orazio nel lib. II, sat. I, v. 26 

Castor gaudei equis s ovo prognalus eodem 
Pugni's. 
come ancora al lib. I, od. XII, v. a5 

Dìcam et Alciden , puerosque Ledae 
Hunc equis, illum superare pugnis 
Nohilem : 

(i) Stuart, Antiq. of Athens, voi. II, eh. I, pi. IV. 

(2) L'espositore del Museo Pio-Clem., tom. I , p. 76, 
fa il primo a riconoscere ne' colossi del Quirinale i Dio- 
scuri, e si studiò di rintracciarne l'autore. Il signor ca- 
valiere Canova nel i8oa pubblicò pure un suo foglio 
con alcune congetture dirette ad un amatore dell'arte, 
nelle quali propose un nuovo collocamento de* cavalli , 
col quale rimangono meglio disposti i gruppi medesimi. 

(3) Mordi., Thc5. Fam. Rom, Memmtà, u. IV. 



^ 



75 

ed hanno i saliti disiintivi. Questi, benché as- 
sai guasti dal tempo e malamente ristaurati, 
debbono essere pur copie d' insigni originali. 
£ giacché quelli di Egesia erano in metallo ^ 
potevano pur questi essere stati da quelli o da 
altri copiati. Ad assicurare la singolarità ed il 
pregio deir invenzione di questi cc^ossi noi re- 
cheremo un medaglione già esistente presso 
monsig. Onorato Caetani, mal descritto dal Yail- 
lant, che rappresenta uno di quésti Dioscùri 
in atteggiamento perfettamente simile aL Capi- 
tolino «(i). 

Venendo ora alla positura del cigno che si- 
gn*oreggia nel mezzo a' due Dioscuri, ci sembra 
che questa sia propria del padre de' Numi che 
in esso si rappresenta. Gli alberi ed il luogo 
campestre possono indicare la sponda del fiume 
Eurota, che fu il luogo ove Leda fu sorpresa 
da Giove (2^ Potrà ancora osservarsi, quando 



(1) Il Yaillanty Nufn, Impp, Rom, praestanL, tom. II f, 
pag. i36, TR. POT. Vili. COS. II. Figura seminuda 
stans , dextera equum capistro tenet , sinistra baculum. 
Si darà nella tavola aggiunta T impronto di questo me- 

.daglìone. 

(2,1 Tzeze a Licofrone, v. 81; spiega a luogo questa « 
favola ; e dice che in un Juogo campestre^ in riva al 
fiume Eurota, Leda fu sorpresa da Giove in forma di ' 
cigno. Igino parimente; Fab. LXXVII, descrive questo 
avvenimento in riva al fiume Eurota. Omero dice che i 
Dioscuri nacquero da licda sopra il monte Taigeto , 



7* ... 

non sia un accidente della composizione, che la 
figura a destra de' riguardanti si Tolge al cigno , 
mentre T altra è di prospetto perfettamente, e 
potrebbe la prima individuarsi per Polluce che 
scambievolmente si riguarda col padre sotto 
quella sembianza. 

Se quello che si è detto in fino ad ora prova 
quanto non sia comune il nostro frammento, 
pure dovremo aggiungere un' altra osservazione 
che lo rende ancora più singolare. Divìsa da 
una linea che corre su quel bassorilievo in guisa 
di bastone v edesi una caccia in frammento, che 
diligentemente osservata si riconosce pur d' un 
cignale non meno dall' unghia divisa, che dalla 
sottigliezza e movimento delle gambe. 

Igino ci aveva già lasciato memoria , che i 
Dioscuri erano intervenuti nella celebre caccia 
del cignale Calidonio (i), ma ne mancava il 



monte celebre che dall' Arcadia si estende per tutta la 
Lacedemonia : vedasi nell* inno primo ai medesimi ; V. 3 

Questi sotto la cima del Taigeto 
Ne partorì ìa venerabil Leda. 

(i) Igino, Fab. CLXXIII, pag. a43. Abbiamo in Ovi- 
dio il modo col quale faggi da' colpi de' Castori questo 
cignale Calidonio , al lib. Vili, v. 5']0. 

Et gemini nondum coelestfa sidera fratres , 
Ambo conspicid nive candidioribus alba 
Vectabantur equis; ambo vibrata per auras 
Hastarum tremulo quatiebant spicula motu. 
F'ulnera fecissent ; m'si setiger inter opacas 
Necjaculis isset, nec equo loca pervia silvas,. 



•7^ 

monumento che lo dimostrasse. In quésto se ne 
vedono le sicure vestìgie (i). Natale Conti nel 
suo poema sopra la caccia dice di piii , che i 
Dioscuri inventarono le frecce per raggiun- 
gere le fiere, e che essi i primi ammaestrarono 
i cani in seguirle (2). 

£ noto abbastanza come questi gemelli si 
amassero scambievolmente ^ come abitassero a 
vicenda il cielo e l 'inferno (3) ; come pas* 

(i) Quando si voglia indicare un altro monumento che 
ci additi i Dioscuri in figura di cacciatori , noi proporr 
remo il bassorilievo riportato da Winckelmann frai Mon. 
ìned.y num. ioa, ove si ravvisa Ippolito in allo di par- 
tire per la caccia : quelle figure con cavallo scolpite 
verso r estremità di un lato, hanno tutti i simboli dei 
Dioscuri. 

(a) Natale Conti; de Yenat., lib. II; pag. 1091 

Quid referam Ledae pueros: htc repperit arcuSf 
Et cursu domitare feras inverni equorum: 
Ille canes primus docuit vestigia caute, 
Atque feris homines crudo decernere caestu. 

(5) Seguendo quanto si disse sopra alla p. 69, n. (i) Ca* 
storc fu ucciso da Linceo a cagione del rapimento delle 
figlie di Leucippo: Polluce difeso dà Giove come suo 
figlio, non restò estinto ; ma invano procurò al fratello 
r immortalità : onde alternativamente abitarono il cielo 
e l'inferno. Minucio Felice perciò dice, Octav. , p. 201, 
Casiores alternis moriuntur, ut vivant. Omero già aveva 
cantato nel lib. XI dell' Odissea ; v. 3oo 

Or vìvono in un giorno ^ ora neW altro 
Mojono, e onor sortirò eguale ai Dei. 
A questo fece allusione Virgilio nel lib. VI dell'Eneide, 
V. lai 



76 

sasseto al grado di divinità e di astri nel se^ 
gno àe^ Gemini (i). Quello però che compro- 



Sic fratrem Pollux alterna morte redemit 
Jigue, reditque viam loiies. 

Siccome i loro astri non appariscono nel medesimo tem- 
po, fu immaginata questa alternazione celeste. 

(i) Da Orazio si dice che i Dioscuri poscia divennero 
Dei in premio delle loro singolari azioni. Nel lib. II 
dell' epistole. Ep. l^v.S 

Romulus et Liber pater ^ et cum Castore Pollux 
Posi i'ngentùz facta , Deorum in tempia recepii 
Dum terraSf hominumgue colunt genus^ aspera bella 
Componimi, agros assignant, oppida condunlj 
Pforavere etc. 

Benché siavi f ragli antichi autori qualche varietà di 
opinione y sembra la cosa più generalmente abbracciata^ 
che i Dioscuri divenuti astri , fossero il segno celeste 
detto Gemini, 

Bine clara gemini signa Tjrndaridae micant» 
Seneca y Bere. fnr. , jict. I. , v. 14. 

Igino a lungo ci dà conto di questo passaggio di Castore e 
Polluce nel segno de' Gemini , ved. Poei. Jstron. XXIL 
Eratostene Cireneo , Caiaster. io, dà un'esatta descri- 
zione delle stelle che appajono in questo segno dello Zo- 
diaco. V. Opusc. Myt. Phis. T. Gale ^ pag. io6. 

Anche il cigno ;, in cui Giove si trasformò , ebbe luogo 
fragli astri : Eratostene nell'opera citata alla pag. lao 
parimente lo descrive. Da Manilio se ne fa menzione 
replicate volte, come al lib. I, pag. 11, v. 19 

Proxima sors Crcni, quem caelo Juppiter ipse 
Jmposuìt formae precium , qua coepit amaniem 
ed in altro luogo, lib. V, pag. lao, v. a4 

Ipse Deum Cjrcnus condit, vocemque sub ilio 
Non totus volucer^ secumque immurmurat inlus. 



77 
vano tanti monumenti è V estensione del loro 

culto, mentre si vedono espressi in molte gre« 

che medaglie, in molte egiàsie (i)^ in molti 



Sopra questi ultimi versi immagina lo Scaligero, che il 
cigDo y costellazione celeste , avesse la testa umana , e 
fórse il volto di Giove. L'Atlante Farnesiano smentisce 
questa sua congettura y poiché in quello si vede il cigno 
volante , senza alcuna alterazione nelle sue forme , e 
hene ad esso si pu& adattare V altro verso di Manilio 

' stesso, lib. y, pag. tao, v. 9 

Plumeus in caelum nitidis Olor evolat alis» 
Poteva queir illustre annotatore riflettere, che bastava a 
distinguere quel cigno, che racchiudeva un Nume , da- 
gli altri cigni quel mormorio di voce che gli assegna il 
poeta , senza idearne un mostro. Quando il cigno del 
^nostro frammento non fosse collocato fralle piante , avrem- 
mo pur creduto che si fosse riferito a questa stella. 
. (i) Moltissime sono le medaglie greche nelle quali 
s'incontrano i Dioscuri o i loro attributi. Per indicarne 
alcune, oltre quella di Locri descrìtta alla nota i3, nella 
quale sono le teste de' Dioscuri con pileo e corona d' al* 

V loro , con astro sopra i medesimi ; diremo che nelle me- 
daglie imperiali greche del Vaillant si possono osservare 
le medesime teste fralle monete di Tripoli di Tiberio 
alla pag. 9 , di Adriano alla pag. 57 , di Antonino alla 
pag. 4? 7 di Caracalla, pag. fi8^ l'impronto di queste 
è riportato dal Vaillant in detta opera nelle tavole di 
appendice , ÌU. f,, num. 5. Parimente si osservano pressa 
il medesimo nelle medaglie de' Lacedemoni in Nerone , 
pag. 17. Nelle medaglie d' Istro nella Mesia si ravvisano 
le loro immagini nelle due teste giovanili , che bene . 
spesso vi si vedono espresse. Vedi Eckhely DocL Niimmor. 
II, pag. i4* I Dioscuri sopra i cavalli che corrono sono-, 
rappresentati nelle medaglie de' Lacedemoni , V. Eckhel, 
op. cit.; II; pag. 280^ il tipo è riportato dal Vaillant, 



78 



'IKf I 

marmi , in molte gemme , delle quali però al* 
cune più recenti si riferiscono agU enigmi dei 
gnostici ed a più moderne superstizioni (1). 



I. e* , là. d. , num. 1 o. I medesimi ora stanti , ora sopra i 
cavalli , sono nelle medaglie di Tindaride nella Sicilia , 
V. Parata , Sic Num. Uavercampi^ tab. CXVIII , n. 3 
pag. 73aj si trovano altresì nelle medaglie di Tiro' 
V. Eckhel, op. cit., Ili, 395, come anche in quelle di 
Tripoli si veggono con pileo ed asu, vedasi nel Vail- 
lant, 1. e, in Elagabalo , pag. i5o; come altresì si os- 
servano nelle medaglie di Focea presso Haim , Thes. Brii. , 
tom. II, pag. Q18, e di Addea, ivi, pag. 278. 

Sono assai frequenti nelle medaglie i soli pilei de' Ca- 
stori colle stelle, mentre si trovano nelle monete de' re 
di Siria , come può confronursi in Vaillant , Seleuc. 
Bist,^ pag. a3i, e neUe monete di Dioscuria di Ponto, 
V. Haim, Thes. Brit., tom. I, pag. 234 j nelle monete 
d Argo, V. Eckhel, 1. e, II, 1179, a8i , e Vaillant, 
op. cit. , in jippend. , Ut. / , num. 3 , ed in molte altre. 
Nelle medaglie imperiali egizie, delle quali , fralle al- 
tre sue insigni opere , pubblicò una perfetu collezione 
il eh. sig. Zoega, si veggono bene spesso Castore e Poi- 
luce in diversi atteggiamenti , incominciando da Traia- 
no e proseguendo a Faustina Giuniore , ed alcuni tipi 
sono riportati nelle tavole dell'opera medesima. Toh. F 
num. a; tab. FU, num. ao^ tab. IX, num. ,4; tab. XT 



num. IO. 



(I) Non mancano antichissimi ed elegantissimi inlaisli 
colla rappresentanza de' Dioscuri effigiati in diverse fog- 
gic i de' quali alcuni si possono osservare fralle gemme 
astriftìre del Gori ai num. XIII e LXXX fino al LXXXVI 
e num. LXXXVHI , ed in altre raccolte. L' inUglio bensì 
descruw da Winckelmann , Pierres gravées de Stoick. , 
etas. //, num. i54, non sembra che possa estimarsi di 
remotissima amichiti j tale anche ci sembra U lapislaz- 



79 
Furono questi Dei riguardati come bene* 

fici, ed ebbero in particolar protezione la 
navigazione , ed il loro splendore si riguar- 
dava come salutare pe' naviganti (i), e perciò 



zaio incìso del Museo Odescalchi^ alla tav. XXX^ co' Dio* 
scuri ed altri emblemi ^ come molte altre gemme con 
oscure allegorie e simboli strani. 

(i) Castore e Polluce furono annoverati dagli antichi 
fra gli Dei benefici e salutari. Igino espone, che per la 
loro concordia e per le loro azioni : Juppàer inter notis* 
sima sidera eos constiiuisse existimatur. Neptunus asaem 
pari consiUo munerasse : nam equis his quibus utuniur do^ 
nasse: et dedit polesiatem nautis saluti esse. PoetiCf 
jistron, XXIL 
Ci dice Omero nel secondo Inno ai Dioscuri, v. 6 

Salvador de* mortali ^ ella fé* figli ^ 
E dalle presto naviganti navi 



I giovani n'invocàn del gran Giòve, 
Con bianchi agnelli in cima della poppa 
Montando , che il gran vento e il marin fiotto 
Miser sotC acqua , e quei repente apparvero 
Con bianche penne strisciando per V aure. 

E Teocrito neir Idillio XXII, v. 17 

Ma pur le navi voi traete a galla 

Coi passaggier, che thnanzi avean la morte ; 

Tosto cessano i venti , e lieta calma 

Pel mar passeggia. 

Perciò Orazio , lib. I , Ode 3 , v. 11 : 

Sic fratres Helenae^ lucida sidera, 
Ventorumque regat pater , 

come anche il medesimo; Ode XII , v. 27 ; parlando dei 
figliuoli di Leda: 



8o 

Si tenevano dagli antichi per tutela delie loro 



.... Quorum simul alba nauiù 

Stella reftdsit. 
Defluii saxés agiiatus humor , 
Conddunt venti, fugiuntque nuhes 
Et minax {sic Dii voluere) ponto 

Unde recwnbit» 

« 

Non mancano , olire gli infiniti passi de' poeti che si 
potrebbero addurre y anche antichi monumenti che ci 
assicurano di questa loro particolar protezione de' navi- 
ganti. Come altresì per la loro possanza sopra V acqua 
dice il Monlfaucon^ Ant. Explic. ^ tom. I^ par. Il; pa^ 
gìna 398, che nella medaglia della famiglia Postumia 
hanno 1* asta in forma di tridente. Noi non trascurammo 
di osservare diligentemente queste monete originali, ma 
non vi trovammo la particolarità individuata dal Montfau- 
con 'y come altresì non si ravvisa nell' opera di Vaillant, 
Nnm. Ant, Fam. Rom., tah* GXVIII , Postumia y n. 5, 
benché sia quella onde fu copiata la citata medaglia. 
Non era da vedersi giammai nel denario sopraindicato 
questa forma d'asta^ poiché riferendosi quell'immagine 
al combattimento de' Castori a favore de' Romani^ in 
quello non si dice che combattessero col tridente y al 
lago di Giuturna : sicché sembra da escludersi 1* osser- 
vazione di queir uomo per altro eruditissimo. 

Molto meno questa medesima idea si comprova dal 
Basche, Bibl. Num», tom. Il, p* I, pag. 3 16, colle mo* 
sete di Dioscuria , nelle quali é impresso un tridente 
con delfino avvolto fra i due pilei dei Castori , poiché 
il tridente é segno di città marittima quale era Dioscu* 
reia , oppure un simbolo di Nettuno , posto nel mezzo 
a quello dei Dioscuri y mentre se l' avessero voluto in- 
dicare come proprio dei medesimi, ne avrebbero rap- 
presentati due , come fecero dei pilei. Nella medaglia di 
Focea riportata dallo Spanemio nel commentario a Cai* 
limaco, tom. If, pag. 557 , vedesi una nave; e sopra vi 



8r 
navi , collocandole nell' edicole , come era cch 
stume (i). 



sono ì dae pilei e le due stelle de' Dioscuri. In ana 
gemma riportata f^alle Astri fere dal Gon% nnm. CLXV^ 
ewi parimente una nave colle due stelle <le' Castori. 
Un antico bassorilievo pubblicato in Roma dall' Oliva 
nel i7!2o spiegato dal Silvestri e dal Cariofilo ^ ci con- 
serva un voto 'Con greca epigrafe fatto ai medesimi Dio- 
scuri da un tal Argenide pel suo felice ritorno dalla na« 
Vigazione. 

£ noto che lo splendore alle volte apparente nelle 
tempeste si credeva la loro fiamma^ e quando doppia- 
mente folgorava si aveva per augurio felice : al contra- 
rio la fiamma sola si credeva l'astro d' Elena, ed era di 
funesto presagio. Ancora presentemente si osserva da' na- 
viganti questa meteora , e si distingue col nome di fuoco 
di S. Elmo ; di S. Pietro, di S.Nicolò. Piinio nella Sto- 
ria naturale ne ragiona al lib. II , cap. XXXVII, p. 187 
del tom. I(> ivi parlando di queste stelle apparenti nel 
mare fralle tempeste dice : geminae auiem salutares, et 
prosperi cursus praenunciae ; quorum adventu fugar i diram 
Ulam ac minacem , appellaiamque Helenam , feruni. Et oh 
id Pollucif et Castoti id nàmen assignant. Il Lancisi ag- 
giunse alle enunciate dissertazioni dell' Oliva , anche 
una sua lettera ;=; De natura et praesagio Dioscurorum 
in tempestate appareniium, 

(i) Per le ragioni sopra addotte erano i Castori bene 
spesso collocati per tutela delle navi , come leggiamo 
praticato in quella che condusse l'apostolo S. Paolo , 
indicata negli Atti degli Apostoli al capo ultimo , v. 1 1 s 
Post menses autem tres ndvigavùnus in navi Alexandrina 9 
quae in insula hyemaverat y cui erat insigne Castorum.ìì si- 
gnor Zoega ravvisa i pilei de' Castori collocati in due 
edicole, appunto come solevansi collocare per tutela delle 
navi le deità loro protettrici nelle medaglie de' Cirenei, 
che da altri erasi da prima creduto rappresentare i fa* 

Museo Chiar. YoL I 6 



Sa 

Vi furono in onore di questi Dei delle feste 
particolari, tanto fra' Greci quanto in Roma; 
perfino sopra il Tuscolo ebbero solenni cere- 
monie (O* ^" Lacedemonia ove nacquero si ce- 
lebrarono le feste dette Dioscurìe (a). Un ma- 
gnifico loro tempio ivi eretto si diceva Aruicaewn 



inosi orti di Alcinoo. I simalacri de' Dioscuri; come pre- 
sidi della navigazione ; si vedevano nel porto di Samo- 
tracia , e si distìnguevano col nome di Magni Dli) Ser- 
vio attesta essere questa V opinione di molti S Vorrò et 
aUi complwres flognos Deos affirtnant simulacra duo w- 
riàa Castorìs et Pollucis , in Samotracia ante portum sita , 
ijuibus naufragio liberati vota solvebant. Serviusj adjien,f 
Uh. Ili, V. la, pag. 487- Pausania conferma che i Ca- 
stori fossero gli Dei detti Magni al lib. I , cap. XXXI , 
pag. 77, jépud Cephalenses y Castores praecipua quadam 
coluntur religione'. Magni enim Dii ah hii appellantur. 

(1) In una medaglia d'oro della famiglia Sulpicia ri- 
portata dal Morelli ^ Thes. Num. ; fam. rom. SVLPICIA. , 
lab. I; Dum. Vy e che ha nel dritto le immagini de' Dio- 
scuri pileati con laurea a stella sopra al capO; si vede 
al rovescio la città del Tuscolo cinta da muraglie ^ colla 
leggenda sopra la porta della medesima TVSCVL. Ci- 
cerone fa menzione di <{uesto tempio «di Castore e Pol- 
luce esistente sopra il Tuscolo nel lib. 1^ de Nat. Deor. , 
cap. 43; pag. loi; EéUt. Davisii, ma molto pia ne parla 
Sesto Pompeo Festo alla voce Stroppus y pag. CCLXI ; 
ìtem apud FaUscos diem festum esse , qui vocatur strup^ 
peana, quia coronati ambulent, et a Tusculani quod in 
pulvinari imponatur Castori Struppum vocari. 

(a) Le feste dette Dioscuria, secondo lo scoliaste di 
Pindaro I si celebravano dai Cirenei, come ancora si ce- 
lebravano dai Lacedemoni al dir di Pausania. Vedi Meurs* 
Graec. Fer. ih Gron. Thes. AnqtL Graec, tom. FU , 
f>ag. 762. 



85 
poidliè Anaces erano aùche nominati , quasi n)iri 
prinoipes et magni (i). Similmente ebbero, per 
la loro potenza e per le qualità loro, la de- 
nominazione di Dei Magni (a), di Dei Aver* 
ranci (3)* 

In Roma furono , dopo la loro prodigiosa ap«- 
parizione al lago di Giutuma, stabiliti ad essi 
onori particolari-! la memoria di questo fatto 
si vede nei denarj della famiglia Postuinia (4)* 

(') Questo celebre antico tempio d' Atene dedicato ai 
Dioscbri e denominato Anaceo era ornato delle pitture 
di Polignoto e di Micone, secondo scrive Pausanìa^ At* 
iicor^ Ub* If cap* XVIIL Castorum exin templurn peranti'' 
ijuantf in quo ipsi juvenes equis insidentes spectantur. Hic 
eorum res geSias Poljrgnotus pinxii, et Leudppi JUiarum 
nupUàs: Mkon vero eosy qui Colckos cum Jasoni naviga^ 
runif omnium autem accuratissime Acastum , pasque equos 
fedtk 

(pi) Alla tik (k) , p. 8i , già 6i provò colla testimonianza di 
antichi autori , che sotto il nome di Magni Dii s' inten- 
devano i Castori .* solo qui aggiungeremo un' antica iscri- 
sione che lAaggtormekite lo comprova : 

CASTORI • ET POLLVCI • DIIS • MAGNIS 
SVLPITIA • Q • SVLPITII - F • VOTVM 
OB • FILIAM • SALVTI • RESTITVTAM, 
Gruter», tom. I^ pag. XCVIII, num. 9. 

(3) Gli eruditi assegnano questo epiteto di A^errunciy 
che secondo Yarrone; lib. YI^ a4> pag» 81^ altro non 
indica se non che allontana e scansa i mali anche ai 
Dioscuri. Yedasi Hofman., Lex. Univ.; tom. I; pag. 4^3; 
e tutti comunemente i mitologi. 

(4) I Dioscnri che danno a bere ai loro cavalli, dopo 
aver combattuto in favor dei Romani , si possono vedere 
nel Morelli, Thei. Ifum.,fam. rom. POSTVMIA, n. 3, 
pag. 357. 



84 

Le loro immagini equestri sono espresse l>eiìe 

spesso nelle medaglie consolari in argento, come 

alle volte le loro teste soltanto (i), oltre quelle 

della famiglia Memmia e Postumia, delle quali 

si ragionò di sopra. Ebbero in Roma vari tempj : 

Tullio e Dione (2) ne rammentano quello nel 

foro Romano ^ Yitruvio uno ne addita nel circo 

Flaminio (3). P. Vittore ne indica altro nella 

regione XL (4)- Solevano i Romani giurare per 

li loro tempj; tanto erano da essi e venerati 



(i) Sarebbe troppo lango Y indicare tulle le medaglie 
consolari in argento che ne portano le inimagiqi nelle 
loro impronte ; si dirà soltanto cbe nella famiglia Cordia 
e Fonte] a vi sono le loro teste cogli astri sopra il capo. 
Nella maggior parte de' quinarj e sesterzj incerti sono 
rappresentati a cavallo in atto di correre ; e parimente 
nei denarj di moltissime famiglie ; come Aelia^ AntesUa^ 
Atilìn, Calpiirniày Coelia^ Cupienna^ec. Nudi coir asta 
a traverso colla spada sono espressi nelle moiiete della 
famiglia Sulpicia^ ec. 

(2) Cicero^ de Nat. Deor.y Uh. lU, cap. 5; pag. 3o3» 
Davisìi. Nonne ab A. Postumio aedem Castori et Pollaci 
in foro dedicalam. Piìt chiaramente Dione parlando del 
nuovo ingresso che Caligola dette al palazzo imperiale^ 
ci dice al lib. LlX^pag. 66a, sign. msirg. , Praeterea divisa 
in duas partes aede Castoris et PoUncis ^ quae erat in foro 
Romano ^ ingressum in paiatium per hoc iemplum , et media 
Geminorum simulacra paravit, duos velie sejanitores siti 
esse Jovis et Ledae filioSé 

(3) Vitruv, , lib. If^ jI j pag. 76, Item generibus aUii con* 
stituùtitur aedes uti est Castoris in circo Flami- 
nio f inter duos lucos. 

(4) Vedi Nardini; pag. 364 « P^S* 3^^* 



85 
e temuti questi Dei (i). Ma il nostro candelabro 
non appartiene ad alcuno de' tempj ronoiamt ma 
solo ci assicura che anche Adriano nella sua 
villa Tiburtina volle dimostrare il suo rispetto 
per tali divinità. 

TAVOLA X. 

BCSTO DI DiOSGURO \ 

La scultura di uno stile puro e la conser^ 
vazione formano il pregio di questo busto, che 
solo ai colossi del Quirinale cede il primato 
frai monumenti che a' Dioscuri s' appartengono* 
Kon sembri una capricciosa libertà, se a questi 



(i) Aulo Gelilo parla a lungo di questi giuramenti 
nel Ub. XI , cap. VI , pag. 73 , ove dice che gli nomini 
non giuravano per Castore ^ come le donne non giura- 
vano per Ercole. Soggiunge che quanto è chiaro il mo- 
tivo onde quelle si astenevano dal secondo , tanto è 
oscuro il motivo onde gli uomini si astenevano dal primo. 
Hrcole escluse la presenza delle donne da' suoi sacrificj j e 
perciò le donne non giurarono per esso. ;:3 Nasquam igitur 
scriptum inyerUre est apud itioneos quidem scriptoresj Me* 
hercle feminam dicere , aut Mecastor virum» Aedepol au* 
lem quod jusjurandam per PoUucem est , et viro et femi- 
noe comune est. Asserisce lo stesso Gellio , qualmente 
Tarrone era di parere che tali giuramenti per Castore e 
per Polluce si fossero in Roma introdotti dalle iniziate 
Eleusine ; e da queste si fosse poi anche fvagli uomini 
«steso tal uso. 

^ Questa testa è scolpita in marmo greco \ è in pro- 
porzione di una statua di palmi otto: ha qualche pic- 
colo ristauro ne' capelli } il busto è moderno. 



86 

ascriviamo un'immagine senza i simboli, senza, 
i distintivi loro consueti. Noi potremo con molti 
esempj d' antichi monumenti convalidare la no* 
atra opinione. Nella tavola antecedente già si 
espose, come i Gemini, segno dello Zodiaco, 
altro non sono che i Dioscuri; e questo segno 
in replicati monumenti è espresso in guisa molto 
simile al presente busto. L' insigne Atlante Far« 
nesiano ci presenta questi in due figure giova* 
nili con capelli inanellati e cinti da benda (i). 

È noto die gli Dei Lari o Penati di Roma, 
secondo l'opinione più abbracciata dagli eruditi, 
sono lo stesso che i Diosouri. Questi Penati si 
veggono nelle medaglie della famiglia Antia in 
una guisa che assomiglia al nostro busto. Sono 
questi figurati in due teste giovanili fra loro 
perfettamente consimili con capelli torti in anel- 
li che scendono loro sul collo, ed aventi una 
benda che stringe loro il capo, sopra il quale 
è figurata la stella che la qualità d* astri ne 
addita (^). 

Il nostro busto ci presenta un giovine di va- 
ghe forme ideali col crine diviso, in ricche 
masse disposto, e con una maestà imponente 
che lo distingue per Nume. La divisione de* ca- 



(i) Gorius, Qemmae astrìferae ^ toi». I; Alias Par- 
nesianus , lab. IV ^ num. n. 

(a) Vedasi questa medaglia nel Morell., Thes. Num., 
Fam. Rom. ANTIA, n. a, ove le immagini degli Pef 
fenati assomigliano al presente busto. 



pelli sopra la fronte può giustamente c^atteri^n 
earlo per figlio di Giove (i): la benda del pari 
gli conviene, come vincitore de' giuochi atletici 
o delle corse equestri (2). 

Non temendo la taccia di troppo minuti os^ 
servatori, seguendo le traccie di Winckelmann | 
considerammo gli orecchi di questo busto per 
vedere se erano schiacciati e contusi ; ma 
non vi trovammo la variazione cagionata dal 
cesto , come si trova nel bassorilievo Albani 
che pubblicò quelV insigne erudito, e che egli 
medesimo attribuì a Polluce (3). Sicché non 
avendo segno che lo distingua per pancrazia* 
ate, sembra che la presente immagine possa 



(i) La chioma divisa si vede nella testa antica del 
colosso Capitolino ^ come già osservò Winkelmanu , Sto- 
ria delle arti, tom. 1, pag. a3o; dicendo: che tale dU 
sposizione di capelli di Giove è siata riputata un attributo 
di lui sì proprio y che per mezzo di esso si è indicata la 
somiglianza de* Jigli suoi col padre j siccome scorsesi chia' 
ramente nelle teste di Castore e Polluce { principabnente 
in quella che è antica, moderna essendo r altra) ddlff 
due loro statue colossali ut Campidoglio. Tale accomoda* 
tura di capelli dal medesimo si osserva nelle teste di 
Alessandro Magno ^ cbe si vantava figlio di Giove. V. 
L e. , pag. 374. 

(a) Comunemente si vedono gli atleti col capo cinto 
di queste tenie o corone tortili , formate di lane o lini 
a guisa di cordoni. Di queste parla il Pascali o, de CoroniSp 
lib. IT; cap. Viri. Nel Museo Pio-Clementino si tratta 
replìcatamente questo argohiento al tom. U^ tav. IX ^ 
ed al tom. Yf, tav. XIII; nelle note. 

(3) Winchelmanu; Mon« Auu ined., tom. I, nom. 6a. 



88 

francamente riferirsi a Castore , cui ed il crine 
in quella foggia diviso e la benda promiscua- 
mente si conviene. 

Sebbene de' due Dioscuri si riguardasse Pol- 
luce come il figlio di Giove, qualmente ac* 
cenua la favola, pure sembra cbe Castore in 
Koma ricevesse un culto maggiore. A questi 
fra sacro il tempio nel circo Flaminio, che 
secondo .Giovenale serviva per conservare il 
danaro de' ricchi (i): V altro tempio al Vela- 
bro era parimente a Castore solo consecrato (a). 
In qualcuno de' tempj di questi Numi, o in 
qualche privato Larario , doveva essere collo* 
i;ato questo elegante e pregiabile monumento* 



(i) .... Et ad vigilem ponendi Castora nummi 
Juv., Sat. XIV, V. 260. Al qual verso avvertì T antico 
scoliaste del medesimo, che il denaro de' senatori che 
prima si depositava nel foro di Marte, si trasferì poi 
nel tempio di Castore. Aniea solebant drcas ferratas fa- 
cere^ et ibi mittere pecuniam suam senatores , et sic in 
Jbro Martis ponere. Ferum per noctem spoliatae sunt ar- 
eoe ; et coeperunt ex eo ad templum Castoris ponere. 

W y^di le note (3), (4), pag. 84 della Uvola pre- 
cedente. 



«9 
TAVOLA XL 

Ganimede *» 

^eye sicuramente aver luogo fraì monumeiìtt 
delle arti greche la graziosa statua quasi al 
naturale rappresentata in questa tavola. Figura 
questa un giovinetto , quasi del tutto ignudo, 
che leggiermente si appoggia col destro brac« 
ciò ad un tronco , e sostiene colla mano un 
vaso. Fu questa statua rinvenuta dal sig. Fagau 
nelle sue escavazioni Ostiensi (i), ove ancora 
esisteva nella sua nicchia adorna di mosaici , 6 
serviva d' ornamento ad un calidario d'antiche 
terme. Il vaso traforato del quale esisteva si* 
cura indicazione , e più il foro che intera^- 
mènte trapassa il tronco aderente , accertano che 
doveva servire ad uso di fonte, e la pianta 
alquanto logorata addita chiaramente lo stilli* 
cidio deir acqua che vi scorreva (2). 



* Questa statua è alta palmi sei ^ e scolpita in marmo 
^eco. Ha di moderno la metà delle braccia colle mani 
ed il vaso. 

(i) Di questi scavi fatti dal sig. Roberto Fagan^ pit- 
tore ed amatore delle antichità, si ha qualche cenno nella 
lettera del sig. avv. Carlo Fea, soggetto notissimo, che 
concerne la relazione di un suo viaggio ad Ostia ; slam* 
pato nel i8o5. Qui si pone ^esta statua fra i mouu* 
menti rinvenuti nel i8oo. 

(a) L' uso delle statue per ornamento de' fonti si vede 
^a^i antichi praticato non solo colle figure dei numi 



9^ 

Incominciando dal capo tutto è mirabile. Sor^ 

gendo bizzarramente i capelli dalF occipite i 
parte in lunghi aneUi-^scendono sopra gli omeri , 
parte tagliati giungono a >soprire la metà della 
fronte: l'aria del volto è dolce; la semplicità, 
la leggiadria appare in tutto il nudo della fi« 
gura. La clamide allacciata sopra la spalla de- 
stra , che con moltiplici pieghe interrom]5e il 
ìiudo della figura , è lavorata colla più sublime 
franchezza , mentre ancorché sia riccamente av- 
volta , pur dà conto d' ogni piega ancor più 
dottile dal suo principio al suo termine-, senza 
avere una apparenza secca e stentata. L' atto 
molle col quale s' appoggia la persona al tronco 
vicino , fa spiccare in lei una sorprendente de- 
licatezza , e toglie d' ogni parte quel risentito 
che dovrebbe dare ad alcuni muscoli il soste* 
nersi da sé medesima (i). Noi vediamo fra '1 



delle acque; come dei Tritoni ^ dei Fiumi, delle Ninfe, 
ma ancora coi Sileni, coi Fauni, dove si assomigliava 
al vino r acqua che si versava. Lo scultore della nostra 
statua volle paragonare l'acqua che scorreva dal fonte 
che doveva adornare, al nettare degli Dei. Ovidio al V. 
delle Meum., v. 356, fa dire a Latona tormenuta dalla 
sete nelle campagne della Licia: 

Baustus aquae mihi nectar erlip vitamque fatehor 
Accepisse simul, vUam dederitìs in unda. 

(0 Winckelmann nella Storia delle arti, tom. I, p. ^55, 
parla a luogo di questo atteggiamento, e dice che le 
gambe incrocicchiate si riguardavano dai Greci come 
un alta sconvenevole, e che^solo si trova nelle statue 



9« 

celebre Fauno Borghesiano (i) ed il bel Ga*- 

oimede pileato del Museo Pio-QementÌDo (a) 
una certa simigliansa, ma non sappiamo deci- 
dere quale sia un atteggian^ento piii delicato 
meglio inteso. Bene a ragione chi ne fu 1' àuu 

. ' ■ ' ■ t » V 't ' * I I > W W" l I ■ piiiii I I i n .^ 

di Apollo e di Bacco, del quale in tal gui^a ^i vuole 
indicare la mollezza; e perciò ben si adatta ancora .al 
giovinetto Ganimede. Nelle figure muliebri il WinckeU 
mann la crede tale attitudine anche pia impropria, e 
giudica moderna una medaglia di M. Aurelio colla Pro*» 
videnza^ pel solo motivo di simile atteggiamento. Noi 
crediamo non giusta questa sua riflessione , mentre spessa 
volte la Sicurezza, quando è figurata in pie, è rappre- 
sentata colle gambe ìq tal guisa disposte, ed allorquan^ 
dò è -figurata sedente ha il braccio appoggiato sopra il 
capo^ come pn^ riscontrarsi ne' Dialoghi sopra le meda* 
glie di Ant. Agostini , pag. 48 e 49. Sicché ci sembra che 
questi due aiteggiamenti,.sieno atteggiamenti di sicura traj:u- 
qu ili ita e di riposo; perciò anche confacenti alla Felicità , 
per figurarla stabile e ferma, V. Agostini , 1. e. , p. 60: e.d 
alla Provideuza ancora , che altro per lo più non figura , 
che il pensiero del principe per la pubblica economia 
in fornire la città delle biade^ necessarie, procurandole 
alle volte dalla Sicilia « dall'Egitto, come con diverse 
medaglie comprovar si potrebbe, e come indica gene<- 
Talmente la nave o il timone che non Ai rado v^desi 
presso la figura delFAiuiona. Y. Agostini, h c^ , pag. 70^ 

(i) Vedansi Sculture del palazzo della vUla Borghese , 
tom. n, stanza V, num. 8. 

(!>) Museo Pio-Glementifio, tom. II, tav. XXXV. Que*- 
sta £L^tua molto assoniiglia quella clie qui esponiamo f 
ha bensì il pileo frigio sopra il capo, il che nella no- 
stra non si osserva. Nelle gemme riportate dal GronoviQ 
.si vede più volte Gaaiai^de sejpza tal distintivo ; vedaci 
^pm. l; lett. V, 



9^ 

tore volle contraddistinguerlo col suo nome ^ 

mentre poteva gloriarsi di sì leggiadra inven-* 

zìone , che aveva saputo condurre con tanta 

sceltezza di forme , con tanta finezza di scal** 

pello. 

Una statua che sopra il naturale si solleva ^ 
e che giunge al hello ideale ed alla perfezione 
delle forme , non può rappresentare che una 
divinità, o almeno persona che a quella $'ap« 
pressi. Noi, se volgiamo la mente alla favola 
di Ganimede , rinveniamo tutte le ragioni per 
vederlo rappresentato in questa scultura. 

Narrasi che stava sul monte Ida il giovinetto 
Trojano discendente da Dardano , ad inseguire 
le fiere colle armi venatorie , quando 1' aquila 
di Giove, o Giove stesso in aquila trasformato, 
lo condusse al cielo , poiché , al dire di Omero , 
volle Giove porre nell' Olimpo un ornamento, 
del quale non era degna la terra (i). Gani- 

(i) Virgilio cosi descrive il rapimento di Gauimede: 

Intextusque puer frondosa regt'us Ida 
Vehocis jaculo cervos cursuque faticai 
Ater y anhelanti sìmilis i quem praepes ab Ida 
SubUmem pedibus rapuìt Jovis amiiger uncis» 

Aeneid. V , v, a 5 a. 

In una gemma riportata dal Maffei , lom II , tav. XXVllT , 
Ganimede rapilo dall'aquila ha nella destra l'anni da 
cacciatore. Ovidio è di sentimento che Giove medesimo 
cangiato in aquila fosse il rapitore di Ganimede: 
Kex Superum Phrj'gu quondam Ganymedis amore 
Arsiti et inventum est aliquid^ quod Jttpiter esse. 



mede cosi deificato divenne a un tratto il cop- 
piere di Giove 9 il ministro degli Dei, togliendo 
a Vulcano e ad Ebe il loro ministero. Eustazio 
nelle sue annotazioni ad Omero fu di senti- 



Quam quod erat , malici ^ nulla tamen aUte veni 
Dignatur ; itisi quae possee sua fulmina ferre, 
Nec mora : percosso Menddeiòus aere pennis 
'Abripii lUadem. 

JUetatp.X^ V. i55. 

littciano ancora, me* Dialoghi degli Dei; Jupiter et Ga^ 
nimedes , tom. I, pag. 190, siegue la stessa opinione ^ 
mentre fa dire a Giove: Ai neque homo sum ego quem 
vides f adolescenitile y ncque aquila , sed omnium rex Deo* 
rum hic sum j comode mutata forma. 

Benché da ApoUodoro e da molti poeti si dica, che 
per la sua avvenenza Ganimede fu rapito . . . ef Ganf" 
medem. Hunc autem oh corporis formam raptum per aquU 
ìam 9 Jupiter Deorum pincernam constituit y pag. asi ; 30, 
pure Cicerone nel lib. I delle Tusculane ; cap. 26 , ed 
altri vogliono che per la^ virtù fosse condotto al cielo. 
Onde Oblerò cantò così di Ganimede nell' Inno a Venere ^ 
V. ao3 

Certamente che il biondo Ganimede 
Si ne involò il consìgliero Giove 
Per sua bellezza , aedo fragli immortali 
Si stesse* 

Quelli che godono ridurre ad istorie incognite la mito- 
logia y dicono che un re di Paflagonia rapi Ganimede f 
e perchè fu condotto in una rapida nave che aveva 
forse l'aquila per insegna ; fa inventata questa favola 
del suo rapimento soprannaturale. Furono similmente 
ideati vari significati allegorici circa questa avventura 
di Ganimede ; che potranno vedersi nel Vossio , de idol:f^ 
pag. 470, b. 



0^ 

meiltd j dhé Ganiniedé prestasse soltàtitò à Giove 

il suo servigio , e che le altre divinità seguis'^ 

ééfo a prevalersi del ministèro di Ebe (i). 

Un argomento cosi gentile fu replicatamente 

trattato da* greci scultori. Quello di Leocare 

Sorretto da una grand' aquila, forse lo possiamo 

ravvisare in un piccolo marmo del Mtìseo I^o- 

Clementino (2). Ma oltre quello che il preciso 

fitto del rapimento ne esprime ^ non nlancano 

Antichi monumenti òhe a noi additino questo 

<*òppiei*e défl nettare celeste. Nelle gemme (3)$ 

liei tnàrmi (4) T osserviamo più volte, e nel 

medesimo Museo Pio-Clementino, oltre un has« 

soriUevo , possiamo vedere due statue che pre* 



(i) Eustat. ad Homer.; lib. ^V , A , VUl, tòm. Ili, 
(>àg. 961 j edit. Politi. 

{1) Museo Pio-dlem. y tom. Iti, tàv. XLtX^ Guattani, 
ifoiiuin. ined. ; tom. tll, pag. 47* 

(S) Manette, Pier. grav. , tom. ÌI, tab. Ltl; Maffei^ 
Gelntne, tom. II, tar. XXYIII e XXIX; Gor. , Mas* 
t*iorent. > loto. I> tab. LVÌ , ri; V e VI^ é tòm. Il, 
tab«XXXVlI; Wirickelmanti, Vìtt. gtar. dtì Stosch , 
pagi 58, nùm. ì65 au 17^. 

(4) Winckelmann, 1. e, rammenta Una statua di Ga- 
n'mede nel palazzo Yerospi. Isella Indicazione della yillà 
Albani^ edizk seconda, num. 607, è descritto un basso'- 
rilievo della medesima rappresentanza: come altresì al 
num. 444 sì riporU un ci{ipo già pubblicato dal Boissardo, 
pan III, tab. 85. Sembra pure che a Ganimede appar** 
tenga una pittura del Museo Ercolanese, tom. Ili, tar 
Vola XXIV, num. a. 



95 

sentano il medesimo soggetto (i). Si distidgtiono 
ijueste figure dal giovanile aspetto, dalla lunga 
chioma, dall'aquila, dalla tazza, dal vaso* Nel 
nostro per altro sono assai bene rappresentata 
le giovanili vaghissime forme, la lunga inanel-^ 
lata chioma lodata d^^' poeti. Il nostro scultore 
con arte singolare ha saputo rappresentare i 
capelli dì questo giovinetto, e vi ha posto in 
opera tutta l'industria. Temeva egli di rendere 
goffa la sua figura, se occupava il capo e gli 
omeri con lunghe treccie, perciò con poche 
ciocche di capelli che scendono sul dorso, ha 
indicato questo pregio del giovinetto, senza in- 
gombrare il nudo, e senza alterare la purità 
del contorno. 

La clamide che leggiermente vela V omero 
sinistro e parte del petto alla presente figura, 
è allacciata sopra^ la spalla destra da una fibula , 
e sembra che possa denominarsi la clamide fri* 
già, che da' poeti sempre gli si assegna. Apule] o 
descrive un giovinetto colla clamide efebica, 
e sembra descriva la nostra statua medesima: 
dice egli che questi tutto era. nudo, e solo 
coir efebica clamide copriva il sinistro ome- 
ro (2). Potrebbe anche essere la clamide ve- 



(i) Museo Pio^Clein.y tom. II, tav. XXXVeXXXVI; 
tona. V, tav. XVI, 

(a) Adest luculentus puer nudus, nùi quod ephebtca 
chlamjrde wdstrum tegebat humerum* ApuL Meiàm.j lib. X, 
pag. a53, 8. Ancorché giastameate possa convenire ^ 



natoria propria egualmente di Ganimede (i)« 
Il vaso e la tazza , con cui Ganimede minisina 
la bevanda agli Dei, benché di moderno ri- 
Hauro 5 hanno bastante antica indicazione , e 
sono talmente proprii di Ganimede, che ne for- 
mano il distintivo, come si osserva costante** 
mente ne* monumenti antichi già allegati. 



■«»■ 



Oatiìmede la clamìfle efebica, pure noi abbiamo franca- 
mente chiamata frigJA la clamide della nostra statua ^ 
poiché i poeti ad esso costantemente attriboiscono tal 
abito proprio del suo paese. L' epiteto d' Intexius che 
abbiamo letto in Virgilio alla n. (1)^ p. gì , altro ; secondo t 
commentatori^ non significa che la clamide frigia con- 
testa o ricamata a vari colori che egli aveva indosso s 
lo atesso Virgilio dk al giovinetto Ascanio la clamide 
Frigia .' 

JEt Phrigram Ascanio chìampàem. 

Aeneid. Ili , v, 4^4' 

Ove tiota Servio ^ Aut acu pictam, Hujus enim artis pB* 
ritos Phrjrges, dicintus secundum Plautum. Gli Accademici 
Ercolanesi, toni. Ilt^ pàg. 121 ^ distinguono la clamide 
ejehìca col nome di alieula | secondo Ulpiano^ ed EsicLio 
così anche chiama le claVnìdi tessaliohe< Soi per altro 
osserviamo che tal nome può. pia convenire alle clamidi 
che si allacciano sul petto ; che a quelle allacciate so- 
pra una spalla. 

(i) L'espositore del Museo l'io dementino chiama le 
clamidi delle figure di Ganimede clamidi venatorie, delle 
quali veggonsi rivestite, fra gli altri monumenti, in 
Un bassorilievo riportato dal Dempstero ^ tah. XLf^/I , 
tutte le figure di cacciatori che in quella sono rappre- 
sentate. Il vederne quasi sempre coperto Ganimede, e 
tanti altri eroi che nella caccia si dilettavano, prova 



97 
Ci sembra che quanto abbiamo in fino ad 

ora notato, basti a provare la rappresentanza 
di questo marmo, mentre il chiamarlo Ila, come 
piacque ad alcuno, non sarebbe una verisimile 
congettura. Ila portava V acqua ad Ercole mo* 
testato dalla sete, né giunse a prenderla o a 
ministrargliela. Come dunque combinare con 
questo soggetto una figura che ha un vaso pieno 
d* acqua e che anche la versa? Non ci è ignoto 
che nelle greche medaglie si trova la figura 
in piedi di qualche fiume in atto ai versar 
acqua , e che questi è rappresentato in età 
giovanile, come tutti i fiumi non navigabili (i)« 
Ma non vi fu alcuno di questi fiumi tanto de- 
cantato per r avvenenza da poterlo immaginare 
rappresentato neHa nostra figura. 

Rimane a dire qualche parola circa i greci 
caratteri incisi sopra il tronco della statua, ma 



sempre pia che la clamide era adoperata in tale eserci- 
zio. Ganimede presso i poeti continuamente è chiamato 
cacciatore : 

Hinc Pkrjr£ìus fidyis venaior toUitur àlis. 
Stat.y Theb. I y v. léfi. 

(i) Per toccare di passag[gio un argomento ; del quale 
«adrk in acconcio ragionare altrove y noi rimetteremo i 
nostri lettori; per le immagini de' Fiumi in pie ed in 
forma giovanile ^ alle note del traduttore» della Mitologia 
di Banier stampata in.I^apoli al tom. I; pag* i^ j ove 
potran vedersi i fiumi Ipsa e Crisa in figure stanti , ed il 
fiume Aci imberbe giacente, come altre teste parimente 
giovanili di piccoli' fiumi. 

Museo Chiar. Voi. I. 7 



98 

assai cancellati e scorretti. Se Togliamo consi- 
derarli tali quali essi sono, cioè OAIATMOZ, 
non sappiamo a qual nome adattarli. ^^ suppo- 
nendo guasta in qualche parte la quinta lettera 
e riducendola I , potrebbe leggersi <^ AI A1M02 , 
e credere Fedimo l'autore della scultura (i). 
Per quanto abbiamo procurato ricercare^ frai 
pomi degli artefici, un nome simile non ci è 
riuscito rinveiiitlo, benché si trovi usato dagli 
antichi, e se ne trovi memoria nelle gr.eche 
lapidL Solo potremo , fondati sopra questo 
vago esemplare , aggiungere un nome nuovo 
al catalogo degli antichi greci scultori. 

Giunta degli AutorL 

Sopra una statua che per la greca eleganza 
si distingue , non ci tratterremo giammai troppo 
lungamente, né saremo rimproverati, se a quanto 

(0 Questo Fedimo non. si trova fra gli scultori annove- 
rati da Plinio , da Pausania ^ o da altri antichi scrittori , 
sicché i^OD è conseguentemente registrato da alcuno dei 
moderni ^ che hanno compilato ^li elenchi di antichi ar- 
tefici ; ed è la prima volta che ve desi inciso sopra qual- 
che scultura. 

Questo nome di Fedimo in lingua greca altro non si- 
gnifica che lUustriSf Clarus* Il sig. avv. Fea già citato 
nella detta relazione del suo viaggio ad Ostia ha riportato 
alla jpag. 54; n. i , molti esempj di questo nome^ <iome 
in un poeta greco presso il Fahricio; come in diverse 
iscrizioni di Grutero; di Fabretti, di Muratori, e final-, 
mente nelle inctizioni del Muxeo Gabino. 



99 
si disse sopra tale argomento , aggiungeremo 

ora qualche osservazione* Leggendo Eratoste- 
jae (i), osservammo al cap. 26 che secondo 
alcuni r Aquario, segno celeste, era lo stesso 
che Ganimede: Nonnulli vohint hunc {Aqua^ 
rium) esse Ganjrmedem. Dice inoltre che la sua 
figura assimigliava ad una figura che versa vino: 
Simulacrum videtur simile vinum fundenti» In 
fine soggiunge una particolarità che molto si 
adatta alla nostra statua, dicendo particolar- 
mente che colla sinistra versava V acqua: Effusio 
"Vero aquae a sinistris fit 

Dopo aver parlato di un sì helF antico lavoro, 
e di un argomento sì gentilmente trattato da 
tanti greci illustri artefici, non disconverrà dire 
che anche i moderni hanno esercitato sopra 
questo soggetto il loro valore: non parleremo 
noi di Tiziano , che nel suo quadro rappresene 
tante il r.apimento di Ganimede tanto si di- 
stinse e sollevò il suo stile; ma hensì faremo 
r elogio di un artefice de' nostri giorni , cui 
tanto ci legava l'amicizia, e la cui memoria 
esige la nostra gratitudine. Nel tomo II delle 
Memorie enciclopediche romane sulle belle arti^ 
antichità, ec , alla pagina i35 è riportata una 
graziosa invenzione del fu Gaspare Capperoni, 
incisore in pietre dure , che rappresenta il gio- 
vine Ganimede sedente, in atto di pascere 



{i) V, Opuscula mxihohgica phjrsica et elica, gr. lat* 
( Thomae Gale) ; pag. i2i. 



lOO 

l'aquila di Giove. Questa valente professore 
di belle arti , è quegli che unitamente allo scul- 
tore sig. Antonio d' Este tanto cooperò alla 
pubblicasione dei monumenti di questo Museo , 
del quale a noi si affidò la cura delle dichia- 
razioni. Se egli non ebbe la consolazione di 
vederne pubblicato neppure il primo volume , 
noi adempiamo in questo luogo al tristo offi- 
cio di tessergli una corona sopra il suo sepoU 
ero, e di contestare al pubblico il nostro do«- 
lore per la sua perdita immatura. 

Nacque Gaspare Capperóni in Roma li 17 
dicembre 1766, fu suo padre Domenico di Ci- 
vita Reale , negoziante di dròghe. Il giovinetto 
dopo aver fatto , secondo il cosrtume ^ gli studi 
grammatici , si applicò al disegno presso il ca« 
valier Vincenzo Pacetti. Non furono tardi i 
suoi progressi nell' arte , mentre dopo essere 
stato ben quattro volte premiato nelF Accade- 
mia del nudo, al concorso dementino del 1785 
riportò un premio nella scultura. La sua com- 
plessione dilicata non era adatta per iscolpire 
nel marmo ; scelse perciò l' incisione in pietre 
dure , ed un tal Francesco Alfieri, scultore ed 
ii9CÌsore, gliene insegnò la pratica, e ben pre-^ 
sto acquistò un credito non mediocre. Avendo 
poi contratta particolare amicizia con Gavino 
Hamilthon pittore scozzese, ebbe la virtù di 
farsi dirigere, benché adulto, da questo som- 
mo conoscitore dell' antico e delle arti ; avendo 
perciò a sua insinuazione fatto un profondo 



tot 
studio sulle greche medaglie , divenne , quasi 
diremmo, impareggiabile nel magistero di con-- 
durre in incisione ed in rilievo tanto i ritratti^ 
quanto le teste ideali (i). Sempre intento al 
lavoro, passò una vita ritirata in mezzo alla sua 
famiglia lontano da ogni strepito. Lo studio 
del disegno lo fece ancora conoscitore nella 
pittura , e perciò potè unire alla professione 
l'acquisto dei quadri, de' quali ne possedè di- 
versi elegantissimi , rilraendone molto profitto. 
, Dopo lunga malattia, cui non giovò né la 
mutazione del cielo , né i rimedj dell' arte me- 
dica, cessò di vivere il i5 dicembre 1808 
fralle lagrime della sua numerosa famiglia , com- 
pianto da tutti quelli che lo conoscevano e che 
ne ammiravano V arte e le virtù. ,.L' integrità 
de' suoi costumi^ il suo studio indefesso, la 
somma attenzione in educare la sua famiglia, 
lo renderanno sempre un esemplare da proporsi 
ai padri di famiglia e ai seguaci delle belle 
arti. 



(1) L'indicazione di altre sue belle opere , e delle cose 
esistenti presso di esso ^ potrà leggersi nelle enunciate 
Memorie. Enciclopediche ; tom* Hip pag. i36ì toni* iV; 
pag. 125. 



I03 

TAVOLA XII. 

MlNCRYÀ PAaFERA *. 

Seguendo V ordine delle divinità superiori , 
dopo Giove e Giunone, e le cose che a que- 
sti Numi hanno relazione, noi passeremo a ra- 
gionare di Minerva, nata dal capo dello stesso 
Giove (i). 

Filostrato descrive un' antica pittura , nella 
quale Pallade sortiva armata dal capo di Giove, 
dopo che Vulcano colla scure lo avea aperto (2). 
Abbiamo molti monumenti che si riferiscono 
a questa nascita singolare. In una patera etru* 
sca è rappresentata, ed in questa col nome è 
contraddistinta ciascuna figura (5). Ve desi altresì 



* Questa s^tua è scolpita in manno pentelico , di 
grandezza come il vero: ha le braccia moderne. Era 
collocata ne' giardini de'sig. conti Giraud in Montorio^ 
dietro il fonte dell'acqua Paola. Il sig. cav. Vincenzo 
Pacetti r acquistò , e n' esegui con eleganza il ristauro. 

_ * 

(1) Callimaco^ ih lavacr. Paliad., v. i34 

• • • Nulla madre 

Partorirmela Dea, ma ben di Giove 
La testa* 

m 

(a) Palladem autem armatam horrent , quae e Jovis 
capite nuper erupit. Vulcani machinis adhihitis ^ est enim 
ex earum numero securis. Philoslrat. , Opera , lom. II , 
pag. 83a., Icon., lib. Il, cap. XXVI. 

(3) Questa insigne patera può redersi nel Gori, Mus. 
Etrusc.^ tom. l, tab. CXX^ nel Dempstero; de Etrur* 



io5 
sopra diverse antiche lucerne (i), non che so- 
pra vari antichi bassirilieyi (2). 

Questa stretta unione fra il padre Giove a 
la sua figlia, ne congiunse talmente nelF antica 
Grecia il culto , che spesse volte , al dir di Pau- 
sania (3), si trovava il simulacro di Giove con- 

Reg., tom, I , pag» i; interpretata dal Passeri né' Para' 
lip. ad Demp,j pag. 19^ come anche nel Fabretti; Inscript.j 
pag. 558. Monsig. Fierfrancesco Foggini la illustrò con 
una particolare dissertazione^ inserita ne' saggi dell' Kc* 
cademia di Cortona, tom. II, pag. gS. Finalmente il eh. 
8Ìg. ab. Lanzi la riprodusse nella profonda sna opera so- 
pra la lingua Etrusca, tom. Il; pag. 191, e fece pubbliche 
osservazioni più felici sopra i caratteri che vi si vedono 
incisi. 

(i) Passerìus Lucernde FictiLy Tab, LIL In questa rara 
lucerna vedesi Pallade in aria uscita dal dipo di Giove: 
Giove é sedente tra Vulcano colla scure ; ed altra deità, 
forse Giunone in atto d* ammirare. 

(2) Winckelmann, Mon. ant ined., tom. Il, pag. 5, ram* 
menta una facciata di sarcofago Etrusco, ove parimente 
è espresso il nascimento di Pallade/ e loda un bassori- 
lievo esistente presso la casa Rondinini col medesimo sog-. 
getto. 

(3) Pausania descrive molti tempj comuni a Giove ed 
a Pallade. //t Piraeo vero quae spectantur haec sunti Jovis 
et Minervae fanwn, Pausan, lib. I, cap. I, pag. 5> Io 
stesso, lib. II, cap. XXIV, pag. i65j e lib. V, cap. XVII, 
pag. ^ig'j e lib. X, cap. V, pag. 808, ed in altri luoghi. 

Orazio colloca Pallade accanto a Giove , 

Proxtmos UU tamen occupavU 
Pallas honores. 

Horatiusy Uh. Jy Carni, Od. Xlly v. 19, 
Anche in Roma nel tempio di Giove Capitolino era la 
statna di <juel Nume nel mezzo di Pallade e di Giù* 
none. 



io4 

giunto al simulacro di Minerva. E siccome a 
Pallade dette V antica religione dei Gentili tante 
diverse attribuzioni, ed in tante città fu par- 
ticolarmente adorata , moltissime furono e va- 
riate le sue figure, e moltissinai i nomi co' quali 
fu celebrata (i). 

Una delle immagini più antiche di questo 
Nume , rammentato dai poeti e dagli storici , 
fu il celebre Palladio di Troja. Di questa im- 
magine varie sono fra loro le descrizioni, es- 
sendovi chi l'asserisce sedente, chi in atto di 
vibrar V asta , e colla rocca ed il fuso nelF al- 
tra mano. Sembra però che dagli antichi atte- 
fici generalmente fosse rappresentata coli' asta 
e collo scudo rotondo o argolico, di una ma- 
mera secca e rigida , che par che termini quasi 
m erma, còme tutti i religiosi simulacri gen- 
tileschi di più remota antichità (2). 
^"^""^ — ^ — - 

(0 Se piace osservare il solo Pausania,si rinverranno 
moltissimi nomi diversi di Minerva, che dalle diverse 
cillk o dalle diverse sue attribuzioni traevano 1* orìgine. 
Dal Begero, nel tomo I del Museo Brandeburgico , si dà 
conio di molti di questi nomi : come anche da Natale 
Conti sono registrati moltissimi di questi alla pag. 3o3. 
Le tante diverse guise colle quali Pallade è effigiata 
nelle antiche medaglie greche, per lo piii non sono che 
le immagini dei respettivi simulacri di questa Dea ve- 
nerali in que' luoghi. Sono anche molte e diverse fra 
loro le PaUadi che si trovano nelle monete romane , 
che ai vari tempj del Nume si riferivano. Le tante an- 
tiche statue e busti restatici di questa, comprovano an- 
che tale osservazione. 

(a) Sopra il Palladio si parlerà pii diffusamente alla 
tav. XV di questo volume. 



io5 
Ma troppo lungo sarebbe annoverare tutti i 
simulacri di Pallade , de' quali abbiamo memo- 
ria presso gli antichi scrittori o nei monumenti 
esistenti , avanzi delle arti • greche e romaqe* 
Asseriamo bensì che questa prima statua che 
diamo a vedere ai lettori è assistita da pregi 
non comuni. 

La purità delle forme , e quella nobile sem- 
plicità che si mostra nel suo abbigliamento , 
r ascrivono indubitatamente alla Grecia y almeno 
per r invenzione. Un elmo semplice copre il 
capo alla, Dea; non vi è crine, non vi sono 
lavori, un solo ramo d* olivo delicatamente 
l'adorna (i). Benché generalmente^ le statue di 
Pallade abbiano la sopravveste corta e succinta ^ 
pure radamente si trovano queste immagini 
sènza r egida formidabile , come è la presente 
statua: dimodoché se la nostra figura non avesse 
conservato Y antica testa , difficilmente sarebbe 



(i) Apulejo, nel lib. X delle Metam.^p. a53 ••. • Mi» 
nervam , caput contecta fulgenti galea , oleùgina corona 
tegebatur ipsa galea. Il Pascalio , nel suo trattato De Co» 
roniSf asserisce y al lib. VI, cap. XYII; pag. 394; che si 
sacrificava a Pallade col capo coronato d' olivo , e cib 
sì praticava da Domiziano. Secondo Valerio Fiacco p 
lib. Ili , V. 4^4 } ^^^ 1a corona d' olivo distintivo di 
castità. 

Tempora tum vittis , et supplice castus oliva 
Implicai. 
Anche per questo motivo Y olivo poteva convenire a 
Pallade. 



io6 

stata attribuita a Minerva (i). Ma tutto ciòfa , 
a nostro credere , chiaramente comprendere che 
in questo mai^mo è rappresentata una Minerva 
Pacifera 9 una Minerva fautrice delle scienze, 
non la terribile Dea della guerra. Avveduta** 
mente perciò non le fu posto nelle mani né 
F asta né lo scudo , ma la civetta , simbolo 
conveniente alla protettrice degli studj. 

Noto è come Pallade, scacciata la cornacchia 
per la sua loquacità, scelse questo augello not^ 



(i)Gik nelle nostre esplicazioni alla tav. VIIT^ p. 60 , n. (r), 
recammo qualche esempio di Pallade affatto inerme* Ora 
basterà indicare altri monumenti , che ci presenx ino que- 
sta Dea armata soltanto dell' elmo. Nella Galleria Giù- 
slinfani possono vedersi tom. I^ tav. 4; ^p al tom. II, 
tav. 65, i3i , 140; nei Monumenti inediti di Winkel- 
mann ,n. i8en. iii, nel Museo Pio-Clementi no, tom. Ili, 
tav. XXXYII. Benché in questa ed in altre creda T espo- 
sitore del medesimo che l'egida sia sottoposta^ pure 
nella nos'tra manca 1* egida sicuramente, e bene spesso 
i poeti descrivono la Dea che si .cinge V egida per 
combattere. 

Quello però che maggiormente è da osservarsi, è che 
la Minerva Pacifera espressa nelle medaglie imperiali, è 
parimente senza egida, come potrà vedersi nel meda- 
glione di Clodio Albino riportato da Yaillant , Num, 
Imp, Selectay tom. Ili, pag. 161, nonché nelle 'molte 
di M. Aurelio, di Comodo, di Settimio, riportate dal- 
l'Agostini, Dial. , pag. 145, benché in quelle abbia an- 
cora l'asta e lo scudo. In una medaglia di M. Aurelio 
ancor giovine vedesi Minerva galeata colla civetta nella 
destra , Y asta nella sinistra e lo scudo ai piedi , ' e que- 
si' anche è immagine di Minerva Pacifera. 



107 
turno in suo prediletto , perchè la notte è amica 
delle applicazioni studiose. La dotta Atene nelle 
monete ed ovunque , poneva la civetta di Pal- 
lade, e Lene spesso o presso la Deao nelle sue 
mani si osserva negli antichi bassirilievi e 
nelle antiche monete, ove i simboli non sono 
stati tolti dal tempo, come nelle statue suole 
pur troppo avvenire (i). 



(i) Non sembri inutile ^ se ci tratteniamo sopra Ja 
civetta y simbolo moderno apposto alla nostra figura ^ sa- 
rebbe cosi f se questo simbolo non fosse stato copiato da 
altri antichi monumenti e se non convenisse a Minerva. 
Già delle cagioni onde questo uccello erale sacro ^ si 
disse abbastanza dall' espositore del Museo Pio^Clem. , 
che allegò ragioni prima non conosciute ^ ma tratte da 
antichi autori. La nottola svolazzante sopra, il capo di 
Pallade vedesi nell' elegantissima statua del Museo Fio- 
rentino^ tom. III-^ tav. YIl; e meglio nel Museo Etni- 
sco-^ (om. I, tav. XXVIII^ ove sembra che il monu- 
mento illustri una espressione di Aristofane^ che nella 
sua commedia intitolata ^(^^^^ pag. SgS^v. 5i4y diceche 
gli uccelli sacri alle divinità, si vedevano sopra il capo 
degli Dei stessi 

Jupiter die qai nunc regnat 

j^qùilam avem gerit in capite^ ut qui rese stt, 
Ejusque filia noctuam ^ Apollo vero , tamquam 
famulus acapiirem. 
1/ antico s.coliaste però nella nota a quel verso , fa il 
coinmento alla nostra statua ^ dicendo che era in costume 
rappresantar Giove coli' aquila sopra lo scettro ; e che 
la statua di Pallade , detta Ductrix ^ aveva nella mano la 
civetta 'y ed eccone le parole : Opnv €j(W è^e T^c 9te^ 
(àaJi/ijg^ « Avem gerens vi capite. » Oportuit tUcere ti 
in sc^ptro s Ita enim Pindarus » Kv^^t y* à^intT^lilpo 



io8 

L'olivo , anéotciiè pianta fatta nascere da Pal-^ 
lade per vantaggio degli uomini (i), è^ come 
ognun sa, il simbolo ancor della Pace (2); e 



Azoc* * Dormii haec in sceptro Jovis. n Vel quod in ca* 
piie cujuscumque Dei eas aves , qtuxè iis consecratae erant^ 
constituere solebanu Minervae auiem Archegetidis simu^ 
ìacrum noctuam hahehat in manu. Apollo cantra acci* 
piirem tenebat, utpote scilicet divinatoriam ayem, et ipse 
iamquam Jovis famulusi quum accipiier aquila ipsa mU 
nor est. 

Una Pallade in bronzo del Museo Rircheriano citata 
da Winkelmann^ Pier* Grav. de Stosch,, pag. 65 ^ è 
rappresentata ia tal guisa , come anche la ■ corniola ivi 
indicata al num 110. La bella statuetta, di Pallade pa- 
rimente, di bronzo riportata nella Coilect. Antiq. Rom, 
del Borioni, spiegata da B.id. Yenuti alla tav. XIX per 
Agrippina Minore in figura di Minerva, ha pur nella 
destra la civetta» Ancora in una medaglia d' Atene ri- 
portata neM* Bistoire de t Acad. R* des Jnscr, et BelleS'- 
leiires, ^tom. I, pag. agi, num. YI , edizione in la , 
Pallade è rappresentata col ramo d'olivo nella destra, 
e la civetta nella sinistra. Fralle . medaglie greche im- 
periali di Yaillant nelle monete degli Egei y e dei Go« 
tiadbsi in Agrippina Giuniore, pag. i5, èpajimente cosi 
indicata. Se ne possono vedere altri esempj nel Pelle- 
rin, tom. II, Peup. et F^il., pi. XLYII, n. 73. Melan- 
ge ^ tom. I, pi. XIY, n. 8. 

(i) Benché in diverse guise sia dagli antichi narrato 
il combattimento fra Pallade e Nettuno , pure tutti con* 
vengono che da Pallade si facesse nascere T olivo. Pau- 
sania , al lib. I, cap. 24, pag. 57, descrive una figura 
di Pallade, e dice: Prima oleae planiam , Minerva prò-* 
ferens. 

(a) Riporteremo su tal proposito qualche verso di an- 
tico poeta 



I09 
questo olivo , che adorna 1' elmo della ^presente 
statua, oltre le altre ragioni sopra indicate, 
ci fece decidere a denominar la medesima Mi- 
nerva Pacifera. 

Sarà opportuno far qualche osservazione so* 
pra r elmo di questa Dea. Questo è fatto in 
forma di teschio , ed lia gli occhi perchè possa 
tirarsi innanzi e formar la visiera. Questi elmi 
cosi semplici spesso si trovano nelle immagini 
di Minerva e nelle figure militari di greco la« 
voro (i). 



Circuit extremas òleis pacaìihus oras 
Ovid., Metam. YI, v. loi:. 

Paciferaeque ramiim praetendit olirne 
Virg. Acn. Vili, v. ii6- 

(i) Generalmente nelle opere greche si Tede Fallade 
coir elmo formato nella stessa guisa della nostra statua. 
Il busto colossale della medesima, una volta della Villa 
Albani y ora nelF imperiai Museo di Parigi, aveva Telmo 
in tal foggia: e così parimente vedesi in varie greche 
incisioni , come in quella di Antioco riportata dal Gori , 
Inscript. Etrwr.j iom. /, tav. /, it. ly-^ in quella ripor- 
tata dal Mariette, Pier* Grav.f tom* II, p* II, n* 4> ìa 
quella d' Aspasio citata . da Winkelmann , Mon. ined. , 
tom. II, pag. i43. Qui dal medesitno si nota, che quella 
parte dell' elmo che sporgeva in fuori , dicevasi Suò'^ 
grundium , dal fare all' elmo ed al capo quello stesso 
che fa la grbndaja de' tetti alle case. In altro luogo av« 
verte, 1. e, pag. i8i, che questi elmi si tiravano innan- 
zi e formavano come una visiera. Noi non ranunentia^ 
ino alcun monumento che ce ne dimostri quest' uso , e 
solo sappiamo indicare una piccolissima statuetta in 
bronzo del Mtt.s^o Obi^ano del Catajo cbQ lo mostri. 



vi 



I IO 

La sopravveste sembra ad alcuno di poterla 
denominare tunica pectoralis , secondo il Fer- 
rarlo (i); mft a noi sembra non sia ebe la 
consueta veste e sopravveste , delle quali ve- 
diamo vestite tante statue di Pallade e di altre 
muliebri deità. Winckelmann ne offre un ab- 
bigliamento consimile nella Pallade cbe vedesi 
nel bassorilievo delle nozze di Peleo e Teti- 
de (2). Questa sopravveste e la tunica sono 



Riporteremo perciò nella tavola aggiunta questo com- 
battente lavorato con mediocre stile y che portando un 
elmo della forma espressa, si serve del medesimo per 
visiera y prevalendosi degli occhi dell'elmo per vederci 
nel combattere. Nel giornale de' Monumenti inediti, 17877 
tom. IV y maggio, tav. Ili, è riportata una terra cotta 
con un combattente guarnito di visiera, ma questo sem- 
bra piii un combattitore d' anfiteatro, che un guerriero , 
come notò V editore , pag. XLIU. 

(i) Cosi piacque a monsig. Bottari chiamarla nell'e- 
sposizione della tav. VU del tom. lU del Museo Capi- 
tolino 5 ma il Ferrario parla più di vestimento virile e 
romano , e anche di bassi tempi , che di abiti greci, onde 
pare poco acconciamente abbia egli adattato tal nome 
alla sopravveste di Pallade. [Non crediamo neppure di 
dover chiamare questa sopravveste ColocasiOy come quella 
osservata da Winkelmann nel vaso esprimente il giudi- 
zio d'Oreste, tom. II, pag. 207, perchè quella non i 
cinta , ma lasciata libera e sciolta , e d icesi di feltro , e 
perciò, non confacente alle pieghe delicate ' e molli che 
si vedono nella nostra. Solo aggiungeremo che il Gori 
dice, che la cintura di Minerva era di lana, essendo 
quella Dea l' inventrice della lavorazione delle lane. 

(2) Winkelmaun, Mou. ined.^ tom. I, tav. iii- 



Ili 
alle Yolte fatte a pìccole pieghe, come nelle 
figure di greco antico stile si osserva (i). 

I calzari non hanno particolarità alcuna ; sono 
bensì quasi coperti dalla lunga veste propria 
di quella Dea, la quale sèmpre dal capo alle 
piante conserva quel virginale decoro che forma 
il distintivo proprio di lei. 

TAVOLA. XIIL 

Minerva Armata \ 

Fortunatamente le diverse immagini di Mi- 
nerva che arricchiscono questo Museo, tutte 
ci porgono delle particolarità degne di consi- 
derazione, e non frequenti negli antichi monu- 
menti. Semplice al pari della prima ci si mostra 
la Dea guerriera : nel volto ha un' aria più fie- 
ra, ma pure conserva quella tranquillità che 
è propria di una Dea immune delle passioni, 
e che perciò è una nobile, anzi divina fierezza. 

L'elmo è semplice, lo scudo e l'asta erano 
indicati dalla movenza delle braccia ^ e da tanti 



(i) Winkelm., 1. e, tom. I, tav. 5, i5^ 17^ ec. 

* Questa statua è alta palmi ^ette. E scolpita in mar- 
mo pentelico. La testa è antica, ma riportata: le brac- 
cia , lo scudo > i piedi sono moderni. Era ^ià nella villa 
MontaltOy poi Neuroni , ed insieme colle altre sculture 
passò presso il Jenkhis y , dal quale l'acquistò il sig. Carlo 
Albacini; e la ristaurò con intelligenza. 



112 

antichi DionumeDti consimili- Le braccia hanno 
le maniche allacciate da diverse fibule. Già si 
avvertì (i) in altro luogo che Eliano ascrive 
alla mollezza delle attiche donne questa foggia 
di vestire. Ma il vedere così affibbiate le ma- 
niche della nostra Pallade e di diverse Muse, 
ci fa credere questo un costume promiscuamente 
usato dalle donne greche , giacché Pallade non 
fu giammai rimproverata di leggerezza. 

La maggior singolarità per altro della nostra 
figura è la fascia , che passando dalla spalla des- 
tra, scende sopra il fianco sinistro. Questa deve 
essere il balteo destinato a reggere il parazo- 
nioy che alle volte -si vede cinto da Pallade. 
In due gemme del Museo StosciaQO vedesi PaL 
lade armata di parazonio^- ed in tale forma 
Winkelmann crede che Pallade debba deno- 
minarsi Armata^ mentre, come riflette quel va- 
lente scrittore, non dee tal epiteto riferirsi 
all' elmo , air asta , alF egida , allo scudo , che 
ne sono i suoi continui distintivi {2). 



(i) Aelian., lib. I, cap. XYIII. Vedi la tavola YH, 
pag. 54» nota (6) di questo tomo. 

{p) Wìukelmann ^ Pier. Grav, de Stosch , pag. 6a , 
nota che Paasania^ lib. IX; cap. XYlI^pag. 74^ j denomina 
una Pallade ^oOT^pui ^ y^ìe adire Accingens se j o che 
s' arma , e. crede giustamente di adattare questo epiteto 
alle Palladi che cingono il parazomo, come due ne de. 
scrive in quella collezione al num. 197 e 198. Benché 
questi antichi monumenti bastino a provare che Pallad^ 
alle volte cinge il parazonio o la spada, pure potremo 



ii5 
Questa figura non varia molto nel suo ve-^ 
stimento da quella della tavola antecedente , 
non avendo che la lunga tunica ed una corta 
sopravveste. Ha quella medesima sveltezza di 
forme , quella semplicità non mai abbastanza 
ammirata nelle pieghe , e quella giusta espres- 
sione che con poco addita tutto quello che è 
necessario indicare nelF argomento che si tratta. 
Leggasi la descrizione che Massimo Tirio ci 
fa di Pallade , parlando della statua di Fidia , 
e si avrà la descrizione della nostra statua. 
Dice egli, che Pallade è una bella vergine di 
alta statura con elmo, asta e scudo (i). 

Tutte le osservazioni ci persuadono a ri- 
guardare questo monumento come l'anteceden- 
te per produzione delle arti greche. La nobil 
ferocia del volto, il maestoso atteggiamento, 
il vero e grandioso getto dei panni , possono 
giustamente fornire agli artisti un esemplare 
d' imitazione. 



noi comprovare questo con un passo di Atbrico : mentre 
dice al cap. Vili; de Minerva ^ pag. 5ii : Haec enim pin- 
geòaiur a poeiis in simiiiiuàinem unius dominae arma^ 
iae lorica^ et gladio accinctae. U Gesio^ CoeL Astron. Poet*^ 
pag. i3iy senza alcun fondamento adatta il nome di 
Armata a Pallade > allor che impugna il fulmine. 

(i) Massimo Tirio, DisserUzione a6, pag. i83: Vir* 
ginem dico puìcram^ coesis oculisj proceram ^ aegide prae* 
cinctamj cum galea y clipeo et basta. 

Museo Chiaram. Voi. I 8 



\ 



/ 



l4 



TAVOLA XIV. 



Minerva egidarbiata \ 



Come per la grandiosa scultura, clie noi 
francamente diremo romana, cosi per qualche 
particolarità che tì s' incontra , merita consi* 
derazione la statuetta che qui diamo a vedere* 
Spetta essa parimente alla Dea della guerra: 
r egida col capo della Gorgona per tale la di- 
stingue (i). Sicché la denomineremo Minerva 
Egidarmata (2). Se questo nome ad essa può 
essere tanto comune , e se tanto frequente- 
mente si osserva con tale armatura, pure po- 



^ Questa statua è alta palmi cinque e oncie 10: è 
scolpita in marmo pentelicoj ha la testa antica , ma ri» 
portata; le braccia sono moderne. Stava nel giardino 
pontificio Quirinale. 

(1) Marziano Gapella, descrivendo al principio del li- 
bro VI, pag. ai 7, i simboli particolari di Pallade, dà 
a tutti una spiegazione allegorica. £ circa la Medusa 
che si vede sul petto della medesima, s' espresse in que- 
sto modo : 

Pectore Saxtficam dicunt horrore Medusam: 
Quod pavidum stupiet sapiens solertia vuìgus. 

(a) Questo epiteto d' Egidarmato è dato da Omero 
tontinuamente a Giove , e benché da alcuni sia stato 
malamente interpretato, pure fu ben inteso dal Glarke , 
seguendo Esichio e lo scoliaste di Omero medesimo. 
Questo può vedersi piii diffusamente nelle Osservazioni 
del sig. Ennio Quirino Visconti sopra un antico cam- 
meo rappresentante Giove Egioco. 



ii5 
t^Iii monumenti . noi conosciamo , ne' quali con 
tanta bizzarria ne sia adorna. 

Il Boissardo, nella Topografia di Roma^ pub- 
blicò una Minerva coli' egida posta nella guisa 
medesima (i): ma quella non può essere la 
nostra statua, poicbè non porta la Medusa so- 
pra Y egida ; ba la clamide ed una doppia veste 
assai a questa dissimile, oltre la greca iscri- 
zione che nella base vi si legge. Il Cavallerio 
fralle statue di Roma esibì forse la presente 
statua, dicendo cbe esisteva nel giardino del 
cardinale di Ferrara ; e solo alla inesattezza 
di quelle vecchie incisioni dovrà attribuirsi 
qualche varietà che passa fra quella stampa 
ed il vero suo originale (a). 



(ì) Boissardus y Topographia Urbis Romce, pars ÌV ^ 
num. 63. 

(a) De CavaUerUs J. B, Antkjuar, S tatuar. Urbis Rontce 
liber prim, et secund,, pag. S']* Già conoscono gli ama- 
tori delle antiche stampe la dissimiglianza e varietà 
che s' incontra fralle diverse copie di quest'opera. L'esem- 
plare che da noi si cita , sembra uno de' non inferiori^ 
ma certamente non è de' primi esemplari , ne' quali erano 
i due libri divisi con frontispizj fra loro : ma di . questi 
non ne abbiamo potuto osservare un intiero corpo. L'in- 
dicaxione di qaesta tavola 57 dice:. PaUas marmorea 
ibidem , e si riferisce alla tav. 4^ ove indica : In hortìi 
Car. Ferrariaei ® <^ofil costantemente s'incontra in altre 
copie , onde pare certa V indicazione del luogo ^ tanto 
pia che questi monumenti del cardinal de Ferrara pas« 
sarono nel giardino del Quirinale. Il Montfaucon porta 
un altro esempio di Pallade coli' egida a traverso, ed « 



ii6 
Il modo onde Pallade porta reg[ida non deeai 

totalmente attribuire alla bizzarria dello scuL- 
tore 9 ma sembra piuttosto che il vero uso 
della medesima abbia voluto con quello indi- 
care. L' egida di Minerva non è^ come vuole 
Diodoro Siculo (i), la pelle di un mostro uc- 
ciso da Pallade. Ma bensì da prima V egida 
altro non fu , cb^ la pelle della capra celeste , 
già nutrice di Giove , e poscia fu un lavoro 
di Vulcano contesto di squame e serpi che 
imbraccia vasi colla sinistra più che per difesa, 
per incutere terrore in chi lo guardava. Vir- 
gilio ne descrive il lavoro , e da Servio ne 
apprendiamo Y uso col quale era adoprata (a). 



tratto da una statuetta dì metallo riportata dal Gans- 
seo nel Museo Romano, tom. I, sect. II , tab. 17. Altro 
esempio ne porge una gemma colla testa di Pallade ri- 
portata dal Mariette, Pier, grav., tom. Il, par. II, n. 5. 

(1) Veggasi per questa favolosa istoria, poco abbrac- 
ciata dal comune degli antichi poeti e scrittori, Diodoro 
Sic. al lib. Ili, pag. i4^, Sìgnaturae marginali , tom, L 

(a) Giove e Pallade ebbero le armi comuni, mentre 
i fulmini e l' egida ad ambo si attribuirono : diverse me- 
daglie, ove si vede Minerva armata di fulmine, possono 
vedersi nel Montfaucon , Ant. ExpUq. , tom. I , part. I , 
tab. LXXXIV , num. 11 , la, i3. Ma a noi qui non si 
appartiene the il ragionare dell' egida. In proposito di 
questo disse Aristide nell' orazione seconda^ pag. io, par* 
landò di Pallade: Sola praeierea Aegidem feri perpetuo , 
et paternis armis Homerico heUo induitur; come realmente 
indica il principe de' poeti al V dell'Iliade, v. 756. 
Al lib. XXII dell'Odissea; v. 297 , dice: 



"7 
Yedesi . quest* egida neU' insigne cammeo del 

Giove Egioco già del K. ZuUan , ora nella ve- 



Minerva aUor t egida siruggitrice 
De* mortali levò suso dalT alto. 
Questo passo basta a provare che Y egida era pièt 
arma che scudo. 

Virgilio poi^ al lib. VIII^ y. ^SS , ne descrive^ quasi 
dir&y la fattura: 

Aegidaque horriferam, turbatae PàUadls arma 
Certatàn tqkamis serpentum auroque polibant^ 
Conhexosque angues^ ipsamque in pectore DIvae 
Gorgona desecto vertentem lumina collo. 
n medesimo Virgilio^ parlaodo di Giove, avea in questo 
libro medesimo; al v. 553 , descritta T egida dal me- 
desimo: 

Arcades ipswn 
Credunt se vidisse Jovem^ cum saepe nigrantem 
Aegida concuteret dextera, nimhosque cieret* 
Qui Servio nota che conviene distinguere due senti* 
menti ; cioè lo scuotere l' egida colla siiiistrr ^ ed il 
chiamare i nembi colla destra , formando delle tre ul- 
time parole un senso divìso: Hic d/stinguendum : nam 
aegida^ id est pellem Amahheae caprae , a qua nuttitus 
est , in sinistra Jupiter tenet . . . • ( Dextra nimbosque 
cieret). Et de dexlra fulmina commoverei ^ nam nimbos 
prò fuiminibus posuit* Questa maniera di reggere T egida 
colla sinistra vedesi espressa in una elegantissima statua 
greca trovata all' Ercolano ; descritta nel catalogo di quei 
monumenti alla pag. i45, n. XII: Una Pallade greca 
di marmo pure greco ; colf elmo in capo parimente gre 
co, di egregia manifattura; porta t egida in una maniera 
particolare legata al collo, poi gittata tutta sopra del 
braccio sinistro, pendente in maniera che sembra volersene 
essa servire di scudo. Tiene la destra alzata in atto di 
scagliare un giavelotto. Al disopra della lunga veste ha 
una specie di soprattonaca a minute pieghe per lungo ar^ 
ricciata, ec. 



ii8 

neta Biblioteca di S. Marco , in diversi monu-- 
menti e medaglie imperiali ( i ) , e in una elegan-^ 
tissima statua di Pallade in marmo del Museo 
Ercolanese già descritta in queste note. L' egida 
di Pallade fu ornata colla testa di Medusa per 
accrescerne il terrore ^ dopoché Perseo col- 
r ajuto di questa Dea 1' ebbe recisa (a). 

Siccome nel prmcipio fu da noi asserito che 
il presente simulacro era di lavoro latino, non 
sarà fuori di' proposito se ne addurremo le 
prove. La forma dell' elmo potrebbe esserne 
una, giacché questo non é lavorato nel modo 
che abbiamo osservato nelle due statue già 
esposte, ma questo non é sufficiente, mentre 
oltreché non siamo certi che la testa, benché 
antica e di Pallade, sia propriamente la sua, 
vediamo anche in figure greche elmi di tal 
maniera (5). Le statue di Achille, molti bas« 



(i) Vedasi la nota (5) delle dette Osservazioni sopra 
il cammeo di Giove Egioco^ citate alla noia {o) , p. ii4 
di questa tavola. 

(2) Qui può adattarsi la descrizione che fa Luciano 
di Minerva al tom. II; pag. 768; Dial. Philopatris: Mi- 
nervae adhuc mentionem Jaciam , virginia vtdelìcet arma- 
tae j et terribUis Deae^ quae Gorgonis caput pectori ap^ 
plicatum hahet. 

(3) Quanto e vera la proposizione che V elmo col 
Subgrundium è alla greca, altrettanto non è certo che 
Y elmo da quello diverso sia dì maniera latina soltanto. 
Per recarne qualche esempio su tal proposito , diremo 
che diverse medaglie di Siracusa colla testa di Pallade 
slessa veggonsi alle volle coli' elmo che volgarmente 



s 



"9 
sirilievì che eroi greci ci rappresentaDo , hanno 

elmi consimili, onde in questo non possiamo 
fissare un argomento sicuro. La maggior ric- 
chezza del panneggiamento e tutto l' insieme 
della 6gura basta bensì ad accertarlo. Non la- 
scia però , benché di latina scuola , d* essere 
maestosa e vera in tutta la disposizione delle 
pieghe , che ricadenti^ discendono con una vaga 
interruzione prodotta dalla sopravveste bizzar- 
ramente tagliata dall'egida. Bene immaginato 
è il semplice modo col quale le vesti sono 
sopra le spalle fermate , mentre le stringe una 
sola fibula da ambo i lati, e lascia del tutto 
ignudo il braccio che vagamente risalta -sopra 
i vestimenti della Dea. 



dicesi latino. Vedi Panita , Sìcil. Numism. Havercampi , 
iah. XXXr, n. 37 , et lab, XXXFt, n. 55. V degan- 
tissime medaglie d' Eraclea hanno quasi sempre V elmo 
così formato^ redasi Pam la , 1. e. , iaò, CXX^ ra. id, 
i5> 17. La testa di Pallade riportata dal Canini nella 
Iconografia al n. XCII per ritratto di Aspasia ^ mal leg. 
gendo il nonle del greco incisore^ ha Telmo ornatissimo 
parimente in quella foggia ^ assai simile a quello delle 
monete di Eraclea. La statua d'Achille può vedersi 
frai ' monumenti della villa Pinciana ; tom» I ; stan. I ; 
num. 9. 



120 

TAVOLA XV. 
Testa di Minerva *. 

Sopra questa lesta di Minerva, di scultura 
sublime, noi non faremo che proporre qualche 
osservazione riguardo all' arte , ed insieme av- 
vertiremo i nostri; lettori che alcune parti sono 
state supplite per non far rimanere mancante 
e dispiacevole a riguardare un sì pregiahile 
monumento. Ha questa testa di greco scalpello 
tanta sceltezza di forme, che ben di^iostra rap* 
présenurci una Dea. La durezza del marmo» 
nel quale fu eseguita, Tha conservata a noi 
con quello stesso polimento col quale uscì dalla 
mano maestra del suo artefice. Noi non abbiamo 
difficoltà di paragonarla ai busti più singolari 
di questa Dea, già conosciuti in Roma e di- 
stinti per la mole e per l'arte. 

Neir antichissima città di Laurento, primo 
asilo di Enea, venne alla luce quesu testa, 
che benché mancante della celata e dell'egida, 
pure faceva ravvisare la maestosa e modesta 
immagine di Minerva. Un braccio ed un piede 
del medesimo marmo, di egual proporzione e 



♦ Questa testa è scolpiu in marmo greco duro> ed i 
m proporzione di una «tatua di palmi dodici e più. Non 
se ne mdicano ,ui i ristanri , né il luogo del ritrova- 
mento, perchè se ne parla nella esplicazione. Era press. 
Il signor Fagan che fece ristaurarla. 



lavoro ivi trovati, fecero credere cHe potesse 
appartenere ad una statua colossale di bronzo 
eolla sola testa, mani e piedi di marmo. Da 
qualche frammento si suppose che il bianco 
dell' occhio in questa testa fosse d' avorio e le 
pupille di una gemma, come una certa patina 
verde assicura che le antiche palpebre erano 
riportate di qualche metallp (i). 

Il ctilto ritrovatore credè che in questa statua 
potesse essere rappresentato il Genio di Lau* 
rento stesso, o la città personificata in forma 
guerriera. Riflettendo peraltro noi minutamente 
sopra r istorica narrazione del suo scoprimento , 
osservammo che il piede rinT€nut|> da in- 
cassarsi, come ci si dice, ad una statua di me« 
tallo , non poteva spettare che ad una figura 
coperta da lunga veste. Le figure virili de'Genj 
delle città sono per lo più rappresentate con 



(t) Queste notizie riguardanti lo scavo ci furono co« 
municate dal medesimo signor Fagan^ che ne fu il ri- 
trovatore , che precisamente indicò averrinvenuta questa 
testa alla Torre detta Paterno^ nelle rovine dell'antica 
Laureato ; insieme coi frammenti indicati* Sotto il collo 
vi è il marmo rustico lavorato, in forma conica^ per in- 
serirlo comodamente. Sopra la testa vi è un canale ; forse 
adattato per l'incassatura dell' elmo ^ che probabilmente 
era di metallo. Il sig. cav. Pacetti ebbe una testa con* 
simile trovata alla villa Palombara suU' Esquilino , la 
quale aveva il medesimo incastro per adattar la celata; 
era questa singolare e per la conservazione e per la ma- 
niera. 



corta veste , e specialmente quando sono espresse 
in forma guerriera : come anche le città quando 
hanno arredi militari , hanno per lo più la veste 
succinta 9 e non talare^ il che nella niaggior 
parte delle figure di Roma stessa si osserva (i)« 
Onde questa riflessione ci f ece ^risolvere a cre- 
dere qui figurata Pallade, che sempre con 
lunga veste fu dagli antichi rappresentata. 

I distintivi del volto di Pallade sono, secondo 
Winkelmann, la serietà scevra d' ogni deho-* 
lezza del sesso, che sembra aver domato Amor 
medesimo ; una immagine di pudor virginale , 
che dà un certo abbassamento alle luci , come 
chi tranquillamente medita; quando Roma, al- 
tera dominatrice del mondo , gira all' opposto 
franche le luci, e mostra un'aria feroce (a). 



(i) Non mancano esempj di statue di Roma con veste 
succinta j una piccola esìste nel Museo Pio-Clementino 
al nura. 26 della Galleria de' Candelabri , secondo l'in- 
dicazione del Massi. Di rado nelle medaglie imperiali è 
rappresentata con lunga veste ^ forse la più antica è la 
figura di Roma Eterna nella medaglia di Antonino Pio. 
Anche la Roma nella pittura Barberina ha lunga^ veste. 

(2) Winckelmaun, Storia delle arti, tom. I,pag. ^40^ 
§ Pallade ; si esprime ne' termini sopraindicati. 

Alcuni vogliono dare a Pallade un'idea totalmente 
feroce, ma di quest'asprezza di volto noi non abbiamo 
esempio ne' monumenti che ci rimangono. Solo la os* 
serviamo bene spesso in atteggiamenti risoluti e forti / 
come nelle medaglie y nelle quali è in atto di scagliare 
li fulmine o di vibrar l'asta, ed anche in qualche mar- 
mo. In proposito di sua bellezza riporteremo un epi* 



Chiaramente nel nostro marmo appajono i 
contrassegni della prima; e la somiglianza con 
tanti monumenti di quella Dea , specialmente 
colla Pallade Veliterna, ci fanno decidere che 
Pallade vi sia rappresentata. 

Dalle istorie poi della medesima città, presso 
la quale fu scavata questa testa, speriamo trarre 
forti argomenti per comprovare la nostra opi- 
nione. Dicemmo da principio che fu Laurento 
il primo asilo d'Enea (i)j e chi non sa che il 

" ■ ' ' ' ■ I ■■ ■ ■■ . ^ 1 

gramma tratto dal lY libro dell' Antologia Greca^ cap. XII, 
num. i8: 

Se miri, o passaggier , la Gnidia Venere ^ 
Dici : bene è costei 
, Degli uomini signora e degli Dei. 
Ma se Palla cedrai 
/>' asta armata in' Atene , e di valore , 
Dirai: Paride in vero era un pastore. 

Da' poeti latini le fu beufil attribuito un certo virile, che 
non si può decidere se alle sue 'forme si riferisca, o 
ai suoi portamenti ed alle sue cure: e perciò Pallade 
si distinse colla parola di Virago da Ovidio e da Stazio: 

Bue ubi pervenit belli metuenda virago 
Ovid., Met. II, V. 765. 

Mars rapm't curruSf et Gorgone cruda virago 
Stat. , Theb. IX , v. 414. 

mea carmina 

Regina bellorum virago 
Caesareo peratavit auro. 

Idem, lib. IV, Sylv. V, v. aa. 

(i) Senza intrigarci in questiofii geografiche , basterà 
dire che il Volpi, Vetus Latium , tom. VI, lib. X, e. f. 



ia4 

pio Trojano seoo condusse nel Lazio gli Dei Pe« 



pag. II I s'accorda col Fabretti, Saggi dell* accademia 
di Cortona; tom. IH, pag. as!», in credere a Tor Pa- 
terno r antica Laurento, che dal Kirchero e da altri si 
poneva a Tor S. Lorenzo per la s^la analogia del nome. 
In LanrentOy secondo Dionisio d'Alicarnasso , posero fine 
al loro viaggio Enea ed i compagni S Tandem ad Jta^ 
li'ae Laurentum pervenerunt. Hic invento errorum fine . • . > 
c<umzm«n<af/ f unr. Antiq. Rom. y lib. I, cap. LIII, P* 4^y 
•d antecedentemente , 1. e. , cap. XLY y p^g. 35 ^ ne aveva 
descritto il sito : Tunc autem , Trojani qui post captum 
lUium cum Aenea ex urbe profugerant , appulerunt Lau» 
rentuntf quod in litore Aboriginum ad mare Tyrrenum , 
non procul a Tiberio ostia situm erat. Dal medesimo si 
narrano le cure de' Troiani in levar dalle navi le cose 
sacre, e collocarle degnamente nel lido, ergendo innanzi 
a quella le are : , Alii Deorum simulacra Aeneae jussu in 
locum indicatum ex navibus extulerunts alii vero bases et 
aras ipsis erexerunt, 1. e. , cap. LV , pag. 44* Dopo que* 
sta breve dimora furono da prodigj tratti piìi dentro 
terra in Lavinio, finché fohnarono in Alba la loro di- 
mora , e qui eressero il tempio di Vesta , collocandovi gli 
Dei Penati ed il Palladio, come dai medesimo Dionisio 
si accenna, 1. e, cap. LVII ^ pag. 4^: Quumque Tro- 
janis imperassetf ut iti coUem castra moverent^ in prae- 
stantissima Collis parte Deorum simulacra coUocavit. Da 
questo luogo fu da Numa trasportato in Roma il culto 
di VesU, insieme alle immagini degli Dei che vi si 
conservavano: Tulio Ostilio però risUbili in Alba altro 
tempio e simile culto , avendo cosi indicato alcuni so- 
prannaturali avvertimenti; e questo tempio si disse , come 
cantò Giovenale, sau IV, v. 6i , lib. L, Vesta Minore: 
Ignem Trajanum , et Festam colii Alba minorem. 

Ove lo scoliaste antico: Romani Tulio Hostilià rege Al* 
barn desemerant dùrutam , et Sacra Deosqae Penates Ror 



ia5 
nati ed il Palladio (i) 7 Ci coofennairo gli au- 



mam transiulerunt. Cum autem postea magnus imber 
grandinum et lapidum oriretur, ilio prodigio moniti suntf 
ut Alhae sacra revocarentur , et sacra suis locis non mo" 
venda essei uhi tamen consecratur Vesta, minore cum 
religione quam Romae. £ questo è il motivo, onde da 
Livio si scrisse al lib. I , cap. ao , pag. 44 - Firgines 
f^estae legit ; Alba oriundum sacerdotium. 

(i) I poeti, non meno che gli storici , narrano che uni- 
tamente agli Dei Penati fu da Enea trasportato in Italia 
il Palladio: fragli altri lo afferma Dionisio d'Alicarnasso 
al lib. I, cap. LXIX, pag. 55, oy^j^ ne racconta l'ori- 
gine e ristoria. Nelle medaglie d'argento della famiglia 
Giulia si vede Enea con Anchise che fugge da Troja 
col Palladio nella destra. La figura di questa statua di 
Pallade, cognita sotto il nome di PaUadid, non può fis* 
sarsi con sicurezza. L' uso degli antichissimi simulacri 
ci farebbe credere che fosse un pilastro colla testa t 
le braccia , e cosi sembra rappresentato in un' ara spie* 
gata eruditamente dal sig. canonico Foggi ni nel tomo IV 
del Museo Capitolino, tav« XIY, benché nella incisione 
sembri con veste. Ma pensando che questo era un si- 
mulacro, secondo la favola, disceso dal cielo, non do* 
vea idearsi di rozze forme, come le prime immagini 
fatte dagli uomini nel nascere delle arti. Si figurò per 
tal motivo il Palladio di un antico semplice stile , con 
linee rette che formano le pieghe de' vestimenti , collo 
scudo rotondo nella sinistra ed asta nella destra. Dio- 
scoride , celebre greco incisore di gemme, nel suo iuta* 
glio ove è Diomede col Palladio, cosi l'espresse, come 
può vedersi nelle Memorie degli antichi incisori di 
gemme, ec, pubblicate dal Bracci, tom. II, tav. LXI, 
L' altro Diomede di Gneo non differisce da quello nella 
figura del Palladio , ]. e. , tom. I , tav. L, come final- 
mente è simile nell' intaglio di Felice Caìpurnìo , 1* e , 



126 

tichi autori che qui fu immediatamente eretto 
un tempio, ove s^ conservavano questi preziosi 
pegni della religione , e che da Laurento fu- 
rono poscia trasportati a Lavinio e poi in Alba , 



tom. II , LXXY. In un singolarissimo vaso fittile dell' insi* 
gne raccolta del sig. cav. Pietro Vivenzio abbiamo ve- 
duto il Palladio espresso come dagli antichi incisori , ed 
il pubblico con impazienza può attenderne dall' erudito 
possessore una degna esplicazione. L' ab. Fontenu^ Hist. 
de r Accadèmie roj-ale /xora. 3, pag. 397, pubblicò per 
la prima volta una medaglia d' argento con Minerva 
Biade A0HNAS IAIAA02 e ben vi ravvisò il Pal- 
ladio ; ma o la sconservazione del monumento ^ o il de* 
siderio di a^ttarlo alla descrizione di ApoUodoro, ha 
fatto travedergli la rocca nella sinistra. L'Eckel, Doctrìr ' 
na Numorum , tom II , pag. 4^4 9 meglio osservando al- 
tre medaglie consimili e più conservate , vi ravvisò una 
face nella sinistra della Dea. Non mancano medaglie ro- 
mane che l'esprimano ; ed oltre la già enunciata della 
famiglia Giulia, che può vedersi in Morelli, Tkes> Fam. 
Rom. IVLIA , tab. XX , num. 6 , trovasi ancora nella 
mano di Vesta , di Roma e degli imperatori , come può 
vedersi de Bie Icones Numism. cum Dial., Ant. Augu- 
stine, tab. 38, num. XrV, tab. 3o, num. XXIV, tab. 5a, 
num. XVni, tab. 4o, num. VI, tab. 48, num. XXII, 
tab. a5, num. XV, e nel Pedrusi, i Cesari del Museo 
Fam., tom. VI, tavola nona, num. Vili, e tavola deci- 
mottava , num. I. In tutte queste medaglie . combina la 
figura di Pallade in sostenere l'asta e lo scudo, e qual- 
che piccola varietà dee perdonarsi alla ristrettezza della 
mole , e più che alla disattenzione di chi la lavorò, 
all'arcano, col quale invisibile agli nomini era quel sa- 
cro deposito custodito, onde disse Lucano, lib. I, 993- 

• . ' . • . . nulUque aspécta virorum 
PallaSf in ab strusa pignus memorabile tempio. 



4 



> 



127 

e quindi in Roma, e dati in cura alle Vestali. 
Molto probabile perciò a noi sembra che di 
questo sacro deposito fossero^ superbi gli abi- 
tatori di quella città , e che ne conservassero 
particolare memoria, ed avessero devozione a 
PaUade. Poteva perciò questo simulacro di 
bronzo lavorato da greca (i) mano avere avuto 
luogo in un qualche grandioso tempio , ivi 
eretto , quando i ricchi Romani formarono in 
questa spiaggia tante loro delizie (a). 



(i) Siccome sembri) dai frammenti che la presente te- 
sta fosse di una statua a sedere , potremo a tal propo- 
sito riportare una opinione di Paolo Aless. BlafTei ; che 
nella esposizione della Minerva sedente d^la Galleria 
Giustiniani , anche sedente vuole che fosse il Palladio, 
Adduce egli alla pag. i5 un passo di Eustazio in Omero , 
lih. L che dice che seggono i simulacri di Pallade nella 
Focea , in Marsiglia ed in Roma , e che il Palladio do- 
veva essere sedente , poiché Virgilio neir Eneide ^ al 
lib. il> V. 174*' 

• • • • terque ipsa soia ( mirahile diciu ) 
Emicmif parmamque ferens hastamque trementem* 

Il che* se prova che si levasse dal suolo e si movesse , 
non prova che si alzasse da sedere. Ma sempre il passo 
di Eustazio y e questa ambigua espressione di Virgilio , 
possono dar luogo a credere che vi fosse chi supponeva 
sedente il Palladio ; onde chi ordinò la statua, alla quale 
era posta sopra questa testa , poteva avere seguita tale 
opinione , che in antico forse esisteva , benché non fosse 
o la pili generale o la piìi vera, trattandosi, come si 
disse di sopra, di una immagine poco visibile. 

(1) Chiunque osserverà le lettere di Plinio il giovine^ 
conoscerà facilmente di quante delizie; oltre la sua pre- 



128 

Unire ne' simulacri i metalli , gli avorj , i 
marmi, le gemme, non ,è cosa insolita nelle 
immagini degli Dei. La descrizione di Giove 
Olimpico e di altre deità lasciataci da Pausania , 
bastano a confermarlo (i), non che il simu- 
lacro stesso di Pallade lavorato da Fidia (2). 



diletta, fosse adoi^o il lido Laurentino. Il "Volpi già citato 
le descrive al tomo VI , lib. X , cap. Ili \ v' era quella 
di L. Scipione, di Q. ^Ortensio , della Gente Procilia, 
ed altre. Il sig. ab* Marquez messicano, indefesso colti- 
vatore degli studi di antiquaria e di architettura d'ogni 
nazione, pubblicò in Roma nel 1796 una bella ed inge- 
gnosa dichiayazioné della villa Pliniana fondata sulla 
intelligenza de' testi di Plinio stesso, 
(i) Pausania^ lib. I, cap. 18, pag. 4^. 
Abbiamo nel Campidoglio due statue di Roma con te- 
ste innestate ad altri marmi. La testa simile alla presente 
già indicata nella nota (ì), p. lai , e che era presso il Pa- 
cetti, aveva, secondo asserisce il ritrovatore di quella, le 
vesti di alabastro e l'egida a squame di diversi mischi. 
Vediamo anche nello stesso marmo statuario alle volle 
incassate la testa e le braccia di marmo più (ino , come 
nella statua colossale della Giunone Barberina del Mu- 
seo Pio-Glem., tom. I, tav. II. Aveva altresì gli occhi 
riportati un raro busto di un Dio Lare di stile Etrusco, 
segnato dal Massi nella indicazione del medesimo Museo 
alla pag. 65, num. XXXII. Era una statua di marmo 
colle vesti di metallo il bellissimo Antinoo colossale dì 
S. E. sig. duca Braschi, riportato ne' Monumenti inediti 
dell'anno i8o5, tav. II. 

(a) Vedi Plin., Hist. Nat, tom. V,lib. XX;XVI, cap. V, 
pag. 54> La bella statua di metallo del Museo Fioren- 
tino riportata alla tavola VII, aveva gli occhi rimessi di 
materia più preziosa , come avverte il medesimo Gori 
nel Museo Etrusco, tom. II, pag. 90* 



12^ 

TAVOLA XVI. 



Cehere*. <* 

Benché la presente statua più alla classe 
ìstorica.che alla mitologica s' appartenga , pure 
ci sembrò conveniente il qui collocarla, per- 
chè non mancasse una statua di Cerere , il di 
cui culto fu nella Grecia ed in? Roma tanto 
esteso e famoso (i). Cerere , figlia di Saturno 
e di Rea (^)9fu confusa con Iside (3): fu ri- 



•■ 



* Questa sutaa è alta palmi otto. La testa , benché 
riportata; è la sua. Ha di moderno la porzi^e inferiore 
delle braccia ^ e qualche tassello nel panneggiamento. 
£ lavorata in marmo greco duro. Fu rinvenuta in Ostia , 
secondo asserisce lo scultore sig. Francesco Antonio Fran- 
xoni^ insieme con altra di minor mole in marmo no- 
strale, che rappresentava Faustina stessa , che parimente 
fu dal medesimo acquistata pel Museo Chiaramonti. 

(i) I celebri misteri Eleusini, e le feste dette TesmO'^ 
forie^ furono istituite in onore di Cerere 9 In Cèreri^ 
autem sacris praedkantur illa Eleusina , etc. S. Aug. , de 
Civ. Dei; lib. VII, cap. ao. Cicerone chiama F iniziazione 
a questo culto di greco rito NEVE QVEM INiilIAI^TÓ , 
NISI VT ADSOLET CERERI , GRAECO SACRO. De 
Leg. y lib. II, cap. 9, pag. 106. Augusto fu iniziato in 
Atene a questi misteri, secondo Svetonio in Aug. al 
cap. XCIII^§ a, pag. 5 18. Cicerone parla deir estensione > 
di questo culto nel lib. I, cap. 4^, P^g* ^^1 j ^^ Nat* 
Deon : Omiito Eleusinam Sanctam iUam et augustam 
Ubi intitiantur genies orarum tdtimae. 

(3) Cosi Igino nella genealogia premessa alle f avole ; 
pag. 8: Ex Saturno et Ope , Vesta, CereSf Juno, etc. 

(5) Erodoto , lib. II , cap. Sg , pag. in: Est autem 

Museo Chiar- Voi. I. 9 



conosciuta nella Vergine, segno dello Zodiaco (i); 
e fu la Dea preside della coltivazione de' grani 
e di tutti i frutti (2). Furono suo simbolo* perciò 
la corona graminea , le spighe , i papaveri (3) , 



Isis,' quae Graeóa b'ngua AfiiifiTfip , id est Ceres» Il me- 
desimo lo conferma allo stesso libro càp. i5Q,pag. i5o: 
Et Apollo quidem]Aegrp^^ice Borus dicitur : Ceres autem Isis. 
(i) Bygin, Paet. Astron,, pag, 4oi, § XXV' Virgo y 
sed hanc alii Foriuna^^, olii Cererem dixerunt A questo 
sembra che allude Manilio nel lib. II j pag. 4^ , v. 3 : 

Spicifera Virgo est Cereris 
ove si osserva lo Scaligero, Notae ad Man., pag* i5l : 

Mento spicifsrae Deae, spicifera Virgo aurìbuitur 

Spicum illustre gerens praestanti corpqre Virgo 

Cicero. 

(s) Cerere fa detta Ceres f quasi Geres, cioè gerens 
fruges. Piacque al Yossio derivare il suo nome da una 
parola ebraica che indica grano pestato , che fu il 
primo modo col quale le biade furono adoperate dagli 
uomini, oppure da altro termine, parimente ebraico, 
che significa arare. 

Prima Ceres unco glebam dimovit aratro 
Prima dedit fruges, alimentaque mitia ierris. 
Prima dedit leges» Cereris sumus omnia munus 
Ovid., Metam. V, v. 34i. 

Servio però è di vario sentimento circa questa eti* 
mologia , e nota al verso 7 del I. della Georglca : Liber» 
et dima Ceres : Alma ab alendo : Ceres a creando dieta. 

A Cerere erano sacri tutti i frutti, fuori che il gra- 
nato, secondo Pausania, lib. Vili, cap. 3?, pag. 676. 

(3) De' frutti e delle spighe già - ne abbiamo di 
sopra indicato il' motivo. De* papaveri ne adduce la ca- 
gione ForuuiOfDe Nat. Deor., cap. a8, pag. aia, deri- 



i5< 
le faci (i) ; e con questi si vede espressa 

ne' bassirilievi , nelle gemme , nelle meda-* 

gilè (2). Moltissime sono le $ttatue che rap- 



vandola dalla forma de* medesimi : Offsfiur Cereri etiam 
papaver. Ratio autem oòlaiìonis est talis, Papaveris ro^ 
tunditas et glohus ^ terme fomtam , quae spherica est 
repraesentat, Papavens autem inequalitas ^ ìndicat terrae 
valles , et montium cacuthina. Interiora ' autem papaveris 
similia sunt arborihus et cavemis terracé Per semina ina* 
merabilia y terrae fecundam generdiìonem intellige* 

(i) Le faci alludono ;Alle ricerche che fece Cerere della 
sua figlia Proserpina rapita da Plutone. Essa, al dire di 
Ovidio y accese queste faci nel monte Etna : 

• . ...... illa duahus 

Flammifera pinus manibus succendit ah Aetna 

Metam. V^ v. 44 1- 

Cosi vedesi in tanti antichi hassirilievi che espongono 
questa avventura , ove Cerere colle faci siegue il carro 
del rapitore, correndo sopra un carro tratto da draghi. 
Yedasi nella Galleria Giustiniani , tom* II « pag. 79} 1 06 , 
1189 nel primo bassorilievo la face è mutata, per impe- 
ri&ia del disegnatore, in cornucopia , ne' Monumenti Màt^ 
tejani, tom. ìli, tav. V, VI,evi sono diversi medaglioni 
greci di Magnesia e di Nicea, ove è Cerere nel carro 
de' draghi con due faci alle mani , come può vedersi 
nel Venuti , Numism. Max. mod. , Mus» Albani , tom. T , 
pag. 52 , num. 3 , e Buonarroti , Osserv* sopra 1 Meda^ 
glioni Carpegna , pag. 56 , n. 5. 

(n) Bellissime sono le teste di Cerere che ci presen-» 
tano le medaglie della Magna Grecia, nelle quali alla 
volte è col velo ed altre senza, ma sempre coUa corona 
graminea o di spighe. Sono riportate alcune di queste 
monete dal Parutsk dell' Haverc, Sic* Numismé, tab. /> 
et sgg. Panorm,, n. 6, 8, 40, 46, 48, 5 1, 54; »o9; «le. Mcs* 



presentano Cerere , ma la maggior parte lo 
sono pel capriccio del ristauratore , più che 
per sicuri distintivi restati illesi dalla edacità 
del tempo. La presente statua è una di quelle 
che rappresenta tal Dea per le spighe che lo 
scultore nel risarcirla le pose in mano: perciò 
guarderemo il positivo di questa statua, poi 
proporrremo hrevemente le nostre congetture 
sopra la probabilità del significato della me- 
desima. 

Questa statua dee riferirsi a' tempi degli An- 
tonini , ma non diremo che sia uno de* più 
eleganti monumenti di quell' età. La conser- 
vazione , «na certa verità ne* diversi avvolgi- 
menti de' panni , una grazia non iscompagnata 
dalla maestà, rendono commendabile questa figu- 
ra. Essa ha una lunga veste che cala fino alle 
piante , la quale , benché ricca di pieghe , pure 
discuopre il nudo cou decenza e con mae- 
stria : una larga palla o manto ( i ) quasi dop- 



sana^ tah.XXly n, ao. Catana, tab. XXX ^ ru 38. Sfra- 
cusa, tab. XXXIV et sgg,^ n. i4; i6; 17, '9^/ ^^ ^^ 
hXlV 9 71. 64 7 65, ed altre moltissime. Bellissime an* 
Cora sopo le gemme colla testa di Cerere presso Causseo , 
Maffei ed altri, come è gentile la figura di questa Dea 
riportata dal Mariette, Pier. Grav., tom. II; tab. XXXL 
Elegantissimo A il busto di Sabina in forma di Cerere 
del Museo Capitolino; che può vedersi al tom. Il^tav. 35. 
(t) È molto a proposito il verso d' Orazio ; lib. I^ 
sa^ II , V. 99 : 

Ad taìos stola dmissa^ et circondata palla 
Plurima f etc. 



i55 
piamente. l'avvolge; e lasciando libero T omero 
destro 5 bizzarramente s'allaccia con una fibula 
sopra il sinistro , lasciando fuori il braccio , 
che, egualmente che l'altro, è vestito fino alla 
piegatura del gomito da una larga manica al^ 
lacciata da molte fibule* Questo vestimento può 
convenire ad una Musa (i), e può giusta* 
mente convenire anche ad altra Dea^ 

La testa chiaramente esprime un ritratto : 
V acconciatura del crine è propria delle Fau* 
stine , ed i lineamenti non differiscono da 
quelli di Annia Faustina, moglie di Antonino 
Pio , detta Maggiore ; sono in qualche parte 
non perfettamente simili alle sue hnmagini i 
lineamenti di questo volto, poiché qui si è 
voluto rappresentare una Dea colla simiglianza 
deir Augusta , non un preciso ritratto di lei. 

Non ripeteremo che le Auguste si simbo- 
leggiarono sotto le sembianze delle Dee, ma 
particolarmente osserveremo che Faustina Mag« 



Parlando Servio del manto muliebre; nota al verso 648 
del primo libro dell'Eneide; Pallam; eie: Significai au-^ 
tem itimcae pedliumi quod secundum Varronem palla di" 
età esty ah irrugatione et noòiliiatei quae est circa fiiiem 
hujusmodi vestium. Qui avverti il P. della Cerda ; che il 
Gìunio dice; parlando delia forma della palla: Eam di' 
visam fuisse antrorsum , et nobis oc plurimis fibidis astringi 
soUtam, Questa riflessione è convalidata dal modo onde 
e legato il manto di questa statua* 
. (i) Tedi Monumenti della villa Plnciana^ tom. I, 
stanza I ; n. 6 ^ tom. II ; stansa IX ; n. 9« 



1 54- 

gìore fu bene spesso a Cerere assimigliata (i). 
L' essere madre di una imperatrice che si trova 
sotto le sembianze di Proserpina figlia di Ce- 
rere ; rendeva conveniente sempre più una tale 
similitudine (2), 

Nelle medaglie latine di Faustina è frequen-' 
tissima la figura di Cerere , di Cibele e di 
queste Dee , madri di altre Dee. L' abito della 
nostra figura formato dalla tunica e dal manto 
non disconviene alle immagini di Cerere, poi- 
ché non sempre è rappresentata velata^ le me- 
daglie della Magna Grecia la mostrano assai volte 
senza velo (3). Con tunica e manto è la statua 
Borghesiana (4), così la Cerere del bassorilievo 



(j) Ijo Spanemio, Pe usa et praest, numis, j toni. II, 
pag. 284, porta una medaglia dì Statilìa Messalina in 
forma di Cerere. Il medesimo , alla pag. 388 ; de&crive 
una medaglia di Faustina Seniore coir epigrafe CERES * 
AVGVSTA, e nòta altresì che la figura di Faustina me- 
desima sopra il carro di elefanti è in abito di Cerere > 
e tiene nella mano le spighe. Osservò bene perciò Eckliel, 
Doctrina Nummor., tom. VII ^ pag. 5g , AVGVSTArM 
omnì metallo j et forma et typis variarum Dearum, qui- 
bus unam Faustinam adsimdatam voluù veius superstìtio. 

(2) Due medaglioni di Faustina Giuniore riportati dal 
Buonarroti, pag. 71, e dal Venuti, tom. I, pag. 66, nelle 
opere sopraccitate , portano il ritratto della imperatrice ' 
coir epigrafe KfìPH • 2ÌÌTEIPA • KIZIKHNfìN ; 
Proserpinae Salutari fyzicenorum. 

(3) Questo può rincontrarsi alla pag. i3i, n. 2. 

(4) QuesU statua riportata al tom. Il, stanza IX, 
H. IO, secondo l'accurato ed elegante espositore dVMo- 



i55 
del Museo Pio-Clementino , cosi quella della 
Galleria Giustiniani ed altre (i). Onde come il 
ritratto non differisce di gran lunga da quello 
di Faustina, cosi il vestimento non è improprio 
di Cerere. 

TAVOLA XVII. 

DlàKA ED EcATE COMBATTONO COI GlGAl^TI *. 

Benché altra volta pubblicato (2), noi pos- 
siamo chiamare inedito l' interessante bassori- 
lievo che diamo a vedere in questa tavola. 
Nella prima pubblicazione fu espresso e spie- 
gato con tanta poca accuratezza, che si scambiò 
perfino in figura d'Apollo l'immagine di Diana 



nnnienti della villa Pinciana ^ ha i simboli antichi , ed 
è perciò anche più pregiabile ^ come anche la testa in-* 
ghirlandata di spiche ^ benché sia riportata sul simula- 
cro , mostra nondimeno con grande evidenza d'esser 
l'antica sua propria. 

(1) Vedasi nel Museo Pio-Clem.^ tom. IV, tav. XIX, 
e tom. Vy tav. T^ Galleria Giustiniani, tom. Il, tav. 76, 
]o6, 118, già citate di sopra. 

(^) Questo bassorilievo è alto palmi quattro e mezzo. 
£ scolpito in marmo di Carrara; non ha di rifatto chq 
la testa di Diana. Fu perciò male indicato alla tav. X 
del tom. IV del Museo Pio-Glementino, dicendo essere 
assai frammentato. Esisteva già presso l' eccellentiss. Gasa 
Mattei. 

(12) Vedi Mom. Moithejor. , tom. lU, tab. XIX, fig. 1, 
pag. 53. 



i56 

che vedesi co' suoi consueti attributi chiara* 
mente rappresentata in questo marmo, e la 
figura armata di faci si disse inopportunamente 

Cerere. 

L' espositore del Museo Pio-Glementino nel 
primo tomo de' bassirilicTi, ragionando di que* 
ste formidabili pugne contra Giove, breyemente 
la vera rappresentanza ne dichiarò, riconoscen- 
do nella prima figura Diana, e nella Seconda 
Ecate che pugnano coi Giganti tumultuosi, fi- 
gli della Terra e del Cielo (i). 
' Ma siccome moltissime furono le battaglie 
de' Numi e de' Giganti , sarà opportuno che 
seguendo Àpol}odoro^ che forse ne Scrisse più 
chiaramente che ogni altro , ne esponiamo le 
diverse istorie, e poi la più propria adattiamo 
alla esposizione di questo monumento. 

Il Cielo avendo in moglie la Terra , e go- 
vernando solo l'universo, ebbe da essa Briareo^ 
Gige e Ceo; questi dalla loro figura furono 
detti Centimani (2). Dopo questi nacquero dai 



(i) Parlando di questo moaumento dicesi s Ivi ò 
Diana che uccide Graziane , secondo AppoUodoro'y due 
altri Giganti combattono con Ecate armata di faci ^ e 
non han gambe di serpi j uno è forse CHizio, Vedi A poi" 
lodoro j lib. l; "Visconlì, Museo Pio-Clem. ; tom. IV, 
tav. X. 

(a) Coelus omnium primus mundi universi imperio prae* 
fuit : ductaque uxore Tellure , priores ex ed fiUos sustulit, 
quos Ceniùnanos cognominarunt j Briareum Gygen et 
Coeum, Apollodor Bib. , lib. I j pag. a. 



i57 
medesimi i Ciclopi che avevano un solo occhio 
nel mezzo della fronte^ e che si nomavano 
Orpi, Sterope e Bronte. Poscia il Cielo mandò 
giù nel Tartaro questi suoi figliuoli che gli 
turhavan T impero (i). 

Appresso dal Cielo e dalla, Terra nacquero 
Oceano , Ceo , Ipperioue , Crio , Giapetp , i 
Giganti, ed in ultimo Saturno, e tutti questi 
furono denominati Titani (2). 

La Terra, mal soffrendo che le due sue pri« 
me generazioni fossero racchiuse nel cupo Tar- 
taro , sollevò i Titani contro il lor padre , e 
dando a Saturno la falce adamantina, si ar- 
marono contr' il Cielo e a lui tolsero T impero, 
surrogandovi Saturno che tirò tutti i germani 
fuori del Tartaro , come narra il medesimo 
Apollodoro , rilevandone ogni più minuta cir- 
costanza (3). 



(i) Post hosce auiem e Coelo , Tellus Cjrdopasj Har- 
pen I Steropen ^ Bronten , quorum singuli unum oculunè 
media fronte habehant pepen't. Sed hos Coelus vintos 
dejeat ùi Tartarum. Apollod. , 1. e. A.i Ciclopi aggiunse 
il Sax io , Genealog. Deor>f tab. I, anche PolifemO; se» 
condo Virgilio ; pur Ciclope ^ come può vedersi nella 
Eneide al lib. III^ v. 617 ; 641 > 644- 

(p) Coelus item ex eadem conjuge procreavit Oceanum^ 
Coeum , Hjrperiónem, Crium y Japetumque , cognomento 
Titanas , et novissimum omnium Saturnum suscepit, Apol* 
lod., 1. e. irSaxio a questi ancora fa qualche giunta, 
coir autorità di antichi scrittori ^ dandoci anche i diversi 
nomi dei Giganti. Y. 1. e. al num. 3. s Gigante» ;:3 

(3) Mox vero Terra indignissime ferens fdiorum in Tar^ 



i58 

Saturno quindi respinse i Titani nel Tartaro, 
e poi si congiunse in matrimonio con Rea, 
sua germana, da cui nacquero Vesta, Cerere, 
Giunone, e poi Plutone e Nettuno che furono 
dal padre inghiottiti; giacche il Cielo e la 
Terra, privati del lor dominio, avevano pre- 
detto a Saturno, che da un figliuolo sarebbe 
stato tolto a lui il comando delV universo- Rea 
procurò d' ingannare la crudeltà di Saturno , 
ed allora eh' in Creta partorì Giove , dette un 
sasso ad inghiottire al marito, in vece del suo 
figliuolo, e cosi lo ritenne in vita (i). 



iarum dejectorum mternecionem , Titanas ut patrem ag" 
grederentur inducit : SaCiirnoque adamantinam falcem sug- 
gerii. Tom li omnes praeter unum Oceanum in patrem 
impetum facùmt , et Satamus praesecta CoeU gànitalia 
dejecit in pelagus , de^fue virilium sanguinis profluentibus 
guttù Erynnes , Alecto , Tisiphone , ei Megera enatae 
sunt. Coelo , e regno expulso , et revocatis ab ima Tartari 
projundàate germanis fratribus , Saturnum imperio sufft' 
cerunt, ÀpoUod. , !• e. ^ et pag. 4- 

(i) ( Saturnus ). At hic rursùs Titanas fratres compe- 
ditos dimisit in Tartarum, Rheam inde Sororem sibi im 
matnmonium copulavit, Postea cum Coelus et Terra ilhan 
fila sui viribus imperio deturbatum praedicerent , singur 
los ut quisque in lucem prodibatj atque necabatur , 
ita devorabat ut Vestam prius y Cererem deinde , et Ju^ 
nonem \ post has^ Plutonem et Neptunum deglutititi Qua- 
mobrem irata conjux Rhea , in Cretam y quo tempore 
Jovem, in utero ferebaty prqfidscitur , ubi in antro Drctaeo 
illum parit \ et Curetibus ^ Adraste aeque et Idae Kjrm' 
phis Melissarum fiUabus alendum dedit .... Hhea vero 
ùiyplutum fasciis lapidem prò nato filio patri deyorandum 
dedita Apollod. ^ 1. e. ; pag. 5* 



i59 
Cresciuto Giove fece da Mcti, figlia dell'O- 
ceano, apprestare a Saturno una tale bevanda, 
che lo forzò a vomitare prima la pietra e poi 
i figli che avev' ingojato, e coll'ajuto di que- 
sti prese a pugnare contro Saturno e i Titani. 
Corsi dieci anni di guerra, Giove, Nettuno e 
Plutone avendo ricevuto soccorso dai figliuoli 
della Terra, liberati dal Tartaro, e colle armi 
che apprestarono loro i Ciclopi , vinsero Sa- 
turno e i Titani: questi ultimi, confinati nel 
Tartaro, furono dati in custodia ai Centimani : 
e cosi Giove tenne il comando del cielo, Net- 
tuno quello del mare , e Plutone quel dell' in- 
ferno (i). 

' Sdegnata allora la Terra per la disgrazia dei 
Titani confinati nel Tartaro , generò col Cielo 



(i) Mox ubi Jupiier justae atque iniegrae fut( aetarisj 
Metin Oceano jiliam sociam capii : qùae Saturno phac' 
macum hibendum propinai : cujus iUe vi coactuSy lapidem 
prius , deinde quos antea filibs devoraverat evomù: quO' 
rum adtumenio Jupiier adversus pairèm Saiumum , et 
Titanas bellum gessit, Verum decimo post hujusce tnter 
eos belli €inno}, Tellus victoriam Jovi, si in Tartarum 
. dejectos filios sibi in societaiem adscisceret vaticinata est. 
Tum is Campe custode interfecta , eos e vinculis liberavit. 
Tum eiiam Cjrclopes Jovem tom'tru , fuìgetraque et ful- 
mine f -Plutonem aulem galea , Neptunum tridenti condo- 
nar uni: His ilU telis armati Titanas subigunty et conjectos 
dederunt. Quo facto iidem rerum imperio inter se partinnr 
tur ; ac Jovi quidem co'eli regnum , Neptuno maris , Plu- 
toni i;cro infernorum loca obtigerunt. ApoUod.; Le./ 
pag. i5, et si^qq. 



f4o 

nuoTi mostruosi Giganti, che oltre avere la' 
grandezza del corpo, erano di forza invincibili 
e di terribil figura , avendo orrido il ceffo , 
ìspido il crine, lunga la barba ^ e le gambe di 
serpi. Questi ^ secondo alcuni , abitavano i campi 
jElegrei nella Campania , secondo altri , pressò 
Pellene o Pallene in Tracia (i), ed avendo 
alla testa Porfirione ed Alcioneo, incomincia* 
rono a scagliare rupi, sassi ed arbori ardenti 
contra Giove e gli altri Dei. Alcuni di questi 
Giganti erano immortali se dimoravano^ nella 
terra ove essi nacquero.- ^d il Fato gli aveva 
predetti invincibili se i JN^umi non chiamavano 
per combatterli in loro compagnia un mortale. 
Giove, per consiglio di Pallade, voUe Ercole 
a parte dell' impresa in distruggerli : ed allora 
fu che i Giganti interamente perirono -, e parte 
da Giove , da Minerva , da Ercole , e parte 
dagli altri Numi restarono estinti. Fra questi 
si conta che Diana uccise Grazione, ed Eoa te 



(i) Cosi^sono indicati questi due siti nell' esposizione 
del Museo Pio-Clem. , toin. IV , tav. X ; ove si nota 
che questi sono luoghi vulcanici, da' quali alle volte 
innalzandosi grandi massi; ebbero giustamente origine 
tali favole. £ bensì da avvertire che il Cellario / tom I, 
pag> 844 y S ^^^^f nomina il Ghersoneso, coli' autorità 
d' Erodoto , e Pallene e Fl^ra , onde sembra che da 
Apollodoro sia stata indicata una località sola che si 
distingueva con due diversi nomi. Plinio parimente n- 
nisce questi due nomi al lib» IV , Hist. Nat. , cap» X , 
pag. 435 ; e dall' Arduino si credono una medesima cosa. 



t4« 

uccise Clizìo, che altri dissero ucciso da Vul- 
cano con ferri roventi (i). A questa pugna si 
riferisce il presente bassorilievo, ed il com- 
battimento di Diana e d* Ecate ne sono V ar- 
gomento* 

La prima figura di Diana non ha veruna 
particolarità che non le sia consueta. Yeggonsi 
le sue gambe fomite di coturni venatorj (a) , 



(i) Ops ad haec Tàanibus irata Gtgantes e Coelo non 
modo corporis magnitudine praecellentes , sed virìbus etiam 
in9Ìctissùnos procreavit : qui terribili piane vultu , oc prò* 
muso e capile capillo] et prolixa e mento barba praediti 
esse videbaniuTf ei anguineos pedes hahuisse peoduntun, 
Sunt qui £ri Phlegraeis campis , alii vero ad Pellenen eo^ 
habitasse ferunt. In coelum saxa , atgue incensas arbores 
jaculahant : in quibus Porphirionem et Halcioneum om^^ 
nium facile principes faisse legimus* Qui ea in qua natup 
esset terra dimicansf erat ùnmortalis • • * . Caeterum 
inter Dcos rumor erat, Gigantum, posse occidi neminem t 
verum si mortalium quispiam in soaetatem arcessatur eos 
biterituros esse • • • Jupiter • • • siquidem ad se Consilio 
Palladis , Berculem socitm» arcessint. Qui primus omnium 
Halcyoneum sagUta confixum interemit, etc. Cljriium ab 
Secate , seu potius a Vulcano candenti ferro ocdsum 
fuissé scribitur • . • . Mercurius Orci galea tectus pugna 
conficit ffippofy-tum : Grationeni Diana , Agrium deinde 
Parcaef et Thoonem, Apollodt. ^ pag. i5 ad ao. 

(a) Nemesiaoo Cyneg^t. , v. 90 : 

Candida puniceis aptenlur crura cothumis. 
Anche Virgilio^ Aeneid. 1 7 v* 336: 

Virginibus Tyriis mos est gestare pharetram^ 
Purpureoque alte sura vincire cothurno. 

Qui Servio avverte : Cothumi sunt cakeamenta etiam 



come è sempre , che è rappresentata quando è, 
in figura di cacciatrice. Però succinta tiene 
sopra il ginocchio la veste (i), ed ha il cane 
in 'sua compagnia, che prende parte nella con^ 
tesa mordendo la coscia del Gigante: Diana è 
in atto di scoccar 1' arco per uccidere il mo^ 
stro. Non parliamo qui della mézza luna che 
adorna il crine alla Dea , poiché il capo è 
modernamente supplito ad imitazione di altre 
antiche sue immagini. 

Il Gigante che con essa combatte è quale 
si descrive da ApoUodoro. La grandezza stra- 
ordinaria è indicata per quanto permetteva 
r estensione del marmo. Il volto atterisce 9 ^ 
capelli sono ispidi , prolissa la harha , e sono 



venatoria, crura quoque vincentìa} quorum quivù utrique 

aptus est pedi. Ideo et numero usus est singulare* Sidonio 

descrive il coturno più esattamente ^ Garin. Il, v. 4<>o: 

Perpetuo stat pianta solo, sed fascia primos 

SistUur ad dlgitos , retinacula bina cothurnis 

Minit in adversum vincto de fornice poUex. 

Nell'opera del Balduino, DeCalcèo, illustrata da Gio- 
vanni Frid. Nalant, Lug* Bat. 17^1, in 13, si trova una 
lunga descrizione del coturno Tenatorio alla pag. i55 e 
*eg., specialmente nelle note. Il Begero, nel Tesoro Bran^ 
deburgìco, tom. HI, pag. tiSo, fig. a, ci mostra una 
figura dì Diana coi coturni che intieramente chiudono 
la gamba ed il piede : come anche una simile ne riporta 
il Gori nel Museo Fiorentino , tom. I , tab. LXVII 
Bum. IX. 

(i) Sono. frequentissime I« belle iminagini di Piana 
succinta, può vedersi nel tomo I del Museo Pio-CIem.; 



45 

le sue gamb^ due feroci serpenti (i). Sta il 
Gigante in atto di vibrare le pietre « che sono 



tav. XICX; nella Gallerìa. Giustiniani , tom. L, tav. 6a^ 
63 , 64 7 ^f ed in altri luoghi* Callimaco y nell' inno a 
Diana, v. ì2, dice che Diana; benché vergine; si cingeva 
sopra il ginocchio: 

Padre . . • . dammi , 

// portare del lume^ e il cinger veste 
Fino al ginocchio orlata ^ acciò le belve 
Selvaggie uccida. 

(i) In tutte le istorie si trovano fralle antiche gene* 
razioni indicati i Giganti : anche nella Genesi nel ca-> 
pò YI; V. 4^ soi^o nominati; e nei Numeri al e. XIII; 
V. 34 7 ed altrove; benché in alcuni luoghi si creda detto 
in senso allegorico. Si riporta dal Torrubia; nelV Opn-< 
acolo sopra la Gigantologia stampato in Napoli nel 1760, 
alla pag. 16; § II; che gli Americani dividevano l'i- 
storia del mondo in quattro epoche: la prima era dalla 
creazione al diluvio; la seconda dal diluvio alla distra* 
zione de' Giganti; e questa epoca si chiamava Tlachi" 
tonaiiuh; il medesimo dice che trovavasi questo periodo 
segnato nelle loro carte geroglifiche. Ma il primo Gi* 
gante espresso nel presente bassorilievo é un mostro 
favoloso; cui dettero! poeti ed i' mitologi le gambe di 
serpi; poiché credevasi dagli antichi che i rettili na- 
scessero dalla terra. Ovidio; nel libro V de' Fasti; v. 35; 
assai vivamente descrive questi Giganti anguipedi che 
portarono la guerra a Giove. Macrobio ci dà una alle- 
goria della loro figura nel lib. I; cap. XX; pag. orni 
Hercules .... Ipse creditur et gigantes interemisse cum 
còelo propugnaret , quasi virtus deorum. Gigantes auiem 
quid aliud fuisse credendum estf quam hominum quam-^ 
dam impiam gentem deos negantem ; et ideo aestimatam 
deos pellere de coelesti sede voluisse ? horum pedes in 



«44 

le armi che in simil pugna si danno a costoro^ 
sembra perciò qui rappresentato Grazione, che 
fu quello che da Diana fu ucciso. 

£ la terza figura Ecate; raro soggetto negli 
antichi monumenti (i). Ha questa nelle mani 



draconwn vohanùia desùiehanié Quod significai nihil supC' 
rum cogitasse, totius vitae eorum gressu atque processa 
in inferna mergente» 

(i) Sembra che con ragione possa dirsi la figura di 
Beate non triplice un soggetto raro fragli -antichi mp- 
nnmentiy giacche Pausanià nota come particolare un 
simulacro cosi fatto, e ci avverte che Alcamene ate- 
niese fu il primo a rappresentarla triplice. Cosi egli nel 
lib. II, cap. XXX, pag. i8o: Pone ceieris vero his in 
primis Becaien colunt Aeginalae , ctgus ùutia qaotanfùs 
celebrane. Jnitiorum auciorem Thracem Orpheum perhi* 
henu Maceria templum ambitur , in eo Ugneum signtan 
factum a Mjrrone , cujus unicum os , et'corporis truncus 
unicus , nam primus , uU ego existimo AlcarneHes Aihe* 
niensis triplex Jeck junctis corporibus Hecates sjgnum , 
quam Epipjrrgidiam, Aihenienses appellant. Questo Alca* 
mene fiorì nella Olimpiade LXXXIV, ed era emulo dt 
Fidia, secondo Plinio, Hist.Nat., 1. XXXIV, sect.XlX, 
pag. io8. L'epiteto di Epipirgidia dato ad Beate, Win* 
ckelmann nella Storia delle arti , lib. IX , cap. II , 
pag. i56 del tomo II, crede che significhi, che aveva 
al capo una corona a foggia di torri. Benché di Beate - 
triplice avremo occasione di ragionare nel decorso del* 
r opera , cade qui in acconcio dire qualche cosa di 
questa deità. D' Beate Omero non fa parola, ma lunga« 
mente si trova individuata da Bsiodo nella Teogonia al 
y. 409 e seg. Questi la dice figlia di Asteria e di Perse ; 
fu assai onorata da Giove, ed ebbe gran possanza ed 
in mare ed in terra , essendo anche dispensatrice delle' 
ricchezze) giacché Giove non le tolse quelle prerogative 



'i45 

dae facij come appunto indica lo scoliaste di 
Sofocle essere il suo distintivo (i). Ha il piede 



che a lei si spettavano per la sua antichità esser^lo 
nipote eli Ceo^ ed in conseguenza Titanide; la descrive 
ancora per arbitra della terra , dicendo: 

Chi vuole assiste, a dar ben volentieri 
Vittoria f e in porger della guerra il vanto* 

Pur la riguarda come ausiliatrice nelle tempeste , e prò-, 
pagatrice degli armenti. 

^rge dal poco , e dal molto anco abbassa. 

Coà r unica figlia di sua madre 

Di tutti onori è ornata appo gU Dei* 

Lo stesso Esiodo per altro y secondo Pansania , lib. f , 
cap. XlillI, pag« i3y gli dava altra origine. Ego vero 
etiam quae longe secus de Jphigenia Arcades narrant au- 
divi* Neque ignoro Hesiódum, eo poemate j quo illustres 
foeminas recenset^ scripsisse non esse caesam Jphigeniam , 
sed Dianae numine Hecaten factam* 

In questa oscurità di opinioni non potremo noi far 
osservare altro ^ se non se^ che è unico il nostro monu- 
'mento in rappresentare £cate non triplice. In Grecia vi 
erano molti suoi insigni simulacri descritti daPausania, 
come ricorda al lib. II, cap. XXil, pag* 1611. Ultra 
Lucifiae fanum , Hecaten delubrum , deae signwn Sco* 
pae opus e marmore. Atque e regione sunt duo e^fusdem 
deae signa ex aere ; alterum Poljrcletus ; Pericleti frater 
alterum Naucjrdis Mothonis filius fecit. Queste statue es- 
sendo posteriori ad Alcamene, forse eran triplici. 

(1) Le faci che tiene questa Dea nelle mani sono il 
distintivo di Ecate, benché anche Diana alle volte si 
^egga in tal guisa rappresentata. Sofocle^ Trachin., v. aio, 
chiama Diana avente due faci in mano Ortjrgia^ oVe 
lo scoliaste nota che le faci nella mano sono proprie 
à' Ecale. Riportiamo qui il passo di Sofocle in italiano 

Museo Chiaranu Voi. I 10 



x46 

calzato, e si copre di tanica e di sopravveste, 
ed un largo manto le vela il capo. Colle faci 



sepondo Y elegante e fedele vcraionc del eh. sig. abli» 
Amati y da esso geatiimeute comunicataci 

E insieme traetene 

Peane » o voi vergini i 

Gridate Pean! 

Di sangue a lui socia 

Artemide Ortigia, 

De* cervi la celere 

Guerriera chiamatene , 

Cui doppie risplendono 

facelle in la man. 

Chiamate a lei prossime 

Le ninfe del suol. 
Scholia antitjua ad h. l, Boare. Celebrate et honorate Ar^ 
iemidem una cum ApoUine genitam, tjuae in Ortygia co* 
ìitur.d(Jb(pÌ0Fvpop* h quantum ambabus manibus facem 
praèferCf quae et eadem est cum Becate. wtKpaiiQ appel» 
lat scUicet Orestiadas, quum Artemis in montibus potis* 
sintum moretur. Bacbilide antico poeta presso lo scoliaste 
di Apollonio chiama Beate Taedigera ; cosi Yossk> de 
Idol.y lib. II; cap. XXIX, pag. iQ6 , traduce i versi di 
Bachilide i 

Recate taedigera Noctìs 
Nìgrum sùiam habentis Jilla^ 

Non intendiamo perii dire privativo d' Ecate il portar le 
faci^ poiché oltre Diana e Cerere , vi sono anche le 
Parphci che veggoqsi cosi espresse. Lo Spanemio de usu^ 
etpraest, num.^ Xoxxu II , pag. 639 , ricorda una medaglia 
di Filippo CoUe Parche distinte dalle faci , e riporu dae 
mediigUe di Diocleziano e Massimiano colla medesima 
rappresentanza , e V iscrizione FATIS VICTRICIfiVS 
che sono Io stesso che le Parche al dire di Fulgenzio, 
ib* I| 9fip« y\\- Questa ossenraziooe ci fece a prima 



U7 
si lancia verso i suoi nemici, che non lian la 

medesima forma del primo abbattuto da Diana, 
ma pure si mostrano di gigantesca figura (i), 
e tentano unitamente di scagliare con sonimo 
sforzo un ponderoso sasso contro la Dea. Uììo 
di questi dovrà nomarsi Clizio , giacché , se- 
condo ApoUodoro già citato, Clizio fu quegli 
che restò morto per mano d' Ecate : e qui può 

vista credere che Ili figura di Ecate fosse una delle Par» 
che^ tanto piìi che dava fondamento a tal supposizione 
il vederla combattere e vincere due Giganti , come ap- 
punto scrisse Apollodoro^ facendo Agrio e Teone uccisi 
dalle Parche I il che si portò alla nota (<)ypag. x4i ; di 
questa tavola. Ma poi ci decidemmo per V esplicazione 
che abbiamo proposta. sembrandoci più propria. 

(i) Quello che merita osservazione è che questi due 
ultimi Giganti che combattono con Ecate non hanno 
le gambe di serpi j quando da' mitologi e da' poeti si 
dice questa generazione di Giganti mostruosa^ e Come 
scrive ClaudianO| GiganL^ v« 8: 

Strìdula volventes gemino vestigia lapsiu 
Non possiamo dare di questo una ragione convincente^ 
solo faremo osservare , che altri figli della Terra ^ come 
Anteo ; erano solo giganteschi. Nel Museo Pio-Ciem. , 
tona. IV 9 tav. X, pag. 7^1 u. 3, sono riportati varj e- 
sempi di antichi marmi e di gemme ^ con Giganti im- 
berbi ; benché da AppoUodoro ne sia descritta Y orribil 
barba, onde coilie' in quella parte fu variato dagli scul- 
tori, cosi essi poterono anche diversificarne la figura» Glan- 
diano gli immagina combattenti quasi appena nati nel 
1. c.^ V. 6. 

necdumque creati 
Jàm dextras in bella parante super osque lacessunt^ 
Ei dalla Terra lor madre fa chiamarli ;=; O pubes do^ 
nutura deos. Sicché non disconviene ad essi la gio\i- 
aeKza. 



i48 

notarsi , che se altri ne assegnano V uccisione 
a Vulcano , sempre lo dicono ucciso con arnaii 
infocate , come nella nostra figura sono le faci. 

Gli. alberi che si veggono nel campo di 
questo bassorilievo sono su ti forse' per due 
motivi qui collocati dall' artefice che lo scolpi : 
in primo luogo con questi volle dimostrare 
che il silo della pugna fu in terra , e non in 
cielo; in secondo luogo servono ad additare 
maggiormente col paragone di quelli la straor- 
dinaria mole de' Giganti. 

Possiamo in fipe avvertire che tutti i monu- 
menti che mostrano battaglie degli Dei coi 
Giganti » tutti si riferiscono a questa ultima 
pugna , che li distrusse, ma che non sono fre- 
quenti , benché in antico si trovasse tal fatto 
in tanti luoghi d|t sommi artefici rappresen- 
tato (i), 

Lo stile del bassorilievo è grandioso , ma 
di lavoro non del tutto finito : non manca del 
migliore dell' 9rte nell' invenzione , che non 



■^1^ 



(i) Oltre le molt^ sculture descrUte dagli antichi ^u** 
fori y ed enunciate dall'espositore del Mu$eo PipGlem. 
al citato toip. IV, tav. X, pag. 71, n. (i), noi na^ 
dubitiamo di aggiungere V insigne bassorilieyo di metallo 
^he Tedevasi nel frontispizio del Panteon , c^ie dai fram- 
menti di cavalli • di ruote, ingegnosan^ente il signor 
Hirt congetturò potesse r«tppresenure tale argomento j| 
assai proprio di Giove Ultore, cui era dedicato quel 
tempio. Vedasi la pagina 3g delle sue Osservazioni Fi^ 
Iplogico-Architettoniche sopra il Papt^ni Roma 1791^ in 4^ 



'49 

diremo copiata ^ attesa la fraoòhe;z2a y colla 
quale è condotta , tal che mostra una mado 
maestra : * i Giganti si yedono eccessi vam^eo te 
affaticali , nel tempo che le Dee conseryano 
tutta la lor compostezza ^ benché combattenti. 
Questo ci mostra con quanta giustezza d' idee 
gli antichi eseguissero le loro opere, e quanto 
esattamente carattterìzzassero quello che rapprc* 
sentavano. Una certa scarsezza nel rilievo ci fa 
sospettare che fosse la parte posteriore di qual- 
che gran sarcofago , del quale abbiamo perduto 
la fronte ed i lati. Se paragoneremo con altre 
' casse Sepolcrali la tìostra scultura , benché forse 
romana, non la troveremo inferiore a molti pire-» 
giati sarcofagi che meritamente si ammirana 
nei Musei» 

TAVOLA XVllI, XIX, XX ^ XXt 

Ara con otto Defta' * 

' Anche seguendo lepiii esatte dénomitiaxionì, e. 
quasi diremmo le grammatiòali sottigliezze, sem** 
pre dovremo noi chiamare ara il presente ma'- 

^ Quést*ara è alta pàbni quattro ^ onde io. Il marmo 
della medesitha è greco diiro» Non ha alcun rìstauro^ 
ma è al^aaìitd logorata. Stava nel giardino Aldobrandini ' 
al Quirinale. Fu pubblicata la prima Vòlta nei monu*» 
menti antichi inediti ; ovvero Notizie sulle Antichità e 
belle Arti di Roma per Y A. MDCCLXXXVI ^ al gennarc^ , 
tav. II e Itt. . 



/ 



i5o 

numeiUo (i). Servio distingue l'altare dalVara; 
quello era sacro soltanto agli Dei superiori , 
l'ara poteva essere sacra ad ogni, genere di 
Numi (2). In questo marmo noi vediamo quat- 



i-j. 



(i) L' etimologia della parola Ara si assegna variamente 
dagli antichi scrittori Varrone crede che F Ar€^ prima 
si dicesse A$a. Cosi asserisce Macrobio j parlando della 
proprietà de' termini usata da Virgilio y in proposito del 
verso 

Tcdibus orantem dictis , arasque tenentem. 
Egli nota allib. Ill^cap. U^pag. ^i^: Multifariam enim 
legimus , quod litare sola non possit oratio , ntsì et is 
qui deos precatur etiam eram manibus apprehendat. Inde 
Varrò divinanmt libro quinto dicit eros primutn asas dì- 
ctas; quod esset necessarium a sacrificantibus eas teneri , 
ansis autem teneri solere vasa quis dubitet? comtmUa- 
iione ergo Utterarum aras dici coeptas ^ ut Volésios ^ et 
Fusios dictos prius nunc Vederios et Furios dici. Lo stesso 
Varrone per altro nel hT>. IV , de ling. lat. , pag. 1 1 , 1. a3 , 
ne deriva il nome dalla purità e dall' ardore. Ubi /ru- 
menta secta terantur et arescant Area. Propter honmt 
similitudittem loca in urbe pura areae , a quo potest 0- 
tiam. Ara deum esse , quod pura. Nisi potius ah ardore , 
ad quem m sit , fit ara , a quo ipsa area non abest , 
quod qui arefticit , ardor est solis. 

(a) Servio in tal guisa si esprime nel commentario del 
verso 66, dell'Egloga VI di Virgilio 

en quatuor aras : 
Ecce daas tibi, Daphni, duas altaria Phoebo. 
Feci inquit aras quatuor : tibi , o Daphni^ duas ; et duas 
aras Apollini, quae sint altaria. Novimus etUm , aras 
Diis esse super is, et irtferis consecratas: Altaria vero su-' 
perorum tantum deorum .... Varrò Diis superis aita- 
rla ; terrestribus aras ; inferis focos dicari adfirmat. In 
molte antiche iscriaieni leggiamo chiamata are i cippi ^e* 



tSt 

tro deità superiori ^ due divinità cte chiame-* 
remo allegoriche^ e le altre due possiamo ri- 
guardarle come Dei della terra. Le are conse- 
crate al culto divino hanno la loro origiue 
più antica dei tempj: le offerte delle primizie 
furono il primo sacrificio che fu presentato 
sopra queste all'Ente supremo (i)« Le pietre 
o are quadrate fino dai patriarchi furono de- 
stinate a perpetuare la metnoria de^ prodigj e 



polcrali ^ e cìh si diceva con tutta proprietà ^ poiché erano 
i cippi are dedicate ai Mani del defunto y conte vi s' in-* 
dicava sopra generalmente ^ o si significava dalla consuèta 
sigla D. M. 

(i) Ifélla Scrìttnra 1* altare sopra il qtiale Noè fece il 
sacrificio ali* uscire dall* arca ^ è il più antico altare che 
vediamo descritto : questo doveva essere assai grande ^ se 
si consid<;ra la quantità delle vittime che vi furono poste 
sopra. Vedasi nella Genesi, cap. Vili, v« Ho. Nota op-* 
portunamente il Dré Bartolomeo Mesnjr nella sua dissero 
fazione degli Altari e Are degli Antichi, stampata in Fi-* 
renze nel 1763, in 4; P^g* 4>; ^^^ questo altare poteva 
essere stato da Koè costrutto, seguendo là pratica del 
tempo antidiluviano , come egli conservando tauti Usi , 
fece tlelle arti. Se Vogliamo poi congetturare che col-* 
)' uso dei sacrifizj incomindasse Y uso delle are, dovremo 
assegnarlo ad epoca assai anteriore , mentre Caino ed 
Abele offrirono a Dio i loro olocausti ; ma #e questi fu-' 
irono offerti aopra la terra, o sopra qualche sostrU2Ìone^ 
noi lo ignoriamo. Diversi altri altari leggiamo eretti per 
sacrifizi da Àbramo, da Melchisedecco , né mai in que^ 
sti tempi si parla di tempj. I nostri lettori potranno con 
piacere consultare la dissertazione già indicata , ove eoa 
metodo è trattato Y argomento* 



i5a 

delle beneficenze celesti (i). Le are poi erano 

bene spesso circondate dalle piante nei boschi 



(i) Abramo inalzò varj altari , dove ricevè le divine 
promesse: così uno vicino a Sichem, come dalla Genesi^ 
cap. XII, V. 7; altro all' occidente di Bethel , 1. e, v. 8; 
ed anche nella valle di Mambre , ivi, cap. XIII , v. 18. 
Tatti questi altari o are sembra che non fossero eretti 
che per memoria , giacche il sacro testo non parla . che 
vi fossero offerti sacrifìcj. Giacobbe dopo il suo prodigioso 
«ogno consacrò in ara o altare del Signore quella pie- 
tra che aveva posta sotto il suo capo nel sonno. Genesi 
cap. XXVIII, V. 18. Lo stesso Giacobbe ne eresse un se- 
condo jparimente in Bethel, ove ricevè da Dio la seconda 
promessa. Jlle vero erexit tituhim lapideum in loco , quo 
locutus Juerat ei Deus libans super eum libamina, etef" 
fundens oleum y ec, Gen. , cap. XXXV, v. i4* Dal mede» 
•imo ancora s* inalzò un altare nel luogo ^ ove si divise 
da Esaù, Gen., XXXIII, v. 20. Mosè seguì 1' esempio di 
questi patriarchi 5 egli edificò un altare nel luogo ove dis- 
fece Amalecco, Exod. , cap. XVII, v. i5e 16. Dodici 
pietre si lasciarono da Giosuè nel fondo del Giordano in 
memoria del prodigioso passaggio. losuè , cap. FV , ^ v. 9. 
Con altre dodici pietre tolte dall'alveo di quel fiume com« 
pose un altare sul monte Gebal, L e, cap. Vili, v. 3i; 
Le tribù di Manasse allorché posero la lor sede di là dal 
Giordano, formarono un grand*altare,-che essendo occasione 
di dispiacimento e di sospetto alle altre tribù; es»i di- 
chiararono dì averlo inalzato a solo motivo di conservare 
la memoria della loro unione. Non holocaustà , neque ad 
victimas offerendas. Sed in testimonìum inter nos, et voSj 
et soholem nostrani , vestramque progeniern , los. ^' ca- 
pitolo XXII, V. a6. f 
Discendendo poi alle istorie profane , non mancano» 
f sempj di are erette in memorie di singctlarì avvenimenti. 
Al dire di Erodoto, lib. II, 4, pag. 90, gli Egiziani fu- 
rano i primi che insegnarono a fabbricare le are ed i 



i55 
sacri, e per l'ombra degli aìLeri acquistavamo, 
«na maggior rìverensa (i). Considerando noi 



■h.^ 



tempj a^ìi Dei. Questi ebbero il Sole e la Luna per loro 
Dei principali^ e poi gli altri pianeti per deità seconda- 
xie, onde è verisimile che adorando gli astri innalzassero 
loro le are allo . scoperto , cioè alla presenza de' Numi 
che adoravano , tantoppiii che le prime immagini di 
questi Dei non furono che sette colonne , secondo Pau- 
saoia , Lacon. , lib. Ili ^ cap. XX , pag. 0.60,. Cecrope fa 
il primo che , secondo il medesimo ^ edificò un altare ia 
Atene ^ Arcad. j lib. YIII ^ cap. II , pa^. 600 , ove poi 
furono famose anche le are di Epimenide sparse per la 
campagna. Diog. Laert.^ lib. I^ cap. 11 o^ pag. 71. In 
Roma fu celebre l'ara di Evandro consecrata a Giove da 
Ei-cdle y sempre con somma venerazione riguardata e fatta 
in memoria dell' uccisione di Caco. Tazio e Romolo ^ al- 
lorché strinsero alleanza fra loro , innalzarono in quel 
aito due are, al dire di Dionisio d' Alicarnasso , lib. II , 
cap. 5o^ P^g* loo. 

(i) L' ara ove Agamennone celebrò Y ecatombe, e che 
il .descrive da Omero,, era all'ombra di un platano. Iliade, 
lib. II , V. 3o5 y pag. 44 < ' 

Pe' sagri aitar facemmo agi' immortali 

Delle vittime cento i sacrificj 

Belli e perfetti sotto un arhor vago 

ly un pldtanetto , ec. 
liO stesso Omero pone in Pafo una selva ed un altare 
sacro a Venere : 

,. /a Pafo ove è a lei .luco ed altare 

Odoroso, ec. 

Hymn. in Yen., v. 58, pag. 583. 
Possiamo qui aggiungere qualche esempio del Sacro, Te- 
sto. Abramo vicino Bethel cinse d' alberi . il luogo ove 
aveva sacrificato a. .Dio in occasione dell' alleanza con 
Abimelecco , come dalla Genesi , cap. XXI , v. 55. Fu 
poi proibito al popolo ebreo di piantar alberi intorno 



f54 

r unione delle diverse Divinità che sono qui 
rappresentate, nonché una certa trascuratela 
i lavoro, non esitiamo in credere che an- 



Tare^ perchè non si voleva che nel culto si assomigh'as' 
^ero ai Gentili, così dal Deuteron. , cap. XYI , v. iti. 
Plinio disse che le selve furono i primi temp) degli Dei^ 
Hist. I^at. , lih. XII , cap. I. Luciano contesta questo 
sentimento^ tom. I, pag* 367, De Sacrìf., dicendo: Pri" 
mum quidem sjrlvas consecranmt , montes dedicanmt» 
Un passo dell' Edipo di Sofocle , semhra che indichi sa- 
cre agli Dei tutte le selve ; poiché il cieco padre dice 
alla sua figlia Antigona, che lo faccia sedere o in luogo 
profano^ o nelle selve degli Dei. Eccone la inedita ver« 
fione del eh. sig. ah. Amati, altre volte citato: 
Ma tu , figlia , se alcun seggio qui vedi 
O in profano recinto , o de* Celesti 
In sacri boschi , ivi mi pon , m' assidi. 

Oedip. Colon., v. 9 et seqq* 
Servio , al verso 4 <lcl nono dell' Eneide di Virgilio , not2i 
nunquam est lucus sine religione. Tacito , nel primo lihro 
degli Annali al cap. 61 , rammenta nella Gei-mania -di-* 
verse are che egli chiama barbare , poste nelle selve -In 
memoria delle vittorie che i Brutteri avevano riportato 
sopra i Romani. Con molto studio e cognizione di lingue 
cercò provare 1* accademico cortonese Checcozzi , nella 
sua dissertazione sopra V antica idolatria de* boschi , 1. 1, 
p. 11^ saggi deirAccadenua, pag. 98, che Fara di Ulisse 
presso Astirburgio doveva essere collocata in una selva ^ 
, spiegando il nome di quella città Vras nemoris. Da ce- 
lebri are furono dette anche tane altre città, come Ara 
Vhiorum^ Arlun, quasi Ara Lunae. Vedasi il Rau, Da 
Ara Uhiorum, pag. 5^. Il dottissimo van Dale nelle dia- 
•ertazioni De orig. et progressu Jdololatriae j p. «7^ 
non sa decidere se le seKe ibssero sacre o per gli alberi 
sacri agli Dei, o per le are e statue de' medesimi ia 
quelle collocate. 



i55 

che quest'ara potesse id antico aver luogo allo 
scoperto in qualche campagna , in qualche 
bosco sacro , ove si facevano protettori di quel 
luogo, e forse di tutte le adiacenze , quei Numi , 
che della fecondazione de' terreni erano pre- 
sidi, e che avevano in cura le coltivazioni e 
le selve. Apollo , che è lo stesso che il sole , 
è l'origine della fertilità universale (i). Diana 
è la luna e la dea delle selve (3) ; Mercurio 



(i) I Greci ed i Latini trassero i loro sistemi filosofici 
e religiosi dagli Egiziani , come comprova Jablonski , 
Pantheon Aegypt. Prolcg., pag. XLV. Ora gli Egiziani 
al Sole ed alla Luna davano interamente la cara del 
mondo. Diodoro Siculo così si spiega al lib. I , pag. io 
e seg. : f^etustissìmi in Aegjrpto mortales , mundum «m- 
pra se contemplati , et non sine stupore demirati uni- 
versi naturam , duos esse Deos existimarunt , aetemos 
et primos Solem , et Lunam . • . Hos Deos mundum 
universum guÒernare statuunt , nutrientes et iutgentes 
omnia - . . horumque naturam Deorum plurnhum con-- 
ferre ad génerationem omnium. Non è perciò inverisimilc 
che al Sole ed alla Luna fossero erette are nei boschL 
Esiodo nel suo poema , intitolato scudo d' Ercole^ nomina 
un bosco d'Apollo al v. 58: 

Poìch* ei trovo nella boscaglia sacra 

D* Apollo , che da lungi ne saetta» 
(a) Oltre essere Diana lo stesso che la Luna^ conti- 
nuamente è chiamata Dea delle selve a cagione della 
caccia. Horat. , lib. Ili ; Garm. , od. XXII , v. i : 

Montium custos j nemorumque virgo, 
n medesimo Orazio nel principio del carme secolare i^ 
voca Febo e Diana ^ come Dea delle selve: 

Phoehe , sjrlvarumque potens Diaria , 

Lucidujn coeli decus ^ o colendi 

Semper et culti , etc. 



i56 

il Dio del commercio , il preside delle it^ampa^^ 
gne (i) ; Marte è il Nume particolare del. 
suolo romano (3). La Speranza e la Fortuna (3) 



Virgilio non varia , chiamandola Dea delle selve nel nono 
dell' Eneide , v. 4o5 : 

A§tronan decus , et nemonan Latona cusios. 
In Virgilio vi è anche un verso che mostra la Luna vi« 
vi&catrice de' boschi : 

.... Saltusque rejicit jam roscida luna, 

Georg. ^ III, V. 537. 
(i) Il Vives nel commentario al libro della città di 
Dio di S* Agostino j nelle note al cap* XI , pag. 4^8 f 
alle parole (In merce Mercurius): Ita dictum volunt a 
mercibus; eo quod tiegotiatorihus processe existimatur. t 
termini che si ponevano nelle campagne erano sacri a 
Mercurio. 

(2) Roma non solo fu sacra a Marte, ma anche prima 
della sua fondazione eravi in riva al Tevere una selva 
sacra al medesimo ) ove Silvia fu sorpresa dal Dio guer^ 
riero. Cosi Dionisio Alicarnasseo , Antiq. Rom. , tom. I p 
pag. 61, c^. LXXIII, 1. 20: f^erum quarto post annum 
Iliafn in sacrum Martis lucum profectam . . . nesció 
quis eo loco, stupravit . . ^ at plerìque fabulantur spec* 
tnan dei , cujus is liu:us erat. Al dire del fnedesimo la 
vasta estensione del (lampo Marzio già èra sacra a quel 
Nume ; ma dai Tarquinj usurpata, fu ad esso nuovamente 
oonsecrata. Hunc enim Marti eorum majores publico de- 
creto consacrarant , pratum equis oc juventuti in armis 
exercendis gjrmnasiujn aptissirmim» Sed antequani his 
iisibus inseryiret j jampridem is campus huic deo sacer 
erat , et Tarquinius eum usurparat, 1. e, 1. V, e. XIII ^ 
pag. 276, 1. 25. 

(3) Della Speranza e della Fortuna fu antichissimo il 
culto in Roma, come più diffusamente s' indicherà nélta 
«splicazipue di <juesto lato dell' ara» 



possoiìo render paghi i TOti dei possessori delle 
campagne. Con questa vista • generale noi ere-* 
diamo di unire le otto Divinità che qui sì 
veggono , delle quali poi andremo indicando i 
simboli e le azioni diverse. 

Sono presso ad un' ara rettangolare IXana ed 
Apollo , e il fondo del bassorilievo mostra un edi- 
ficio costrutto da grosse pietre , e nel mez^o sorge 
un arbore che sembra d'alloro (i)* I due Nunod 
germani pare che facciano pompa delle loro vit- 
torie. Apollo ha presso di se il tripode ritolto da 
Ercole (2). A piedi di Diana è il cane compa- 



(i) Dafne cambiata in alloro, fece sempre grato ad 
Apollo quest* arbore : 

jet conjux quoniam mea non potes esse , 
Arhor eris certe , dixit , mea sentpèr habehunt 
Te coma, te citharae , te nostrae, laure, pharetrae. 

Ovid. Mer., lib. I; v. 557. 

(2) Ercole ' sdegnato tolse il tripode d' Apollo y noa 
avendo avato risposta dalla Pizia che egli era andato a 
consultare. Apollo corse a riacquistarlo , ma Giove col 
fulmine terminò la pugna, e fece riconciliarli fra loro^ La 
favola è narrata da Igino , fab. XXXII. Yedesi questa 
rappresentata nel gran candelabro donato alla s. m. di 
Clemente XIV dal defunto cardinale di Zelada che fece 
incideiio, e che poi fu corredato di una dotta dichiara- 
zione del eh. monsig. Gaetano Marini, prefetto della Bi- 
blioteca Vaticana e degli Archivj pontifìcj , in una par-» 
ticolare dissertazione pubblicata nel Giornale Pisano, t. III^ 
pag. 176. Nelle greche medaglie spesso vedesi Apollo ap- 
poggiato al tripode, in un atteggiamento assai simile a 
questo che vediamo nelF ara. Neil' interessante Ragguaglia 
4el viaggio compendioso di un dilettante antiquario sor* 



i58 

gno delle sae cacae, ed un cignale sua preda: 
Diana è in atto di deporre i dardi, ed Apollo le 

preso da' corsari , e condotto in Barberia , stampato ia 
Milano nel i8o5 e 1806 alla pag. a4o della seconda 
parte ^ si cita nna medaglia di Perinto riportata alla ta- 
Tola IX e X^ niim. 3 di quella, ove è un Apollo posato 
col 'sinistro gomito al tripode, al quale ^ avvolto un 
serpe, -e che ha nella destra un ramo di alloro che egli 
adopera per fare la lustrazione all*^ ara che ha dinanzi. 
Noi con piacere abbiamo citato questo libro, che sappia- 
mo doversi al P. D. Felice Garonni barnabita, uomo 
tanto benemerito della numismatica , delle arti e delF i« 
storia, delle quali ha pubblicato molti inediti monumenti^ 
spargendoli di erudizione e di notizie nuove dovute al 
suo infortunio ed alla sua abilità. 

Se neir enunciata medaglia vediamo il tripode senza 
cortina, in altre medaglie però l'abbiamo colla cortina 
soprapposta che sembra un globo: e per citarne alcuna, 
potrà vedersi una medaglia di Antinoo , battuta in Delfo ^ 
riportata dal Pellerìn , Troisième supplément aux six vO" 
lumes des Médailles des Rois, des Villes , pi. VI, n. 6. 
Il Buonarroti dà a vedere un medaglione del medesima 
Antinoo di Tarso, dove osservasi il tripode nella stessa 
guisa. Potremmo qui indicare altri esempj di antichi 
marmi , ma noi rammenteremo soltanto T Apolline se- 
dente sul tnpode , illustrato eruditamente dal RafTei nella 
prìnia dissertazione sopra i Monumenti Albani. In quel 
simulacro vedesi la cortina sotto i piedi del Nume; que^ 
sta cortina dicesi dall'espositore cinta da una corona ro- 
vesciata, ma noi piuttosto la diremo adoma di una co- 
pertura frangiata o a meglio dire spizzata a piccoli trian- 
goli, come appunto si vede pendere anche nel nostro 
marmo dalla parte ch^ corrisponde sotto il braccio di 
Apollo. L' estremità del vestimento di una figura etrosca 
riportata nella prefazione del tomo II de' Bronzi Ercola- 
nesi , pag. IX , ha un simile ornamento. 



j59 
presenta un ramo di lauro , come a debeDatrice 

di fiere ; o piuttosto vuol fare una libazioue so- 
pra Tara situata fra due Numi. 

Nella figura di Diana poco dobbiamo avvertire, 
essendo quasi simile all^ altra j che osservammo 
neUa pugna de' Giganti. Noteremo nel di lei capo 
3 nodo che con semplicità le stringe il crine 
descritto dai poeti ^ e già osservato in altri xao^ 
numenti (i). Quando non voglia riguardarsi per 
un avvolgimento della clamide , si potrebbe dire 
questa Diana doppiamente cinta, come già la di* 
stinse Claudiano (2). Non parleremo^ qui né dei 
ootumi , uè degli altri suoi vestimenti (3), avendoli 



(i) L' annodare con semplicità il crine ^ era usato dalle 
vergini. Pausania al lib. X^ Phoc, cap. XXV, pag. 86a, 
descrìvendo Pob'ssena dipinta da Poi ignoto ^ dice : Polixena 
virgi'nwn more collecto in nodum crine ^ etc. Perciò tal 
foggia di acconciatura di capo fu propria di Diana, che 
fu sempre riguardata come vergine. 

(^) Già della cintura di Diana si parlò di sopra. Il 
Buonarroti alla pag. XXVII della prefazione delle sue 
Osservazioni sopra i medaglioni del Museo Carpegna , 
spiegò un' immagine in avorio di Diana doppiamente 
cinta, riportata alla pag. 394, coi seguenti versi di Clau» 
diano : 

Crispatur gemino vestis Oortjrnia cinctu 
Poplite fusa tenus. 

Claud., De Rapt. Pros., lib. Il, v. 55. 
Questa doppia cintura di Diana piii chiaramente che in 
ogni altro monumento si riconosce in due statue della 
villa Pamfili, pubblicate dal de Rossi alla tav. 19 e 4^*^ 

(5) 'Vedi le note (f) e (a) della tavola antecedente, 
pag. 141 e i4a. 



i6o * 

altróve considerati a bastanza. Solo si potrà notare 
una ayyenenza particolare nella figura di quesu 
Dea : e quasi diremmo clie ravveduto scultore 
abbia voluto dare colla mossa spiritosa di questa 
un contrapposto sH' altra d' Apollo , che ferma si 
*esta, quasi appoggiata al suo tripode (i). 
* Rimarrebbe a piarlare ddl' ara che si osserva 
posta nel mezzo a queste due Deità: ma siccome 
in tre lati ha questa la medesima forma , e vi 
•ono soprapposte le medesime cose , altrove ne 
parleremo. Diremo bensì che fl muro di glosse 
pietre, che,vedesi nel campo del bassorilievo, 
può rappresentare V estemo di un tempio , al 
quale è moho confacentc quel genere di costru- 
zione formau da grandi pietre retungolari ben 
lavorate, e sinmaetricamente disposte (2). 

^. : r— *- r- • 

(1) Osservando che in questo mamio e figurato Apollo 
in atto di sentire, e Diana in maggior movinaento, sem- 
brò da prima di potervi ravvisare i due Numi che si 
accingono alla distruzione della progenie di Niobe. Ma 
•iccome' Ovidio segueado le traccie de'.più antichi poeti, 
ci narra che Latona espose ai figliuoli gli affronti rice- 
vuti da Niobe, e gli animò alla vendetta, a cui imme- 
diatamente si accinsero , non sembra potesse aver luogo 
un dialogo fra loro. Ne questo ci pare un argomento 
adattato ad uii' ara pacifica^ 

(a) Si conservò quasi sempre ne' muri esterni de' tempj 
questo genere di fabbrica , che fu consueto de* tempj più 
antichi ,. tanto greci , quanto romani i come possiamo per 
jan esempio indicare col. tempip di Venere Pafia nelle 
medaglie di Guido, e quello di Giano nelle medaglie ro- 
mane di Nerone. Po&teriormeute anche i muri si confor- 
mavano a foggia di grosse piatre^ come può vedersi n<rl 






i6i^ 
Ih uno del lati dell' ara sono scolpiti Marte e 
Mercurio attorno ad una ^mpfice ara quadrila* 
tera, come la già descntta. Marte , il formidabile 
Dio della guerra , è effigiato in forma gioranUe ed 
imberbe , come • si osserva in altre antiche scul* 
ture , e fralle altre nell' insigne statua sedente della 
YiUa Ludovisi, opera di greco scalpello, (i). Ha 



tempio dettò della Fortuna Virile, negli antichi muri 
della chiesa di S. Adriano , e forse anche in quelli del 
Panteon. 

(i) Questa statua fu pubblicata dal Perrier al n. 59 , 
indi dallMafTei in due viste diverse alla tav. 66 e 67 ^ 
finalmente con estrema eleganza fu riprodotta da^ signor 
Francesco Piranesi fralle statue diAoma nella snat Scelta 
delle migliori Statue antiche. Benché le teste di' Marte , 
lavorate con arte somma nelle greche medaglie , rsippre^ 
sentino questo Nume con folta e ricciuta barba , pure 
sono moltissimi i monumenti, ne* quali è rappresentato 
imberbe. Il Marte Gradivo nelle medaglie di Yitellio, dei 
Vespasiani ; e di altri imperatori posteriori', non ha barba 
al mento. Così si osservano cinque statue di Marte nella 
galleria Giustiniani al tom. I, tav. 79 > n 5, 116, lao 
e 123, come altresì è imberbe il Marte del bassorilievo 
della medesima galleria riportato nel tom. y,^tav. io3. 
Il Marte di basalte della galleria di Firenze è nella stessa 
guisa, come può vederci nel Gori, Mus. Fior, ^ tom. Ili, 
toh. 37, Tale è n^l gruppo con Venere j vedesi al hiogo 
citato, tab. 56. Molte gemme antiche riportate dal Caus- 
seo, Gem. ant. , tav. 625 dal Manette, tom. II, pi. XIX, 
e dal Gori, Mus.Flor., tom.I, toh. LXXIII, num. FU, 
Vili e IX j rappresentano Marte nella slessa maniera. 
Per indicare poi monumenti assolutamente romani, potrà 
vedersi imberbe il Marte con Silvia già della villa Mat^ 
tei , ora del Museo T^o-Clementino , riportato frai Mon* 

Museo Chiaramontì. VqI. I 1 1 



il nostro Marte il capo coperto d' elmo, cioge 
V usbergo , imbraccia 1* asta coUa destra , e coìla^ 
ministra s' appoggia allo scudo , e V atteggiamento 
è qual vedesi in molte medaglie, non che in altre 
parecchie statue (i)* 11 men comune distinuvo 
che Tcdesi qui espresso, sono le ocre& che gli 
difendono la gamba (a). In una statua del Museo 
Pio^Clementino vedonsi queste ocree chiaramente 



■•*■ 



MattkeJ.j tom.III, toh, IX, Quello dell'ara Casali ^ ora 
dello stesso Museo, pubblicfito dal Bellori neW jidntiranda, 
tab. V, <>«;• .1. , 

(i) Tion mancano antichi monumenti che ci ìnostrino 
i^arte fumato appoggiato allo scudo j le medaglie degli 
Antonini ne danno varj esempj , ne' quali bensì è bar- 
bato. Sopra le insegne militarì figurate ne' bassirìlievi 
grandi superiori dell' arco di Costantino , spettanti a Tra* 
jano^ vedesi Marte imberbe armato , colla sinistra posata 
,«opra lo scudo I e con un trofeo nella de3tra. Bellori , Vt^ 
feres Arem , tav. 34< 

(u) Chiaramente appajono nelle medaglie di Antonino 
e di M* Aurelio le ocree in gamba a Marte. Nella statua 
di Marte di cattiva maniera y minore del naturale , esi- 
stente pel Museo Fio-Clementino , descritta dal Massi 
lilla pag. 1 5 1 1 num. 89 j sono conservatissime le ocree. 
Questa statua è assai simile al Marte Capitolino, senza 
fondamento denominato Pirro , come si avverti dall' espo- 
sitore del detto Museo al tom, II, pag. 97. 

Non sarà fuor di proposito recare qui una notizia ri<» 
guardante le ocree, e riportarne alcune tratte d^l lago 
Trasimeno ;i ed esistenti pe' Musei della Biblioteca Vati- 
cana. Queste ocree sono di una sottilissima lamina di 
rame arrendevole, lavorate con estrema politezza; nella 
dichiarazione delle tavole aggiunte si darà una pia esatta 
descrizione ^ questa |>arte di «pticii armaturei. 



i65 

indicate. Marte pare che qui si mostri iri riposo | 
gli scudi e le divèrse armature che si Yegg<Mio 
a' suoi piedi, sodo i trofei delle sue vittorie. 

La figura di Mercurio che sHi d' incontro a 
Marte ha parimente tutti i suoi distintivi Porta 
egli il petaso alato sopra il capo (i) , nella de- 
stra ha la horsa, avvolge al sinistro braccio la 
clamide , e %olla mano regge il caduceo. Se quello 
che vedesi innanzi all' ara fosse meu, logorato , 
potrebbe meglio decidersi cosa rappresentasse ; noi 
proponiamo che possa essere un mucdiio di sassi ^ 
giacché i sassi si gettavano dai passaggieri innanzi ai 
simulacri di Mercurio , e si lasciavano per le 
campagne ammucchiati in suo onore (3). Potrebbe 

m< ' < ■ - I ^ III. n i I . 1 ■ 

(i) n petaso di Mercurio vedesi in diverse foggie e- 
spresso dagli antichi artefici. Questo non era che un 
cappello adoperato t£^to dagli antichi Greci ^ quanto dai 
Romani^ in occasione di portarsi alla campagna o alla 
caccia per difendere il capo dalla pioggia e dal sole. 
Arnohio, lib. VI^ pag. 197^ dice che si dava a Mercurio 
come preside delie strade. Le ali che spesso si vedono 
attaccate al petaso di Mercurio^ indicano la velocità di 
questo massaggieró celeste. Nel tomo TI del Museo Pio- 
Clemèntino^ tav. lU^ si parla a lungo di questo, onde 
a quello rimettiamo i nostri lettori. 

(a) Era costume de* Gentih* , allorché nelle campagne 
trovavano immagini o are di Mercurio , di gettarvi in- 
nanzi de' sassi, ^'acchè rion potevano , così improwisa- 
mente, trovare altro che offerirgli, come indica Fomuta 
nel cap. 16, pag. 168, if e Murcwrio, ove adduce anche 
altre ragioni di questo rito. Parla di quest* uso Maimo- 
mAt j De Idolatria , cap. H , % JL Complures colendi 
modos IdoloUurae prefimWenint unicuique ima^ini , et 



i64 

pur dirsi per quelli che amano allegoriche sigui- 
ficazioui, che qui Marte vittorioso si unisce con^ 
Mercurio, Dio dd commercio (i) e delle ric- 
chezze in render felici i popoli. 
' Nel lato opposto a quello ove sono Marte e 



^irmdachro . • • . Mereurius in eo cttihts j^ratj quod la- 
pides in eum consectarent , 'vel coram. eo spargerent. 
"Qui nota V emditissimo Yossio che anche Salomone nei 
prov^rbj, XXVI, 8, parfa di questa superstizione, di- 
pendo S Sicut qui mittit lapidem in acervwn Mercurii. s 
Questi dicevansi cumuli Mercuriales, Nella tavola Eliaca 
Slattejana, soggetto di tante erudite osservazioni, sotto 
i caducei di Mercurio veggonsi due mucchi di sassi. Vedi 
Jfom. Mattila , tom. Ili , .tav, /. 

(i) Già notammo disopra alla pota (i), p. i56, di que- 
sta tavola , che Mercurio era il Dio della mercatura ; qui 
aggiungeremo qualche altra cosa sopra tale proposito. For- 
nutQ al luogo già citato nella nota antecedente, p. 169, 
dic^ : Ferunt Mercurium etiam mercaturae esistere deum^ 
et merito; est enim ementium^ et vendeniium inspector. 
jpmptiones fuxmque et venéUtiones dira ofcuionis praesi- 
dium coutrah^re netfuim^s. Hinc mercaturae praeses esse 
visus est; et èfJ^TCOÀaiOV f id estj, mercatorum curam gè- 
rentem , et Mspioof id est lucrosum aut lucri authorem 
eum appellarunt, H Grutero nelle antiche Isòtizioni ri- 
porta una lapida alla pag. lì^ , n. i, ove si dice; 

MERCYWO NEGOTUTOW 
SACRVM 

n Fabrettl alla p^g, 6^4 > ^^^^^ ^10, ci dà un* antica 
iscrizione, che fu ripetuta con maggior esattezz4i d^Mu'» 
Tfitorì, pag, 346, a, ove $i legge: 

MERCVRIO 

LVCRORVM • POTERTI 

ET 1 CONSERVATOR • SàCt 



i6$ 

Merrtirìò ^ reliiobsi le fi^re. della Fortuna e della 
Speranza, con un candelabro ardente (i) nel mezzo 
di loro (2). La figura della Fortuna ha il capo 
omato . della mitella (^), una tunica cinta sotto il 

(i) Nel tomo IV del Museo iMo-CIemèntitio ^ fag». 34 > 
$1 assegnano, i gran candelabri a sostenere le lucerner^ e 
si destinano all' uso di are i candelabri di altezza minore^ 
Il nostro candelabro giunge alla metà delle figure che vi 
stanno d' intomo y onde ne conferma V opinione. Nella 
già lodata dissertazione del oh. monsig. Gaetano* Marini 
si potranno 'leggere le questioni letterarie sopra gli usi 
de' candelabri , non che le sue più appurate ricerche so- 
pra i medesimi. 

(u) In una rara medaglia di Elio Cesare^ descritta dal 
Vaillant, Num, praestant, impp,, tom, I, pag*^7i; sono 
Unite la Fortunale la Speranza stanti cogli istessi attri- 
buti che si riconoscono in quest' ara» Questa . medaglia 
può vedersi incisa nel Havercamp» , Num. Reg. Christ, > 
tab. XV ^ fig. 6v Veramente la Fortuna» poco arrise .alla 
Speranza di questo Cesare , che attesa la sua gracile com- 
plessione' non giunse air impero» 

(5) La Fortuna in molte antiche sue immagini , ed an*- 
che nella magnifica statua. maggiore del naturale che 91 
conserva in questo Museo ^ è rappresentata colla mitella^ 
ed alle volte ha sopra il velo* Cosi si vede in più bronzi 
dclFErcolano alla tav. XXVIl, n. a, ed alla tav.XXVIII, 
num. 35 cosi in molte greche medaglie. Ma alle Volte ha 
anche il tutìdo ora di forma rotonda ed ora quasi in 
guisa di torri: Il primo, quando figuri un moggio, può 
alla Fortuna convenire come preside dell' abbondanza ; il 
secondo, quadrato e turrito, ad essa spetta come regola- 
trice delle città. Da Pindaro presso Plutarco , De For. 
Rom., pag. 3!àa, C, è detta la t'ortuna Portatrice dì 
città, rvin (pepémliq. Noi siamo peri d'avviso che 
ìienc spésso questo tutulo da altro non derivi che dalla 



i66 

petto le scénde fino ai piedi y ba le braccia messo 
ignude , e la manica lasciata aperta è ^trétu da 
tre fibule; un manto che le ricade dall'omero 
ministro pa^sa sotto il destro, ed è gettato sul 
braccio manco , onde cala iu molteplici pieghe. 
Colla destra regge il timone, che sotto ha il 
globo , come regolatrice delle umane vicende ( i ). 
Sostiene colla sinistra il cornucopia, suo consueto 
attributo ^ che le conviene come dispensatrice 
delle ricchezze e di tutti i beni (2). 



antichità delle sue immagini , che consenrano quelF idea 
di colonne, che fu la prima maniera colla quale furono 
formate le antichissime statue. 

(1) La Fortuna fu riguardata come Dea pia antica di 
Xjiore stesso e il Buonarroti nelle osservazioni sopra i Me^ 
daglioni , ricorda un intaglio colla Fortuna che sosteneva 
Giove bambino che scherzava col timone della medesima. 
L'epiteto di Primigenia deriva a gignendo secondo Cice- 
rone, de leg. II, cap. II, pag. 119. Lo stesso narra che 
nell' antica Frenesie eravi un sacro recinto , in memoria 
del luogo ove la Fortuna aveva avuto fralle braccia Giove 
e Giunone che prendevano il latte. Al che forse allude 
r iscrizione riportata dal Suaresio , Ani. Pra€n€S, , p. 411 : 

FORTVNAE 

lOVIS . FVERI 

FRIMIGSNIAE 

Benché da Frenesie passasse in Roma il culto della For- 
tuna Primigenia dopo la guerra macedonica, pure già vi 
erano altri anteriori tempj della Fortuna , come quello 
eretto da Servio Tullio fuori della ^ittà, rammentato da 
Varrone,^ Ling. Lat, , lib. V, pag. 47, lin. 28. 

(a) Pausania, Mcssen., lib, IV, càp, 3o, narra che Bu- 



iG7 

D^ incontro é scolpita Del isoìito atteggtdtnenta 
la Speranza. QuesU Dea ^ di culto assai antico (c)i 



palo fu il primo a porre il cornucopia , simbolo dell' ab- 
bondanza, nella mano della Fortuna. Questa fu riguardata 
come arbitra delle riccbczze, e delle vicende prospere ed 
avverse^ onde Petronio, pag. 4^9, disse i 

Rerum humanarum divinarunique potesuiSj 
fiors. 
Plinio nel libro It, Itist. tfat.y <Jap. Vii, pag. i45, di<i« 
che la sola Fortuna era invocata. ^"«: omnia expenmj 
huie omnia feruntur acceptat et in tota ratione morta-^ 
lùm, sola utramque pa^inam faeit. Latunzio poi ncUd 
Instit. Ili , cap. ag , pag. 339 . * . qui Fortuaam putant 
esse quae hominibus tribuat bona^ et niala.» Nam simu* 
lachntm ejus cum copia , et guberttactdo fingwit ; tatn* 
quam haec , et opes tribuat , et humanarum rerum re^ 
gimen obtineat. Sallustio dice j Sed profecto Fortuna in 
omni re dominatur: Bel. Catil.> cap. VtIL 
(i) Teognide, antico greco poeta, riguardò la Speranza 

come Dea: 

*.,•«*..•.*- i^ Speranta 
E il pertcol tra gli uomini si rassemhraHo , 
Poiché ambi sono fieri Numi . * * . * ^ * . 
Theogn. , V. 637 , versione di Saltini , pag. -J i i 

Sappiamo da Cicerone , ebc da CoUatitìò fa fatto un 
tempio aUa Speranza ?3 Recte etiam a Collatino Spes 
consecrata est, de leg. II, cap. 11, pag- 118. Nell'aund 
di Roma 177 SI trova in Livio mentovato tin tempia 
deDa Speranza non lungi dalle mura della città ; pressa 
la porta Collina. Adeoque id bellum ipits institit moem" 
bus, ut primo pugnatupt ad Spei sit aequo Marte j ùeruni 
ad portam Collinam.lÀy. f lib. Il, cap. 5i > tom* 1/ 
pag- igg- Questa pugna seguita dopo Tticckiotìe deTabj 
i descritta anche da Dionisio A' AlicarHasso.. Antiq. Rom., 



f68 

conservò sempre nelle sue fi^^ore V usato stile onde 

fii nelle sue prime immagini rappresentata ( i ). E » 

lib. IX j cap. 24? P^r 558; 1. io ^ e si dice che il 
tempio della Speranza era lungi da Roma otto stadj. Il 
Nardini seguendo il Donato , Roma Vet.^ Uh, Illy cap. 25 , 
pag. 4^3; pone presso porta Maggiore un tempio detto 
Spei'Veteris f ove Elagabalo, secondo Lamprìdio^ aveva i 
suoi orti. In Heliog.^cap. i5j tom. I^ pag. 819 s se' 
cessit ad hortos Spei Veteris. Sicché tutto combina a farci 
credere il culto della Speranza antichissimo in Roma. 

(i) Nel Museo Etrusco vedesi alla tav. XXYII una fi- 
gura di etrusco stile assai antico y rappresentante la Spe- 
ranza ^ più probabilmente che Giunone. Il Buonarroti ri- 
porta nelle Osservazioni sopra il Museo Carpegna una 
elegantissima statua di antico greco stile , falsamente at- 
tribuito ai Toscani^ che ci mostra del pari la Speranza. 
Questa ha la veste anche più corta del consueto , ed i 
capelli lunghi e disciolti che le calano sopra la schiena. 
Le medaglie di Claudio fino a quelle degli impera- 
tori assai posteriori , conservano nelle immagini di que- 
sta Dea sempre il medesimo stile. Nella base di uno 
de' candelabri ^ già Barberini ^ che può vedersi nel t. IV 
del Museo Pio-CIem. ^ tav. YIII , ha la Speranza una 
conformità con queste antiche figure 5 così quella piccola 
statua ristabilita da Aquilio Dionisio e da Nonia Faustina, 
esistente nella villa Ludovisi , mantiene la stessa antichis- 
sima maniera. Non potrà questo dirsi ne della Flora Far 
nesiana y tenuta pure per la Speranza , né dell' altra della 
gfiUeria Giustiniani y riportata al tom. I y tav. 49* ^^ ^^' 
vrà in queste notare 1' accortezza degli antichi eleganti 
scultori y i quali quanto conservarono alle volte lo stile 
più antico nelle statue coperte di veste lunghissima y cosi 
lo scansarono nelle figure muliebri , che dovevano avere 
corta e larga veste y mentre quanto tal foggia riusciva 
grandiosa nelle prime figure y altrettanto riusciva brutta 
a vedersi nelle seconde^ alle quali in tal guisa si toglieva 
anche la solidità e U, sicurezza. 



169 

a vero dire, come potevano quegli artefici intel- 
ligenti togliere a questa quella grazia, che ap- 
punto riceveva dall' andamento semplice , dalla 
delicatezza dei panni, dalla verità deU' espressione ? 
Se noi osserviamo tutte le immagini di questa 
Dea , incominciando dalle greche antiche e dalle, 
etnische , sempre le troveremo conformi ne' me- 
talli anche d' elegante lavoro, e. nelle medaglie 
dei tempi piii felici per le arti 

La figura di questa Dea è una giovine donna ^ 
col crine semplicemente stretto da una mitella, 
e coi capelli assai coltivati e discendenti in di- 
Tersi anelli sul collo. Una sottilissima veste la 
ricopre , che ricca in .molte parti di spesse pie- . 
ghe , lascia però quasi intieramente visibile . tutto 
il suo corpo: una sopravveste sciolta e arricciata 
si stende dal petto fino al mezzo della figura (i): 
e le maniche, che per metà le ricc^ron^le brac- 
cia, sono allacciate da fibule. Si mostra ella in 
atto di camminare; e mentre colla destra sostiene 
un fiore, colla sinistra regge .alquanto la tunica 
per muovere più comodamente il suo passo (3). 



(i) La sopravveste della Speranza, formata con due a- 
Ictle, vedesi quasi generalmente in tutte. le. figure dì an' 
tico greco stile ; cosi è il già citato bassorilievo del Mu- 
seo Pio^lementino : così tutte le deità femminili nella 
grand' ara triangolare della villa Pinclana , data . al pub- 
blico per la prima volta con esattezza dal sig., Ennio Qui- 
rino Visconti nei Monumenti Gabini di detta villa p 
nelle tavole aggiunte a^ b, e, e nelle tavole aggiunte 
del Museo Pio-Clem., t. IV, B. I, n. i , 2. B. Il, n. 5. 

(3) Il fiore si pose in mano della Speranza perchè prò- 



» 



ZIO 

Sarebbe da rintracciar la cagione y per la quale 
cpesle diie Dee hanno fra loro collocato un can** 
delabro e non un' ara ^ come le deità rappresen-" 
tate negli altri lati Noi sopra questo argomento 
non potremmo recare che sottigliezze; onde con-* 
siderando che i profumi , le vittime « le ofiferte 
deDe primizie erano tutte cose che si presenta-» 
yano agli Dei , diremo che forse senza alcun re-« 
condito mistero qui fu collocato un candelabro in 
vece dell' ara (i)- 



tnette il frutto. Il sig. Adisson ne* stioi dialoghi sopra 
r utilità delle medaglte^ dice^ nella traduzione, pag. 58^ 
in proposito della figura della Speranza ptoposta nella 
prima serie , n. 8 s // fiore , ossia il germoglio che le scor-' 
gete nella destra , h l* ornamento proprio della Speranza ; 
giacché in linguaggio poetico i fiori e i germogli so* 
gliono cliiamarsi la speranza delV anno 

. '. .'.. . • tunc Iierba nitens et roboris expers 
Turget et fnsolida est ; et spe delectat agrestem# 
Omnia tunc^florent ^ fioramque coloribus almus 
Ridet ager< 

Ovid., Met. , lib. XV, v. 202^ 

lio stesso poeta parlando della vite fiorente'^ così V esprime : 
In spe yitis erat. 

Ovid, , Fast, f lib. V , V. Sa^. 

Circa r atto dì muovere il passo e sollerare la veste, molte 
ragioni adduce il lodato Buonarroti nelle Osservazioni gik 
citata alla pag. 418 e seg. Ivi dice che la Speranza sol-' 
lev^ la veste, o per denotare^ in quelT atto di camminare 
pia speditamente , la velocità , con cui s' insùiua ; ami 
la sola veloce, e quella che passando , conducesse subito la 
cose sperate , era avuta per buona; poiché la tarda era 
stimata per contraria, 
(1) Da <{u«ato si cspos# nella nou di sopra; sempre 



ITI! 

.'Bimime ora 3 quarto bassorOievo , del quale 

più appare cbe le due Dee rappresentate in questa parte 
" deir ara ben si convengono alle campagne. GoUnmelIa 
al lib. X, pag. 55^ y de Bore, adt.y fa caoitare dagli a* 
gncoltori fraUe rustiche occupazioni inni alU fortuna : 

dunujfué viremt nexos éUferte mamplcfs 

Et celebres fortis Fortunae dìcite laudes 
Mercibus exactis. 

Orazio così si esprìme della Fortuna s 

4 

Te pauper ambii soUicita prece 
Rurts colonus* 

Garm. , lib. I, Od. XXXV, v. 5. 

La Speranza molto si riferìsce alle produzioni della terra 
come già osservammo. Aggiungeremo ora che da Plutarco ^ 
de Fort, Rom^j t. II, p. 3a5, A, fi fa memorìa di una 
' .ara dedicata alla Fortun'a ed alla Bona Speranza* Uà 
cippo pubblicato dal Boissardo ^ poco esattamente , ìndi 
dal Grutero , e poi dal Begero nell' opera Spicilegium An* 
tùj. y pag. 84 y XIII , si vedono ne' lati scolpite la For-* 
tuna e la Speranza , in allusione de' nomi della defunta. 
In due greci epigranoni , che trovansi neU' Antologia , si 
uniscono del pari queste due deità : 

Spes et Fortuna longtMm valete* Semitoni imeni* 
Nec enim ampiius rebus' vestris d^lector. 
Lib. I , cap. XXV , n. a. 

Spem et Nemesin benevolus ad aram tonstittdi 
tUam, qtddem. , ut speres , hanc vero ut nihil haheat. 

L. e , n. 3. 

Oraaio n^l'ode già indicata chiamando la Fortuna ad 
assistete Angusto che partiva per la Britannia, pone la 
^peratiza /ralle compagne di quella Dea: 

' Tà Spes, et albo rarafdes colit ^. 

yebUB panno. 

L. €•, V» ai» 



vediamo negli antichi marmi replicati esedij^i (t)t 
e che tutto riferendosi ai Numi delle selve , ci 
fece credere la nostra ara collocata in un bosco 
sacro. Ercole e Silvano erano riguardali dall'an- 
tica mitologia, come presidi delle selve , con tanto 
stretta unione , che alle volte se ne fece un - solo 
Mume (2). Questuo marmo per altro seconda l'o- 
pinione di queDi che riguardano in Ercole e SU- 
vano due diverse divinità. 

Ercole ha il capo coperto colla pelle del leone 
ITemeo, che .gU scende sopra la spalla sinistra, e 
gli copre il mancp braccio, lasciando il rimanente 
del corpo ignudo y colla destra poi regge la clava, 



(1) Nel Gnilero^ Ihscr. Ant. ^ pag. LXII ; n. 8 ^ vi è 
un' ara dedicata ad Ercole e Silvano. Il Aeinesio , Synt^ 
Inscr. Ani. ^ riporta ^/ailtra iscrizione in forma di clipeo ^ 
dedicata ai medesimi j .class. I j num. GlIX ^ come anche 
Murat. , Nov. Thes. Inscr. ^ pag. LXXI ^ num, a. 

(2) Da qualche Erudito fu ridotto Ercole e Silvano ad 
un Nume solo. Winckelmann; Mond. Ined. ^ tom. II ^ p* 9^) , 
chiama Ercole Silvano DeftdroforOy ossia portatore d' ar^ 
bori j una figura che si vede in un gran bassorilievo del 
palazzo Rondinini j pubblicato anche nelle Notizie delle 
Autichitìi e belle arti di, Roma nel gennaro del i'j88 
tav. IH y ove s* inclinò a crederla una figura di Sil^vano 
pili che d' Ercole. L' espositore del Museo Pio-Clcm. a} 
t. IV ^ pag. 1287^ ^'(i); iion trova ben fondata questa de- 
nominazione d' Ercole Silvano ^ e crede debba leggersi 
SjrlUmuSj come fu d'avviso anche ilPitisco, Lcx. Aùtiq^ 
Rom. ^ tom. I^ pag. 899^ b. Se per altro non è certa 
questa denominazione d' Ercole Silvano y eravi bensì sicur 
ramente Ercole Rustico y del quale fa menzione .Lampridio 
in Com.; cap. 10^ Hist:. Aiig.^ tom, l , pag. So^. 



175 
*ma tembfle neOe sue mani. Vi è al suo piede 
3 porco, cinto da una yitta sacra, come animate' 
che ad esso sacrìficavasi (i): e sorge nel mezzo 
r ara ' coronata da festoni, che nei mistici sacri- 
fici osserviamo contìnuamente adoperati , • secondo > 
che yedesi in più antichi monumenti (2). 



(1) IS^on è questo il solo monuménto nel quale si vede 
-)1 porco presso Ercole. Nel Museo PioGlem* esiste un 
bassorilievo che anticamente adornava il frontispizio di 
un tempio rustico di questo Dio ^ ove si vede la vittima , 
come n;cl nostro marmo y ornata delle vitte y colle quali 
:&i guarnivano ^11 animali quando si.- conduceVano al sa- 
crifìcio. Nel già citato tomo FV di detto Museo alla 
tay. XLllI è riportato tal marmo /ove si dice che da 
diversi antichi ba5sirilievi si addita* il porco' come vit- 
tima destinata ad Ercole ; cosa che • ne prova il suo an- 
tico culto, giacché il porco, secondo Varrone , de re 
Rust.\ lib. II, pag. 73,1. 5, fu i^ primo animale che 
9Ì sacrificò. M suillo enim genere pecoris immofandi 1* 
nitiwn prìmum sumptum videtur. 

(a) Il vedere semplici le are fra Diana ed Apollo, e. 
fra Marte e Mercurio , ed ornata di festoni quella fra due 
rustiche divinità , quali sono Ercole e Silvano , ci fece 
supporre i serti che pendono attorno 1' ara , ' non serti 
scolpiti nell' ara rappresentata , ma festoni , o serti di 
frond:^ o fiori , coi quali è stata V ara cinta e coronata. 
Per recare qualche esempio di religioso rito campestre , 
nel quale veggasi coronata ed ornata di serti qualche ara 
o qualche simulacro , basterà indicare le gemme rìportate 
dal Manette^ Pier, Grav.y tom. II, pian. XLV, LXI^ 
LXYI, GXXI , mentre in queste si veggono serti e co- 
rone d' intorno Y are ne' sacrificj di Bacco , di Priapo, ese- 
guiti da -Fauni, da Baccanti^ tutti generi agresti. Era 



»74 
D* incontro v'è la figura dì Silvano con ispida 

e corta barba» H crine suo coronato è forse di 

pillo (i); e la pelle di un caprio, allacciata sul 

destro omero da un nodo formato colle xampe 

di dietro , ^i forma quasi una clamide. Colla mano 

destra regge una piccola felce (a); nella sinistra. 

Stile presso gli antichi di circondare le are di corone ; 
percìb Ovidio cantò ? 

Fumida ciìi^atur florentibus ara coronis. 

Trist./lib. Ili, eleg. XIII, v. i6. 

Ci avverte Tertulliano, ^e Cor. mìL, cap. io: Ipséie dc"' 
nique fores et ipsae hostiian , et ara^ , ipsi ministri ^ et 
sacerdotes eorum coronantur. Le corone o serti attaccati 
alle are si dissero da Festo , presso Paolo , pag. GL : Pan-^ 
carpiae dicuntur coronae in vario genere florum factae^ 
yitruvio al lib. lY, cap. I, pag. 6i , chiama il serto 
Encarpus , nome che deriva dal greco evxapxOQ , ov« 
nota Filandro : Ejicarpus Graecis fructuosum significai : 
hoc loco ornamentimi est , hoc est Jlonun^Jrùndumque , 
et pomorum complexus , atque contextus , etc< In un bas- 
sorilievo riportato dal Tomasino^ de Donar, in Graev, 
Thes, , tom. XII, pag. 847, e rappresentante un sacrifi- 
cio a Silvano, si vede un arbore ornato di serio o corona. 
(1) Generalmente le immagini di Silvano sempre sona 
coronate di pino. Il eh. monsig. Gaetano Marini nelle 
Iscrizioni Albanc ne descrive alla pag. io uno singola- 
rissimo esistente nel palazzo Panfili in Navone parimente 
con tal corona. La corona di pino era propria de' Fauni ^ 
fra' quali si confondeva Silvano. 

Coraigenan caput pina percinctus acuta 

Fawìus <n immensis, qua tumet Ida jugis. 
Ovid., EpisL^ Heseid. V, v. 157. 
{i) NeUe greche favole poco si parla di Silvano, e ti 



ij5 
§fQBsi avvolta neDa peDe, tiene nn arbore che 
sembra un pino (i), ed in tutto il limanente del 

W I ■ I " ■ >.* ■ I 1, ■ Il I I I II ■ 

C3iironde con Fauno o Pane. llì&evLTsìOy de Fort, jithen,, 
cap. 111 ; in Gron, Thes, ^ tom. V , pag. lOgS^ C, ri- 
porta un passo d* Ilduino y scrittore della Vita di S. Dio* 
nisio Areapagita , ove descrivendo le diverse regioni di 
Atene j dice : Secunda regio Atheiiae est , quae respicii 
27iraciam ^ ubi terèbinthus mirae magnitudinis ; sub qua 
Sjrlvani et Fauni egrestium hominum simulacra statutis, 
diebus a pastoribus venerabantur : quae regio Ilavò(; Ilo. 
yoc, appellatur a nomine Sjrlvani et Fauni, Graeci e* 
nim Sjrlvanum Tla^a vocitant. I Romani sembra che 
ne apprendessero il culto dai Pelasghi ; fu questi preside 
delle selve ^ de' campi e de' confini dei medesimi , come 
«i disse da Virgilio nel lib. Vili dell' Eneide ^ v. 600 : 

Sylvano fama est veteres sacrasse Pelasgas 
Arvórum. pecorisque deo lucumque diemque. 

Della piccola falce o roncola che tiene nelle sua.mano^ 
pare non occorra cercare allegoria alcuna ^ e dire che si 
vede in sua mano ^ come discendente di Saturno 5 poi- 
ché la roncola è un ferro adattato alla cura e coltiva- 
zione delle piante. Orazio nel secondo '^Epodo y v. 1 1 7 
lodando la vita rustica , pone fralle cure di quella 1' ado*» 
perare la falce intorno le piante^ ed mvoca Silvano in 
tale esercizio: 

Inutiles falce ramos amputans , 
Feliciores inserita 

* - 

Marziano Capella alluse alla falce ia mano di Silvano 
quando nel principio del V libro ^ v. io, disse j 

Tunc pttmum posita S^lvamts forte cupresso 
PercituSj ae trepidans dextram tendebat- imermemé 

(1) Virgilio, Georg. I, v. ao, pone nella mano di Sii- 
vano un cipresso ; e non un pino 

Et teneram a radice ferens, Sj'hane , cupressum. 



170 

corpo, a mosli^a ignudo , fuorché nelle gambe i 
che veste de' coturni (i). Vedesi, a' suoi piedi un 
cane o un lupo (s)) anibo animali ad esso sa- 

Secondo Servio fa da Silvano cangiato in cipresso un gio- 
vinetto da esso amato ^ e morto di dolore , perchè qael 
Dio avevagli uccisa nella caccia una cerva sua diletta. 
La pianta però che v edesi in molti suoi monumenti non 
sembra cipresso ; ma ogni arbore poteva convenire al Nume 
delle selve. 

(i) I coturni, già osservammo alla tav. XYII, n. 11, 
che erano usati da Diana, come cacciatrice , onde a Sil- 
vano erano -ancor propri, giacche egli si dilettava della 
caccia. 

* (2) Per lo stesso motivo che adducemmo di sopra il 
caùe si poneva presW a Silvano , giacche crediamo 
cane V animale espresso in questo bassorilievo più che 
lupo, è lo stesso diciamo di quelli che vedonsi in altri 
monumenti^ quasi tutti di poco felice scultura. L' atto di 
riguardare il padrone è un atto più proprio di un cane , 
animale d^nnestico , che di un lupo. Non troviamo negli 
antichi autori alcuno che indichi il lupo sacro a Sil- 
vano. Soltanto sappiamo che gli Ateniesi avevano una 
paiticolar cura di ucciderli ^ che avevano delle caccie per 
distruggerli , e molte leggi che stabilivano i premi che 
si davano agli uccisori de' lupi , tanto dannosi alle loro 
campagne più adattate agli armenti che alla coltivazione» 
Silvano, custode dell' armento , poteva essere il prò lettore 
ili queste caccie di lupi , così vantaggiose alla consei^a- 
lione di quello. Benché noi siamo di sentimento che il 
porco , scolpito presso Ercole in quest' ara , non si riferi- 
sca alla figura di Silvano , pure non rimane fuor di pro- 
posito il dire che il porco era vittima destinata a Silvano. 
■Il bassorilievo presso il Tomasini, già citato alla n. (!2), 
pag. in3 di questa tavola, riprodotto dal Montfaucon, 
Ant. Expl., t. I, p*II| pi. CLXXYII, n. i , mostra un 



'77 
CTI. E un arbore che s' erge vicino a nn*^ ara f 

alla forma defle sue foglie appare un pino ,. ben- 
ché stenda tortuosamente i suoi rami 

Avendo a pane a parte spiegato tutte le deità 
che sono d* intorno all' ara finora qui trattata , pas- 
seremo adesso a far parola del risultato di quanto 
abbiamo esposto, e procureremo da questo ri- 
trarre a chi fosse stata particolarmente consecrata*' 

D piao che s' inalza nel mezzo del bassori- 
lievo di questo quarto lato , le tre are che sono 
scolpite nel mezzo di tre bassirilievi , e che tutte 
egualmente non dimostrano che pine e firutti, ci 
persuadono a credere , che in quest' ara si rap- 
presenti un' offerta . fatta all^ Madre Terra, che è 
io stesso che Opì o Cibele , la madre degli Dei(i). 

sacrificio di tal animale fatto a qael Nume. Il Maflei ^ 
Museo Veron.y pag, CCXI, n. 5, pubblicò un cippo sa- 
cro a Silvano , ove si vede il Genio di Silvano cogli attri- 
buti del suo Dio y ed il porco al lato. Gik dagli antichi 
poeti si sapeva questo rito confermato da* monumenti , 
poiché Giovenale nella Satira VI ^ v. 44^ j disse : 

Cedere Sylvcufmm porcum , etc. 

Si offerìya a Silvano anche il latte- , come apprendiamo 
da Orazio : 

TeUurem porco ; Sylvanum lacte piabant. 

Epist. II, lib. 11^ V. i43- 

Catone, de Re Rust, , cap. 85 , insegna un voto da farsi a 
Silvano per la salute de' buoi , coir offerta di farro , orzo, 
lardo , vino ed altro , ed avverte : Mìdier ad eam rem 
Divtnam ne adsit, neve vìdeai^ qiéo modo fiat, 

(i) £ troppo noto come Opi , Cibele, la Terra sono 

Museo Chiar. VoL L la 



t78 

l fiuìm che sono d' intorao a qaeste are , scmho 
presenu^ ed accompagnano i Totì dei mortali per 
felicitare i boschi e i terreni, ove era innalzata 
questo sacro marmo (i) oltremodo pregìahile pei 
huani ohe spaif;e sopra la prisca mitologia. 



una cosa medesima; oi^Ie è inutile reoame le prore» 
iCome altresì è conosciuto che a Gìbele era sacro il pino 
a motivo di Attide : 

Cihelejrus Attis 
Exuit hoc hoffìi'nem , truncoque mdundt ìlio. 

Ovid.; Meiam. , 1£^ v. io5. 

Isella solennità di Cibele^ che si celebrava ai al di niarz* 
(XI, Kàl. Aprilis); si portava un arbore di pino nel suo 
tempio. Tal (cBìfi è notata negli anticlìi calendarj. Arbor 
mtrat, lit pine poi sono dette da Marcale pomi di Ci* 
bele. 

Poma sumus Cibeles, 

Lib. XIII, a5. 

TSèì bassorilievo Gipitolino rappresentante V Arcigallo , ha 
questo sacerdote nella mano un canestro con pine e fratti 
per offerirli alla sua Dea. Winclelmann , Momim. tned. , 
pag. 7 ^ ravvisa in questo paniere anche le mandorle nate 
dal sangue di Attide. 

. (i) L' Arnamd nel suo trattato de Dii^ ass^ssoribus f in- 
serito nel tom. Il del Fole no, lungamente ragiona del* 
l'unione degli Dei fatta da' Greci e da' Romani. Nel 
capo XI ps^rla particolarmente delle are, ove erano di- 
versi Numi eflBgiati, o dedicate del pari a molti Dei. 
Dice egli che generalmente sono unite le deità che hanno 
fra loro qualche relazione, ed alle volte sono pi«sso ad 
un Nume maggiore di loro. Alla Terra madre deg^ Dei 
può ben . convenire la schiera di tutti i Numi : noi poi 
abbiamo a sufScienxs^ provata )a relazione ch^ hanno gli 



*7» 
TAVOLA XXIL 



Meacurio ^ 

A molte rìflessiom rìguardanti la jpreca scultura 
ò conduce Y elegantissima statua di Mercurio espo^ 

Dei espressi in qaest' ara colla coltivazione delle selve e»* 
delle campagne ^ onde unirli alla protezìoiMs ed alla cu-- 
stodia di qnelle. 

Potremo altresì aggiungere ^ che Catone*, de Re Rjust,^ 
top» 154^ parlando di un rustico sacrificio di una scrofa^ 
di biade e di vino da farsi prima che si tagliasse la 
messe, fa invocare molti Numi in quella sacra ceremonìa. 
Il medesimo al cap. i59, indicando il rito col quale do- 
vevansi tagliare i rami ne' boschi, vuole che si sacrifichi 
Sn quella occasione un porco a quel Dio o a quella Dea^ 
cui era sacra la selva. 

* Questa statua è alta palmi nove e m^zzo : è lavor 
rata in marmo Pentelico. I rìstauri sono il braccio sini<- 
$tro col caduceo e le dita dei piedi. La testa antica è del 
medesimo marmo pentelico j fu rinvenuta nelle ^ava* 
Bioni ordinate da Nostro Signore Papa PIO VII , nell' An- 
fiteatro Flavio. La statua era nel Pontificio Giardino 

Quirinale. 

Seguendo il metodo osservato nei tornì del Museo Pio- 
Clementine, dovremmo qui dar conto di questa escava- 
ftione al Colosseo j ma siccome la provvida cura del Santo 
Padre ha dato gik gli ordini opportuni, perche sia di- 
segnato e descritto quanto si ricava d'interessante da 
questi scavamenti, e giacché questi studj vedranno alor 
tempo la luce , noi ce ne dispensiamo. Non possiahio 
però fare a meno di tributare al medesimo la gratitudine 
delle arti e dell' antiquaria, giacché sua mercé vediamo 
asposti in miglior aspetto gli antichi edificj, nonché as- 
sicuratane la sussistenza e il decoro. 



x8ò 

4 

Sta in questa tayola, che si mostra assai degna 
dell' ammirazione di quelli che gustano le arti, e 
di quelli egualmente che estimano i yeuerahiti 
antichi monumenti. Non fu dunque sterilità d' im- 
maginanone, non mancanza di beDe e varie ÌFor- 
me, quello che in antico indusse gli inarrivabili 



« Vn monumento tanto singolare quale è la presente 
statua f ci obbliga a farne più precisamente la sua istoria. 
J)iremo perciò che era stata adattata a questa una cat* 
tiva testa moderna di Adriano, e che era stata sfigurata 
da un pessimo ris tauro. Troviamo una statua perfetta* 
mente simile a questa nella Raccolta del Cavallerio al 
num. ^1 y e si dà per cosa esistente presso il cardinal 
Farnese , e si dice che rappresenta Adriano. Noi crediamo 
che alla statua Femesiana predetta sia stata adattata una 
testa di Adriano y e che il confronto di quella , abbia 
fatto ridurre al medesimo soggetto la nostra : aeppure non 
è la medesima statua quella riportata dal Cavallerìo , 
giacche 1' unione delle tavole dei due tomi di queir o- 
pera ha prodotta qualche confusione nell' indicazione 
de* lupghi y e tanto più che allora furono disegnate ed 
incise molte statue del Quìmale. Sempre però potremo 
concludere in favore della aingolarità del nostro monu- 
mento y o che il Cavali erio ne fece una giusta estima-; 
zinne incidendola , o che gli antichi valutarono ^ sommo 
questa figura , trovandosene delle repliche. 

Inoltre questa statua era fino a' postn giorni collocata 
allo scoperta fra gli alberi y ne' viali del giardina y e non 
ne isfuggi alla veduta del sig. cav. Canova, che fattala 
eoi permesso pontifìcio trasportare 41I Vaticano, la ritornò 
air antico splendore , facendo togliere il prin^o ^istauro j 
6 collocandovi sopra la testa già indicata , che mirabilr 
mente si trovò nella proporzione più esatta , e combina 
anche colla qualità del marmo, a segno che sembrò 1^ 
sua medesima. 



idi 

inàe^^trì dell^ arte a das hent sj^esso aHe loro fi- 
gure una certa simigfiaiìxa) che quasi fa crédere 
che UBO dall'altro cojnatee le opere sue. Avevano 
gli Delle loro fomle ' precide ^ i loro atleggkunenti 
prop'rj i che derivando dal carattere , dai loro ò& 
ficj) rendevano nei medesimi indispensahili certi 
lineamenti di volto» certe attitudini della pek^sona^ 
onde da quelli non potevano di gran lunga dipak*-* 
tir&L Sapevano per altro quei grandi artefici dare 
aUe loro figure ) benché apparentemente ; quasi di«* 
rei imitate , tanta novità, e sì sublime » che lion 
perdevano né l'originalità nell' invenzione / né ìk 
magistero inarrivabile nella esecuzione delle me- 
desime. I riflessi coi quali noi ci portiamo a con- 
siderare questo monumento delle arti greche, ri- 
^masloci a gran fortuna dall'onta di tanti secoK^ 
€Ì condurranno alla conferma delle nostre asser- 
zioni, e speriamo die ne renderanno chiare a 
convincend le prove* 

E primieramente , crediamo dì dover porre una 
regola generale tratta dalla lunga ed attenta os^ 
servazione degli antichi monumenti, che è la sola 
giuda sicura che ne iuduce a fissare i cauoni indù- 
bitau. U vero modo di rappresentare ciascun Nunie , 
è quello ohe si trova nei monumend jgreci di 
antico stile , e negli Etruschi , come altresì in quelli 
di tempi assai posteriori, ed anche di basso e 
mediocre lavoro : poiché quei ^rimi furokio i mo- 
delli di tutti i simulacri , é i secondi ne furono le 
Tozze imitazioni, colle quali si cercò sempre di 
riandare alle prime originali e iamose invenzionL 



Ghc 8c noi owervcremo le più aotiche immagini 
di Mercurio espresse in bassirifie vi , in piume di 
remotisómo stOe , noi vedremo questo Dio distinto 
sempre daOa sua penula o 'daUa clamide (i): 66 
volgeremo lo sguai^do alle tante, e A oomoni stA» 
taette di metallo di Mercurio, tutte umilmente le 
troveremo vestite nella guisa medesima (3). Con 
tde premessa veniamo ora ad osservare là nostra 
statua, che rappresenta Merciuio, poiché la da* 
roide e Y atteggiamento per tale' la distingue. 

La corporatura di questa figura si, mostra in 
età dduha, ma non ha orma <fi vecchiezza; ha 
una robustezza feroce , che non tog^e punto aHa 
grazia. H suo atteg^mento poi lo assomìgfieremó 
ad un uomo che ascolta e sta sul movere il passo. 
Egli inoltre o è intento ai comandi di Giove, o 
accoglie i voti dei mortali per recarli aD* Olimpo, 
eome piuttosto sembra che indichi il capo dolce*» 
mente inclinato (3). 

(i) n Winkelmann ne' Monumenti melliti ne riporta 
dne ai ntim. 6 e 58. Altri esempi possono vedersi ne' vasi , 
detti Etruschi^ del Passeri , Pict. Etrusc. in Vasc.f tom. 11^ 
tab. LXX; tom. Ili, tab. LXXVI. 

(a) Vedasi fra gli altri il Museo d'ErcoIano, tom. Tl> 
de' Bronzi ; tom. II , tav. XXXIII, 5 : Montfaucon., Ani. 
Expl.y tom. I, tab. LXIX, n. i , a e^5 ; tab. LXX^ 
n. X tab. LXXVI, n. 5. 

(3) Delle cure di Mercuio si parlò in proposito della 
sua figura all' ara quadrata alla tar. XIX. Qui diremo 
che Luciano scherza sopra questo ne' Dialoghi degli Dei^ 
tom. I , pag. !i3!i. Ivi Mercurio figliuolo di Maja , figlia 
di Atlante , si lagna delk sue multiplici - pure in ques^^' 



i8S 
Ili quésta statua di Mercurio xioi ttt>Viàmo una 
itertM. fitni^anza eoli' altra sua . immag^e del Yj^ 
ticaiìd y già detta V Antiiioo « ma i colpi arditi ^ là 
liraikliosità ddlo stile, ci fa ravvisare la tiosòra 
per a&tferìore^ e creiamo di poter óotigetturare 
the qaella sia stata da questa iinitata« Le autì^ 
dbissiiile immagitti <£ questo Nume^ come aotam^ 
Ino, sotio quasi tutte vestite di penula o di da^ 
mìde{ ed ecco da quale onginaìe Ìo scultore di 
questo marmo trasse il modo di rappresentare il. 
suo Mercurio. Parve for^e agli dnefici ad esso po^ 
sterìorì ^ che quella vesce togfiesse qualche grazia 
ad uua figura tauto elegante e vera pel suo mon 
Timiento^ e fecero il secoudo . ignudo in tutto il 
-suo corpo I e tanto pacque ^ che fii replicatamente 
copiato^ onde moltissime statue a' nostri tempi ne 
giunsero (e). Non intendiamo con questo di dice 

— — fcai^ ■ • ■■■■ ■ ■!■ - ■ ■ ■ ■ • ■■■> ■ ■■*■■■ ■ • 7 1 > I I ■ I ■! 

tenBÙdl &i Nafn mane surgenJum estmihi^ et Herendum 
coTivivU coenacidum. Tarn ubi curiatn stravero k . * . Jl\^ì 
assistertdiim^ oc pètferenda Ulius mandata tota àie seor- 
swn > et deorsutn cursitah^ : ciàn révérsui sum adhufi 
purvérulentus apponenda ambrosia • , . Sóli omnium He 
noctu quìdeM quietem agere licet : sed opportet ine étidm 
fune defunctoram animds Plutoni adducete j Maniumque 
duceni agere j et fero judiciaU asèùfteret Neque mihi suf- 
ficiebant diurna negocia , quod ^ersor in palaestris > quod 
in eoncionibus praeconis vices obéo > quod oratores e- 
doceo^ etc. 

(i) Nel (omo primo del Musèo Pìo-Cleméntioo > alla 
pag. 4' > ne sono notate dile dissotterrate al Colombaro 
presso la ria Appia^ ed una che era coìlocatài nella gal- 
leria del Palazzo Farnese; la c|uale aveva il caduceo an- 



Ì84 

che U presente sìa a quello già del Yaticano su- 
periora per 1' arte, cosa che difficilmente potrà 
forse decidersi fra una statua, che dirò rispettata 
dal tempo, quale si è quella, e fra una che ha 
sentito fino a' nostri giorni le ingiurie degU anni 
-e delle stagioni ; ma francamente bensì asseriremo 
-che questa è d'invenzione più antica, e di stile 
piii scelto, benché non tanto amnudlita dalle gra* 
zie dell' arte , che successero al grandioso , die 
prima formò il pregio piincipale delle greche sculr 
ture. Lo stile di questo monumento anteriore a 
quello del deuo Antinoo è di un* età , nella quale 
non mancava apice alla perfezione della ' scultura ^ 
e prima che una certa mollèzza . incominciasse a 
&r nascere la maniera , che poi ne' secoli poste- 
riori tanto fece a lei perdere delle sue originali 
bellezze. 

Innanzi di fai' termine al ragionare di questa 
statua , faremo noi osservare ai nostri leuorì, che 
le forme robuste furono quelle che dai Greci 
si dettero alle immagini di Mercurio -, giacché in 
alcune gemme , ed in altre sculture del pii ec- 
cellente stil greco , appena si distinguono le sue 
teste da quelle di Ercole giovine, ed il solo ca- 
duceo è quello che ne assicura la rappresentanza (i). 



tico nella sinistra , e le ali ai piedi ; come altresì ne esi- 
stevano tre alla villa Mattei , delle quali una è incisa nel 
tom. I, tab. LXXXVllI. 

(i) Nella villa Albani è un erma di Mercurio con forme 
Veramente erculee; potrà vedersi nelle Iscrizioni Albane , 
P*f- '45, l'esatta copia di questo. Jfel primo tomo delle 



'Àss 



i85 

erìremo altiresì , che neHe antiche geimne «i 
trova un Mercurio colla clamide che. ha molta 
rassonughanza con questa statua , onde ciò ne 
conferma reslimaasione che gli andclii stessi con* 
cepirono per ima statua di una invenzione cod 
felice (i). 

Ed a vero dire , che non può V occhio del* 
r intendente saziarsi dal riguardare questo simula* 
ero , che è per ogni parte ammirabile 1 mentre 
la sua testa è animata, negli occhi si Tede un 
non «o che di. sopra naturale , che ispira venera- 
none , e desta coraggio nel tempo istesso col pia* 
cevole suo movimento (a). Regna in tutto l'ignudo 
la semplicità , la sceltezza delle forme , V intelli- 
genza deli' artefice , che tanto ha maggior arte , 
quanto meno ne mostra. Con verità, con dolcezza 
sono gettati i suoi panni , che velano paite della 



Gemme del Museo Fiorentino , tab. LXIX^ num. IlelII, 
sono due teste di Mercurio di elegantissimo intaglio , che 
hanno grandissima simiglianza con .quelle di Ercole gio^ 
vine , ed hanno sopra la spalla 'il caduceo. 

(i) La gemma che ha molta simiglianza colla nostra 
figura è riportata dal Gorì^ Mus. Florent.^ tom» I ^ 
toh. XX , man. II. 

(a) L' espositore del Museo Ko-Clementino in hrevi 
note dette la descrizione di Mercurio ^ A lui si com- 
pete , ami è suo particolar distintivo il crine vezzose» 
mente increspato -^ a lui, secondo la minuta descrizione 
di Galeno , Varia soave del volto , e lo sguardo dolce- 
•wnente penetrante ; a lui la vigorosa complession delle 
membra che palesa il padre e V inventore della palestra. 
Tom. I, pag. 37. 



i86 

JGgnra , e fanno vedere F intiero coq^^ iiienil*e 
iono essi con tanta simmetria compartiti , che fop« 
mano netta figura un contrapposto mirabile. Tro* 
Yasi ancora ragione ad ogni avvolgimento della sui 
Veste (i); ogni piega si mostra ricavata dal vero 

(i) Come già si disse ^ il mskittò Capitolino di greco 
sntico stile ci fs vedere Mercurid coUsi penula ^ tua la 
nostra stataa e la seguente sono copèrte di clamide. Nella 
presente figura per altro lo scultore ba dato alla clamide 
una simiglianta colla penula stessa , sollevandola quasi 
egualmente da ambo i lati ^ di modo che la sola fibafafc 
fai fa conoscere per clamide , che pure in tanti mona- 
menti si vede indosso a Mercurio. È qui da notarsi che 
il Ferrano nel suo trattato de re Vesiiaria , al lib. Ili 
della par. Il, alla pag. 849 del VI tomo del Tesord 
di Grevio , non seppe trovare uù monumento cbe tmt* 
glio additasse la clamide o il sago, che la statua di A-* 
driano del Cavallerio , che com* avvertimmo è la stessa 
della nostra figura. Egli riporta molti passi di antichi poeti 
che descrivono 1' allacciatura di questa , formata da una 
fibula preziosa. 

Poeniceam fulvo chlamfdem contractus ab auro. 
Ovid.^ Metam. , XIV*, v. i^5* 

Chi gradirà maggiori schiarimenti sopra questo argoménto ^ 
potrà consultare il detto Fefrario al luogo citato. La pe- 
nula poi che vedesi in molte statue di Mercurio , è unsi 
veste corta e rotonda, introdotta peri collo, ed elevata 
ne* due Iati per muovere comodamente le braccia. Questa 
vedesi usata da Mercurio , <:ome veste Adoperata ne' giuo^ 
chi atletici da* Lacedemoni , èssendo la palestra e gli altri 
esercizi ritrovati ed istituiti da Mercurio , secondo notò il 
.Meursio ne' Miscellanei Laconici al lib. K , Cap. XV ; in 
Gron. Thes., tomi V , pag. a338. Il Ferrario volendo 
mostrare la forma della penula , pòrta una statua di Mcr* 
^urio , che può vedersi nai t. VI del Tesoro di Gretiò , 
l»ag, 83i. 



e dal beBo. In somma è una figura efae può fraii* 
eamenie annoverarsi fraHe produiaom pib suUiW 
del greco scalpeDo. Se dunque da pitma oob ai 
seppe indicare altro modello per rappresentare Mer* 
eurio^ che il layoro S, un moderno aitefice (i)^ 
se.Winkdmann ne rinvenne un pregiabfle «sem* 
piare nel Mercuria Ludovìsiano (a): se nel Mu^ 
seo Ho-Qementioo se ne scopri il piti leggiadra 
dmulaero (5) ; noi con piacere indichiamo hk 
questo marmo il più estimabfle orinale degna 
de^ encom) e dello studio de* secoli a venire* 

TAVOLA XXIIL 

Msm CURIO ^ 

Quando non fosse al ccmfi'onto ^ una statua 
della maggiore eleganza ^ non sarebbe senza elo^ 



(i) Il celebre Mercurio Mediceo volante, lavoro di Oio- 
vanni Bologna, tante volte copiato ne* piccioli metalli, e 
iiel quale fa giustamente Y elogio e la descrìzioae il clu 
.sig. ab. Lanzi alla pag. 53 dell' Opuscolo inserito nfì 
Oiomale Pisano sopra la (galleria di Firenze al tom. j.^^ 

(a) "Winkelmaikn , Descr. des pierres fràv* de Stosch^ 
pag« 86. 

^) Museo Pio-CIeia. , tom. I , tav. VII. 

* Questa statua è alta palmi sei e oncie 9 ; h scolpita 
in marmo pentelico. Ti i di moderno il petaso sopria la 
testa che è anuca, ma adattata. È anche moderna una par& 
del braccio destro « del caduceo , come la mano sinistJrà 
colla borsa. Fu rinvenuta in ana escavazione presso il 
Monte di Pietà. Il sig. Francesco Antonio Franzoni n'ese- 
gui il risarcimento* 



'i68 

Ja graiiosa statua che diamo a vedere in quesUt 
tavola* Questa figura, benché sia di stile romano , 
pon manca di avvenenza e di leggiadria , e di 
niù una felice conservazione non ha fatto perdere 
a lei ffli ultimi tocòhi della mano maestra. L'in-^ 
venzione ed il movimento sono naturali, belle 
sono le forme , ed una giusta propomone in tutto 
campeggia, Il suo atteggiamento , e la clamide oy^ 
volta al braccio (i), non che una parte antica 



(i) Winkelmann , Pier. Grav. de Stósch , pag. 88 , 
nnin. 577, dice che il manto aggruppato sul braccio in- 
dica in Mercurio' la prontezza nelle sue . spedizioni. Egli 
fu riguardato come il messaggiero di Giove € degli Dei; 
onde Orazio ^ lib. I ^ Od. X ^ v. 5 .: 

Te canam magni Jovis , et Deorum 

Nuntium, etc. 

. s 
Qui il Torrenzio nota , che alcuni pensarono che Mer- 

curio così si dicesse , quasi Medicwrrius , col quale coni- 
bina Servio, che al verso i58 del lib. Vili , Aen. , dice 2 
Ala Mercurium quasi Medicurrium a Latinis dictum 
volunt , quod inter coelitm et inferos sernper iìicurrat* 
AUa sua speditezza si riferiscono ancora le ali che iu- 
rongli poste e al capo e alle piante. Altri cercarono al^ 
tra cagione per ispiegare la rapidità data a Mercurio, é 
crederono che derivasse dalla velocità , colla quale il pia- 
neta di Mercurio fa il suo corso 9 il che conferma Ma- 
crobio nel lib. Il, Sonut. Scip., cap. XI, pag. 174. f^anì 
cursus quidem f^eneris et Mercurii pene par soli est. Il 
medesimo Macrobio asserisce che Mercurio alle volte si 
confuse col sole a cagione della rapidità ed eguaglianza 
di corso col medesimo. Praeter hoc quoque Mercurium 
prò sole censeri mult(i documenta sunt. Primum) quod 
,Simulacra Mercurii pùmatis alis adornantur j> quae res 



del caduceo che sostenévasì dalla destra' (1)^ ne 
hanno fatto conoscere mdubitatamcùte il sog- 
getto. 



monstrat solis velodtatem, . Nam ifuia mentis potentem 
Mercurìum credimus , appellatumque ita intelligimus àit^ 
TOV €puf^€V€lV ( ab interpretando ) et sol mundi mens 
est j summa autem est velocitas mentis ut ait Homerus ; 

óaeì ^repòv riè vófifia ( quasi ala , vel cogitatio ) 
ideo pinnis Mercurius quasi ipsa natura solis ornatur. 
Macrob.^ Saturn.^ ]ìb. I^ cap. XIX ^ pag. 3i6. 

il) Il caduceo ; al dire di Servio a \ÌTgì\io , Aeneid, VI 
-v. 242 y fu da Apollo dato a Mercurio. Caduceum : gùod 
primo Apollo kabuitj et donavit Mercurio ^ accepta aW 
eodem Ijrra sibi tradita. Questo poi è chiamato da Omero 
ne ir Inno a Mercurio y v. 5iì6 ^ verga della felicità e della 
ricchezza ^ e da Marziale se ne descrìve la figura ' 

CjrUejies , coelique decus , facunde minister , 
Aurea cui torto virga dracone viret, 

Lib. VII, epig. LXXII. 

Come anche Virgilio ne addita 1' uso ed il motivo , onde 
era ornato d' ali. 

Illa fretus ventos , et turhida tranat 
Nuhila. etc. 

Sopra r origine del caduceo si contano varie novelle , una 
delle quali è quella narrata da Igino , lib. II , Poet. A- 
stron.y cap. V II , pag, 5nti^ nella quak di dice, che Merr 
curio ricevuta ì^. verga da Apollo s Cum proficisceretur 
in Arcadiam , et vidisset duos dracones Inter se conr 
junctos corpore alium alium appetere ^ ut qui dimicare 
ititer se vider^htwr , virgulam inter utrumque subjecit i 
itaque discesserunt : quo facto eam virgulam pacis causa ^ 
dixit esse constitutam. Questo si confeima dB,^ììnio , Hisi» 
Nat., lib. XXIX , cap, XII y pag. 68a. Hic tamen com- 
plexus angiUum et efferatorum concordia ^ causa videtur 



(19^ 

Se non si fbise dato conto delle core e. de» 

^ attributi dirersì ii questo Nume, cipotremiDO 

qui diffondere sopra tale argomento: ma siccome 

ì monumenti gii spiegati ci hanno dato campo di 

r^oname, passeremo più utilmente ^aila dichiara* 

none di altre antiche sculture. 

TAVOLA XXIV. 

Nettuno *. 

I tre fratdK, fi^ di Saturno , che ,fra loro <fi- 
tisero l'impero paterno» furono dagli antichi sem«» 



^ 



esse j quare exterae gemes caduceum in pacis argumett- 
tis y cirauhdasa effigie anguium fecerint. Macrobio al- 
tresì Tuole che siano due serpi di diverso sesso , e che st 
riferiscano al Sole ed alla Luna ^ presidi dell' umana ge- 
nerazione y come può. vedersi nel lib. l , de Saturnali , 
cap. XIX ^ pag. 3i8. Altri finalmente considerando Mer- 
curio come il Dio della negoziazione e delle paci , credono 
die con qnesto caduceo si voglia indicare la prudenza e 
la velocità che è necessaria nelF unire le persone in 
Concordia tra loro. 

* Questa testa, maggiore del naturale, è in proporzione 
di una statua di paltni nove. E scolpita in marmo pen. 
telico. Non ha di ristauro che qualche ciocca dei capelli* 
n petto è moderno. Fu acquistato dal sig. Fagan , e forse 
proviene da' suoi scavi Ostiensi» 

In una iscricione riportata dal Volpi p VetiMS^ Lat* 
tam. VI y pag. 199, si ha memoria di un Anttio Caro 
della colonia ostiense > Sacerdote di Nettuno.^ Una ricca 
città marittima, quale un ten^ era Ostia, assai proba- 
kibnente doveva avere, qualche tempio di Nettuno, 



pre effigiati ccm fisbnomia iì rótto akpiùto fina 
loro consìmile. Ebbe però dascuno il suo proprio 
carattere ^ onde distìnguerlo ; di modo che la mae- 
stà, il crine diviso distinse Giove, sempre tran* 
quiUò e sereno; il voko men rotondo, ed il orine 
che appar bagnato , fece conoscere Nettuno : ed il 
torbido ed il feroce aspetto, cui i capelli, che 
Telai^ quasi la fronte, aggiungòn terrore ^ iii il 
modo onde si rappresentò il re terribile dell' A* 
verno (i). 

A tali contrasse^ ben si ravvisa che in que» 
sto busto si esprime Nettuno (3): e francamente 



(i) lì Winkelmann nella Storia delle Arti ^ tom. I^ 
pag. !i49, ìndica questa conformiti di volto fra Plutone 
e Giove. Seneca parimente nella Herc. Far, , v. 722 ^ 
par^a della simiglianza fraterna distinta in Plutone : 

Dira majestas Deo, 
Frons torva ; Fratrumque $amen speciem gerat , 
Gentisqm taniae, 

(^) Il medesimo Winkelmann nelF opera ^ Pier, grav* 
de Stoschf pag. loa^ dai soli capelli e dalla barba rico- 
nosce una testa di Nettuno al num. 4^7* Giorgio Fede- 
rigo Giihilingio nelle sue tesi de barba Deorum , pag. 5 , 
pone giustamente Nettuno frai Numi barbati : e asserisce 
che il suo volto ora si mostrava sdegnoso ed ora placido^ 
come i descritto da Virgilio allib. I delF Eneide ^ v. 1127. 

Grayiter commotus et alto 
Prospiciens , swnma pladdum caput extulit unda. 

Qui nota Servio : Qitaenmt multi, t/u^madmodum placi- 
dnm caput y si graviter commotus? • . . epitheta enim 
^4ilia naturalia sunt, alia ad tempus ; placidum ut natu- 
rale Neptuni est , ita gravitar a4 tempus, etc. Seconda 



ancora diciamo èlle è questa la testa pib Iella et 
noi restata fralle antiche scnlture. Il lavoro di: que- 
sta testa è franco; grandiose sono le forme, e 
P integrità pregio le aggiunge. Noi non sappiamo 
indicare la cagione , onde tante poche statue sieno 
a noi pervenute di questo Dio, cui pur si ren* 
devano anticamente tanti omaggi e nella Gredur 
e nell'Italia; di cui si celebravano tante feste, ed 
3 quale omavasi con tand pubhHci giuochi (i). 

Omero y Odi». ^ lib. IIF^ v. 6 , il suo crine era ceruleo , 
come il medesimo principe de' poeti conferma nell' iona 
ai I^ettuno, ove ne indica la possanza e le cure: 

Di Nettuno gran Dio a cantar prendo^ 
Della terra motor , del vasto mare : 
Marino , cK Elecon tiene e V ampie Egbe^ 
Doppio onor , scotiterra , gli Dei ti diera 
I cavalli domar , e salvar navi. 
Salve*, Nettuno , teniior di. terra , 
Chiomazzurro , e beato : tu benigno 
Cuore portando j i naviganti aita. 

Fomuto rende la ragione onde si assegnava questo colore 
alla chioma di Nettuno^ al cap. ^^ del lib. I, pag. 19^^ 
e vuole che derivi dal colore delle acque del mare , che 
per cerulee o atre si riguardavano^ ed aggiunge che per 
tal cagione i tori neri gli erano sacrificati. 

(i) Neil' illustrazione del trono di Nettuno^ esistente in 
S. Vitale di Ravenna ^ stesa dal P. Belgrado , e stampata 
in Cesena nel 1766, si parla lungamente della potenza 
di questo Nume alla pag. ad y come altresì alla pag. 53 
si discorre del culto di Nettuno j che aveva in cura, i 
mari ed i giuochi equestri. S' incontrano varie ,questiom 
emdite sopra 1' etimologia del nome di Nettuno , le quali 
potranno leggersi nel tom. IV del Museo Pio-Glementinoy 
t. rv, t«v. Sa, pag. ao6> ove « tratta di questo ai^omentQ. 



Welle greche medaglie (i) e n^e latine (2) noi 
bene spesso io vediamo , come altresì parecchi an* 
ticlu intagli ce lo additano (3). 



(i) Molte sono le medaglie greche che portano V im* 
macine di Nettano 5 particolarmente qui indicheremo 
quelle di Possidonia , riportate in gran numero dal P. Paoli 
neir Appendice alle sue Antichità di Pesto , fralle quali 
non mancano ancora teste di Nettuno senza la benda o 
corona ^ come questa del nostro marmo , e possono ve- 
-dersi alla tav. L, n. 1x1, a4- ^^ corona che nelle altre 
medaglie cìnge il capo a Nettuno^ può essere di qua- 
lunque fronda in uso fra i vincitori de' giuochi equestri, 
come Y apio, 1' alloro , 1' olivo. Il Pascalio alla pag. 44 o 
particolarmente gli assegna la corona di pino, ma noi 
non rammentiamo antichi monumenti che ce Io mo- 
strino. Benché il dottissimo Spanemio abbia sparso tanti 
lumi sopra la numismatica, ed ogni genere di erudi- 
zione, si è pure ingannato in proporre per testa di Net* 
tuno Taurino un erma di un Satiro, alla pag« 3g6 del 
tom. I dell' aureo libro de usa et praest. Numism, 

(3) Molte sono le medaglie delle famìglie romane che 
portano Nettuno; possono vedersi nel Morelli, 7%e^.yàm« 
Som. CREPEKEIA, n. I, pag. i45 ^POMPEIA, tab. II, 
n. IV , pag. 338. Il Yaillant riporta varie figure di Net- 
tano fralle meda^ie delle colonie romane , come in quelle 
diPatra, di Corinto, di Berito, diTroade, ec. Nelle me- 
daglie romane specialmente si vede nei rovesci di A- 
grippa e di Adriano replicatamente. 

(3) VTinkelmann', Pier. gray. de Stosch. , dal n. 436/ 
al 45i. 

Museo Chiar. Yol. I. i5 



»94 

TAYOLA XXV. 

T E K X R IB *, 

Non disconviene alla madre d* amore , alla Dea 
de' piaceli, alla compagna delle Gra^e la yaga 
atalua esposta in questa tavola^ Un felice rìsuura 
ha procurato riprìstinj^me il simulacro , né ha for*- 
^to 1' azione o il movimento d^ alcuna parte : e 
perdo p(ù ne ragioneremo come se antica in 
tutto si fosse; giacché antiche ^ono le pard che 
la compopgopo, e tutte innanzi ad stltre antiche 
statua di Venere appartenevano (i), 



^ La presente statua è alta pajmi sei ; è stata £>niiata 
4all' innesta di tre peszi anllphi ^ cioè da nna testa m 
inanna greco ^ da un to^so ^ e da un piantato con panno ^ 
oon cosce, con gfimbe, e pannQ di marmo pentelico j tutti 
questi frammenli spettavano a ^tatoe di Venere^ Sono 
^lod^rae )^ braccia;^ i piedi e diversi t^sselK nel panneg- 
giamento^ Era pressa ì\ sig. Gamj]]o Pac^tti scultore ac- 
cadeinico, e direttore d^lft reale accademia di Brera. 

(i) Stf^n^o di s^ptimenta ghe in questa marmo non si 
rappresenti Venere nascente dal mare ^ poiché Venere 
<4nadiomenf suol rappresentarsi ^ol crine totalmente di- 
s^iojtp, e noA già accomodato i^ parte, come vedesi ia 
questa statua. Qli antichi poeti ci descrìssero le cure dì, 
questa Bea in cus[(94^rsi la chioma , e noi ne indicammo 
4- allupo alla pag. ^3. di questa volume. Non mancano, 
poi antichi mofìumentr che I^ r^prese^tino. hf^ quest' atto.:; 
nn.o ve ne ha nella GoiUettanea di Borioni «Ila tav. 35^ 
Nella Raccolta delle antie^^ità del Caylvs,^ nel ton^. II, 
pian. X^jIII, nuiii, II, si rìpo^a un bellissimo intaglio 
4i greco ls[vorO;^ nel quale Ven^e^ uscendo dal bagno ^ ai 



«95 
In questo marmo si rappresenta la Dea, ch^ 

uscendo fuori del bagno profuma il sua crine oi> 
nato prima di nastri j e volta è fors' anche a spar- 
ger d^ungnenti le deficate sue membra (i). La 
fisonomia del suo volto non si allontana dai soliti 
lineamenti che furono dai greci maestri ritrovati 
a figurar questa Dea (2). I capelli ancora vaga* 
mente annodati sopra il capo conservano il con- 
sueto abbigliamento di lei, benché varie treccie 
le scendano giU per le spalle, alcuna deDe quali 
mollemente solleva coHa sua destra, onde farla 
odorosa col vaso d' unguento che tiene nella si- 
nistra (3). 



m^^m 



accomoda il crine ^ avanti una base, sopra la quale è un 
vaso d' unguento. Il Gori nel tomo secondo delle Gemme 
del Museo Fiorentino, riportò alla tav. XLI, num. Ili, 
una Venere nuda, che con ambo le mani si adoma il 
crine, mentre un Amorino le porge un'armilla, ed un 
altro un vaso unguentario. 

(1) Ateneo, lib. XV, pag. 687, dice che Sofocle chia- 
ma Venere s Unguento peifusam: e di pia osserva che 
Venere si distingue in questo da PàUade, poiché quella 
non si ungeva che d* olio , come gli atleti , questa di un- 
guenti odorosi. 

(a) Molte notizie generali sopra Venere e aoptdt le sue 
immagini si daranno nella spiegazione della tav- XXVIL 

(3) I vasi che custodivano gli unguenti si dicevano 
alabastri, poiché bene spesso erano lavorati in quel marmo 
che si credeva adattato a conservarli, come disse Plinio, 
Hist. Nat., lib. Xirr, sect. XJl , $Qm. IfJ, pag. 60, 
7. i5. Unguenta optime servantur in alahastris. U mede- 
simo ne paria più lungamente, H^. XXXV ì^ sect. XII , 
tom. Vfpag. 393, /. 9^ jparlvidto dell' Onichite j non 



196 

Il corpo U tatto ignudo , ma un paimo alquanto 
ondeggiante mosao da un lieve £efiiro le ricopre 
al di dietro le cosce e le gambe, e con un nodo 
avanu stretto , provvede alla decenza della figura , 



gemmai ma marmo. Hiaic aliqui lapidem alahastriten 
vocant f quem cavane ad vasa unguentaria quoniam op* 
Urne servare incorrupta dicitura Di questo marmo parla 
Stra)x>iie al lib. XII, pag. 54o. DìcUur etiam er^stalli 
fabulas , et Onlchitis lapidis , prope Galatiam inventas 
fuisse ab US , qui Archelao metalla effbdiebant. Sembra 
però che le cave di questo marmo fossero in Egitto, 
onde il dottissimo Biagio Cariofilo nella sua dissertazione 
de antiquìs marmoribuSj Vindobonae 1738^ pag. gS^ Io 
annovera frai marmi dell' Egitto , e nota che i vasi ài 
alabastro erano riguardati come cosa assai pregiabile-, 
mentre Cambise , al dire di Erodoto , lib. IH , cap. ao , 
fragli altri doni che egli mandò al re d'Etiopia, vi fu 
unguenti alabastrum. Eravl nella Tebaide una città de- 
nominata Alahastrum f dalla quale, secondo Plinio, fu 
denominata questa pietra. La Grecia per altro, l'Italia 
anche a* nostri giorni dà molti vaghi alabastri ; e per 
notare quelli solo che si cavano viciuQ Roma, indiche- 
remo quello di Orte, che può gareggiare per la bellezza 
con qualunque alabastro orientale : quello del monte Cir- 
ceo , che riesce i^datto alla scultura \ e quello di Civita- 
vecchia , che dà massi di grandissima estensione. Nel Mu- 
seo 'del cardinal Borgia di ^^h. me. si trovano molti ani- 
.mali e tfizze di lucidissimo alabastro lavorati barbarica- 
mente nell' Oriente. Ma per tornare ai vasi d' alabastro 
destinigli a conservare i balsami, aggiungeremo che il 
coltissimo viaggiatore sig. Edoardo Dodwell ha spco con- 
dotto dai suoi viaggi iii Grecia ed in Asia molti di que> 
ati vasetti ip alabastrq bellissimo, che egli ha fatto estrarre 
da antichi sepolcri vicino Atene ed altrove, ed eriuiQ 
ilPT^e pr^ssQ i <:iidaYer( delle greche doune. 



^91 

sétìzd iDgomLrare al (ìinaim i fìaticbì , le' co* 
9te e le gambe della Dea« Questo panno (i) serve 
ancorai di sostegno alla statua « senza l^ogno di 
altro , e £31 n^eglio spiccare i bei contorni del nuda 
fralle multipKci pieghe di detto panilo » e dilatan- 
dosi nella parte inferiore , dà leggerezza maggiore 
all' atteggiamento delle braccia , le quali d^ altra 
inaniera apparirebbero goffe* 

Le statue dì Yenere soii moltissime e varie fra 

loro; ma bensì tutte si trovano replicate dagli 

atiticbi artefici stessi ^ i quali pare gareggiassero 

in rappresentare la Dea della bellezza 9 per far 

pompa della loro arte ; e tanta copia se ne rìn-* 

viene 5 che ci fa credere^ oltre quelle dei tempj, 

ambissero tutu averne qualcuna , anche nelle loro 

abitazioni e nei prìvad lararj (a). La nostra non 

(i) Qbesto jpaniìo dall' anbodatura senlbra che sia di 
forma quadra ^ onde combina con quello che credoùo gli 
espositori degli antichi vestimenti : secondo il Ferrarid de 
Re Vesu , lih. I, e. XXXI ; in Ùraev, Thes. , tom. Vl^ 
p€ig* 6n^ y dioevasi Sintesi f la quale era anche veste ce*- 
notoria^ e confondevasi col pulito^ la lena ^ la lacerna j 
la gausapa , V endromide , la sindone ^ ec. Queste vesti 
che si usavano nelle cene erano alle vòlte ricchissime , 
ed ornate di porpora ^ secondo il lusso specialmente dei 
Romani y mentre Petronio^ pag. gS ^ le chiama W^/Zmenfa 
Tjrria sine dubio : quelle però che si adoperavano pet 
asciugarsi , dovevano essere più semplici ^ ancorché fossero 
della medesima forma delle vesti cenatorle ^ e le assomi- 
glieremo alle nostre lenanolat 

(a) Neir erudito trattato di Emondo Figrelio si parla 
de^ìa quantità delle statue j anche di Dei ^ che gli anti^» 
chi rtccly Romani avevano uso porre nelle loro case e 



è la più comune pel suo atteggiamento , solo ne 
rammentiamo una piccola in piombo che la so- 
nugfia^ ed è riportata dal Caylus nella sua Rac- 
colta d'Antichità (t). La particolare avvenenza di 
questa £gura , ci £at giudicare che essa derivi da 



nei lararj domestici. Cicerone , nel libro IV contro Verrc, 
conU i capi d* opera delle arti greche che quegli aveva 
tolto a C. Hjo Mamertino per averle presso di se. Plinio , 
nel Kb. XXXVI dell' istoria naturale , al cap. 4^5, 
descrive melte insigni statue esistenti presso i privati, e 
nelle case e nelle ville. Venere madre di Enea era una 
diviaità propria dei Romani , e perciò si aveva in somma 
venerazione. I^ell' antica casa che si trovò nella villa 
Negrotti vi erano due camere adomate di pittare che 
01 riferivano a Venere ; può vedersene la descrizione nella 
Boma antica del Venuti al tomo I , pag. i^5 della se- 
conda edizione. £ da notarsi che presso la medesima 
casa SI trovò una y enere d' una scultura A perfetta e 
ìT uno stile si fazioso , che innamoratosene MENGS , 
volle per forza ristaurarne ài sua mano le parti man- 
canti. Opere di Mengs pubblicate da D. Giuseppe Ni- 
cola d'Azara, pag. LI[ dell'edizione dì Parma. Anche 
Tacito nel libro I degli Annali , cap. 73 , tom. I, p. 129, 
comprova 1' uso di adornare le ville e le case colle 
statue degli uomini illustri e degli Dei. Racconta egli 
che Falanio fu accusato per aver venduta una statua di 
Augusto f unitamente a quella di un mimo , insieme con 
un suo giardino : e Tiberio rescrisse : Nec contra reli- 
fiones fieri j quod effigies ejus, et alia numiman simula-^ 
era, venditionibus hortorum , et donutum accedant. 

(i) La figura qui citata è in piombo ^ alta due pollici 
e tre linee j può Vedersi nel €aylaS; Recueil d* Antiq, 
Egxpt. Etrus. Graeq. Rom. Goidi, tom: IH ,pLXLlV , 
num, IL Egli alla pag. 168 crede che questa immagi- 
netta servisse per un larario puerile.- 



falche àtlfiéo gl'eco modello genulmefite imiuu 
da' romani «cultorìi 

TAVOLA XXVt 

VeNEÉÉ AirÀDtòMENE ^ 

Non è nòstro {)eìi6Ìéro erìgersi in tnaestri del^^ 
Tane j ma piace a noi in Ciompagnia di coloro' 
ìdhe in qUelle si esercitatio andare ossei*vando la 
{perfezione degli antichi nell' immaginare e con^^ 
durre a fine le opere loro ^ e smentire alcune tac-^ 
òie , colle ijnali si cercò da qualche titroso inge» 
gno d' offender que' sommi artefici. Poiché appo* 
sero alcuni agli antichi dimancalre neU'espfessione^ 
e chiamarono fi*edde e quasi prive d' affetto Anche 
le greche sculture. Il Laoooonte , il gladiatore Bor-^ 
ghesiafio> e tanti altri marmi, quasi direi, animati 
dai loto autori , bastano A conTincerli della flac-^ 
chezza de'lor pensierì; é noi yo§^mo ora com^ 
provare questa verità coli' osservazione alla lrez« 
20sa statua che diamo a vedere nella presente 
tavola. Si niostra in questa Venere Anadiomène (i)-, 
che emergendo daU^ acqua del mare ^ asciuga il 
suo crine ^ e colla sua vaga m^ovenza piii una 

. * Questa sttatua è alta palliti sèi é once 3. Ù manttó 
ove è scolpita è greckeito duro. La testa antica; ina 
adattata; è lavorata ih marinò grecò. Le braccia sono 
moderne , e qualche pezzo di piega. Eraì pressò il sig. 
Carlo Albaccini ^ Scultore accadèmico che là risarei. 
(i) Cioè emergente o sorgente dal mare/ 



viva persona che un freddo marmo rassembra j 
onde anche dal suo nascere incomincia coUa beltà j 
colla grazia e coi vezzi a farsi conoscere la ma* 
dre della voluttà e degU amorL Frai bronzi del 
Museo Ercolanese ewi una figura di Venere (i) 
che interamente assomiglia col nostro marmo ; e 
se la testa della statua qui esposta non è identi- 
ficatamente la sua, doveva ad altra simile statua 
appartenere: tanto à. adatta all' aueggi^onento del 
€K>rpo j al grazioso movimento delle braccia, L' e- 
l^ame scrittore delle Vite degli antichi Pittori 9 
seguendo Plinio (a), poedcamente descrisse la pit- 
tura di Apelle che in Coo si conservava, e che 
rappresentava Yenerc Anadiomène. Sollevano , 
dice eg^, dalT acque le mani candidissime il 
presuoso tesoro di bionda chioma f e menti e 
questa spremono, parca che da nugola doro 
diluviasse pioggia di perle. Nel nostro marmo 
peraltro non è ammirabfle soltanto la grazia, T av- 
venenza del volto , ma la verità , la morbidezza , 
colle quali sono scipite le gentili membra della 
Dea, che vera carne rassembrano con forme di- 
vine. La destra sollevata scopre del tutto il sua 
corpo da quella parte y e lo distende granosamente , 
mentre il sinistro braccio, che dal gomito soltanto 
6^ inalza, forma una piegatura sì dolce nel manco 



(1) Amichiti d* Ercolano, tom. VI de' Bronzi II, tar. 
XVII, num. I. 

(a) Carlo Dati, Vite de' pittori anUchi. Vita dì Apelle, 
cap. XXX, pag. 69. 



lato, che sempre più fa comparire la de£catezza 
della carne, e dà una piacevole varietà a tutta la 
figura. Il panno avvolto alla parte inferiore della 
figura poco piii giii de' fianchi , è annodato con 
naturalezza , e produce ricche fetide di pieghe , sotto 
le quali traspare tutto l'ignudo, poiché siegue e-* 
y attamente i contomi del corpo , né le toglie svel- 
tezza. Notabile è altresì 1* arte che dette una dolce 
inclinazione alla testa , e fece che le braccia spor- 
gessero fuori del suo corpo, acciò le accjue che 
la Dea esprime dal crine non le ricadano addosso 
o sopra le vesti. Questo prova che gli anticlù 
hanno saputo muòvere e storcere ancora le lor 
figure , quando era necessario il movimento e lo 
chiedea l' azione ; non mai per capriccio o per im^ 
maginarie ragioni che si oppongono alla bellezza 
ed alla verità dell' espressione. 

Noi temiamo che 1' ammirazione , colla quale ^ è 
riguardato ila noi questo leggiadro monumento , ci 
feccia essere forse troppo ingegnosi. Ma in pen- 
sando che r insigne tavola di Apelle in Coo rap* 
presentava la Dea del mare interamente ignuda, 
come vedesi in tanti eleganti intagli (i), ed in 



(i) La bellezza di Venere Anadiomène dipinta da A-> 
pelle fa, per cosi dire, ispirata da Esiodo^ che nella Teo- 
gonia, ▼. 190 e seg. , la descrìve che sorge dalla spuma 
del mare , e discesa sopra la terra , fa nascer Y erba sotto 
le delicate sue piante. Plinio cosi V indicò nel lib. XXXV 
deir Istoria Naturale , cap. X, tom. V, p. di i , 1. 9. f^e^ 
nerem exeuntem e mari divus Augustus dicavit in delw^ 
tro patris Caesaris, quae Anadj-omene vocatur , verà^ 



^01 

qualche piccolo greco metaDo (i) ; e sapendo 



«ia 



ius Graecis tali opere ^ dtan lauàatwr , vieto , sed illu* 
strato* L'Arduino e Carlo Dati non sanno dèciderife se i 
Tersi greci citati da Plinio sieno quelli a noi restati nel^ 
r Antologia greca ni lib. IV ^ cap» XIl^ num.. a6 e segg.^ 
e sono di Antipatro Sidonio ^ d' Archio , di Democrito , 
di Giuliano y di Leonida Tarentino. Il primo epigramma 
doveva al certo essere assai celebre ^ giacché in Aiisonid 
ne abbiamo una versione. 

In Venerem Anaàjomenen , CFÌ* 
Emersam petagi nuper genitalibus undis 

Ojrpria Apellei cerne lahoris opus ; 
Ut complexa numu madidos saìis aequore crines 

Hunudulis spumas stringit utraque conUs» 

Auson<^ Epigr. ^ pag* 67 < 

Come anche sono elegantissimi quelli deUa detta Antolo' 
già, 1. e. ^ al numt 27 e 5o, de' quali questa è la ver* 
•ione : 

Ardui in eandem , XXVIt 
Ipsam ex ponto nutritio Apelles 

V^enerem nudam vidit endtam , 
Et talem formavit irrigatani aquaé spuma 

Siccantem teneris maniòus adhuc capiltum 

Leonidae Tarentini in eandem\ ICSKi 

P'idens Apeiles pulcritudinem desiderabiUssimoM 

Non pictam ^ sed vivant efformavit. 

Beng enim summis manibus exprimit comant , 



(1) Un bromo di ottimo kVoro iW prodòtte AÀ Cfar* 
Ius come un' immagine dì Venere Anadiomène, e puè 
Tedeni nel tomo XXX delle Memorie dell' accademia 
delle iscriaioni e belle lèttere^ alla pag. 443 deU'edizioB^ 



2o5 
dtresì che poi lo stesso pittore altra ne intraf* 
prese a ' dipingere , che la prima in venustà su- 
peraya, la quale a fine non condusse, cperfiudonò 



Bene vero oculorum sereiius elucet amor , 

Et mamma puhertatis nuncia imitatur malum cydonium, 

I poeti latini noa lasciarono di decantare questo mira^ 
colo della pittura ^ e replicatamente ne fecer parola . 

Ut Venus artificis lahor est , et gloria Coi , 
Aequoreo madìdas ^ quae premit imhre comas* 

Ovid., lib. IV, de Pònto ^ Elcg. I, v. ^19. 

•Così il medesimo , in altro luogo y Properzio , Cof nelio 
Severo ed altri descrissero quest' opera y che dette nome 
a Coo, e fece giungere quell' isola ad alta £una. 

Si Venerem. Cous numquam posuisset Apelles ; 
Mersa sub aequoreis illa lateret aquis. 

Ovid», Art, Am., lib» III, v. 4.01 • 

Per tal motivo procurarono gli antiquar} di rintracciare 
così celebre immagine fragli avanzi dell' antichità , e cre- 
derono di averla rinvenuta .nella figura di Venere tutta 
Ignuda , che si vede incisa in diverse gemme , delle quali 
alcuna potrà osservarsi nel Maffei, Gemme antiche figu- 
rate, tom. Ili, tav. 5^ ed in qualche altra riportata da^ 
IVinckelmann fralle gemme Stosciane dal num. 546 al 
55 1 , nelle quali però sono confuse da quell* insigne au- 
'tore le Veneri che si adomano il crine , con quelle che 
ti asciugano la chioma uscendo dalle acque del mare. £ 
sentimento di Plinio al detto lib. XXXV, cap. X, pag. 
'ao9, 1. i3, che Apelle traesse il naturale di questa Ve- 
nere da Campaspe , che fu amata da Alessandro il Grande, 
e che ad esso la donò. Ma Ateneo, lib* XIII, pag. Sgi , 
A, asserisce che fu copiata da Frine, dalla quale Cle- 
niente Alessandrìiio , ad Gentil., a, 35, vuole che tutte 
le Veneri fossero tratte dagli antichi artefici; "^ 



.^o4 

nella pane di sopra soltanto ^ lasciando non coni' 
piato il rimanente (i)^ crediamo che nel no- 
stro marmo si eonsenri una copia di questa se- 
conda pittura, e supponiamo che il greco mae- 
stro che la scolpi, ne Telasse la parte inferiore, 
non Yolendon porre a confronto con tanto arte^ 
iice , seguendo con ciò V esempio de' pittori che 
non aveano voluto compir «piella tavola, ed ac- 
costare la mano in opera tanto sublime. U bronzo 
d' Ercolano , <^e alle arti greche si riferisce , la 
qualità del malmo che è pur di Grecia , awa** 
lorano la nostra opinione , ed ora è comune sen- 
timento , che i marmi antichi ci conservino le prò* 
duzioni piii belle della pittura e della scultura 
greca 5 cosicché la nostra congettura apparisce 



(k) Da Plinio 'abbiamo contezza di questa seconda pitr 
tura di Apelle ; egli dice al lib. XXXY , cap^ X ^ tom. 
V, pag. aia, 1. 4- Apelles incoaverat alìam yenerem 
Cois ^ superaturus etiam suam illam priorem. Invidit mors 
peracta parte : nec qui succederei operi ad praescripta 
lineamenta inventus est. Alla congettura che noi prO' 
poniamo non si oppone il veder coperta una Venere na-* 
sccnte dal mare, poiché ognun sa che tutte le deità 
muliebri e marine si fanno coperte dal mezzo in giù , 
e negli antichi monumenti se ne trovano moltissimi esempi. 
Recheremo bensì in questo luogo qualche bassorilievo nel 
quale si mostra Venere nascente , ed è coperta per metà. 
Questo è uno del Museo Capitolino, tom. IV , tav. LXII, 
ed un altro più particolare sarà pubblicato ne* tomi se- 
guenti di questo Museo. Potrà anche riflettersi che que- 
sto velamento era simbolico di tutte le deità celesti come 
i^otammo ia Giove. 



io5 
ognor più fondata sai vero. Ha inóltre questa sta- 
tua nelle parti ignude tanta eleganza, che merita 
lo studio dei seguaci dell' arte , i quali trovano 
in essa un perfetto esemplare deUa Dea ddla heU 
lezza , e y' hanno assai che imitarci nella yeiitJi 
e semplicità delle panneggiature , jove i moderni 
artefici, seguendo &lsi principi, bene spesso a 
itiale a proposito si allontanano dagli antichi mae* 
stri 

TAVOLA XXVII 

Venere busto \ 

Sarebbe per gli inesperti , dei quali si fece par 
rola nella dichiarazione della tavola precedente , 
un argomento a lor favore V degantissima testa 
di Venere che qui si espone , giacché dessa 
ha tutti i segnali della più perfetta bellezza , senza 
dimostrare ne' suoi lineamenti V ebrietà de' piaceri, 
e quasi direi, la lascivia delle Laidi e delle FrinL 
£ veramente che in Venere, Nume celeste, flon 
dee apparire alcuna di quelle passioni che sono 
proprie ai mortali Ma se volgeremo lo sguardo 



* Questa testa è in proporzione di una statua di palmi 
otto : è scolpita in marmo greco duro : non è ristaurata 
che neir estremità del naso. Il busto è moderno. Fu tro- 
vata presso le terme Diocleziane negli scavamenti diratti 
dal sig. Giuseppe Petrini. 



2o6 

aDé fante Baccbiche rappresémanze V trorereiBa le 
Menadi, e le akre segnaci di quel Nume, cc^ 
espresdoni più vire^ mentre sempre in Venere 
osserviamo la tranquillità, la placidezza che pef 
deità la dimostrano. Una testa conservadssima in 
tntte le sue parti, di stile sublime, e anche an»- 
mirabile per la difficoltà del lavoro, onde furono 
condotti i suoi capelli finissiftii in un marmo di 
una estrema durezza, meriterebbero assai lunghe 
riflessioni e molti elogj ; ma eccome il sig. dott. 
'Alessandro Ybcopti per comando di sua beatitu* 
dine intraprese a descrivere tutte le antichità che 
à dissotterravano negli scavamenti ordinati dal S. 
Padre, noi in nota porremo intera la sua descri- 
zione di questa rara testa, già pubblicata dal sig, 
Pietro Paolo Montagnani Mirabili, alla tav. XIX 
dei Monumenti Inediti per Tanno i8o5, opera 
che racchiude un tesoro d' interessanti monumenti ^ 
e che con piacére vediamo continuarsi con esat- 
tezza sèmpre maggiore. L' autore ha geniilmente 
con seconde cure accresciuto questo suo scrinò, 
dando anche contezza di qualche altro franamento 
deOa statua di Tenere, alla quale apparteneva 
questa testa, onde non sarà una sempKoe replica 
della sua prima edizione (i)« 



« (i) I pia eccellenti scarpelli della Grecia e del La^ 
€ zio hanno travagliato ne' simulacri di quella Dea , la 

« quale dal venire, e presiedere a tutte le cose, fuchia* 



ft mata Venere (à)y la pia bella figlia di Giòve e Dionea p 
« onde cantò Virgilio (h): 

Ecce Dionaei processiti Caesaris astrum. 

« a cui gli antichi attribuivano la propagazione degli es- 
« seri f e Y assoluta facoltà sopra .tutto , dichiarata beno 
« da una irrisione antica riportata dal Grutero (e): 

SOL • CALET • IGNE • MEO • FLAGRAT • NEPTV- 
NVS • IN ' VNDIS — ;PENSA • DEDI • ALODAE • 
BACCVM • SERVIRE • COEGl — QVAMVIS • LIBER r 
ERAT • FECI • SERVIRE • TONANTEM — QVAMVIS • 
LIBER ' ERAT • MARTEM • SINE • MARTE • SV-r 
REGI • 

« E se Giove comandava nel èielo : se Nettuno era ar- 
« bitro del mare^ se regnava Plutone nell'inferno^ a Ve* 
« nere ^ come anima della natura , erano obbedienti i tre 
« regni. I Romani nella conquista del mondo trassero 
« dalle Provincie debellate le belle statue di questo Nume^ 
«essendo al detto di Lucrezio Aeneadum Genetrix , co* 
« me madre di Enea^ dal quale ebbe cominciamento I4 
« famiglia Giulia. 

.... generis ai origine proles 

Julia desceìhdit coelo, coelumque rèplevit (d). 

« E consacrarono a lei la più bella parte dell* anno , poi-» 
• che : Majores nostri AprUem mensem Veneri dedica' 
« veruni (e)^ ed a lei molti e ricchissimi tempj fabbri* 
« carono, venerandola sotto le varie nominazioni di Ve- 
« nere Calva ^ per aver ispirato alle matrone romane di 
« tendersi il crine per formarne delle corde da guerra; 
« di Celeste^ Cluacina^ Erìcina, Genitrice ^ Murtia o Mir* 
« tea, Romana, Verticordia, Vincitrice. Né solo i Ro* 



(a) Citì, , Uh, 1 , de natur. Deor, 

{*) ^*>y.» Egl, 9, V. 47. 

(e) Onu. , pag, 60 ;, fi. 4. 

Id) Marni. , V. 7<)6, 

{9) àiwroh SiUiv, I p 90tp. 91. 



« mani furono eommoM^ da cosi piacevole . diviniti ^ alU 
« qnale fra gli uccelli erano sacre le colombe : 

Et Veneris dominae volucres , mea turba columbae (a) 

« fra gli alberi il sempre verde mirto : 

Formosae mjrtus Veneri, seu Usurpa Phoebo (h) 

« e fralli fiori la rosa nata dal sangue di Adone. Ma 
« tntt' il mondo sentendola homùium divumque voluptas , 
€ nn* idea tanto sublime né concepì y che elcttriaaò l' in» 
€ gegno e la yiano degli espertissimi scultori greci y co- 
« sicché investigando e riunendo di tutt' i belli caduchi 
« quei tratti, sparsi piii analoghi alla divinità y sublimando 
« ed astraendo la loro commossa fantasia, ne formarono 
e una divina bellezza , quale conveniva alla madre di 
e tutti gli esseri. Questa i conosci toit delle sculture an- 
€ tiche credettero ravvisare solo nella Venere Capitolina 
« e Medicea y ma uaa consimile ne ammirarono y quando 
« nel giorno due gennajò i8o5 nelle terme dell* impera- 
e tore Diocleziano fu dissotterrata una testa muliebre di 
€ singolare maniera e conservazione ; avente i caratteri di 
ir Tenere per la ricchissima capellatura y per 1' acconcia- 
« tura della medesima . per le orecchie forate ali* uso 
« de' pendenti y pel dolce inclinamento del capo y e final- 
« mente pei tratti del volto che caratterizzano la'^ Dea 
e 'pia bella . gioconda madre d' amore e dell* armonia (e). 
e Omero, in uno degl* inni suoi y chiama Citerea del bri 
« crine d* oro y ed Orfeo misterioso , in altro inno alln 
e stessa scrìve o ben crinita Dea. Coluto ed Epimenide 
« le danno l* epiteto di bella chioma RisJt/l/lfO^C 9 ^ ClaiK- 
« diano scrìve fingendo che il figlio Cupido cerchi la tùh^ 
m dre sua, e finalmente la ritrovi mentre che si faceva 
• dalle Grazie elegantemente disporre la chioma * 

Caesariem tunc forte Vetms subnixa corusco 
Fingebat solio;, dextra levaque sorores 



(a) Propen. , IH. JJI , El. % , v. 3i. 
W yirg.\, E^ FU, V. 69. 
(e) Sesiod., 937. 



Stabaht Idaìiaei largo^haee nectaris imires 
Irrìgat. Haec morsa numerosi dentis ebumo 
Muliifidiàm discrimen arat • seA tenia retro 
Dat v^rios nexus , et justo diyjidit orbes 
Ordine y neglectam partem studiosa relinquens» 

« Lo Spaneniio nelle sue osservazioni sopra V inno di 
e Callimaco a Pallade ^ riporta una medaglia di Marco Aa- 
« relio battuta in Laodicea, 'nella quale si scorge Vene- 
« re che si abbiglia la lunga chioma. Dalla particolare 
« cura de' capelli che aveva questa Dea, e dalla bella 
« capellatura, le pettinatrici, PsechadeSj ìsl di lei tutela 
« anelavano ; come ce uè fa certi la seguente iscrizione (a): 

VENERI 

SACRVM 
CASSIA • a • L • BBECHAS 

« e dalla parola Psechas , che significa goccia, stilla, erano 
« forse chiamate le pettinatrici^ perchè stillavano jgoccie 
« odorose sulle chiome, come ora df manteca odorifera 
« è costume. La foltissima capelliera della nostra Venere 
a è divisa in quattro parti , due sull' apice del capo in* 
« cappiate formano un piacevole annodaniento , senza 
« mendicare altro ornato che quello della natura me* 
« desima , la quale quando produce un belldP^ mostra che 
« nel suo prodotto tutto è a maggior perfezione di quel 
« bello , così ogni altro ornamento sarebbe riuscito estra- 
« neo ,. e men coQveniente del cappio formato dalla stessa 
« chioma. Le altre due parti annodate sull'occipite ca- 
« lano lussuriosamente sopra gli omeri , decrescendo a 
« poco a poco, e così la chioma si mostra, come la de- 
« scrive Apollonio Rodio , 

Sparsa e divisa sulle bianche spalle (^). 
« / 1 forami degli orecchi , detti da Giovenale molles in aure 



(a) Reines,, p. 134. Murat, , p. 57 , n. 8. 
{b) ApoU. Rod, , /// y p. 45 a 47. 

Museo Chiar. Yol. I. 24 



9X6 

« fenestrae (a) , sono qnasi privativamente attributi di Y e^ 
tf nere ^ ciò comprovano i versi di Omero qui tradotti : 

Quando lei nata dalle spume'^amare * 

Il molle fiato di zeffiro tolse 

A fior della donante onda del mare 

« fa accolta giojosamcnte dalle stagioni , le quali , &e- 
# guita il poeta , 

E d* oricalco {h) e d' or vago ornamento 
Le appesero all' orecchio. 

« E neir inno del medesimo divino poeta alla stessa Dea, 
« che impegnata da Giove correva al talamo di Aucbise, 
« fa particolare menzione de' pendenti; scrivendo: 

Quali all' orecchio tesori sospese» 

« Anche i Eomani alle singolari statue di Giterea appena 
« devano sì fatti ornamenti : quasi tutte le teste di Ve- 
ft nere nelle antiche famiglie romane sono ornate d' o-« 
a recchini. Ne accerta Plinio , che Cleopatra posseditrice 
« delle due pia grosse e speciose perle di suo tempo 
« neir amorosa cena con Marco Antonio per mostrare 
tf che in una sola l>evanda o^ìisunìacv^ centies sestertium ^ 
« ne decompose una nell'aceto; e l'assorbì con Anto- 
« nio. Tinta poi da' Romani quella lusinghiera regina dei 
« re^ e passata la perla compagna, unìonis ejt^ , nelle 
a mani del vincitore, fu divisa, ut esset in utriusque Ve- 
a neris auribus Romite in Pantheo (Umidia eonm coena: 
a e Macrobio la medesima cosa ci assicura (e). NaiTa 
a Lampridio , eh' essendo state donaffe all' imperatrice , 
a moglie di Alessandra Severo, Uniones duas magni pon- 
a derw , et inusitatue mcnsurae , comandò egli che fos- 
a s?r<) vendute, e non trovandosi chi pot^se sborsare 
a tanta somma , perchè non ne seguisse il mal esempio 



*- ^ " t . 1» I 1 1 I . I I 1 .1 ■ 



m* 



(a) Gioia., »at, i. 

(&) &M orùsaica piU preuosQ deW oro ii ostcm Plmio, Hist. W. 
f 34, J II. 

{9) H^croh. , Smrt^.^ Uh. II , ^. 17, . 



« che V imperatrice asasse cosa superióre ad ogiii prezzo,* 
« le donò per pendenti a Venere, in auribus Veneris 
« eos^ dìcavit. Questi orecchini di Venere solevano essere 
« composti d' oro e di perle convenientissime a lei , che 
« ehbe per culla la conchiglia delle margherite, nata dal 
« mare , e però detta elegantemente da Euripide ^ecrycoiVCb 
« ^OPTia j signora marina (a) -, è similmente chiamata da 
« Orazio (b) ; era la conchiglia il suo attributo , onde 
« Tibullo cantò 

Et fayeas concha cjrprìa vecta tua (e). 

« Quando i Giganti, orrendi figli della terra, minacciarono 
9 guerra agli Dei , Pisce Venus latuit {d) , guizzò la bella 
a fra i pesci e le conchiglie. Io credo che Cesare per 
a esser nato dal sangue di Venere avesse una sì grande 
« avidità di perle , scrivendo Svetonio nella di lui vita , 
« che ne comprasse una sexagies sestertio , e che andasse 
« nelle Brettagne per averne^ Egli dedicò nel tèmpio di 
« Venere Genitrice , thoracem ex Brittantiicis Margaritis 
u factum , nel qual tempio, scrive Appiano che vi man- 
« dasse Cleopatra una famosa immagine di quella Dea 
« presso la quale/ stava, Effigiem Cleopatrae^ che ancora 
« a suoi giorni si mirava. L' insigne scultore nella ca- 
« pellatura della nostra Venere gli andamenti delle onde 
«r mirabilmente ha segnati , tanto che il fluido de* capelli 
« e Fidea della marina insiememente viene dalla mente 
e concepita. L' inclinamento del capo fa palese la gentile 
« sua condescensione , ma sopra tutto la bassa fronte > 
« r occhio , la cui palpebra inferiore tirata in su esprime 
« quel lusinghiero chiamato da' Greci WÙOV^ la bocca 
« per tale maniera mossa, che ancia a smania vunorosa , 
e e diifonde ebrietà d' amore , per cui da Omero nel- 



(a) Eufip, Hipp.f V. 593. 
(&) Horat, , III , Od. 36. 

(e) Téb. , ni , ò, V. 34. 

{d) òvid., Metani., L. V., ver$, 33 1. 



n Y Diade si nomina (piXoflfkedffiC , epiteto significante 
« la inclinazione al riso , come i versi d' Orazio r 

Stve tu muvis Erjrcina ridens 

Quam Jocus circumvolat et Cupido {a) 

« e le molli gote finalmente presentano la Dea regina di 
« Salamina e di Cipro. Colla ilarità del suo aspetto 

Omnibus incuticns blandum per pectora amorem {b) 

« non lascia di mostrare quella maestà piacevole nemica 
« della impudicizia , come scrive Capella : Quae quidem 
« licet amorum j i>oluptatumqua mater omnium credere^ 
« tur , tamen eidem deferebant pudicitiae principatum (c)^ 
« ed i severi libri Sibillini consultati da' decemviri ordi- 
« narono un simulacro a "Venere nella via Salaria^ quo 
a facilius Virginum nmlierumque mentes a libidine ad 
« pudicifiam, converterentur {d)j e <piesta fu detta Ve» 
« nere Verticordia. 

« In riguardo al merito dell* arte , tanto . il suo bello 
«( si manifesta da renderne accorto il più imperito : ognuno 
« vi ravvisa il lavoro della terza maniera greca, che da 
k Prassit^le ebbe principio , e mirabilmente accoppiò il 
« sublime col bello: si osservava nella Venere Capitolina 
« un singolare travaglio;^ ma i^iuno potevfi s^sserire essere 
« un originale j poiché le più belle opere vanivano dagli 
« eccellenti artefici senza rossore, esattamente copiate. Ha 
« quella una tenia Q vitta |ie' capelli: i crini della te- 
« sta j dì cui sì scrive ^ non hai^no alcuna tenia aiuta- 
ci trìce dell' arte -, ma il m^rmo mirabilmente lavorato in 
e abbondantissima capelliera ci presenta due grosse por- 
« zioni di crini semplicemente annodati ali* occipite, le 
« quali benché costrette ad u^ punto , mostrano quel 
<r vago naturale increspamento, che nell' eseguirlo , men- 



•'!"^»?^*^»"T^p"*9ip*»i"f»^^p^-i^"^— iii»^»ii*i«»i9" 



(a) l, I, Od. ^ 

(il) Lìurtt. , I , ao. 

(p) Manina. CapeOap f. x^ 

{d) Val. Ma9. . Ub. Vili , <;«p, i5 , ». i». 



Iti 

é ire òtcupa 11 pìh sublime dell* arte , ttìtti Y arte na- 

* scende , e sembra natura , da cui ne ridonda una va-*' 
k rietk di masse , ombre e lumi che destano la pìh 
« grande sorpresa in chi conosce la perfezione della na-» 
« tura e dell'arte nella sua vastità. Due altre parti dei 

* capelli facevano un elegantissimo cappio sul Vertice del 

* capo y ma per essere troppo traforato e delicatamente 

* elaborato ^ rotto dal tempo y ha lasciato le sue vestigio 
€ nel marmo ^ dalle qtiali si comprende eh' era distacca'* 
« to ^ ed in guisa tale immaginato , che ne sarebbe dif« 
« ficile la rinnovazione da incaricarne il pia famososcar^ 
« pello de' giorni nostri ^ come a suo tempo si prestò ai. 
«t ristauri del beli' antico il famoso Michelangelo» Cosi la 
« parte crinita di questa testa sorpassa il qapellamento 
« delle altre Veneri. Nella faccia si vede la più studiata 

* notomia coperta dalla più morbida giovenile carnosità ^ 
« la * quale avendo i contomi insensibilmente derivanti 
« 1' uno dall' altro y rende difficilissima la giovenile figura, 
« in confronto della virile piena di parti angolose e di- 
«[ stinte. L' eccellente autore in questa testa col formare 
« ben deciso 1' angolo dell' osso che sta suU' occhio , ha- 
« espressa la sottigliezza de' sopraccigli che corona i bel-* 
« lissimi occhi } le orecchie y complicati labbri del meato 
« uditorio y formate dalla natura con tant' arte y ove in- 
« contrano il più difficile laberinto la scultura e. la pit* 
« tura medesima^ sono qui trattate tanto bene^ e con 
« sapere così profondo y che gli antichi forandole le hanno 
4t credute benemeritissime de' più rari ornamenti y e cosi 
e bucate sono state osservate solo nella Venere Medicea, 
« nella Leucotea, ed in una testa ideale di basalte nella 
e villa Albani. 

« In una parola questa può essere òpera di ^rassitele f 
« non tanto per essere decorata degli orecchini ) come la 
« celebre elaborata dal medesime in Guido, ma per esr 
« sere del tutto conveniente a lui, come ancora palesa 
a tutti gl'indiz) di quell'originale, che in tante poche 
a Statue si osserva^ al certo non mai ripetuto, che se si 
<i fosse replicato con poco disuguale perfezione d' arte ^ 



ai4 

sardjbc tutt* il bello annichilalo , come quello che v% 
così dappresso alla semplice natura , che con poca al- 
terarione si perde affatto e svanisce. Da Prassi tele fu^ 
rono elaborate k pia beUe statue di Venere : narra 
Ateneo che Frine servisse di modello alla Venere di 
Guido , opera dello stesso , che accese in lui quel ge- 
nio superiore che lo rese immortale , e rendette tantq 
celebre la città che possedeva il di lui lavoro , come 
si può raccogliere da Hinio {a). Cicerone contro Vcrr^ 
scrivendo che i popoli non averebbero mai a prezzo 
d' oro venduti i capi 'd' arte che possedevano , fa mcnr 
zione della Venere in Regio , del Cupido in Tespia , 
della pittura di Venere in Coo, della Venere di Gni-c 
do , del Satiro in Taranto , e dell' Europa nella stessa 
città.: questo simulacro^ al detto di Varronc, era di 
bronzo postovi da Pittagora j e sicuramente, a mio ere-, 
dcre, il toro colla faccia umana alcune volte cavalcata 
da Europa , battuto nella maggior parte delle moneta 
della Magna Grecia, era modellato da quell'insigne sin 
mulacro , tanto più che fralle coma medesime man-^ 
tiene il maestoso aspetto di Giove. Da ciò possiamo ar^ 
gomentare che. il talento degli artisti contribuiva molto 
alla riputazione della deità ed alla fama deBe città 
medesime. 

« La testa della nostra Dea è piena d' una vita tran« 
quilla ; né V autore per animarla ha dovuto ricorrere 
alla comica invenzione dell' industrioso antichissimo De- 
dalo^ il quale colla mobilità dell' argento vivo dette 
movimento alla sua Venere scolpita in legno (b). 
«Conviene dunque conchiudere che questa Venere 
« scolpita in marmo greco duro , fosse per la sua eccel- 
« lenza dagli antichi serbata ne' più riposti luoghi, come 
« ne testificano le ornature che sospendeva agli orecchj ; 
«t e siccome le preziose cose sogliono di preziose cose ri- 



(a) ArioH. , Uh. detjti Anim, , Uò. I , cap. 6. 
(i) JlfrMim. TitiQ , Dis. Fin i pmg. 8 , $ 8. 



it vestirsi, peri» ne* passAti secoli , attese il Bindolare la- 

* voro, deve questa avere avuto uno de* primi luoghi 
« fralle Yeuerì, e forse potrebbe anohe aver tenuto nelle 
« orecchie una gran parte de' tesori, d' Egitto , o V ine'* 
« stimabile dono d' Alessandro Sevèro. Ammirando dun- 
r qne una così portentosa opera, hanno le bièlle urti- dà, 
a godere che una candida ptcamidale pietra venerata ia 
« Pafo per la Dea pia bella (a) ^ sia stata 1' embrione di 
<r queste mai abbastanza conosciute bellezze. 

« Le diligenti ricerche del chiarissimo sig. Giuseppe 
n Petrìni , che come verìdica palla simpatica' nell' aprire la 
« terra , rinviene sempre tesori /. oltre la testa sopra de- 
« scrìtta, ha ritrovato una coscia colla gamba fino al tal* 
« Ione, ed un braccio, dal capo dell' omero fino al car« 

* pò , di forme elegantissime e veramente carnee , con-* 

* simili alla testa : ed il descritto braccio sopra una ba- 
« setta esiste ora nel Quirinale. Forse se gli scavamenti si 
« proseguivano, si sarebbe trovato ciò che rimane, e a| 

a sarebbe potuto dire con Plauto 

Ah tmgmCitio ad capillum swmmum est fesHvtssima (t^ 



i f I I I II I HI 



{a) Plin. , ff.\ i. 36. 

(i) Plaut. , in Bpidìco « mei. K , So^ /. 



DATOLA XXVia 



Bacco *. 



, L'mtegrìtà, fl buono stile formano U pregio di. 
quesu statua 9 che ci mostra il Dio del vino (i), 
U conquistatore dell'Oriente (2). Anche non ap-* 
parendovi i simboli consueti, si rarviserebbe que- 



* Questa statua di matmo greco è alta palmi otto. 
Ha di moderno ristauro le braccia, la gamba sinistra , 
la coscia destra, come altresì la testa della tigre colla 
zampa levata in alto. Fu acquistata dal sig. Carlo AI- 
baccini, scultore accademico. 

(i) Libero, o Dioniso, fu , secondo Eustazio presso 
Giraldo , detto Bacco dalla parola greca haxj^^éei^ , cioè 
ab insaniendo , e questo a motivo dell* ubbrìacbezza cbe 
ad esso si attribuiva, come Dio inventore del vino, al 
cbe alluse Orazio nell'arte poetica, v. 85, quando disse 

. ... et Ubera vina referre, 

Servio parimente deriva cosi il nome di Bacco all' Eglpg* 
VI, V. i5: Nam Bacchus a Baccatione id est ab insania 
dictus f unde et comites ejus Bacchia. Alii a Bacche 
njrmpha , quae cum Brome sorore sua eum nutrivit in 
monte Njrsa. Da Plinio al lib. XXIIl, sect. XXIII, pag. 
a5a , 17, abbiamo il proverbio : Sapientiam vino obian' 
brari. Fomuto al cap. 3o adatta i molti nomi diversi 
di Bacco alle diverse qualità ed effetti del vino. 

(3) Del trionfo di Bacco cadrà in acconcio parlare alla 
tav. XXXIV di questo tomo. Varrone vuole che V ac- 
clamazione che facevasi dai Romani ai vincitori Jo triunp' 
phe , non fosse che una invocazione di Bacco chiamata 
in tal guisa dai Greci. So triumphe io, Idqueaòpiàu6cf^ 
Gracco Liberi patris cognomento potest dictum esse^ 
Far., de Ling. Lat.^ Lib. /^\ pag. SS, l. & 



li 7' 
sta figura per una immagine eli Bacco , ^ giacqhè 
le molli e dilicate forme , per le quali traspare 
UD cerio che di muliebre , sono il carattere co^ 
stante della corporatura di Bacco , e questo da 
Apollo e dagli altri Numi il distingue (f). 

Il capo della nostra statua è cinto dalla corona 

di pampini rìcca di uve (2); la benda <, propria 

I . - . - — ^ 

•(i) Winckclmanii nella storia delle Arti del disegno, 
lib. y j cap. I , pag. aa5 , lungamente p«^rla del muliè- 
bre e rotondo y che hanno le forme di Bacco. L' esposi- 
tore del Museo Pio-CIementino si trattiene sopra questa 
argomento al tom. Il, tav. XXVIII , pag. i85. Questo 
•tesso si trova chiaramente indicato dagli antichi poeti: 

Tràkitque Bacckus virgùiis tener formam, 
Lus.y in priap.y XXXVI , v. o , pag. Sa. 

Orfeo inunaginò Bacco maschio e femmina nel medesì- 
mo tempo. 

Foemìna j masque sirmd , gemina huic natura. 

Hjrmn. Mises ^ v, 4- 

Eusebio nel lib. Iir, de Praep. Evang.y pag. 109, D,co)=-~ 
V autorità di Porfirio asserisce Bacchus muliebri specie /In- 
gìtur, ut vim illam j quae plantarum fructibus inest ex 
tnascula femineaque con/liitam significet. Anche Isidoro 
nel lib. Vili, Orig. , cap. 11 ^ pag. 1026, lin. 54 7 quod 
idem Liber muliebri et delicato corpore pingititr, 

(3) Molte corone erano proprie di Bacco, giacche an- 
che 1' alloro lo cinse come vincitore desìi Indiani. L' e- 
dera per altro e la vite ne furono la corona più propria. 
Ovidio così descrisse Bacco nel lib. III delle Metamorf.^ 
y. 666'. 

Ipse racemiferis frontem ctrcundatus uvis* 

Non occorre cercar cagione , onde il Dio del vino ^i cin^ 
gesse di pampini-; parlerenio solo dell' alt/a piaau. L* e^ 



di questo Dio » gli stringe la fronte (i), e i c»^ 

dera si credeva giovasse ai dolori del capo ed atla a dÌ5^ 
sfparc r iibbrìachcEza j cosi scrisse Clemente Alessafiidr. , 
Paedag. y. lib. 2; cap. 8^ p. aia^ 1. io. Fomuto al cap. 5o, 
pag. 219^ crede che Bacco fòsse coronato di edera ^ come 
di una fronda simile alla vite ^ e con frutti o bacche si- 
migliami ai grappoli dell'uve. Narra Plutarco ^ Sjrm.b.'òf 
Quest, Il y "E y che Bacco ama la corona di vite y ma in 
vederla arida nel verno , sostituì V edera sempre verdeg- 
giante. Di questa pianta le Ninfe coprirono la culla di 
3acco nel suo nasciitiento j e perciò rimasero sacre ad 
esso. 

.... hedera est gratissìma Bacclto 

Hoc quoque cur ita sit , dicere nulla mora est* 

Nj'siades Njrmphae, puerum , quaerente noverca 
Uanc ffondem cunis apposuere novis, 

Ovìd. , Fast, m , V. 768. 

Si frammischiava poi l'edera ai corimbi nelle corone 
di Bacco ^ poiché l'edera circonda la vite. 

Bacche^ racemiferos hedera redimite capillos, 

Ovid. , Fast. VI , v. 485. 

Aurelio Nemensiano nell'Egloga IH| v. 18; cantò: 

Te cono j qui gravidis hederata fronde corimòis 
f^itea serta plicas. 

(i) Questa benda è un distintivo di Bacco e deUe sue 
seguaci. Il Maffei la denominò mitra ^ termine che pia 
si adatta agli ornamenti muliebri soprapposti al crine, che 
ad una benda che strìnge la fronte ^ della prima si par * 
Jerà nelle tavole seguenti : qui indicheremo quanto disse 
Winckelmann y in proposito di Leucotea y e della insigne 
testa, detta l' Arianna Capitolina, cinta da simil fascia. 
Egli crede che questa fascia sia il Credemno , benda Bac- 
chica , notata ancora nel Musco Pio-Clementino, tom. I y 
tav. XXIX, pag. 192 e 1949 i^on privativa di Leuco- 
tea , come ti asserì^ dal Winckelmanp ne' MonameAti 
lued. y voi. II, pag. 68. 



peOi ricadono divisamente sopra del petto ( i ). Ri- 
dente è il suo volto ; e così fu descritto dai poeti 
e dagli antichi mitologi (^) il figliuolo di Semcle 
e di Giovo (3)« Sopra la nudità deF corpo di 

(i) La chioma di Bacco si descrive cosi da Euupìde 
Bacchae ^ v. ^40 : 

eoncutienda 

Coma , cervicem a corpore secans. 
Tibullo al lib. I, Eleg. IV , v. 37* 

Soh's aetema ^t Phoeho , Baccotjue Juventus 
Nam decet intonsus crints utrumque Deum. 

Nella esposizione del Museo Pio-CIcmentino , tom. IT^ 
pag. 184 ; n. (3), si avverte clie queste ciocche di ca- 
pelli ricadenti sul petto si dicevano póctpvyoi , nome 
che i gramnKitici derivano dai grappoli delle uve, e per* 
ciò adattati sempre più a Bacco. 

{7) Begero nel Tesoro Brandeburgico , tom. I, pag. 19, 
fra molti notò il ridente che vedesi in volto a Bacco. 
V'ha neir Antologia , nel lib. I al cap. XXXVIU, l'e- 
pigramma II y ove si dice al verso 4 ' 

Laetàime daiorem facundiun , ^foiUcM inUri^ftmUem , ridenteim 

ed al verso 321 dicesi , Amantem risus. 

Winkelmann nota nella Storia delle Arti, tom. I, lib. V,' 
cap. I, pag. 216, che Bacco non perde la giovialità in 
qualunque forma , sia rappresentato anche guerriero. 

(3) Diversi Bacchi si trovano rammentati dai mitologi 
e da Cicerone al lib. Ili , cap. 23 , pag. 352. Ma da tutti 
si da la maggior celebrità al figliuolo di Giove e dì Se- 
mele. Di questo y tratto dal seno della madre e cucito 
nella coscia di Giove y vedesi espresso il nascimento in 
varj antichi monumenti ^ de* quali due si potranno ve- 
dere nel Museo Pio-Clementino, tom. IV , tav. XIX e tav.- 
aggiùnta A^ num. I^ ed a questo Nume si riferiscone 
tutte le antichità che conosciamo. * 



Bacco si formarono dagli antichi varie allegorie 
più ingegnose per avventura che. vere (i)^men^ 
tre, se si consideri come un Nume in età gio- 
vanile, tutti sono così rappresentati (a); se si ri- 
guardi come un conquistatore , è parimente la nu- 
dità propria, a rappresentare gli eroi (S). Noi di- 
<nam questo , poiché non mancano esempi di fi- 
gure seminude e vestite di Bacco (4) 9 come al- 

(i) Fornuto nel già citato capitolo 3o parla di ciò, 
alla pag. 216 ; Fulgenzio^ lib. II, cap. XV, pag. Q2 , cosi 
•i esprime parlando della nudità di Bacco : Ideo etiam 
nudus , seu quod omnis ebriosus intervertendo nudus re" 
maneat j aiu mentis suae secreta ebriosus nudet, I mc" 
desimi autori per altro dicono che non sempre era rap- 
presentato ignudo. 

(3) Sono moltissime le statue di Apollo , di Amore , e 
di altri Numi interamente ignudi, ne occorre recarne e- 
«émpi , essendo cosa troppo conosciuta. 

(3) L* osservazione degli antichi marmi ci convince assai 
chiaramente di questo 5 vediamo molte statue anche di 
nomini illustri ed imperatori scolpite ignude per rasso' 
migliarli agli eroi della Grecia. 

(4) Il Buonarroti nelle osservazioni ai Medaglioni del' 
Museo Carpegna riporta alla pag. 44o ^^ Bacco bar- 
bato interamente vestito. Le figure poi seminude sono 
frequenti e nei bassirilievi e .nelle statue. Winkelmann, 
alU pag. 2tì7 del ,tom. I della Storia delle Arti ne 
descrisse una seminuda bellissima della Villa Albani . anzi 
dette una regola generale , che non regge alle osserva- 
2Ìoni delle^ antiche statue, mentre dice che le figure d^ 
Bacco , quando stan ritte , si trovano sempre ricoperte 
fino ai piedi, la nostra, quella del Museo Pio-ClementinO;^ 
tom. Il, tav. ]£XVIIl. Due della Villa Pinciana , portico 
Bum. '5, stanza II, num. I, stanza IH, num. 8, ed ^1- 
tA'i pure si oppongono a questa riflessione. 



231 

tfesì vedèsi in ' alcuni monumenti Bacco trionfar 
tore degli Indi, anche armalo di lorica (i). 

La tigre è uno degli animali sacri a Bacco , e 
qui perciò si vede al suo piede (a). Il sostenere 
del tirso (3), e il porger delle uve, vengono in- 

(i) Bacco armato vedesi fragli altri monumenti in uà 
bassorilievo della Villa Albani riportato nei Monumenti 
Inediti di Wincbelmann al num. 6. 

(2) Vane ragioni si adducono j onde la tigre era sacra 
a Bacco. Alcuni sono di parere che egli aggiogasse al 
suo carro le tigri y le linci y le pantere y \ pardi y come 
trionfatore delle Indie ove nascono abbondantemente que- 
^e fiere. 

• ... 7^ bìjugum pictis insigriìa fraenis 
Colla -premis lyncum 

Ovid. , Metam. , IV , v. 24- 

Virgilio al libro VI dell* Eneide , v. 8o5 , descrive il 
carro di Bacco tirato dalle tigri : 

Nec qui pampineis Victor juga flectit hahenis , 
Liher y agens celso Nisae de vertice tigris. 

Altri credono che le tigri gustino il vino y e con questo 
inebriate facilmente si prendano e si domino : suppon- 
gono altri che la varietà de' colori della pelle di queste 
fiere , indichi^ secondo Fornuto^ 1. e. ^ pag. ^217 , che i 
costumi degli uomini qualunque sieno, e per quanto varj 
e feroci y tutti sono addolciti dal moderato uso del vino. 
Finalmente alcuni vogliono che in tigri fossero una 
volta cangiate le nutrici di Bacco y che perciò lo* segui- 
ipono anche sotto quella figura. 

(5) Il tirso è la lancia di Bacco e de' suoi seguaci - 
questa vedesi colla punta coperta di foglie y perchè' in 
tal guisa sorprese gli Indiani. Altri dicono che la copri 
a. questa maniera ^ poiché i suoi compagni vinti dall' ub- 
briachezza si ferivano fra loro. 



aia 

dicati dal movinbento delle braccia, e da altri an* 

tichi monumenti consimili (i). 

TAVOLA XXIX. 

Bacco e Niwfa *. 

Prima d'intraprendere la dichiarazione di que- 
Mo gruppo, non ìspiacerk ai nostri lettori che da 



(i) Basterà citare T elegantissimo bassorìliei'^o Farnesiano 
riportato dal Winkelmanii in frante dell* indicazione dei 
rami frapposti all' opera , pag. IX , oltre le gemme ripor- 
tate dal Maffci, tom. Il, tav. XXX e XXXI, e dal 
Causeo , tav. ^o. Non citiamo le statue, poiché potreb- 
bero avere il tirso e gli altri simboli di moderno ristauro» 
* Il gruppo è alto palmi dieci e oncie 4- ^ torsi 
delle due figure sono antichi e di marmo greco. La testa 
di Bacco è antica, ma riportata , ed è scolpita in marmo 
pentelico. Quella della Ninfa, parimente antica e riportata, 
è di marmo statuario nostrale. Il Bacco ha>di nuovo il 
braccio destro interamente ; il braccio sinistro era abbasr 
sato in modo che pareva dovesse abbracciare altra fi- 
gura. Le gambe sono moderne. Della Ninfa è moderno 
il torso fino a mezze coscie -, le gambe sono antiche, e la 
base è antica, ma riportata. Dal lato destro della figura 
della donna esistevano diversi antichi puntelli che la mo- 
stravano congiunta ad altra figura 5 nel panno vi sono 
varj tasselli riportati. Delle braccia della donna è antica 
soltanto una parte del destro braccio colla mano. Questo 
gruppo fu acquistato e poi risarcito dal sig. cav. Pacetti 
con direzione antiquaria. 

Sono divisi i professori, gli amatori delle belle arti , e 
gli eruditi circa il ristauro delle antiche sculture. Noi 
parlando di questo non approveremo quel rigore che 



225 

noi se ne faccia, ^ per così dire, F apologia, men- 
tre potrebbe sembrare a taluno piii uno' sforzo 



non ammette di avvicinar la mano ai marmi scolpiti 
mancanti^ e rotti dal tempo. Le sculture rimanendo mu- 
tilate ed informi; non possono dar pascolo che al pro- 
fondo intelligente ; che pure non trovandole collocate al 
ano punto ; in vano cercherebbe cavarne que* lumi che 
da una cosa riportata ;. per quanto si può ^ all' antico suo 
stato si ritraggono. Il ristauratore non dee che aggiun- 
gere le parti perdute ^ senza ritoccare quelle che ri- 
mangono. Quello che dal ristauratore si aggiunge dee co- 
piarlo o imitarlo da altro antico monumento , non ca- 
pricciosamente immaginarlo ^ e come non isdegnò 1* im- 
mortai RafTacllo consultare ì letterati nel condurre le 
opere sue, molto più in questo caso, converrà che egli 
consulti gli eruditi che possiedono tali cognizioni. Dee 
procurare di accompagnare lo stile , e non far inoppor- 
tunamente ponipa d' un'^arte sublime nel ristauro di un 
mediocre frammento : ne da un piccolo franmiento an- 
cora dee formarsi una statua, che quando voglia imitarsi 
dall'antico, sarà meglio scolpire una copia, dove v' è 
campo di gareggiare coir originale. I primi sommi ar- 
tefici che intrapresero a ristaurare furono Michel- Angelo 
£ la sua scuola : egli lavorò a suo genio , uè curò uni- 
formarsi alla maniera della scultura che suppliva. Quelli 
che dopo di lui si adattarono a tal lavoro, seguirono 
quello stile -, anzi trovando i marmi alquanto logori , con 
troppa facilità li resero levigati ritoccandoli interamente 
e reudendoli quasi moderne sculture sopra antichi marmi 
eseguite. A nostri giorni il defunto cav. Bartolomeo Ca- 
vaceppi introdusse miglior maniera ne' ristauri 5 egli a- 
dattò i marmi alle rotture più scabbre , . aggiunse il man- 
cante^ senza toglier punto d'antico, accompagnò studio- 
samente le qualità , Y andamento del manno , e cosi in- 
trodusse un metodo il più giusto, il più vero, onde ri- 



234 

d' ìagegnoso ristauratore , cbe un antico mooct* 
mento. Chi ùer altro così dicesse, mostrerebbe 
in ciò d' esser mosso d^lla ingenua desciizione ap- 
posta all'indicazione del gruppo, o dalla osserva- 
zione diligente che egli facesse sopra ciascuna 
parte di questo marmo. La figura del Bacco ba 
fralle altre cose, di antico parte del braccio cbe 
stringe la donna 5 e la figura di <{uesta collocata 
sopra una base, ba molti segni cbe l'indicano 
attaccata ad un'altra statua j onde si dee sup- 
porre, cbe se per avanti non erano congiunte 
identificamente, potevano però ambo le figure ap- 
partenere ad un gruppo simile : e l' osservarsi uà 
aggruppamento eguale in un antico bassorilievo ( i ), 
fa cbe noi come dì una antica cosa ne ragio- 
niamo. 

Molte idee ci si presentarono , osservando Bacco 
appoggiato ad una donzella di vaghissimo aspetto. 



tornare i monninenti all' antico splendore. Ha trovato 
molti imit4lorì in questo metodo felice, ha donato un 
nuovo pregio alla moderna scultura, e si è reso beneme- 
rito delle arti antiche. Dopo aver il Cavaceppi ristanrate 
più migliaia d' antichi monumenti , ne ha fatto incidere 
tre volumi , che racchiudono molte antichità pregiabili 
per la scultura e per V erudizione : questi volumi sono 
ora nella Calcografìa del sig. Gaspare Capparoni. 

(i) Presentano lo stesso soggetto del nostro gruppo la 
prima e la seconda figura del celebre vaào Borghesiano , 
già pubbricato dal Bellori nell' Admiranda , tav. 5o , poi 
dal Montfaucon , Antiq, ExpL , tom. Il , par. I , tab. 
LXXXVII y num. I , e finalmente fralle sculture della 
"Villa Pmciana*, tom. I, stanza II, num. io. 



^a5 

Ih lusinghiero àbbigliaméAto , e in azione di suo* 
tiare una cetera, poiché Venere, una Musa, una 
INi'nfa' segliace di fiacco potevano essere 3 sog* 
getto di questa get^ figura. 
' Venere madre del piacere e di amore può es* 
sere la compagna di Bacco, giacché k voluttà 
siegue r ubbrìachezza , la saturiti (i). Fu questa 
Dea, secondo la favola, congiunta auT^o a Bacco ^ 
mentre si disse che da jioro nascesse Priapo (2). 
Ma riflettendo che Venere e Bacco sono due Numi 
eguali, parve òhe ostasse a questa idea la minor 
|)roporzione della' figtira muKebre (3); tantopiù 
òhe in tutti gli antichi monumenti, ove vedesi 
Marte e V'eóere, sono sempre rappreseot&ti di 
egual grandezza (4) 9 né vi era ragione , onde rap- 



(i) yerhum hercle hoc verwn est; sine Cerere et Li- 
hero friget Venus. 

Terent. , Eunuc.^ Act. TV, se. V, v. 6. 

(a) Benché Igino , yà5. CLX j 4K>nga Priapo tra i fi- 
gliuoli dì Mercurio y pure non mancano afitichi autori 
che a questo danno origine diversa , assegnandola a Bacco 
ed a Venere. Può vedersi Porfirio al v. i ii del lib. IV 
della Georgìca di Virgilio \ Hiaic Lìberi , et Veneris fi'^ 
lium , hortis et vìneis custodem dàttan ajimt ; come an- 
che lo scoliaste di Apollonio al v. 9^3 del lib. I. 

(5) Solevano gli antichi rappresentare gli Dei minori 
presso i maggiori in proporzione più piccola ; cosi anche 
i mortali presso le deitk. Ma i Numi eguali , quando 
sono uniti , sempre si veggono sappresentati in egnal gran- 
dezza. 

(4) Il gruppo Capitolino di Venere e Marte riportato 
ne; detto Museo, tom. 5, tav. 205 T altro di Toscana ; 

Museo Chiar. Voi. I. i5 



d36 

presentar Baeco maggiore di Mane, e Venere 
minore <& Bacco stesso. Per la qjual cosa non ci 
sembrò Tensimile questo pensiera, che fòr^ rìce-» 
verebbe qualche probabilità dalla aceondatura della 
testa fenuniiiìle , che benché, antica ,. non siamo 
certi che appartenesse a/ que/ita figura. 

Con pid yerisimi|^iaiDza sembrò a noi di po-r 
teria chiamar uoa Musa^ giacché la lira rimessa 
dal modermo- rìstauratore era assai probabilmente 
accennata dsà nwoTcre delle braccia; senza dir 
che le Muse , come si trovano con Apollo , pos-: 
sono ancora trovarsi imit^ con Bacco. In effetto 
Bacco, secondo l'antica teogoma di Orfeo e di 
Esiodo ^ è lo stesso che Apollo , . cioè la forza uni-^ 
versale distributiva ne' corpi celesti, l'anima in 
somma e 1' armonia delle sfere. Macrobio asserì 
perfino che Aristotile credè una medesima divi- 
nità Apollo e Bacco , e procurò provarlo con molti 
argomenti (i). Bacco oltr' a questo nell'insigne 
coUezion delle Muse Tiburtine si trovò unito al 
coro di quelle (12): come altresì in qualche antico 

Mus. Fior, y tom. HI , lab. XXXYI } le gemme presso il 
Manette, Pìer-Grav., tom. Il , tab. XIX e XX: Gori,Mus, 
Fior., tom. I, taK LXXIII, n. VII, Vili e IX: Mafiei , 
Gemme Antiche, tom- HI, tav. 33. 

(i) Tutto questo potrà leggersi ia Macrobio, Saturn. , 
Kb. /, cap. XVHlj ove asserisce che i poeti ed i filo- 
sofi greci credevano Apollo e Bacco una medesima cosa 
che il Sole , e perciò era ancora Bacco confuso con Osi- 
ride, come provò il Jablonski , nell'opera Pantheon Ae^ 
^pt.y tom. I, pag. ia8. 

(12) Vedi Museo Pio-Clem.[, tom. I, tav. XLIII, ove è 



^17 
bassorìfievo ravvisarono gK eruditi Bacco insieme 

a qualche Musa accoppiato (i). Le rappresenta-* 
zioni teatrali finalmente nacquero fratte Tendem* 
ime, le quali da Bacco iurono inventafee, e per-» 
ciò è che veggonsi bene spesso Melpon^ene e 
Talia coronate in forma di Baccanti (2). E poi- 
ché Bacco in riposo dopo la vittoria delle Indie 
poteva ascoltare epico canto , o inni in sua lode 
modulati sopra la lira di Calliope o di Erato, 
ben poteva trovarsi egli in compagnia delle Muse. 
Queste poi potevano essere rappresentate meno 
grandi di Bacco , poiché sono deità minori , e di 
seguito di altro Dio ^ e come si veggono alle 
volte più piccole di Apollo (5), così minori a- 
Bacco potevano figurarsi. 

Ma benché tali e tante ragioni ei potessero in-* 
durre a credere una Musa questa avvenente fi- 
gura, pure ci sembrò che la licenza colla quale 



riportata una statua dì Bacco giacente^ dissotterrata nel 
Tiburtino di Cassio unitamente alle statue di Apollo e 
le Muse. 

(1) Il bassorilievo Borghesiano citato alla nota (i) di questa 
tavola^ pag. aa4; si crede dal Bellori rappresentasse nelle 
prime figure Bacco ed una Musa o una Lirista } il Mont- 
faucon fu della medesima opinione ^ tom. II y Ani. ExpL, 
pag. 195. 

(2) Nel tomo TI del Musèo Pio-Glementiao sono ri- 
portate le due teste della Tragedia e della Commedia co- 
ronate a guisa di Baccanti. 

(3) Le già indicate Muse Tiburtine sono di propor- 
zione minore alla statua di Apollo che era in quella 
collezione. 



338 

Bacco si appoggi a questa fanciulla dìsconveDisse 
die modeste iSgliuole di Mnemosine, cui tutti gli 
antichi poeti assegnarono la decenza ( i ) , alla quale 
si oppongono la molta nudità, la veste quasi tra- 
sparente , e quasi . diremmo lussureggiante , non 
che r età > tròppo immatura e le forme assai ro- 
tonde , che più una persona di umana condizione 
che di celeste T additano. - 

, Per tal motivo cosa a noi più probabile ap- 
pare di riconoscere in questa figura di donna , 
una Baccante , una Ninfa ancella e seguace di 
Bacco, cui mollemente Bacco si appoggi: Bacco 
amico della licenza , e che in tanti antichi gruppi 
vedesi retto da' suoi seguaci (;2). Non pochi poi 
sono quei monimienti che ci mostrino in tal guisa 
vestite le Baccanti (3), e come la nostra, con 



*(i) Vedi Winkelmann, Mond, Ined.y tom. H ; p. tii. 
Notarono gli autori dell' Enciclopedia ^ che non si sono 
mai vedute le Muse col petto scoperto ^ ma che sempre 
sono state rappresentate vestite colla maggior decenza ; 
cosi sono nel bassorilievo Capitolino y nel Mattejano , nei 
due della Galleria Giustiniani , in quello del Priorato , 
nel Barberino , nelF Albano. 

Castas Pierìdum chorum Sorores. 

Lus., in Priap., Carm. I ^^ v. iJ 

(2) Museo Pio-Clem. , tom. I , tav. XLIl. Monumenti 
Inediti per V anno 1787 , tom. IV, tav. I, Gennaro. Mus. 
Fior., t. Ili , tab. XLVIIl. Detto, t. I, ub. LXXXVIIl, 8. 
Maffei, Genune, tom. IH, tav. 33. Statue di Venezia, 
tom. II, tav. a6. 

(5) Vedansi nel Museo Pio-Clem., tom. IV , le tavole XX, 
XXII , XXm , XXVI e XXIX, 



} 



in mano la lira (i). Onde essendo ..questa la spie- 
gazione più semplice , par che. debba alle altre 
preferirsi, non trovando solida opposizione che 
possa smentirla (2).: \ 

Questo gruppo formato e risarcito con arte (3) 
comparisce assai piacevole alla vista ^ né è disprez- 
zabile per la composizione, né per la sua esecu-^ 
zione , che ha dato . al marmo tanta morbidezza 
e grazia, che tutto vero rassembra a chi lo ri- 
guarda. Yi troveranno gli studiosi dell' arte una 
varietà che diletta , tanto nell' atto semplice di Bacco, 

l _ _ ._ n T ' - r . - - ' _ 

(i) Nelle Baccanti dell' Ercolano ve. né; sono replic$itL 
esempi ., come " al tom. I delle Pitture , tav. XXVIl q 
XXXVIIl j al tom. II, tav. XX j al tom. IV, tav. XXXV^ 
ed al tom. V delle medesime, tav. XXXVII. 

(a) Il sig. cav. Luigi Lamberti direttore della E. Bi- 
blioteca di Brera , ed ispettore generale della pubblica i- 
struzione, più avvedutamente degli altri eruditi cbe l'ave- 
vano spiegata , nominò Baccante la figura già citata de^ 
vaso Borgbesiano. 

(3) Conviene finalmente avvertire cbe la nostra figura 
di Bacco aveva il braccio portato sopra la testa , atto * 
consueto di riposo : ma siccome gli fu adattata una 
testa che spettava ad una statua di diverso atteggia- 
mento , lo scultore prese il partito di alzare il braccio 
sopra il capo medesimo, e dare alla mano una mossa, come 
se unendo il dito medio ed il pollice facesse uno scop- 
pio. Sopra quest' atto parlarono gli Accademici Ercolanesi 
al tom. I de*^ Bronzi , pag. 160 , e notarono essere un 
atto poco decente , ed un segno di disprezzo usato neK 
1' ubbriachczza , e perciò espresso da un Fauno giacente; 
La statua di Sardanapalo era in quest' atto , e V iscri-» 
zione diceva cbe con quello ' s' indicava cbe tutto ciò 
che non era piacere doveva valutarsi come- quello scoppio; 



r 



33^ 

quanto nefla deEcatezza, cofia quale sono condotti 
i panni deUa giovinetu, di maniera che l'oppo- 
sto modo, eoD cui sono scolpite le due Ugare^ 
una vestita si leggermente , e T altra ignuda del 
tutto, fanno un effetto assai grato. 

TAVOLA XXX. 

Bacco Babbato *. 

Già da noi s' indicò nella dichiarazione delle 
tavole antecedenti, che alle volte Bacco Indiano 
si rappresenta barbato (i): così da molu antichi 
autori è descritto, e cosi vedesi in questo bel 
monumento. 



'^ Questa testa di grandezza natarale è lavorata in marmo 
pente lieo. Ha di nuovo il naso ed il petto. Fu acquistata 
dal P. Cassini C. R. Somasco. 

(i) Notò il Buonarroti nelle osservazioni sopra i Meda- 
glioni del Museo Carpegna , pag. 44o ^ ^^^ ^^ Bacco primo 
e più antico^ ed ancora l' Indico si faceva colla barba, e 
ciò è assicurato da Diodoro al lib. lY, pag. m. i49 » 
come al lib. Ili, pag. m. i58; Pausania al libro II, 
cap. XXX, pag. i8o, e lib. V, cap. XIX, pag. 4^^ 7 
conferma lo stesso. Macrobio individua questo con più 
particolarità al lib. I, cap. 18, pag. 3io de' Saturnali i 
Jtem Liberi patris simulacra puerili aetate , partim j'ur 
ventli Jingunt j pr aeterea barbata specie ^ senili quoque j 
uti Graeci ejus quem Bessarea , item quem Brisea ap' 
pellant , ut et in Campania Neapolitani celebrant Hebona 
^ognominantes, Haec autem aetatum diyersitates ad so- 
lem referuntun 



;i5i 
Nella tesu di elegante g^eco Itìvoro traspare 
la giovinezza e la letizia di Bacco anche adonta 
della lunga barba che discende sul petto, ma 
che pur si mostra coltivata colla mollezza propria 
di quél Nume (i): al (Juale eguiàltoente sono pro- 
prie le due ciocche disciolte di capelli die ca^ 
bno intorno al collo, e che per testa di. Bacco 
rassicurino (a). Lo strofio che gU cinge il capa 
ne è ancora un segnale sicuro , giacché fino dal 
suo nascimento fu distinto da quesu b^nda (5). 
Ma più che leggere una lunga descrizione , pia- 
cerà osservare questo raro monumento, restato 
intatto dalle ingiurie de' secoli per divenire V am- 
miraalone degli amatori deirarte.» 



(i) Nel Museo Pio-Clcmentino possono vedersi molti 
esempi di queste figure di Bacco con prolissa barba, e 
ooliivaU. Citeremo «olfanto il bel bassorilievo riportato 
al tom. TV, tav. XXV nel quale le figure tutte com- 
provano la rappresentanza di Bacco alle volte espresso 
con capelli arricciati o calamistratì. 

(a) Vedasi la nota (i) della tavola XKVIIT, pag- 219. 

(5) Nella nascita di Bacco espressa nella tav. XlX del 
detto Musco Pio-Clementino ba la benda la figura di 
Bacco bambino. Paolo Alessandro Maffei nella dichiara- 
«one. delle statue di Roma, pag. 3, , lo vuole un segno 
di mollezza e di costume effeminato. 



TAVOLA XXXL ! 

' f Erma bacchico ^ < 

Se eia principio i sassi e le colonne furono^ 
le prime statue degli Dei , successero a queste 
gli ermi , che altro non sono che sassi quadrati 
con una qualche immagine soprapposta. Pausama 
in fatti in replicati luoghi ha lasciato memoria di 
tali simulacri di ]Numi.(^i). Questa perciò è a no-- 
stro credere la cagione per la quale sì nel pre- 
sente , come in altri ermi , henchè eseguiti colla 
maggior grazia dell'arte, si è voluto, pur dagli 
antichi artefici conservare un certo che di affet- 
tato nella forma dell' acconciatura , un certo fini- 
mento eccessivo che dimostrasse la remota anti- 
chità di tal genere di sculture , e quasi il vecchio 
stile ne riportasse. 

Il nostro erma ha una maestà non ordinaria 
neU'idea del suo volto: i capelli e la |)arba, ben- 



* Quest' erma è della grandezza del yero ; è scolpito 
in niarmo pentelico ; non ha di moderno che 1' estre* 
mltli del naso. Fu acquistato e risarcito dal sig. Moglia 
scultore romano. 

(i) Pausania^ al lib. Vili, cap. XXXV, pag. 671*, ri- 
corda un erma di Nettuno : come altresì il medesimo 
rammenta un erma di Giove al lib. Vili , cap. XLIIX , 
pag. Gg8 , ed anche un altro di Venere Urania in Atene. 
Vedi lo stesso, lib. I, cap. XIX, pag. 44* ^i^^^^^^^''^ >' 
lib. I, cap. I, pag.' 6; cosi indica il principio della scuK 
tura in Grecia. 



^^55 
che condotti come aLUam detto con minutezza 
e con uno stento simulato , non gli tolgono il bello, 
ma ne conservano mirabilmente il carattere. La > 
mitra stretta da larghe fascie è il distintivo piii 
chiaro che la fa conscere per una testa di Bac- 
ca (i); onde francamente lo assegniamo a questo 
Dio, che tanto spesso linyeniamo rappresentato 



negli ermi. 



TAVOLA XXXIL 



Erma bacchico a due faccie *. 

. L' erma doppio che noi porgiamo a vedere 
in questa tavola non può lodarsi abbastanza pel 



(i) Quantunque la benda y il credemno y la miVr^z sic no 
stati confusi dagli antichi e da' moderni scrittori , ra- 
gionando degli ornamenti delle diverse teste di Bacco ^ 
pure noi crediamo di potere a ciascun di questi asse- 
gnare la sua particolar forma. La benda è quella che 
cinge il crine y come già osservammo nella tavola ante- 
cedente : il credemno è quella fascia che non istk so- 
pra i capelli y ma che stringe la fronte y passando sopra 
le ciglia y come notammo nella statua di Bacco della 
tav. XXVIII y e questa e propna soltanto di questo Nu- 
me e de' suoi seguaci. Mitra finalmente chiamiamo l' or- 
namento legato da larghe fascie che vediamo sopra i 
capelli di quest' erma. Questo è queir ornamento femmi- 
nile che adorna il capo delle Dee e delle antiche donne, 
e ben si conviene alla effeminatezza di Bacco y che alle 
volte vedevasi rappresentato coi vestimenti di "Venere 
stessa. 

* Quc»t' erma è poco maggiore del vero , ed è «col- 



a34 

suo composto grandioso e per la bellezza delle 
due faccie, che attesa la purità deDe forme dee 
assegnarsi aHe arti greche de'traipi migliori, ma 
con una imitazione bensì della vecchia maniera. 
L' esecuàone però di un merito non eguale ci £i 
«)spettare che (piesto sia una copia di un qual** 
>che erma piii elegante e famoso. Che poi un 
grand' uso di sculture di simil genere si facesse 
specialmente nella Magna Grecia e nel Lazio (i), 
è confermato dal fatto , trovandosene parecchi tutto 
giorno d'ogni grandezza nelle escavazioni, e ve- 
dendosene ornate tutte le raccolte e tuue le 
ville. 

Il sapersi inoltre che gli ermi di Giove Tei"- 
minale erano sovente dagli antichi Romani posti 
a distinguere i confini de' loro campi , fece che 



pilo io marmo peotelico. Ha di nuovo 1' estremità dei 
nasi y e qualche rìccio , come altresì una parte del petto 
alla figura giovanile. Fa acquistato dallo scultore sig« 
Franzoni. 

(i) Sopra gli ermi doppi si parla lungamente dall' espo- 
sitore del Museo Pio-Clementino , tom. VI ^ tav. Vili , e 
se ne rintraccia 1' origine dalla più. antica mitologia y pro- 
vando che il Ponete , Dio de' Greci , era rappresentato 
doppio come il Giano dei Latini^ e che tanto il primo 
che il secondo potevano confondersi con Bacco. Ivi poi 
dimostra con un passo di Suida alla voce ÌAypÓTtpOQ 
che gli ermi Propilei^ ossia posti dinanzi alle porte 
delle case in Grecia ^ erano riguardati come immagini di 
Mercurio , ed in Sicilia avevano il nome di Bacco , e 
questi dal mosto col quale si aspergevano erano distinti 
col soprannome di Moyw^o^* ^ 



il chiamassero di Giove tutte queste iiiHttag^i(i)y 
e quelle dof^pie di figura seùUe e giovine si dìs^ 
3ero ermi di Giove e di Giunone (a). Noi però 
non a mancanza di ricetto a quegli egregi eru* 
diti, ma da solide ragioni obbligati » crediamo di 
assegnare la maggior parte di questi simulacri bar- 
bati a Bacco Indiano , e Y altra testa in giovanile 
età 9 giudicfaiamo che del pari a Bacco appar- 
tenga , come a quel Nume che sotto doppia for-' 
ma si venerava. 

Diodoro Siculo adduce la ragione onde era 
Bacco rappresentato biforme, e dice che ciò av- 



(i) Dionisio Alicarnasseo al lib. 11^ pag. i33; lascio 
scritto y come Numa Pompilio ordinò che i poderi fos- 
sero circoscritti dai sassi , che egli fece poi dedicare a 
Giove Terminale i a questi posteriormente fa soprappo- 
sta r immagine di Giove , giacche si veneravano con sa- 
cro rito nelle solennità proprie dette Terminalia. I Greci 
ebbero Giove '0/>^^, che significa lo stesso che il Ter- 
minale dei Latini. Da questo credono gli eruditi che 
avesse origine il giurare per Jovem. Lapidem , ^ux^jncnto 
del quale Festo ci ha conservato la formola alla p. LXXXII, 
]. 37 : Lapidem silicem tenehant juraturi per Jovem ^ haec 
verha dicentes: Si sciens fallo j tum me Diespiter salva 
urbe arceqne òonis eiciat , uti ego hunc lapidem. Della 
distinzione da farsi per riconoscere dalle teste di questo 
Giove le immagini di Bacco Indico o barbato ^ cadrà in 
acconcio parlare alla tavola seguente. 

(2) Cosi nel Museo Capitolino si nominarono due erm; 
riportati nel tom. I, tav. VI, pag. i8, num. a e 3. Que- 
sti n nostro credere spettano a Bacco ; sono ambo co- 
perti di veste; ed il secondo ha perfino il capo ornato 
d' uve. 



(' 



ii56 

veniva perchè esistevano due Dionigi o Bacchi 
Uno era T antico che si faceva harbuto, poiché 
ne' tempi remoti era in uso di custodii*e la barbai 
1' altro era il giuniore , che fu espresso come 
un elegante e dilicato giovinetto (i); e sembra 
che questo antico scrittore faccia chiaramente la 
spiegazione -del nostro, marmo. Noi aggiungeremo 
trattanto che la mitra distingue la testa barbata, 
come Io strofio il secondo. E veramente a chi 
volesse chiamare queste teste immagini di Giove 
e di Giunone converrebbe dicesse che lo scultore 
avess' errato nel disporre i diversi ornamenti del 
crine , avendo adattato a Giove la mitra propria 
a Giunone , ed a questa lo strofio di Giove. 

Lo stesso Diodoro ci lasciò una interpretazione 
simbolica di questa doppia faccia di Bacco (:2), 
e credè vi potessero esser contraddistinti i diversi 
ed opposti effetti dell' ebrietà , che sono V iracon- 
dia e r allegrezza. Noi siamo paghi della sua 
prima ragione istorica , ma altresì non sappiam 



(i) Biodoro SìcqIo^ lib. III^ pag. m. i49* Bacchus Bì- 
formis, Biformem ideo putant esse , quod duo extiterent 
Dionjrsi , priscus nimirian ille barbatus , omnes enimpri^ 
sci barbas alere solebant ; Junior iste elegans , et deli- • 
catus adolescens , ut antea indicatum est. Nel Museo Kir- 
keriano illustrato dal Bonanni vi è un erma doppio di 
Bacco giovanile e barbato , coronati ambo di pampini. Y. 
lav. XI, num. I. 

(2) Nonnulli propter duas ebriorum affectiones , quod 
vel iracundia , vel hilaritate profundantur gewinam ei 
formam assignari dicunt. Diod. Sic, loc. cit. 



337 
pisr^aderci àk -questa seoondai aOegoiia; mentre 

non comprendiamo xpial accordo possano avere 
r ilarità e lo sdegno con una maestosa testa bar- 
bata, e con una molle e graziosa iSgura di gio- 
vinetto. 

TAVOLA XXXIII. 

£rmaBacchigo\ 

Si stette da noi per qualche tempo sospesi in 
<lecidere qual denominazione appartenesse a que- 
sta testa veneranda pe' suoi lineamenti , che in al- 
ui tempi sarebbe -stata chiamata uu' effigie di Pla- 
tone. Sembrava che la maestà non ordinaria la 
dichiarasse per una testa di Oiove^ ma il crine 
non diviso, la benda abbassata sopra la fronte (i), 
ci ftcero risolvere di .chiamarlo come il precedente 
un erma di Bacco , quando non piaccia chiamarla 
un suo sacerdote od un suo ministro (2). E men- 
tre con sicurezza escludiamo noi le prime deno-. 



* £ di grandezza naturale lavorato in marmo pente- 
lieo. Ha di ristauro la punta del naso e T orecchio si- 
nistro. Fu acquistato dallo scultore signor Camillo Pa- 
ce tti. 

(i) Vedansi le antecedenti 'spiegazioni della tav. V e 
della tav. XXIV. 

(2) Alla pag. 171, n. 5 del tomo III del Museo Pio- 
Clementino sono indicati molti ermi di Baccanti o mi» 
nistri di Bacco con lunga barba , e fragli altri diversi co- 
lossali della villa Borghese risarciti dal Bernino. 



:i38 

minazioiu, circa le seconde non sappiamo rìsbl^ 
vercL Poiché Bacco nel primo erma è caratteriz- 
zato, fratte altre còse, da queHe ciocche di ca- 
pelli, di' attraversandosi al collo calano sopra il 
petto (i), e che anche a questa figura harbata ren^ 
dono il ncHne d intonso che a Bacco s' attribuì. 
Qui al contrario il crine Tcdesi tagliato , e questa 
figura ha molta simiglianza con alcuni ministri di 
Bacco espressi in altri antichi monumenti (2). 

TAVOLA XXXIV. 

Twoifpo DI Bacco * 

Ancorché bene spesso si ofirano nelle urne se- 
polcrali i misteri di Bacco (S), pure per la mol- 

(i) Tedi It gik citata iiota(i)<lelk tav. XXYin^p.Sig 
e 23i. 

. (a) Nel celebre sarcofago scavato dal cardinale Casali 
nella tua vigna a porta S. Sebastiano^ ora esistente nel 
palazzo della famìglia a Campo Marzo ^ le due ultime fi- 
gure nell' estremità, della facciata rappresentano due mi- 
nistri o sacerdoti di Bacco ^ vestiti e barbati a simiglianza 
del lor Nume. Può vedersi questo sarcofago nel tomo V 
del Museo Pio-Clementi nò alle tavole aggiunte , let. C. 

* Questo bassorilievo è lungo palmi nove, oncie quat- 
tro ; alto palmi tre e mezzo : è scolpito in marmo greco 
duro. Esisteva gik presso il cav. Cavaceppi. Fu acqui- 
stato dal sig. Giovanni Pierantonj scultore accademico. 

(3) Oltreché gli iniziati di Bacco conservavano negli 
ornamenti de' loro sepolcri le memorie de' misteri a' quali 
erano ascritti , si riflette ancora dagli eruditi , che vi erano 
molti altri titoli che davano relazione a queste rappre- 



a 59 
liplicità delle coae rappresentate si repde non cch 
mnoe questo bassorilievo, pel quale abbiamo a 
dolerci dell' edacità del tempo, che ne tolse sì 
gran pairte, e lasciò anche in deplorabile stato 
quanto erane rimaso. 

I carri, gii elefanti, i prigionieri a chiare note 
ci additano il trionfo di Bacco sopra gli Indiani r 
i diversi vestimenu poi e le diverse misteriose 
cose saranno il soggetto delle nostre brevi ricer- 
che, giacché essendo argomend già trattati, ba- 
sterà che da noi sieno ranimentad aU' erudito lettore. 

La prima figura che a noi s'offre, incomin- 
ciando a destra de' riguardanti ^ è un erma bar- 
bato in molte vesd avvolto , ed ornato il capo in 
foggia muliebre (i). Questo erma può essere un 

sentanze colle cose funebri. Bacco in fatti era il protet- 
tore e l'inventore di varie arti, come della pittura^ del- 
l' arte della guerra^ della coltivazione in genere , e par- 
ticolarmente di quella delle viti -, era pre&ide ancora ed 
inventore degli spettacoli teatrali , de' conviti , delle dan- 
ze , e rìguardavasi parimente come Dio dell' s^llegrezza : 
prometteva percii> prosperità e letizia ai defunti anche 
dopo la lor morte. Si pu& a questo aggiungere che egli 
era calato nell' inferno per condurre al cielo sua madre , 
come si narra da. Igino , fah. COLI. Di più Bacco mede - 
simo dopo la sua morte divenne Dio, vedasi 1q stesso 
Igino,^^. GCXXIY. Bacco secondo Isidoro dicevasi Lieo, 
poiché scioglieva d^ll^ cure : Hoc dUi quod nos cura sol- 
vat Liaeupi appellane, Isid.y Ub. XX, cap. 3jj pag- i5i5, 4^» 
ed il medesimo, lib.VIJI , cap. Iljpag. 1027, iiLiaeus 
asró TOV 2/V60P quod multo vino membra solyantur. 
Tutte queste cojisiderazioni fanno convenire Bacco rolla 
tranquillità della morte. 

(i^ Benché questa figura sia molto logora, pure vi ri- 



J 



a4o 

erma di Bacco barbato, può èssere ailcora uà 

erma del Dio Termine o di Priapo, tutte cose 

Analoghe alla rappresentaziotie (i). Inoanzi a questa 

simulacro è un' ara accesa ornata d' encarpi (3) $ 

mangono, molti indizj per ravvisarvi una faccia barbata , 
l»]lre il confronto di molti antiehi monumenti consimili. 
(i) Bacco barbato si vede alle volte effigiato neìl' estre- 
mità de* bassirilievi ove è rappresentato qualche fatto di 
Bacco ^ Come avremo occasione di notare altrove. Il Dio 
Termine peraltro e Priapo bene spesso si confondono 
fra loro , ed hanno tutta la relazione con Bacco. Bacco 
piantò i suoi termini a colonne ^ come Ercole^ al con- 
fine delle sue spedizioni guerriere ; così fragli altri at- 
testa Q. Curzio al lib. fll, cap. X, 5 ; e lib. IX^ tap. IV, li . 
Il culto di Priapo altresì- era mescolato ' frai misteri Bac^ 
cilici, come additano molti antichi monumenti, e si con-» 
ferma ancora dalla favola che immaginò Priapo figlio di 
Bacco e di Venere. Il Casalio nell'opera de profanìs ro- 
marìorum ritibus parla di questa relazione superstiziosa 
alla part. 1, cap. IX, pag. i56, B. 

(^) Grià osservammo alla nota (2) della pag. 173 che 
gli encarpi si trovano intorno le are ne* sacrifici rustici, 
onde rimettiamo ì nostri lettori a quelle riflessioni. Molti 
antichi autori sono di parere che Bacco fosse stato uno 
dei primi a propagare il culto degli Dei , ed istituire 
riti e sacre ordinazioni : non dispiacerà se riporteremo i 
versi 4i Ovidio circa questo : 

^nte tuos ortus arae sìne honore fuétimt . 
Liher , et in gelìdis herba reperta focis. 
Te memorant Gange ^ totoque Oriente subacto 

Primittas magno seposuisse Jovi. 
Cinnama tu primus captivaque thura dedisti 

Deque triianphato viscera tosta bove, 
Nomen ab auctoris ducunt Lihamina nomen 
Libaque ; quod Sacris pars datar inde focis. 

Fast, IH , V. 727. 



* e sopra questa una dònzeDa con doppiò ammanto 
vestita, voka di tergo, sembra in atto di ofirire 
al Ninne nn Tolaiile (i); cosa che ci si mostra 
più dal confronto di altri simili monumenti, che 
dal nostro marmo medesimo (a). 

Siegue nel basso un piccolo Genio alato di Bacco 
cavalcando una tigre o una leonessa, che noi 
non possiamo conoscere per la corrosione del mar-^ 
mo (3), o Amore sempre compagno di Bacco 



(i) Di tal genere di sacrificio cadrà in acconcio par- 
lare nella dichiarazione della tavda seguente. 

(a) Oltre il bassorilievo che noi daremo qui appresso ^ 
ed altri esistenti in questa raccolta > può vedersi la tav. Vili 
del ' tomo V del Museo Pio-Clementino. 

(5) Il Genio di Bacco dicevasi Aerato ; e questo nome 
significa vino pura, I^on mancano antichi monumenti che 
mostrino questo fanciullo alato coi simholi di Bacco: e 
per citarne alcuno^ re ne ha uno nel tomo V delle 
Pitture d' Ercolano, alla tav. XIII, ed altro alla tav. XXXVII 
del tomo II de' Bronzi. Secondo il Winckelmann è Aerato 
un fanciullo sopra una tigre riportato dal Caylus al tomo III^ 
Recueil d' Antiq. , pag. 365 , pi. CVIL II medesimo Win- 
ckelmann ancora crede Aerato una figura alata ^ che so, 
gtiene Bacco in una pasta antica indicata nella sua de- 
scrizione del Museo Stoschiano. V. Pier Gray. de Stosch. 
pag. 229, num. 1 438. Nei monumenti Mattejani, tom. IIl^ 
tav. LXXII, fig. I e II , veggonsi molli Gcnj alati di Bacco 
nei hassirilievi di uno de' pulvinari che sono alle scale 
del palazzo Mattel. Il Cupero nella dichiarazione dell' Apo. 
teosi d'Omero nel Tesoro di Poleno, tom. II, pag. 166, 
chiama Bacco un fanciulle alato sopra una tigre espresso 
in alcune medaglie: questa figura ad alcuni eruditi sem- 
brò di Amore vincitore e domatore di tutti, ma sicco- 
me vi è in compagnia un Satiro, sembra che pia veri. 

Museo Chiar. Voi. I. 16 



iiopra queDa fiera fi). La figura poi di vecchio g^ 
che appoggiata a un bastone muove lento e grave 
i suoi passi, dalla fisonomia , ohe meglio nel mar^ 
mo che nella stampa si mostra , ha tutti i . carat*^ 
ieri del vecchio Sileno (2) vestito alla foggia dei 
barbari (3)» e forse all'indiana; e quesU precede 



similmente debba riferirsi a Bacco y e noi non ^iamo loiv- 
.fani dal ravYÌsairvi il suo Qenio j t^lo più qhe un altrQ 
faociuUo alato lo vediamo sopra un leone presso il carro 
di Bacco. 

(i) A non credere Amore rappresentato nel postro mar- 
mo abbiamo, forti ra^ni : il luogo ove egli è collocato 
non sembra un luogo adattato ad un Nume celeste. Amore 
quando è scolpito in simili monumenti sempre suol ve- 
dersi volante^ e non confuso coi seguaci di Bacco ^Que- 
sto luogo poi può convenire ad up G^pio che riguar- 
davasi dall' aptica mitologia come ups^ deità di cla$s^ 
inferiore , e quasi servo de' maggiori Dei. Vedasi per que- 
sto argomento il Vapdale^ d^ Gratis ^ cap, I, et de QrfUj^ 
^t pragr. JdoloL , i:ap, 3, 

(a) Sopra la faccia di Sjleno a,vremo campo 4ì par- 
lare all' occasiope d'illustrare due sue statue esp\\ste iti 
questo tomo alle tavoje X^XYl q XXXYII. Dobbiamo 
bensì assicurare i nostri lettqri ^be nel m^rniQ Qrfgi- 
pale si veggano Qlii$ir;|mepte le forme caratteristictie della 
Qua io^magìne. 

(5) Possiamo citare diversi monumenti qbe ci xnoi^trano 
Sllepo vestito y e pon ignuda. Il Winckelmanp nella ci-^ 
• tata opera Pi(tr> Grav, de Stosch. al nu|p. 1470 pe de- 
scrive ppo vestito ^ guis» di filosofo appoggiato al sua 
bastone. II Bellori nelle Lucerne^ parte H, fig. %\ , ne 
riporta uno, come altresì osservasi in altri antiqhi ^ssi" 
rilievi. Nel bassorilievo d^l Museo Pi<x-Clemeptìno ripor- 
. tato nel:tom. tV, tav. XXVII^ Sileno ì^a. indosso ì% tun 
nipa f ed un pallio orpato nelle sue estremità; ed è pa« 



a45 
«1 trionfo. Una giovine con lunga veate e peplo 
svolazzante . siegue la pompa , e suona .due eim« 
bali, o il timpano colle mani levate in alto (i) % 
se forse non suona i crotali , come vedesi fare ad 
altre seguaci di Bacco (21) , che noi non sappia* 
mo decidere per esser guasti^ Sembra poi che al 
tenore del suo strumento vada ella regolando la 
danza. Siegue indi una figura muliebre di una 
iniziata o di una sacerdotessa, recando sul capo 
il mistico vaglio (3). Appresso un prigioniera me- 



«niente calzato , onde non è cosa nuova il vederlo ve* 
stito. A tale proposito potrà riflettersi che. qui si è espresso 
il trionfo di Bacco colla maggior convenienza e maestà^ 
dando alle figure l'abito lor proprio. Sileno^ secondo Dio* 
dorO; lib. III^ cap. 71, primo re di IHisa^ poteva rappre - 
dentarsi coi vestimenti cbe gli antichi attribuivano ai re 
barbari. Potrebbe anche dirsi che se Bacco Injiiano ve- 
devasi con barba e lunga veste ^ perchè tali erano i co* 
stumi di quelle nazioni , anche Sileno che cobi lui si portò 
in quella spedizione potrebbe avere adottato quelle usanze 
ne*' suoi vestimenti. 

(i) Sono frequentissime le figure di Baccanti o danza- 
trici che battono i ciwtbali o il timpano con ^xoko le 
mani alzate ; può fralle altre vedersene una nelle Pitture 
d' Ercolano , tom. I ^ uv. XXI , e tav. XX nel medesima 
tomo. 

(^) T7eir insigne vaso Borghesiano la sesta figura suona 
V crotali colle mani in alto. Vedi Sculture della villa, Pin- 
ciana, tom. I, pàg. 4o> stanza II^^ num. io* 

(5) Il vaglio era il oesto, del quale gli antichi si sei<* 
vivano per purgare il grano y ed in questo fu posto Bacco 
bambino dalle Ninfe di Dodona, che l'ebbero in cura 
dopo il suo nascimento. Divenne poi misteriosa questa 
colla di Bacco, e nelle sacre pompe del medesimo vi S^ 



544 

$to s* avanza coDo mani legate al tergo. Questo è 
quasi ignudo, e solo una clamide fimbriata gU 
cala dagli omeri in diversi avvolgimenti (i), e 
sembra che da un Satiro sia condotto , il quale 
deve rappresentar Pan , altro condottiero dell* eser* 
cito di Bacco (2), 

> ' I I I H I I I i^— ^>»1 111 ■ —— ^^»^1— 

il portatore del vaglio. Sopra questo potrà leggersi il 
Winkelinann , Mon^ ined. , tom. II , pag, 65^ num. 55, 
che chiaramente spiega quanto s* appartiene a tale argo- 
inerito. Aggiungeremo soltanto ^ che il vaglio mistico di 
Bacco ^ secondo Servio, alludeva alla purgaziope delle 
aninie ; e perciò era molto proprio alle casse mortuali^ 
ove hene spesso vedevasi scolpito. V» Serv,^ adf^irgil,^ 

(i) I prigionieri si trovano rappresentati in altri hassi 
rilievi esprimenti il trionfo di Bac^o , come nel Museo 
Pio-Clcm. , tom. IV , tav. XXIII , e nei hassirilievì dql 
palazzo Albani spiegati dal sig. Zoega , e pubblicati dal 
sfg. Pietro Piranesi, tom. I , tav. YII, Vili e IX. Non soiw> 
per altro in quelli espressi con una clamide oniata , co^ 
me si veggono nella presente tavola. Nopno pe' Dioni-* 
siaci, lib. Xy, V. i4oe 146, descrivendo gli Indiani fatti "" 
schiavi, dice che furongli legate le mai^i al tergo. 

(0) Sembra che lo scultore di questo marmo abbia in* 
trodotto nella copiposizione del bassorilievo i due con- 
dottieri deir esercita di Bacpo nella spediaione ipdica , Si- 
leno e Pau. Luciano , Praef. sive Bacohus , tom. %,p. 36o, 
4ice che due comandarono r esercito sotto del Nume, 
uno basso vecchio grasso panciuto col naso simo . . , • 
Mìi altro uomo mostri^oso , dal mezzo in giit simile ad 
un caprone j di' gambe peloso j^ con coma, barba lunga 
e stizzoso. Il primo lo abbiamo giii osservatoci! secondo j 
descrìtto egualmente dal greco scrittore , lo ravvisiamo 
nella figura che conduce il prigioniero ^ il quale , atteso 
^' abbigliamento nobile ^ pup distinguersi per un personag- 



945 

Nel basto ciel campo èi oltséfVd tdià ibàschera 
faunesca assai gratide (i),- una cisti mistéiiosà 



gio ragguardevole fatto schiaVo dal vincitore ^ e perciò 
non disconviene ad Un duce di Condurlo in trionfo. NelU 
testa di questo Sdtiro ossen'iamo ancora qualche sìhgò^ 
làrità nelle orecchie y che quasi si approssimano a quelle 
asinihe \ ma se piacerà ossei-vare il bassorilievo pòssedutd 
dal Winkelmann ^ é riportato ne^ sUoi Monumenti inediti 
al num. 5*^^ e l'altro nel Museo Capitolino^ tOm. IV ^ 
tav. 63 f troveremo la figura di Pan assai simigliante alla 
tìostra nella forma delle orecchie. Crede egli che Y meli* 
nazióne delle orecchie in quella figura di Satiro sia un 
indizio di compassione. A- poi sembra ohe bene spesso i 
Satiri begli antichi monumenti abbiano le orecchie grandi 
ed abbassate : oltre gli esempi già citati ^ ricordiamo uà 
Sàtiro ubbriaco ^ il quale può bene essere Pan retto da 
tin Fauno e da due Genj ^ in un bassorilievo già esistente 
presso il Jenkins y riportato ne' Monumenti inediti per 
iranno 1786^ aprile^ tav. Ili: questi ha pafimente le 
orecchie in tal guisa^ Nonno ^ il più diligènte scrìttore 
delle cose Bacchiche y dice che le orecchie dei Satiri erano 
agitate dai venti ^ espressione che molto si adatta a que^ 
sta grandi orecchie molli e cadenti. 

Aurés vero dmbas 
Incedentùmi alati i>entilahunt venti. 

Non. , Dion. ^ lib4 XIV , v. i38. 

È noto come Pan è chiamato inventore della tattica delle 
falan^, e come egli il primo atterri Collo «trepito i ne'=' 
mici^ onde si dissero timori Panici; sicché Pan fa il pia 
famoso duce degli eserciti di Bacco. V* Anonjm* de In- 
tredih, in Opuse. Mjrthol. Gale , pag. 89. 

(i) Bene spesso si presentano in simil genete di scul- 
ture maschere di Fauni; di Sileni; di Satiri; di figtire 
tragiche e comiche ; tutte ao«e riferibili a Bacco* Il sig. 



ÌDtessuta di vinchi, dal coperchio della quale esce 
un serpe simbolico (i). Q>me altresì sono vicini 

Zoega nell'esposizione de' bassirìlievi del palazzo Albani, 
pag. 69, tav. XVII, crede che figurino le rozze ma- 
schere di legno che i cultori delle campagne lavoravano 
nelle scorze degli alberi , e per lor divozione collocavano 
sopra qualche pietra , facendoli come protettori de' loro 
campi. Alcuni hanno pensato che queste maschere di 
Sileni e di Fauni yeggansi in terra ne' trionfi di Bacco 
per dinotare la superiorità di quel Nume a queste cam- 
pestri divinità. A noi però sembra un tal pensiero poco 
analogo all'antica mitologia, che non ci ha giammai 
rappresentate tali idee , e che non hanno probabilità al* 
cuna nel nostro caso, ed in tanti altri bassirilievi , nei 
quali le cose più sacre di Bacco medesimo si veggono 
gittate in terra per dimostrare soltanto il disordine che 
il vino ha introdotto in quei ministri o seguaci di Bacco. 
Fa già da altri osservato che alle volte le teste umane 
presso le are rappresentano quelle teste di creta o di al- 
tro che erano state sostituite alle vittime umane. Virgi- 
lio nel lib. II della Georgica, v. SSp; ranmienta le 05ci7/e 
o teste che si sospendevano agli alberi in onor di Bacco , 
ed ivi gli espositori sì antichi che moderni contano molte 
cose su tal proposito. 

(i) Nelle ciste era racchiuso il piii sacro de' misteri di 
Bacco , come scrìssero molti antichi poeti : 

Pars ohscura cavis celehrahant Orgia cìtis 
Orgia , ijuae frustra cupùiru audire profani. 

Catul., Eleg. LXV^ pag. ia5. 
Et levis occuttis conscia cista sacris. 
TibuL, Eleg. VII, pag. aa8. 

Chi narrò che entro vi si conservasse un fallo: Firmici 
Materno scrìsse che nelU cista eravi il core di Bacc^ 
ucciso dai Tiuni , e dato da Minerva in custodia a Sileno. 



Hi 

hI catto di Bactid, un putto (dato die <Saval4 



^■■B 1^ 



J^. Firm. Mot. de etrore prof. Relig., pa^. i5 e i/^ £n 
fine. Ghiarameatè per altro Clemente A)essandrioo^{!^^r^i 
ad Gent. ^ pàg. 19 ^ ci avverte che nella cista èravi il 
serpente sacro ; Quales porro et cujasmodi sunt mjrsticae 
iUae dstae ? nudandum enim qtddquid apud eos sorteti est ^ 
^dquè arcani evulgandunti NqnHe haeo omnia sessa^ 
ntae i i , et Draco Dionjrsìi Bassari sacrainenturH 7 Le 
ciste secondo Isidoro, pagi i3sii ^ lib. 9, erano cosi de* 
nominate y a costis eac canna , vel Ugno , quihus conte-^ 
xitur. Cosi vedonsi espresse negli antichi monumenti di 
ogni genere le ciste di Bacco ^ e con particolarità nelle 
medaglie d' argento ^ dette Gistofori< In qnesti quasi senir 
pre -osservasi il serpe che sbuca fuori sollevando il co* 
perehio come appunto tiel nostro manne. I serpi ^ secondo 
gli antichi , rappresentavano il Nume o la divinità dei 
medesinli Dei ^ e specialmente quella di Bacco. Ai serpi 
racchiusi entro la cista, sembra che alluda il verso di 
Valerio Fiacco : 

• 4 « i et plerias tdUttà fornUdia ctstds, 
Argonàùt. , lib. ti , pag. 49 7 '^' 9* 

Quésti serpi erano éerpi non velenosi /ma bensì mansueti^ 
del genere de tto< dagli antichi ^OtpsutfQ^ come si avverte 
dallo scoliaste di Aristofane nel Pluto: Uti serpens pd^ 
reas. Species serpentis est pareas ^ ita dictus eo quod 
genae efus inflatae oc elevatae sint. Diamt autém , ip- 
sunt non tnótdere : i^el si mofnorderit j dolorem ddm- 
numve non qfferre. Ejus meminit et Demosthenes , ubi 
dicit : serpentes , qui pareae appellantur. » Ac etiam Ljt" 
curgus in oratione contra DemadefH, Talii CserpentiumJ 
speeies Alexandriaé rèperitur : et tàlis species invenitur 
in terHplis , vel sacris Bacchi. V* Aristopk. Fluii , pag. 73 > 
editUm. Odoardi Biseti ^ Aurei. Alobr.^ 1607^/0/. Alle 
Volte questi serpenti religiósi erano lavorati in oro o iq 
'.érgan^o , -secondo. Arnobio e Clemente Alessandrino, \i ot 



a4B 

ca(i)un leone m atto mansueto, ed una tigre in 

riposo cinta da un serto {2). 



■M 



rano poi molte ragioni, onde a Bacco fossero sacri«. Si 
Tuole che Bacco bambino consegnato alle Parche fosse 
lambito nel volto da due smisurati serpenti ; si disse -oltre 
ciò che i serpi sono simbolo di una perpetua giovinezza 
qual era quella di Bacco. Si pretende di pia che dai 
serpi Bacco fosse portato alla cognizione delle viti. Fi- 
nalmente secondo Clemente Alessandrino ed Amohio i serpi 
si riforivano ancora a Bacco , poiché Giove in forma di 
serpente aveva generato Bacco e Proserpina. 

(i) In questo fanciullo alato abbiamo un altro Genio 
di Bacco che cavalca un leone , come già osservammé 
Aerato sopra una tigre. Questi può dirsi Ampelo altro suo 
Genio , figlio di Sileno , che da Bacco fu particolarmenta 
amato y e perciò forse è più dappresso al suo carro. Egli 
{prende il nome dalle viti, e molte novelle di lui si nar» 
rano. Nonno poi al libro IX, v. 60, lo descrìve appunto 
sopra il dorso di leoni e di tigri , come notò V espositore 
del Museo Pio-Glementino , tom. IV, pag. i65, n. (1), e 
ne trascriviamo la sua versione poetica : 

Ei sul tergo talor d' orsa montana 
Stringea sedendo la terribil chioma, 
E la reggeva : or d^ un leon sul dorso 
Ne ^flagellava la pelle vellosa ; 
E tahr fermo il vario pinto sfianco 
JPremer di tigre senza pren godea. 
(2) I serti intessuti di foglie d'edera e di fiorì erano 
oriiamenti consueti di Bacco , de' suoi seguaci , degli ani* 
mali , de' tempj e delle are stesse sacre ad esso. In un bas* 
sorìlievo del Museo Pio-Giemeatino , tom*IY, tav.XUy^ 
pag. 168, vedonsi due tigrì con simile ornamento ^ coma 
anco osservasi un serto eguale cingere i Gentaurì , che ' 
traggono i carri Bacchici nella tav. le del tomo IH 
della Raccolta di statue , ec. , ristaurate dal cav. Cavaceppi. 
Sembra che tali serti nel nostro caso dimostrino esséc 
queste fiere mansuefalle. 



n carro ove pare che sieoo Bacco ed Àiianaa ( i ) 
è condotto da due Centauri uno barbato al di» 
nana, e V altro di sesso femminile (3), col capo 



(i) Non riesce, senza farvi ana attentissima osservazione , 
rinvenire le traccie della seconda figura che poggia sul 
carro. Noi siamo stati favoriti in questa ricerca dalla di* 
ligensa dello scnltoi^ signor Alessandro 4* Eatt y gicrvme 
di somna espettazioi^e. Egli qoii col paragone di altri 
somiglianti monumenti , ma bensì minutamente «sser-» 
vavdo le scagliature del marmo y ed il piano della supet* 
ficie, ha fissato tale atteggiamento, al quale convengono 
tutti i piìi piccoli pecsi restati in essere nel bassorilieveu 
Avevamo fatto pensiero di far incidere questo suo piccolo 
grazioso disegno ; ma siccome possiamo indicare altro mi»* 
numento antico , nel quale sì ravvisa tale atteggiamento ^ 
abbiam fatto a meno d' eseguirlo. Il bassorilievo della 
Galleria Giustiniani , tom. II , tav. i as , ne è un esem? 
pio , e r altro è nella già citata Raccolta del car. Cava- 
ceppi, tom. Il, tav. 58. 

(q) Dei Centauri non occorre far parola, essendo nato 
compilato quanto poteva dirsi dal Buonarroti nella di- 
chiarazione del cammeo rappresentante il trionfo di Bacco 
del Museo Carpegna, unita alle osservazioni sopra alenili 
medaglioni dello stesso Museo. Solo ripeteremo i versi 
di Nonno, che descrive tutti gli animali ch< si presta* 
vano a trarre il carro * di Bacco : 

Et fulyum Corjrhantes mirustrabant prope Utahidum 

Cervices pantherarum pigoli ligantes loro ^ 

Hedera ligatts vero leones collegahant antiltnis. 

Mentum cofistrigefites minaci freno , 

Et hirsutam Centaurus hahens horrentem harbam 

In jugum per se incttatus voluntariam cervicem extendent 

Et Satjrrorunt longe magis habens desiderium dulcis vini 

Semiperfectus inniehat vir commistus cum equo; 

Desidèrcuis Bacc/ium suis himerìs portare* 

Sfonn., Dlonys.^ lih, XIV, v. a6o. 



mSo 

rÌTolto indietlro guardando i due I^umì. 11 eano 
•orge assai in alto nella parte anteriore , e sem-^- 
bra privo di ornati, e dalle orme che vi riman- 
gono può supporsi che sopra vi fossero Bacco ed 
Ariaona abbracciati e coronati da una Vittoria coil 
palma nella sinistra (i): questo carro è accompa-^ 
guato da una Baccante vestita di lunga veste con 
un trofeo ch^ essa aka colla «nistra ed appoggia 
alla spalla (a). H marmo è rotto da quésto lato 4 



^mtm^^m 



(i) Nelle eleganti greche medaglie di Siracusa^ e dì 
altre città greche , che rappresentano Vittorie in atto di 
coronare i vincitori , veggonsi queste le piii volte volanti ^ 
e non nel]a guisa ^ nella quale è rappresentata la nostra 
che si uniforma più collo stile romano che col greco* 
Avvertiremo bensì i nostri lettori^ che la Vittoria vedesi 
ancora nel bassorilievo Capitolino^ tom« IV ^ taV. LXIII/ 
già altra volta citato, benché non sia stata ravvisata da 
queir accuratissimo illustratore , che ann credè in questa 
figura alata si rappresentasse una Musa. Quella figura 
nel marmo Capitolino è coronata di serpi, né è strano, 
ehe la Vittoria siegua il costume di un Dio vincitore , 
che anche da fanciullo cinse il crine di serpi, che fo* 
tono poi SI spesso la corona , ed il cingolo delle vesti ù 
SUOI seguaci. 

(a) Parve ad alcuni a. prinla vista che' questa gentil 
figura portasse un ombrellino presso il carro del Bacco. 
Uè era tal idea totalmente fuor di proposito , poiché fu 
•acro rito presso i Greci portare un ombrellino in segnò 
di venerazione sopra il simulacro di Bacco alt* occasione 
delle pompe solenni, e fuwi una festa detta laaepiU 
ioptfl « ^^^ denotava ^ fostum umbratile , descritta da Pof -^ 
luce^ da Pausania e da.EsicUio, come potrà ampiar 
mefite vedersi nella disscri^xione del Pacciaudi, de Unt" 
keUae gestatione^ al cap. I • II, che riferi anche di^ 



« « 



onde può sttj^rsì che manduno akre figure cb* 
eompiyano il uìoùfo di Diouisia 

versi monumenti Bacchici , ove vedesi espressa tal sacra 
ceremonla. Nel nostro proposito per^ sembra che questa 
Baccante porti piuttosto un trofeo che un ombrellino; 
il portarne V asta appoggiata alla spalla y il muovere il 
passo in danza , pare un atto più proprio a chi giuliva 
porta un trofeo pesante , che a quella che si presti al- 
l' officio di Omhregeralo accanto la figura del Ilume. 

La dilìgente osservazione di questa figura ci porta alla 
fiuova dichiarazione di qualche altro antico monumento; 
e siccome crediamo di poter condurre i lettori alla no- 
stra opinione', sark a noi permesso di ragionarne forse 
troppo diffusamente. L' espositore del Museo Pio-Clemcn^ 
^ino alla tavola XICVI del tom. IV i p. 1849 credè una 
Viltbria una simil fiif|;ura. Non sono incognite nelle an^ 
tichfià le Vittorie Mnza le ali 2 ma non è verisimile che 
in un marmo medesimo sieno rappresentate due Vitto- 
rie una colle ali e V altra senza , come converrebbe 
dire quando volesse chiamarsi una Vittoria questa figura 
che porta un trofeo. Può a questo aggiungersi dn' altra 
ragione , ed è che le Vittorie espresse Hel trionfo di To- 
lomeo Filadelfo a noi descritto da Ateneo , erano alate, 
anzi avevano l« ali d'oro; ed essendo stata eseguita quella 
pompa a sìinigltanta del trionfo di Batco, pare verisl^^ 
milmente che le Vittorie ancora del trionfo di quel 
IVume dovessero essere alate. Vedasi Ateneo , lib. V ; 
cap. Vili, pag. ao3. Crediamo perciò che questa figura 
rappresenti una Baccante che porti un trofèo degli In^ 
diani già debellati ; giacchi era costume presso anche le 
nazióni pia antiche di togliere agli inimici , o vinti o uc- 
cisi , le armi, ed offrirle agli Iddii. La spada di Gollt 
fu da Davide posta nel tabernacolo. Reg. I , cap. XlCl ,' 
T* $• Ulisse formò un trofeo deHe armi di Dolone, e lo 
consacrò a Minerva. Homer. , llidd. ^ lib. X , v. 4®o. Et- 
tore promise ad ApoUe le acmi dell' inimico^ quandi 



a5a 

• Del grappo che èra sul carro sono restati te- 
Mìgj co^ incerti, che a stento può ravvisarsene Tat» 



lo avesse uccìso. Id. Iliad. , Hb. VII , ▼. 85« Nel nosuo 
proposilo poi abbiamo da NoniiOy che le Bdccanti via* 
citrici tolsero nel campo le armi e le ricchezze agli uc- 
cisi e vinti lodiaui , che fecero liete danze battendo gli 
scudi e le armi de' nemici j e così dopo sette anni tor» 
narooo trionfanti alla, loro patria. Vedasi Nonno^ Dyonis.f 
lib. XL, V. 24a e seg. Dei trionfi poi^ de' qaali Bacco 
fu r inventore y erano i trofei nn particolare ornamento* 
Dionigi d' Alicarnasso chiama il trionfo pompa sacra e 
tropaepora» yeàì lib. II, cap. 34« Ateneo descrivendo 
il padiglione di Tolomeo Filadetfo ornato pel suo trionfo , 
lo mostra con molti scudi ed altre armature atuccatei 
Aien.f lib. Y, cap. VI,pag. 196, F5 come altresì lib. V^ 
Gap* Vili, pag. aoa, E, si dice che molte loriche e cli- 
pei, ed altre armatore tolte in guerra, formavano gran^^ 
dissimi trofei condotti sopra diversi carri. Anche gli archi 
esistenti degli imperatori romani si veggono ornati di 
trofei e di armi nemiche, che se bene spesso sono so* 
stenute dalle Vittorie, queste però veggonsi sempre alate 
e per lo più volanti. 

Ora poi che abbiamo chiaramente provato che la de* 
scritta figura non è che una Baccante che porta pressa 
il carro di Bacco vincitore un trofeo, crediamo di rav- 
visare io stesso «oggetto nella figura esposta alla tav. % 
del Como II de' Bronzi dell' Ercolano. E questa una pio* 
cola statua di una giovinetta quasi del tutto ignuda : 
^^ l^M^ro panno posato sulK omero sinistro le svolazza 
d'intorno, colla sinistra regge un trofeo composto dinne 
lorica e di due ocree , e colla destra vezzosamente pas" 
•sata uopra il capo ancora il aostieue. Ha questa figura il 
crine cinto di bende, varie armille le striiagouo le brac-* 
cja, un monile assai grande le circonda il collo e le 
cala sul petto : nìi serio posto sopra la spalla destra le 



a55 
teggìamento. Dplla Yìttorìa poi si vede chiaramente 

f 

altraversa il delicato suo corpo. I suoi piedi che stannor 
in atto di danzare, sono forniti di una specie di scarpa^ 
e tutto spira pe' suoi contorcimenti , quasi dfremmo, mol- 
lezza e lascivia. Qnei dotti Accademici crederono che 
essa rappresentasse una littoria, quando a noi pare che 
debba assolutamente dirsi una Baccante. In primo luogo 
dagli espositori medesimi si dice che la figura e di 
stile etrusco ; e gli Etruschi appunto erano quelli che 
davano le ali a molte divinità, cui non le 'davano i 
Greci e i Latini^ onde rimane strano che essi le to- 
gliessero ad una deità alla quale dagli altri generalmente 
eran date^ che se qualche volta trovasi la Vittoria de- 
scritta senza ali, ciò fu per indicarla permanente, ni 
ad una Vittoria permanente si adatta V atteggiamento 
di quella figura. Noi in secondo luogo non rammentiamo 
Vittorie totalmente ignude, e se veggonsi dal mezzo ia 
su quasi scoperte, proviene dall' attaccamento delle ali , 
che non debbono attaccarsi alle vesti : queste vesti ge« 
neralmente si veggono come enfiate dal vento , onde 
può ben convenirle quello che scrisse Ovidio, Meiam. ^ 
lib. I , V. 5a8 : 

Obvmque adyersas vArahant flamina vestes* 

£ il medesimo, Met. , lib. II, v. 875.- 

. • . • tcìiues sinuantur flamine vestes. 

Il muovere delle Vittorie non fu mai quello di una fi- 
gura danzante , ma bensì rappresentossi volante , ed in 
tal guisa la dipinsero gli antichi poeti : 

Adfuit ipsa suis ales Victoria templis. 

Glaudian. , de VI Cons. Honor. , v. Sgn. 
.... Dubiis volitai Victoria pennis. 

Ovid., Metam.y Uh, Vili ^ v. i2L 
. • , . Rutilas Victoria pinnas, 
JHxpiigat, 

Prudeot. contra Srm* , Uh, Il , v. a8- 



* 

k palma die ha nella manca, t con prababilitk 

Questa nudità poi quanto rimane impropria alla Hgim 
delle Vittorie , altrettanto conviene a quelle delle Bac* 
canti che danzano , specialmente di antico stile. Per tal 
motivo noi tralasciando gli esempi de' bassiriHevi , delle 
gemme; che sarebber «on pochi , d ristringeremo a citare 
quelli de* vasi detti efrnschi , mentre in quelli del Pas- 
feti ne abbiamo diversi da addurre. Una Baccante alla 
tav. CXXIll del tom. IL^ è quasi del tutto ignuda ^ ed 
ha una tracolla che la traversa nella vita. In altro vaso 
al detto tom. II ^ tav. CXXXIX^ sono due Baccanti i- 
gnude con monile e doppia fascia a tracolla ^ e queste 
tengono ambedue un corno da bere. Un altra Baccante 
danzante con un Satiro ha soltanto un piccolo panna ed 
una doppia fasda^ come le altre, ch^ U cinge , alla tavola 
€rXLYI. Così finalmente è una Baccante che balla con 
un Sileno alla tav. CXLIX. Onde se tutte le addotte ra* 
gioni fanno che non debba credersi una Vittoria^ moltis- 
fime giuste congetture la palesano una Baccante. Noi 
non parleremo delle armille, non della collana , cose 
tutte che assai ben convengono alle seguaci di Bacco , 
ma diremo bensì che i serti a traverso non s' incontrano 
che nelle Bacchiche figure ; noi non ne rechiamo esempi , 
avendone osservato cinto Bacco , i Fauni , i Centauri , e 
le fiere stesse sacre a questo Dio. Quello però che pi& 
ad evidenza il dimostra , sono quelle specie di scarpe 
che essa ha ai piedi. ISfonno parlando dc;lle Baccanti 
dice : 

Indtut argenteas plantas purpureis cothumis. 
Non., Dionys.y lib, XIV, v. aSn. 
Ed il medesimo in altro luogo narra che le Baccanti 
guarnite di semplici coturni^ avevano vinto gli Indiani 
armati di forti gambali di bronzo : 

Da mihi flavos calceosi ferve , q^uod ipsae 
Infractoé ocreae incUnatae sunt a cothumi^ 

Non., 1. e, lik- XXX, V. 28. 



à55 
jmò ' ravvisarsene U corona , che pare che imponga 



Che se i coturni veDatprj^ come altrove osaervammO; co- 
privano ed allacciavano quasi interamente la ^amba , 
pure i socchi ed i coturni che veggonsi ai piedi delle 
figure tragiche e comiche bene spesso' assomigrauo alle 
scarpe della figura , tlf cui si parla.. In molti de* vasi etru-»- 
schi ^òl citati di sopra , si veggono le Baccanti ed i Fauni 
colle scarpe identificamente simili, «come in quello alla 
uv. CXXITl, CXXXIX, CXLTI, CXLIX, tom. II, ed 
in altri. Quello bensì che ne assicura il soggetto, è il 
muovere i passi alla danza. Le saltazioni Bacchiche e 
militari sono descritte dagli antichi poeti, incominciando 
da Omerp, come poirk. vedersi nelle antichità Omeriche 
di Everardo. Feizio al lib. IV, capo Y. Nonno dopo aver 
narrato la vittoria di Bacco , introduce sul campo me- 
desimo il ballo dell' esercito muliebre trionfatore ^ vedasi 
al lib. XL, V. !i43 ® &®SS* Questa forse fu anche la ca- 
gione, per la quale il saltare era riguardato come un 
esercizio militare , leggendosi in Ateneo , che Socrate disse : 
Qui coris religiosissime Deos venerantur fortissimi (swu) 
in bello. Vedi lib. XIV, cap. VI, pag. 6afl, F. Conclu- 
deremo le nostre riflessioni coli' ossen^are , che la • figura 
che illustriamo pare in atto di trarre dalle armit del 
trofeo un qualche suono, cosa ohe anche combina, con 
quello che si narra degli gntichi trionfi , ove i trofici ren- 
devano spesse volte un snono bellico. Lo strepito sem- 
pre accompagnò le battaglie e feste di Bacco: il fragore 
degli scudi , de' timpani , lo strider de' crotali , d^' tiatin- 
paboli sono stati sempre l' accompagnamento di queste 
solennità. In tal guisa avremo dato noi due nuove im- 
magini di Baccanti trionfatrici e guerriere, poiché il 
portare i trofei ai dugi stessi si conveniva, come appren- 
diamo da Virgilio , Aen. , lib. XI , v. 83 : 

Iniutosque jubet truncos hostilHus armis 
Jpsos ferre duces j irUmicaque nomina figL 



s56 

dia donna che sta sopra il carro. La prima fi- 
gura che posa sulla biga de' Centauri sicuramenle 
è muliebre « e pare che conservi qualche indizio 
della nebride (i), o bassarà (tl)^ che le adorna 

£ potremo a queste adattare il verso, col quale Sldoaio 
descrive Roma guerriera pollante un trofeo: 

Quercusque tropefs 
Curva tremit , placidoque Dea sub fasce faticai ^ 
Sidon.y Paneg. ad Autem* I^ v. 4^* 

(i) La Nebride y come avverti il Buonarroti nell* illa-. 
«trazione del trionfo di Bacco, unita alle osservaìtioni so« 
pra i medaglioni del Museo Gacpegna, i propriamente 
la pelle de' cervi giovani , della quale solevansi adomare 
Bacco e i suoi seguaci. Diodoro ne adduce per cagione , 
che essendo quelle pelli asperse di macchie a guisa di 
goccie, in quelle macchie s'indicavano le stelle, essendo 
Bacco lo stesso che il Sole. In fatti il Bacco sopra la 
cista del Museo KirLeriano ha un largo manto ornato di 
stcUe. Vedi Mus. Kir., Aenea ^ t. I, tab. II, IIL Eusta- 
sio poi nel suo commentario a Dionisio de orbis situ^ 
V. 7o3, vuole che quella pelle fosse saera a Bacco, poi- 
ché imita colle sue macchie i grappoli delle uve. Quello 
però che è certo, è che veggonsi oltre queste anche al- 
tre pelli adoperate dai seguaci di Bacco, come quelle di 
daino, di capra, di pantera, ^lle volte ancora imitate e 
tessute , e tutte queste pelli diceansi promiscuamente Ne* 
irkU, Lattanzio interpretando Stazio al lib. II della Tebaide, 
T. 664 y <lìcc cbe la Nebride era una veste sacra che ve- 
stivano in tempo dei sacri ficj , come disse Tirgilio : 

Pellibus in morem cincti. 

Aen., lib. Vili, v. a8a. 
Con ragione perciò vedesi questa indosso ad Arianna , che 
stando sopra il carro trionfale dee vestirsi del suo abito 
piii sacro e solenne, giacché pompa sacra era anche il 
trionfo. 

(a) Bassara era una lunga veste che si vestiva da Bacco 



tf petto; e questa è la cagione per la quale noi 
ei aiamo indotti a crederla piuttoato ehe altra fi^ 
gura, quella di una Arianna, e non £ una Ce* 
rare , Dea del grano , la quale in mokÌ85ÌnH fra* 
gli antichi monumenli si vede trionfare col IMo 
del yino. Della figura per altro di Bacco pochis^ 
simi sono gli avanzi restatici, e solo appare il 
tirso» o la ferula, che egli avea nella destra (i)l 
L' indietro di questo bassorilievo è anco pieno 

e dalle sue seguaci. Antonio e Porfirio ^ antichi scoliasti 
di Orazio vogliono che cosi si dicesse da Bassàra loo^o 
della Lidia y ove si lavoravano. Vedi Hor.^ lib. I^ od. XTIII, 
ir. II. L' antico scoliaste di Persio ne deriva it nome 
dalle volpi ^ che Bassare dai Traci si dicevano. V. Pers. » 
sat. I; V. loi. Da questa veste Bacco fu denominato 
Bassareo ^ e Bassaridi le Baccanti. Da qualcuno si crede 
la Bassara una specie di scalpa ^ ma gli eruditi più ge- 
neralmente la crederono una veste. 

(i) Della Ferula parla Plinio al lib. XIII, cap. XXII / 
tom. Ili, pag. 69, scct. XLII^q, lungamente, e ne di- 
stingue i diversi usi anche medici. Il medesimo nelcap. I 
àe\ lib. XXIV, tom. IV, pag. 3o4, i5, dice che è gra- 
tissima agli asini, e sacra a Bacco. Questa cofrfsponde 
alla canna d' India , che per la leggerezza é per la so- 
lidità riesce il più comodo appoggio. Bacco vedendo 
che nel furore del vino i suoi seguaci si ferivano coi tirsi , 
sostituì a quelli la ferula , che li sosteneva nelF ubbria- 
chezza, e non poteva recar loro quei danni che pote- 
vano fare i tirsi , che erano guarniti di punte di ferro y 
benché coperti dalle fc^lie. Nella tavola VII del tom. V 
del Museo Pio-Glementino , un Centauro porta un arbo-^ 
re , e giustamente dalF espositore è chiamato un Cen- 
tauro Deiidroforo, Veggasi ivi nelle note l' allusione di 
questo alle celebri feste Dendroforie. 

Museo Chiar. Voi. I. 17 



95» 

di scultnw. Tre tlefiunu {i)^^ dÌTeree guise dw 
sposti conducono rarj prìgionierì, e altri (Uversi 
cumnielfi prestano lo stesso officio (a): nell' estremitli 
altresì yeggonsi varj panneggi appesi (3)^ cose chq 
tutte accrescofiQ il deqoro dd trionfo, 

^ m , 11 , ■ I ] ' « 

(f) L'India abbonda di elefanti /ansi , secondo Plinio , 
ye ne ha an genere minore, del quale si servono per 
arare^ Y, lih. YIU, cap* I, tomt II, p^g. iSq, 5. Alcapo 
|[ soggiunge che Pompeo fu il primo a trionfare in Roma 
noi carro tirato da elefanti , imitando il trionfo di Bacco, 
1^* Àrduii^Q nelle qote ed emendazioni al lib- V{(I asse» 
risce che pon h^ trovato altrp antico autore che de^ 
Ki'ivi^ Bacco ìp un carro tirato da elefanti, ma bensì 
pio49ru e Nopno. \o (anno compi^rire nel trionfo sopra 
un elefant(« V, tom. II, pag. a5a, nota IV. 
. (9) ) cammelli sono animali ^he abbondane nelle ]ndìe , 
e fragli episodj d^ll^ pugile degli Indiani con Bacco, 
r^onnq, life. XJV, v, 370, d^crive le Baccanti che ta- 
gliarono la testa ad nq caipm^Uo. Siccome poi i trionfi di 
Bacco si ^'|erÌ8<:ono fi tutte le 9ue vittprie nell'Oriente, 
possono an^orji i cammelli riferirsi all' Arabia, che ha per 
suo pftrti(:olar simbolo il canunello, e che fu da essosogn 
giogata. Vegga^ E^uripì^e, 8ac., v. tfii Noqqo, Dion. 9 
|ib. X\l. 

(3) Voji cr^ian^Q chf» questo bassorilievo sia di stile 
latino, per^ij^ potremmo illustrarlo ancora cogli usi ro- 
mani. Sappiamo dagli antichi autori , ohe n^' trionfi so- 
levano portarci dell^ tel^^ pve erano, dipinte le battaglie 
e le glprìe d^i vincitori , e queste ^i «osp^ndeyanp alla 
vista del popolo, Ciò non ostante piii^ probabilmente cre^ 
4iam<^ ch^ queste tende vi siano state collocate soltanto^ 
per da^ maggior venerazione a^ sacrificio ch^ qui si ce- 
lebra , tan^oppiù che alle volte si formarono sotto le ten- 
^e, qv.asi dirpi i tempj degli Dei. Bene spesso questi 
drappi , detti da* Latini Aidaeaf sono po^ti dagli an^<^i V« 



Poco noi possiamo dire della scidtara di questo 
marmo , non essendovi restata alcuna parte intatta 
che possa fame decidere il merito. La composi- 
zione per altro è assai bella, ed in qualcbe parte 
mien danneggiata appare nel lavoro il tocco della 
mano maestra. 

Queste casse sepolcrali che si facevano dagli 
scultori greci e latini per venderle posteriore 
mente (i), par si eseguissero da essi con un af- 
fcdlamento di soggetti per ritrame forse maggior 
prezzo; oppure era costume di quelli che l'acqui- 
stavano il ricercarvi tutte queUe cose misteriose 
che dalle sacre cerenionie si richiedevano.. 



tefici y come per dividere i diversi fatti che si ' rappre- 
sentando \ ma qui essendo tutta una pompa ^ non può. ad- 
dursi questa cagione. 

( I ) L' espositore del Museo Pio-Clcm., lom. V , tav* Vili , 
avverte che tali casse sepolcrali venivano già lavorate 
dalla Grecia e da altrove. Quest' uso ^ cioè che si tenessero 
dagli scultori e dai marmorar) pronte^ e non intiera- 
mente compite le arne^ è confermato dal fatto ^ trovan- 
dosi continuamente sarcofagi colla testa delle figure prin- 
cipali non compite, per adattarvi il ritratto dei defunti, 
come altresì trovansi per la stessa causa col ritratto del 
clipeo non compito , o coli' iscrizione non iscritta. Avre- 
mo nel decorso dell'opera a pubblicare molti monumenti 
xbe lo confermano. 



96q 

TAVOLA XXXV. 

9 

Una pompa Bacchica è sculta in questo bas;^ 
sorìlievo , che meiita lode per la semplice e vaga 
sua composizione 9 benché non eseguita con tutta 
la maestxia. Il rilievo assai risaltato ha fatto per* 
derae moltissime parti, e la qualità del marmo 
ha tolto col correr de' secoli alla scultura quasi 
del tutto la superficie, lasciandola corrosa. Po- 
tranno però i veri intelligenti dell' arte trarla prò* 
fitto dalla osservazione di questo monumento, che 
unisce più di un gruppo assai bello per la va- 
rietà delle figure e degli animali che lo com- 
pongono. L' ultimo Gruppo femminile a sinistra 



* L? due ultime figure coir estremitk della zampa della 
tigre a sinistra de* riguardanti j essendo n^oderne , sono 
state distaccate da questo bassoriUevo \ perciò è restato 
H pezzo antico lungo palmi sei e oncie due ^ e alto palmi 
tre e Qncic due. Benché afatbia molte parti mancanti , nt 
ha alcune pure di moderno ristanro^ come il muso del 
giumento j 1^ gambe del Sileno ^ parte del braccio destro 
del ni^desimo , \^ testa del secondo Fanno col braccio 
destrosi e parte del panno ^ H muso e la zampa della 
tigre j la testa e la spalla sinistrai del Bacco ; la gamba 
destra j e parte della coscia del medesimo^ come altresì 
H brs^ccfo destro sino al gomito ; finalmente dell' ultima 
figura è moderpa la testa ed il braccio fino al gondto; 
II maimo nel quale e scolpito e greco salino. Già ap* 
partcn(r\''a al cav. Bartolomeo Cavaceppi y e poi fu acqui* 
stato dal &ig. Giovanni Pierantonj scultore accademico. ' 



À6t 

di chi ^riguarda sarà per altro dia noi trascurato, 
come moderno supplemento, che con giuria av-^ 
•redutezza è stato ora distaccato ^ prìnwi di col* 
locarlo nella parete, per tioti oonfondere i mo^ 
derni capricci coi rispettabili avAn;d de^ antichi 
layorL 

U primo gruppo che si rappresenta è il sa« 
crìficio di un volatile sopra ad un' ara quadrata. 
L' ara è cinta d' encarpi ; sorge su questa vivida 
fiamma, sopra la quale una sacerdotessa, nuda 
il pie, e di doppia veste coperta, ofiBre un uccello, 
mentre altra donna assiste al sacrificio, levando 
in alto una face ;. e così indica essere una cere>* 
monia notturna (i)% INel nostro marmo manca la 



• (i) Dalla narrazione che ci lascia Livio alla Decade IV, 
lib. IX p cap. 8 e segg. , chiaramente appare che fossero 
notturne qneste superstizioni. Matteo Egizio ^ il qnale con 
somma erudizione illustrò il Seruftusconsulio che proibì 
i Baccanali y e riportò in principio quanto sopra ciò scrisse 
Livio ^ secondo la sua lezione si trova al $ II: Quumvi- 
num animos; et nox , et misti feminis iMires , aetatU 
tenerne majoribus, discrimen omne pudoris extinxissent. 
E nel $ VI : Expromeret sibi quae in luto Sinulae Bac* 
eanaUbus in sacro noctwrho solerent /Uri» Come al $ Ytit : 
Nocturmtm sacrum ex diurno fecisse. E quello che più 
§i adatta al nostro caso, $ XtiMatronas Baccharum ha* 
iitu Cam arientibus facibus deeurràre ad Tfberim ^ de- 
missasque in aquam faces, qiwt vivitn$ sulpJwr ^um 
calce insit integra fiamma efferre. 

Anche gli antichi poeti lasciarono cenno di queste not- 
turne ceremonie, e perciò Stazio scrisse nel hh. It della 
Tebaide , v. 661 : 

. • • • non haec Trieterica vobit 

Nox patrio -de more venite 



.^6a 

deità , cui si sacrifica , ma in molti altri simili 
monumenti si osserva una figura di Bacco bar- 
bato, o un suo erma, come in quello danoimo* 
strato alla tavcda antecedente. Il religioso rito d' im* 
molare un gallo trascurato, e male interpretato 
da molti scrittori eruditi, è stato notato ancora 
dall'espositore del Museo Pio-Clementino , in un 
bassorffievo di quella raccòlta (i), ed in altri. 



E Virgilio al lib. lY dell' Eneide , v. 3oa : 

.... ubi audito stùnuUmt triaterica Bacco ' 
Orgia, noctumus4fite vocat clamore Cithacron, 

Ore notò Servio t Noctumusque ) nocte eelebratus , unde 
ipsa sacra Nycteìia dicehatUur: quae populus Rowanus 
exdusìt , causa turpitudinis. Nelle Baccanti di Enripide 
si fa dire da Bacco medesimo a Proteo, la cagione onde 
erano notturne queste solennità , mentre si dice al v . 48^ • 

Ideili. Haee vero saera noeta , an interdiu faeU F" 

Biec. Noeta flenm^ue , tenehrae enkm habent , mìitpiid aagaUL 

(i) N«l Museo Pio-Glementino , tom. Y, tav. YIII , i 
riportato il bassorilievo qui citalo, « nelle spiegasioni si 
avverte che il frammento pubblicato dal Winkelmann al 
num. 39 dei Monumenti inediti non è un avanso di una 
statua di Bellona, ma bensì di una di Bacco simile a quella 
che vedesi in. questo marmo. 

Circa il sacrificio del gallo si potrebbero addurre molte 
allusioni y seguendo F acuteua di alcuni interpreti delle 
antiche cose. Questi supposero che U gallo si sacrificasse 
alla notte ; perchè ne turba la quiete, ed il giorno .pre- 
dice. Lo stesso può dirsi dei riti di Bacco ^ che essendo 
le più volte notturni, erano dal suo canto turbati , e quasi 
se ne indiceva il termine coir annunzio del giorno. Jlfa 
essendo nostro sistema di attender poco a queste sotti- 
gliezze allegoriche, diremo qualche cosa sopra gli uccelli 
sacri a Bacco. Nella pompa trionfale di Tolomeo descritta 



a65 

Benché il' gatto non si trol^ péhiòóiahidéDté sa'^ 
ero che di Sole ^ alla Luna , ad Esculapio ^ agli 
Dei Lati , a Mercurio , a Palladè , a Gibele , a 
Mane, purè gli Accademidi Erbolanesi provarono 
tche get^eralmértte èra una Vittima minore che o& 
firiyasi a tutti gli Dei (i), e jpertiib ancheaBdccQj 
t inoltre potrebbe dirsi che la Confusione di Bacòo 
eoi Sole , secondo la teologia egiziana^ poteYA 
fare il gallo sacro à BacCo con particolarità mag-> 
gioré (3). Se poi non appagano queste ragioni 
che da noi si adducono, sarà a lintfacciarsi il 
hioiiiro di simile sacrificio, ma non sarà a con-^ 
ti*astarsene la rappresentanza contestata da moki 
antichi bassiiilievi consimilL 

SiegUe il gruppo di Sileno, che é^rse è unico^ 
e si distingue da ogni altro monumento^ giacché 
non rammentiamo un ^ Sileno che caV^dcando suoitii 
la lira* In Un Baccanale del Museo Pio-Clenlen- 
iino Vedesi Sileno precedere pedestre la pompa 
Bacchica, suonando la cetera (3); molte , antiéhità 



^a^g^^mt^m^mm^^mimmtlmmtm 



da Atctteo éì raittm^iitano le doldmbé o Je tortore vo- 
lanti legate con nastri. Esichio fa mentioUe di Bacoo lin- 
aio > ed il Giraldi> Synt. 8 deDiis, è di parere éhe così 
li dicesse dair uCceUo linge ^ o MoUcilla > o Verticillà 
usato negli ifacatesimi e ne' farmaci amorosii 

(i) Vedi Antichità d'Ercolano, tomo Vili. Lucerne, èc. 

ptig. ad) nota 3. 

(a) Sopra cpiestd argomento è sUto indicato abbasun^à 

alla pag. *ii6 di questo tomo. 

(3) Vedasi la tavola XX del tomo IV del già citato 
Musco Pio-Cicmentino , e si legga alla pa|^. i54 ih 
nota (a)* 



964 

Io mostrano in diversi atteggiamenti maneggiare 
l'isiesso istrumento (i), ma niuno ne sappiamo 
indicare che il nostro assomigli , laonde dobbiam 
riguardarlo come singolare. Esempj per altro di 
citarìstrie e di altri seguaci di Bacco , che col 
$uoa della lira ne accompagnino le pompe , non 
mancano in ogni genere di monumenti , onde que^ 
sto suono si unisce bene spesso alle ceremonie di 
questo Dio (a). Il i^ileno del nostro marmo non 
è di quelli corpulenti o vellosi , ma bensì di ro- 
busta e mosculosa corporatura, come vedesi in 
varie gredie spukure; con mollezza siede sopra 



(i) Noi recheremo tre eserapj dì vasi fittili^ ne' quali e 
Sileno o un Fauno con lira: questi sono riportati dal 
Passeri, Piet. Etruscarunt in vasadis , tom. If , tab. CXXIII, 
Ub. CULXXVIl , tab. CLXII. A questi aggiungeremo la 
£emmariport^adal Manette, PiVr. Grav., tom. II, pi. lxxxii, 
da esso spiegau per Ercole Musagete sedente sul globo, 
sopra a quale posa la pelle di leone. Sembra dalla fiso- 
nomia , dalla barba più prolissa , dalla cultura de' capelli , 
che questo pia Terìsimilmente sia un Sileno che siede 
sopra un otre, le legature del quale possono sembrare 
una pelle soprapposta. 

(2) Il snono della lira era tanto proprio delle pompe 
Bacchiche , che continuamente veggonsi i Baccanti , i 
Fauni ^ i Satiri , i Centauri , suonando la IJra ; fraì GenJ 
.medesimi di Bacco scolpiti in un marmo Capitolino ri- 
portato al tom. IV, tav. 57 , ve ne ha uno che suona 
la lira. Era poi il suqno della cetra tanto adattato all'ac- 
compagnamento di Bacco , che nell' altre roke addotto 
trionfo di Tolomeo FUadelfo vi furono trecento uomini 
con corona d' oro che snodavano trecento cetere , come 
scrisse Ateneo^ Ifb. T, cap. Vili, pag. aoi. 



265 
3 giumento, giacché de' panni fimbriati formano 
a luì come una sella o gualdrappa , nel' che 
può dirsi che siegue il molle stile dell' Oriente de- 
bellato (i). Diversi Fauni poi in giovanile età ne 
sostengono d'intorno la vacdlante persona, e ne 
ricompongono il pallio , che gli ricopre il capo , 
da esso abbandonato per Y uhbriachezza. 

Non vinto dal vino , Pan saltellando accompa- 
gna Bacco assiso sopra una rapida tigre , che ha 
d'intorno al collo un serto di pampini, e che par 
superba del peso del Niune. Quattro figure com- 
pongono questo aggruppamento gentile, e la di-> 
versitk delle cose lo rende, così ben contrapposto, 
che nulla più 3 onde molto abbiamo a dolerci di 
non poterlo scorgere quale uscì dalla mano del 
suo artefice. Il Satiro capripede , la fiera coperta 
di lungo pelo , fanno risaltare la delicatezza e le 
forme quasi muliebri di Bacco, che col tirso nella 
destra, e delle uve neUa sinistra, siede sopra la 
tigre (2): Le vesiimenta ancora di una Baccania 



•M 



(1) Era uso degli Orientali il cavalcare con mollezza : 
Sileno per tal motivo venendo da quelle regioni doveva 
seguirne le costumante. Senofonte parlando della delica- 
tezza dei Persiani , dice che non adoperavano selle , ma 
molti panni: Jam vero multo plus stragulorum in etftus^ 
quam in cubilihus habent ; non enim tam ttfuestris re$ 
ipsis est curae quam ut molliter sedeant. Xen. Cjtì Paed.y 
lib. VITI , cap. Vili , S 9 , tom. I , pag. 558. 

(3) Il sig. Zoega nella sua eruditissima opera degli an- 
tichi Bassirìlievi al tom. II, tav. LXXIV, pag. 142, in- 
gegnosamente .notò che gli antichi vollero indicarci nella 



à66 

che softtìene un timpaiio (1)9 e le rusticke forfittf 
di un Fauno che regg^ una &ce (2), che soff 



à 

velocità delle tigri che veggonsi cotidutre Bac<ìo ^ la ra-< 
piditk colla qaale si estese la cultura del vino sopì-a 11 
terra , come per denotare la prestezza colla quale si pto-^ 
pagò la coltivazione dei grani dettero a Cerere un carro 
di draghi alati. 

(i) L' eruditissimo sig. Zoega ha fatto menzione di que- 
sto marmo nel secondo tomo dei bassirilievi di Roma / 
pAg. i44* ^gh crede che questa figura col gomito ap- 
poggiato sopta il timpano sia Cibele assisa in trono : noi 
F abbiam creduta una seguace di Bacco^ cui tanto spesso 
vedonsi fra mano i timpani ed altri stromenli da suono y 
né ci sembra questo un luogo a proposito per collocare 
una deità di tanta venerazione: al che aggiufigéremo ^ 
che pei* quanto rimane della spalla destra di tal figura ^ 
non sembra che questa abbia il capo velato^ distintivo 
quasi generalmiénte attribuito a Cibele. Egli avvisa che 
questo sarebbe V unico monumento^ ove si vedesse la 
gran madre degli Dei in compagnia di Bacco e di ^an, 
coi quali sovente «1' uniscono gli antichi scrittoi ,' t che 
potrebbe esservi stata posta per indicare la Frigia f coi- 
rne in qualche altro antico monumento. 

(2) Noi già alla nota (i) di questa tavola, p. a6i , riporr 
tammo un passo di Livio^ nel quale si dice che le fiac-' 
cole adoprate nei Baccanali avevanio entro vivo zolfo e 
calce, e che perciò nelle acque non si ammorzavano. 
Questa proprietà di non ammorzarsi nelle aeque certa- 
BKinte non conviene a tal mistura^ né sappiamo essere 
stato cognito agli antichi il fosforo, onde dobbiamo sup* 
porla una finta immersione > o una immersione che to- 
talmente non estinguesse il fuoco che rimaneva eelj|to 
.nd ' tubo della face stessa. L* epiteto ^ di rivo che dassi 
allo zolfo da Plinio, lib. XXXV^ sect. I^ lin« i3) pag. t^o^ 
tom. Y, chiaramente s'interpreta esseie ijuelfef^ìie aoft 



267 
t£etro aHa figura cEi Bacco lavorate leggermente, 
danno T ultimo compimento a questo elegantissimo 
gruppo. 

n vuoto che rimane nel plano del bassorilievo 
è occupato da una cista {rammentata con entro 
an. serpe, da una tigre minore che divora un 



ay«va tperìmenuto il fuoco y e quésto come lùeno par- 
lato doveva arder meno di quello purificato. .Questo zolfo 
vìvo , secondo Plinio , 1. e. , dicevasi. dai Greci Afryron , 
come anche asserisce Celso, Hb. V, cap. XVIII, S ^'s 
Sulphuris ignis non experti qiiod afCVpOV vocatur* Il For» 
cellini chiama uso rustico Y uso delle faci ^ e ciò lo mo» 
5tra assai adattato alle feste Bacchiche : la semplicità che 
accompagnava le cose d«lla campagna avrà forse fatto 
adoperare lo solfo nelle faci , come naturalmente ritro* 
vasi , e non come si riduce dall' arte. Erano poi le faci 
tanto usate nelle feste di Bacco ^ che forse da cib questo 
Nume fu detto ?,ail^a9lO(;, Non sarà poi qui fuor di 
luogo, se diremo qualche parola sopra le faci degli an- 
tichi. Queste erano legni di forma conica o ciliudricn^ 
vuoti nel mezzo ^ e riempiuti di ihateria assai combusti- 
bile; e di piccioli legnetti; ove alle volte si frammischia*' 

^ vano ancor degli odori. Si facevano del legno della quer- 
cia , dell' olmo , del pino y della noce , il tutto ben sec- 
cato al fuoco o al sole. Di spino bianco si formavano 
quelle*, colle quali si accompagnavano alle case dei m.a- 
riti le spose novelle , e tale arbore si usava dai Romaii> 
« perchè contrario al fascino , e perchè usato dai com- 
pagni di Romolo nel condurre alle lor cas^ le rapite Sa- 

,bine, come apprendiamo da Plinio stesso al lib. ICVI, 
sect. XXX, pag. a54> tom. III. Potrà 1} lettore otsser^ 
vare neltom. II delle Pitture.d'Ercolano , pag. 83, n. 16/ 
molte riflessioni sopra la materia posta dagli antichi nelle 
faci per ardore^ coipe il verbasco e le fòglie di canna* 



a68 

teschio di capra, da uu piccolo puuo o G^tuo 

seduto incontro a quella: e questo può indicare 
la mansuetudine , alia quale quel Nume conduce 
le fiere, ancorché conservino tutta la lor forza 
e tutto il loro valore (i). 

Noi non esitiamo ^ riguardando i diversi gruppi 
di questo bassorilievo , a crederlo in molte parti 
proveniente da elegantissima invenzione, imitata 
non coU' ultimo finimento da scultori secondar) , 
che neir eiseguirlo mediocremente han pur lasciato 
trasparirvi il sublime , al quale in vano han cer- 
cato giungere nel lavorarlo. 

TAVOLA XXXVI, 
XlXXVII, XXXVIII, XXXIX. 

Ara con Vedere e Menadi darzauti ^. 

Quest' ara quadrilatera uscita alla luce fralle ro- 
vine della prisca città di Gabj , si rende assai rag* 



(i)Come le tigri avessero relamne con Bacco fu trattato 
alla nota (tt) 'della tav. XXVlII^p. 221 di questo .volume. 
Aggiungeremo ora che un non so che di $opranaatura> 
può convenire a queste fiere seguaci di Bacco ^ giacche 
-desse furono le sue ntitrìci cangiate in quelle fiere. An^ 
-ch'e il giumento di Sileno può avere qualche singolarità, 
mentre al dir d* Igino j Poti. Astron. ^ Iffo. Il , cap. XXIIl, 
fu cangiato in 'costellazione celeste in benemerenza d* a- 
vere atterrito i Titani nella lor pugna contro gli Dei, o 
per altri servigi recati a fiacco medesimo. 

r Qaest' ara i alta palmi dne e encie 11 ^ larga palmi 



«6<| 
gaardevolè per le figure che l'adornano, e con* 
ferma molte erudite osservazioni nel tempo stesso 
che sparge lume sulle arti antiche. 

Gioverà primieramente osservare che la Ve- 
nere , la quale si mostra nel primo lato dell' ara » 
è lavorata in quello stile duro e ricercato che 

f I ■ M , ■ ■ Il 

duc^ oncie ii 3 ed è scolpita in marma pentelico. Es^ 
sendo questa molto corrosa e maltrattata dal tempo j \in, 
diverse stuccature e piccoli ri stauri in varie parti. Nella 
facciata principale esibita alla tav. XXXVI ^ è moderna 
la mano sinistra e la gamba destra con parte della coscia 
della Baccante cbe sta dietro Venere : 1* altra Baccante 
ha di moderno la metà colla testa del quadrupede ^ e di>- 
verse estremità de' panni. Alla tav. XXXVII non vi i 
di moderno che qualche piega del panneggiamento della 
prima Baccante e la punta del tirso della seconda. Alla 
tav. XXXVI (I manca alla figura con timpano la metà 
inferiore 3 lo stesso all'altra con tirso, alla quale manc^ 
ancora la mano sinistra j ed ha antica ia metà della gamba 
destra. Alla tav. XXXIX sono di moderno ristauro dal^ 
petto in su le due Baccanti con tirso 3 e della terza non 
è antico che la testa col principio del petto. 

£ stata quest' ara acquistata dal sig. cav. Vincenzo Pa- 
cetti; e fu nel 1792 scavata insieme colle altre antichità 
di Gabj alla Tenuta di Pantan de' Griffi dal celebre pit- 
tore Sco:&zcse Gavino Ilamilthon fortunato ed indefesso 
ricercatore di antichità. Questi si riserbo tal frammento, 
come rara cosa frai tanti monumenti rinvenuti in quegli 
scavi , e f a dal medesimo data al cav. Pacetti in compenso 
della stim^ che dal medesimo fu fatta come perito com- 
promissario scelto da esso e dal principe D. Marco An- 
tonio Borghese per valutare quanto erasi trovato in quella 
escavazione y e così regolare le condizioni e 1' acquisto che. 
da quel principe y mecenate delle arti , si fece di tutti \ 
Monumenti Gablni, 



r' 



una Tolu dicevàsi etrasea^^e che pm fu rìcooo* 
9ciuu> essere una maniera greca di tempi assai 
remoti La città Gabina non fu giammai creduta 
di orìgine eirusca ^ ìmèA heoA tutti gK amichi scrit- 
lorì che ne parlarono le assegnarono greca orì« 
gine (i) e greco cnlto : onde questo religiosa 
monumento ivi rinvenuto ci addita che oltre 
un' antichissima Giunone (2)^ anche una Venere 
all' antica foggia scolpita era venerata da quei 
popoKa 



(i) Dal Tolpi nella sua descrizione del Lazio antico si 
chiama Gab] di greca origine ^ e benché da Strabone, 
Gb. Y , pag. 237 , generalmente citato a tal proposito 
non sia asserito^ pare Dionisia d' Aiicarnasso lo afferma 
al lib. I^ cap. LXXXTV, tom. I^ pag. 69, 1. 39, e 
molto più chiaramente V indica Solino al cap. Il, pag. iS, 
C: Nótian est . . . Gabios a GaUuo ^ et Bio Siculisfra- 
trihus constttutos. Egli è di parere che dall' abbreviamento 
di questi due nomi derivasse il nome di Gab}. 

(a) n cuho di Giunone, antichissimo in Gab j, fa decan- 
ato da Virgilio, Aeneid. , lib. Vii, y. 6S%: 

Quicuìupte arva Gahinae 
Junonis ^ gelidumque Anienem , et roscida mis 
Remica saxa colunt. 

Come altresì leggesi in Silio Italico ^ lib. Xn , r, 537 : 

Juxta Junonis tecta Gabinae* 

Di questo tempi» di Giunone cosi celebrato dagli anti- 
chi poeti esistono forse ancora le rovine negli avanzi di 
quella città restati nella tenuta di Pantano, come potrà 
leggersi nei Monumenti Gabini della Villa Pinciana de- 
scritti dal sìg. Ennio Quirino Visconti , monunaenti che 
n mondo dovrà sempre alla generosità del principe doa. 
Marco Antonio Borghese , che dopo averli fatti tarre dalle 
viscere della terra ^ fece anche porli in si chiara luce- 



• Noi siamo di parere eiié le pia anuclie imma* 
gmì di Venere fossero rappresentate coperte di 
Kinga veste, giacché tali sono quelle che nei 
monumenti di anuco greco stile ci sono restate. 
La Venere del celebre piUeale Capitofino così è 
figurata (i)^ cosi quella deU' insigne ara triango- 
lare Borghesiana (2) j tale si descrìTC da Pausania 
qualche antichissimo simulacro di Venere (3): e 
tal sembra che fosse Tuso ai tempi ancor di 
Prassitele, giacché egli una vestila ne scolpì, ed 
altra • ignuda , e fu da' suoi cittadini di Coo scelta 
quella vestita a preferenza dcH' altra (4) ; U che 
sembra ohe possa far congetturare che la se- 
conda più dal comune uso si dipartisse. Potrà 
di più dirsi che Venere vestita propriamente m 
rappresentasse, quspido voleva farsi nel suo tran** 



(i) Vedi Mus. Capit.^ tom. IV, tav. XXII. 

(a) Visconti^ Monumenti Qahini y tav. Aggiunta, 1, k. 

(5) Pausania , descrìvendo una statua di Venere , eh* e- 
gli chiama antichissima , dice che aveva la testa , le mani 
e i piedi di marmo , il rìmanente era di legno : Venerem, 
ligneam , et ipsam prisùi operis Demophon fecit. generis 
numus, osj et imi pedes e lapide sunt. 'Panssin.jlib^yi/I^ 
cap» XXXI j pag. 665 ; V estremità di altra materia non 
ai adattano se non che ad una figura vestita, 

(4) Plinio, al lib. XXXVl : sec. IV, § 5, tom. V, 
pag. 275 , narra questo fatto , parlando di Prassitele . Duas 
fpcerat simid^fue vendehat , alteram velata specie jquam 
ob id quidam praetulertmt , quorum conditio erat Coi j 
qum alteram etiam eodem praetio detulisset^ severumid 
et pudicum arbitrantes: Reje<:tani QnidU emerunt immensa 
differenfia famae^ 



quillo stato di deità; mentte le Teiieii* igimdfe 
sempre qualche suo paiticolare atteggiamento espri* 
mono ^ come di sorgere dalle acque , di lavarsi la 
chioma, di uscir dal bagno, di specchiarsi nd 
tonte. Ancorché per altro tanto i greci monu^ 
menti, quanto molte meda^ie imperiali (i) ci pre-* 
aentino varie immagini di Venere vestita , pure » 
a dir vero, se a questa figura non fosse restato 
Amwe che le vola d' intorno , ed il fiore neUa 
mano , forse avrdibe potuto senlbrare una figura 
di Bacco in abito midiebre, che firalle sue <xmi- 
pagne danzanti placidamente si stesse. Ma il tempo 
fortunatamente non le ha tolto i simboli, ed ha 
lasciato chiara una rappresentanza che ci porta 
alla cognizicme di ceremonie non comuni fi*aUe 



A due feste che in onore di Venere si cele- 
bravano , noi crediamo che si possa riferire la 
presente ara , e queste sono le Adonie e le Vi- 
nalL Le prime forse celebrate dai Greci abitatori 
di Gab), erano ancora per li Gabini una me- 



(i) Nelle medaglie imperiali latine noi non rammen- 
tiamo Veneri ignade ; solo è seminuda la Venere vinci-' 
trice , e quella con Marte nelle medaglie di Giulia , dt 
Tito , di Faustina , di Caracalla ^ e di altri posteriori. 
Tfelle medaglie dal Bieo aggiunte ai dialoghi di Antonio 
Agostini, tradotti in latino^ e stampati in Antnerpia nel 
1617, alla tav. ^o ^ nnm. 5 , «i vede Venere tutta ve- * 
stita nel rovescio di una Sabina } cosi alla tav. 4^ , al 
num. a e 3 3 nei rovesci di Faustina , tav. 5i , num. ii3 ; 
nel rovescio di Crispina ^ ed in altre medag^lie pMteriod* 



xnoria^ detta loro antica orìgine e di lor prisca 
religione; le seconde potevano ayer avuto luogo 
nel rìsorg^ento di questa città, quando i Bo- 
Diani formarono quivi tante loro delizie , e fecero 
risorgere quella città quasi abbandonata e di- 
strutta (t). 

Delle feste Adonie troviamo cenno nelle Sacre 
Lettere (2) » e tanto presso t greci (3) , quanto 



(i) Ad evidenza si prova dal «iig. Ennio Quirino Yir 
sconti j nella descrizione dei Monumenti Gabini della Villa 
Pinciana , in principio , che Gabj dai tempi di Augusto 
a quelli di Gordiano Pio era tornata quasi al suo pristino 
splendore. Le immagini di M.. Agrippa, di Tiberio, di 
Germanico, di Claudio, di Nerone, di Adriano^ di M. 
Aurelio, di Settimio Severo, di CaracaDa , di Plautilla, 
di Geta, di Gordiano Pio ivi- rinvenute Y additano fio- 
rente e risorta; come altresì lo comprovano le lapidi 
Gabine che portano Y epoca di Tiberio , neir eimnciata 
epera egualmente illustrate. 

(a) Si legge in Ezechiele secondo la volgata, al capo 
Vili, V. i^i Ei ecce ibi muUeres sedehant plan^entes Ado* 
nidem. Che se da alcuni la parola ebraica Thammuz si 
riferisce ad Osiride, pure, come noi osseiveremo, non si 
varia da questo la sostanza della cosa, facendosi dai Pa- 
gani istessi confusione fra Osiride ed Adope. Teodoreto 
aveva parimente spiegato la parola Thammuz in Adone. 
JTiammuz secundum graecam linguam Adonis est. V. 
tom. II, pag. 341 y C. 

(5) I diversi riti di queste feste da qualcuno si con- 
fondono colle Eleusine , come asserisce il Lazio ueUa Gre- 
cia antica nel Tesoro Gronoviano, tom. VI, pag. 3555/ 
S, seguendo l'autorità di Plutarco. Lungamente per al- 
tro 'si parla delle feste Adonie da Gio. Falsoldo , De fé- 
stis Graecorum in Gran. Thes., tom. VH ^ /wg". 537 / ^f 

Museo Chiar. Voi. I. 18 



374 ' ' 

presso i latioi scrittori (i). Qnestè si rifèrìvafio 
alla molte di Adone ucciso dai dente del cignale 



e da Pietro Castellano sopra lo stesso argomeato nel detto 
^esoro^toTn. Tlt, pag. 6iO; A. Il Meursio poi nella sua 
Graecia feriataj Gron. Thes.^ tom. Yll^pag. 706^ C^ ad* 
duce \ passi di molti greci autori che ne parlano , come 
di Teocrito y di Museo, di Gratino, di Difilo, di Fiutar* 
co, di Esichio. Concludesi però dal medesimo dottissimo 
scrittore , che doppie erano queste feste , ed una era di 
mestizia e V altra di allegrezza. Adone , dopo la sua morte p 
dicesi che dimorasse sei mesi presso Proserpina e sei 
mesi presso Venere. Al suo ritomo dall' inferno celebra** 
vasi la solennità di giubilo. Procopio Gaseo così si spiega 
in Esaiam, pag.' a58 ìVerum cum et ibi etiam a PìmjUo^ 
nis coniuge adamari eundem ùontigisset , anno in duo 
tributo , ut adolescente sex mensibus Di^ae aUemis po^ 
tirentur inter easd^m convenisse, Postea vero cum idre» 
versa amicis nartasset ; instituta festorwn célehritate ^ 
àicut antea desiderium absentis luctu testati Juerant , eos^ 
iem revertenti esse gratulatosi Anche Cirillo Alessan* 
drino al lib. II , in Esaiam , conferma tale opinione : 
Graeci hinc tale festum excogitarunt , ut se cum Ve* 
nere , propter Adonidis mortem moesta condolere et be' 
gere : Redeunti autem ex orco j et inventum esse dicenti , 
quetn quaesiverat gratulari , et una exultare simuiarenté 
V. toni, if , pag. anS. 

<i) Ammiano Marcellino, lib. XKII, cap. 9^ fa men* 
sione di tali feste; Lamprìdio altresì in Elagabalo, TI, 
pag. 807 , dice : Salambonem etiam, omni planctu et ja^ 
ctatione Sjrriaci cultus exibuit. Un passo per altro d' 
Macrobio comprova quello che dagli scrittori cristiani ci- 
tati alla nota antecedente fu asserito. Egli dice: Ritu 
eorum catabasi fitti ta ,■ simulationeque luctus peracta cae^ 
lebratur laetitiaà exordium a, d, octavum Aprilis. Vedi 
Satum. j lib. I, cap. XXI, pag. '3a6. In tal luogo Ma- 
crobio parla di Adone, avendo antecedentemente notalo 
che si confondeva col Sole. 



375 
fieile selve Idafie , e ^ celebravano con mestizia, 
con ululati ^ e con ogni genere di trasporto (i). 
Avevano una certa simigUanza alle funebri solen- 
nità ) colle quali nell' Egitto si piangeva la morte 
ài Osiride , e perciò come Osiride fu confuso col 



(i) Da Luciano sono descrìtte le irregolarìtà di queste* 
feste : Atqiée in rei memoriam singulis annis fmulieres 
fyblij verherantur , et lamentantur , ritusque sacros per* 
agunt , magmqne luctus per regionem ipsis - indicantur : 
et posteaquam vèrberantU et plorandi Jkiis factus est , 
primum qmdem Adonidi tamquam defuncto inferias agunti 
Postea vero altero die cum vivere fahulantur , et in ae* 
rem nUttant , et capita detondent ^ ut in Aegjrpto ^ quum 
wnortuus est Apis. Quaeamque autem mulieres detonderi 
nolant , talem poenam exolmnt. Diem unum ad quac 
gtum corpore faciendum prostant. Forum illud autem, so* 
lis peregrinis exibetur : et quod inde mercedis ai^erunt ^ 
hoc Veneri in sacrificùan datur. Ludan. ^ de Dea Syria,^ 
tpm.' II I pag. 658. Non sembri strano se ai trasporti 
delle feste Adonie noi rìferinuno alcune donne saltanti , 
giacché abbiamo memoria di questo nei greci autori me* 
desimi. Aristofane, Lysistrata, v. SgS: 

Saltat uxor interim,^ 
Eheuque Adoni dicit» 

Frudensioy all'Inno XPf -^ Peristeph. , ▼• aa8, scrive: 

Meretrix Adonem vulneratum scaenica 
Libidinoso plangit affectu patam, 

E piU chiaramente Amobio al lib. "VII, pag. a38, rìm- 
proverà ai Gentili i lussuriosi modi, onde si piangeva 
Adone: Obliterahit offensam Venus , si Adonis in habitu 
g€Stum agere ifiderit saltatoris in motibus pantomimian. 
Sicché par chiaro che vi fosse una dansa , detta V A", 
done, che in sua memori^ e nelle sue feste si faceva. 



^76 

Sole anche Adone (i)/Ed alhi forza fecondatrice ; 
che da Venere e dal Sole gli antichi facevano 
discendere , riferivano pure gli amorì di Tenere 
con Adone (a). Le seconde , cioè le feste Yinali 



(i) Vedasi Macrobio nel gik citato lib. I dei Satur- 
nali , cap. XXI y in princìpio. Fomuto alcap. 28, p. 210 
degli Opuscoli Mitologici di Gale combina con tale opi- 
nione. 

(3) Natale Conti nella saa Mitologia al lib. TV, cap. Xltt^ 
pag. SgS , colle opinioni di Virgilio y di Lncrexio , di 
Euripide ^ cbiaramente prova questo ; giacché Venere tutta 
comprende la forta produttrice nell' universo , ed Adone 
è col Sole una cosa medesima ; adattandosi anc0ra ad 
esso, riguardato come il Sole, la dimora di sei mesi nel 
cielo , sei nell' averno. Questo y secondo Macrobio al citato 
capo XXI , lib. I y Saturn, , non figura che i segni dello 
Zodiaco, che sei essendo superiori e sei inferiori , com- 
binano colle immaginate dimore di Adone.. £ giacchi il 
Sole air apparire nel nostro emisfero nella primavera rav*- 
viva il suolo e le piante , questo ha fatto immaginare il 
congiungimento di Venere con Adone. 

Fulgenzio poi al lib. HI, cap. Vili, altra allegoria ne 
adduce. Vuole che Adone in greco significhi soavità; e^ 
perchè la gomma che sorte dalla pianta della mirra rie- 
sce di un odore soave, perciò, si disse che Mirra can- 
giata in piabta generò Adone , ed essendo questo succo 
che stilla assai fervido , si finse Adone amato da Venere ; 
Ideo autem eum Venerem amasse dicunt ^ quod hoc ge^ 
nus pigmenti sit valde fervidum. linde Petronius Arhiter 
ad Uhiàinis ihcitamentum myrrhinum pocuhtm bibissere* 
fert, Nam et Sutrius comoedianan Scriptor introducit 
Gljrconem meretricem dicentem , nyrrrhinum miki ad» 
ferSf etcV. Mjrth. Lat.j tom. Il, pag. ià4. L'aver par- 
lato sì lungamente di Adone , ci ha fatto vanire in pen« 
siero di defcrìvere uà bel monumento che ne rappre- 



^77 
n eelebrarano anticamente al gustar dei Tini nuovi 

che nei dolj si conservavano, e presso i Greci 
erano nomate Uidoiyia (PUhoegiaJ g, ed in que- 
ste i servi ed i raercenarj erano chiamati dai ior 
padroni al saggio dei vini, e con solenne sacri- 
ficio si dava termine a questo sacro rito (i). 
Presso i Romani poi si celebravano, secondo Pli- 
nio , due volle all' anno , e T^inalia priora e 
^y inolia altera si nomavano (jiy Queste ultime. 



senta la raorte. E questo un bassorilievo di stueco tratta 
dalle antiche rovine di una volta nella vigna Moroni 
presso la porta S. Sebastiano. Vi si vede Adone coii asta 
sedente cbe si volge a Tenere ; mentre Amore è intento 
a curargli la ferita. La Dea seminuda gli è d' incontro ^ 
e par che sia per soccorerlo. Il bassorilievo nel suo la<* 
voro ha una nobile trascuratezza e molta novjtà^ e ben- 
ché sarà pubblicato nel supplemento ai Monumenti ine* 
dui f pure in fine dell* opera abbiamo creduto bene à\ 
dame un contorno con qualche riflessione* 

(i) Yeggasi Dalecampio nelle note Variorwfn a Plinio^ 
His. Nat», \\h» XVIU ^ cap. a^^ tom. II; pag. 5oi ; edizione 
Jjugd. Bat. 1668. 

(a) Plinio lungamente parla di queste feste al lib. XYIIt^ 

cap. XXIX, sect. LXIX, $ 3 e 4; P^S* ^.*^1 x ^<^^* m« 
Egli lo dislingue in Vinalia priora e Vinalia altera^ 
Le prime le destina circa il di a3 aprile y e dice che 
solo erano istituite pel saggio dei vini, e nulla riferii 
vansi al fiorir delle viti e delle olive j^ che incomincia al 
nascere della primavera : Vinalia priora , quae ante hos^ 
dies sunt IX calendas maii degustandis vìnis instituta ^ 
nihil ad fructus attinenti nec quae adhuc diximus j^ ad 
^ites oleasque , quoniàm earum conceptns exortu Virgi-^ 
Uarunt incipit a. d, VI idus nuUi, tadocuimus , §• 4* • - 
Vinalia altera , quae aguntttr a, d» decimumtertium i;a^ 
lendas septembris. 



al dir di Yarrone, Vinalia Rustica ancora ai ^ 
ceyano , ed erano sacre a Venere (s); e ben pò- 

— — — — ■ Il 1 1 ■ — — —— — ^— ^— — ^— ^— ^1 I I — 1—^— — ^ 

. (i) Varrone anch'esso parla di queste feste Yinali , 
ed alle seconde dà il nome di Vinalia Rustica. Vedasi 
il medesimo , de Lùig^ Lat, , lib, V , pag, ^8 , Uh. 8 f 
come altresì ne fa cenno Festo alla parola Rustica Vi^ 
natia , pag. GCXXVIII y F. Tutti questi autori per altro 
dicono tali feste sacre a Giove più che a Tenere ^ ram- 
mentando solo in quei giorni alcune dedicaKioni di tempj 
alla Dea. Macrobio piti precisamente lo afferma coU* au- 
torità di Musurìo : Musurius Jastorum secundo Yinaliorum 
dies inquit Jori Sacer est , non ut quidam putant Veneri. 
Saturn. j Uh. I , cap. IV , pag. ai 8. Unendo però que- 
sto dubbio che troviamo in Macrobio coi versi di Ovidio, 
che parlando dei Vinali descrìve le giovani in allegrezz»^ 
e chiama sacre a Venere quelle feste medesime , sembra 
di poter concludere che queste feste Vinali sieno rappre- 
sentate nella nostra ara eretta a Venere come Dea pre- 
side degli orti, a cui in queste solennità, secondo il ci^ 
tato Varrone, ofTrivansi le primizie : Vinalia Rustica . . 
{^uod tum Veneri dicata aedisy et korti ejus tutelae adsi^ 
gnantur, de ling. lat., lib. V, pag. 48, 1. 8. Riporte- 
remo ancora i yersi di Ovidio , che indicano feste di don- 
selle da farsi ali' occasione delle Vinali , come giorni sa- 
cri a Venere : 

Numina vulgares Veneris celebrate Puellae 
Multa professarum quaestihus opta Venus. 

Cunufue sua dominae date grata sisymbria myrto 
Textaque composita juncea vincla rosa 

Cur igitur Veneris festum. Vinalia dicant 
Quaeritis > et quare Jovis sit illa dies ? 

Fastor. IV, v. 865. 

Gli eruditi scrìttori poi sono divisi di sentimento in de.- 
cidere quali delle due feste a Venere fossero sacre ^ e 
benché g^ì autori citati antecedentemente sembri che 



*79 
tevansi dagli anticbi artefia simholegg^e con molte 

Menadi danzanti d' intomo a Venere, giacché a 
Bacco ed a Venere sacre erano le danze mu- 
£ebri (i). 

XHchiarato, per così dire, T argomento di quot- 
ato raro bassorilievo che vedesi sculto sopra la 
presente ara , passeremo ad osservare parzialmente- 
le figure che vi si veggono rappresentate, ed 
incomincerenko da quella di Venere, che ne forma 
ti principale soggetto. Già i sopra le lunghe vesti 
che la ricoprono , si disse abbastanza nel princi- 
pio di questa esplicazione , onde passeremo piut- 
tosto a considerarne i suoi particola» attributi 
Primieramente ci si offre amore Alato che le 
tola d* intomo come cantò Orazio (a). Questi ben- 

vogliano le seconde^ e non le prime sacre a Tenere , 
pure generalmente inclinano a credere le prime^ che ce-» 
lebrandosi in aprile ^ mese di Venere , sembra cbe pos- 
sano pili convenirle, appoggiandosi ancora ai già citati 
versi di Ovidio che parlano di quelle Ai aprile. A noi 
basta di avere con. una certa probabilità provato che le 
feste Vinali erano sacre a Venere, che dalle donzelle si 
celebravano,, ed essendo feste che al vino ed a Bacco si 
riferivano , potevano essere state accennate dagli antichi 
artefici da varie donne danzanti in forma di Menadi. 

(i) Che le danze muliebri fos&ero sacre a Bacco, fu già 
bastantemente provato nella nota, p. aSS, alla tav. XXXIV^ 
di questo tomo. Che fossero poi sacre a Venere, avremo 
i)ccasione di parlarne nelle note seguenti. 

(a) Sembra adattato a descrivere questo Amore il Tersa 
éi Orazio: 

Qitem focus ctrcumyolat et Cupido. 
Carm, /j Od\ i\ , v. 54«^ 



\ 



*A 



28o 

che se le veda d'apfl*e»o in tanti anuchi mo- 
numenti , quiyi con granosa invenzione lilnrato in 
aria lo vediamo intento a rìcooipoiie i capelli 
inanellati, ed a supplire T ufficio di Ornatrice^ 
che a Venere si preslava dalle Grazie (i), ed è 
Ibrse V unico Amore che veggasi in tale atteggia- 
mento (a). 

Potrebbe anche nella nostra figura notarsi it 
cinto.) quel cinto celebrato da Omero (3), che 

Lucrezio fa volare dinanzi a Venere il Zeffiro : 
P^eneris praenuntius ante 
Pirmatus graditur Zeffirus vestigia fnropter. 

Lib. y, v» ']5'], 

(i) WinkelmanB, Montan. iHed., nnm. 3i^ riporta ana 
gemina ; ove le Grazie acconciano la chioma a Venere. 
E siccome le Grazie sono dagli antichi poeti descritte e 
vestite ed ignude, crediamo che si possa ravvisare Io 
stesso soggetto di Venere fralle Grazie che le apprestano 
gli ornamenti nel secondo intonaco alla tavola L de! 
tomo V delle Pitture Ercolanesi. 

(n) In molte incisioni vedesi Amore che tiene lo spec- 
chio dinanzi a Venere. V. Venuti, Collect, Antiq.Rom. 
Ant. Borioni, tah. 35. Mus. Florent., torii. II, tav. XLI^ 
n. 3^ e particolarmente nel bronzò antico inciso a due 
faccie al num. 5^8 del Museo Stoschiano spiegato da 
Winkelmann, Pier. Grav. de Stosck.j pag. lao. Si vede 
in questo Cupido , che tiene nella destra uno specchio ^ 
e colla sinistra presenta a Venere una ghirlanda di fiori, 
perchè sé ne adorni il crine. 

(3) Cosi Omero descrive il cinto di Venero nel lib. XIV 
dcir Iliade, v. ai4 , secondo la versione del Salvini^ pag. 383: 

Disse , e dal petto sciolse il bel trapunto 
Cuojo ^ ingegnoso , storiato e vago i 



tatti i vezzi e tutte le grazie raechiódeva >della 
Dea. Questo cinto , detto il Cesio di Venere, 
adomo di prezioso ricamo » secondo le piti ac- 
curate osservazioni di Winickelmanii (i), doveva 
stringere i fianchi , e non il petto di Venere : ma 
siccome gfi antichi poeti ed i loro interpreti con 
tanta varietà ne parlarono , può dirsi che gli an- 
tichi artefici istessi non seppero alle volte ove 
collocarlo. E giacché un greco poeta niegE epi^ 
grammi dell'Antologia (:i) cinge Venere sotto le 
mammelle 9 non dee sorprendere se anche qual* 
che scultore l'abbia collocato nella stessa guisa. 
D restante delle vestimenta di Venere , se non 
of&e altre erudite osservazioni , non manca d' in- 
teressar V arte , mentre sotto le vesti si discoprono 



V lavorati son tutti i suoi vezzi , 

E V attrattive tutte, e leggiadrie; 

Ove è V Amore , il Gè f tic > il Favellio , 

La Consolazion colla Carezza, 

Che ruba il seimo ai savj ancor pia grandi. 

(i) Winkelmann^ Storia delle Arti, tom. I^ pag. 617 , 
e Monum. Ant, Ined.^ tom. II ^ pag. 57. 

(2) Questo poeta colloca il cinto a Venere ignuda dì^ 
scendente da una spalla a guisa di halteo , come secondo 
il Winkelmann vedesi in una statua Borghesiana di Te- 
nere armata ^ riportata fralle sculture della villa Pinciana 
stanza Y^ num. 7, tom. 11^ pag. 26. U epigramma del- 
l' Antologia è il seguente: 

In Venerem^ 19^ Uh. V* 
AUam vero cloro patre natam vidi aaream Venerem. 
Nudam omnibus apparentem, Jn pectore vero dea€ 
Cervice ex summo fusus volvebatw cestus. 



a6a 

le paiti del corpo con eomemema è con ric^ 
fdiezza di panneggiamemi , e con una^ quasi di- 
remmo , placidezza che interrompe V agitato , il 
Tflgo, che con singoiar magistero si mostra nelle 
4ne figure danzanti che la circondano. 
^ I simboli che Venere ha nelle mani , sono quegli 
•tessi che yedonsi in molte sue figure , e che 
proprj le sono« U fiore ^ sia gì^o, sia papavero 
o altro, sempre ad essa conviene, essendo ella e 
la Dea dei g^yardini (i), e la Dea che presiede 
al fiorir delle piante (a). Il giglio gareggiava col 



(i) GA alla n. (i) di qaesta tavola^p. anS; è citato un 
paiso di Varrone ^ che assegna gli orti o i giardini alla 
cura di Tenere ; il che si conferma da Pesto nell' indi- 
cato luogo Rustica yinalia. Plauto ancora , al dire di 
Plinio neir Istoria naturale; lo asserisce y dicendo al libro 
XIX j, cap. IV j sect. XIX , pag. 676 , tom. Ili : Quam^ 
quam hortos tuielae f^eneris assìgnaitte Plauto. L* Ar- 
duino nelle note a! detto passo ^ riferisce a questa pro- 
tezione di Venere il tempio della Dea esistente negli orti 
Sàlustiani, rammentato da una antica iscrizione. Ma se 
fatto ciò comprova Venere presso i Romani protettrice 
de* giardini , molti altri greci scrittori dimostrano che an^ 
che nella Grecia aveva simil tutela* Filostrato nelle im- 
jonagini, lib. I, n. 6, pag. 775 , dice che gli Amori of- 
Irivana a Venere le primizie de' pomi ^ onde poter go^ 
dere placidamente i frutti dell' orto» Plutarco a questo 
riferisce i due epiteti di Eaw<ip9^o^ seu fructifera ^ e di 
TàeiiQùùf^ seu fertilis dati a Venere. Gli Accademici Er: 
colanesi osservano che Pausania e Luciano fanno men- 
zione di Venere negli orti ei^xap^OiC» ^* ^^t^» II delle 
Pitture, tav. XLIX, pag. ià65 , n. a. 

(ià) Lucrezio iacomiacia coU' invocazione di Venere ^ 



^85 
Candore ddle sue carni, ed era aneorf ad essa 
sacro (i); il p^^ayero poi, secondo Pausftnia, era 
in mano della statua di Venere , scolpita da Ca« 
naco Sicionio (2): la rosa fu colorita dal sangue 

»■ ■ ■ m i ■ ■!■ "1 II II ■• ■ ■! ■■iii.ii... 1 

volendo parlare della natura delie co«e. Ovidio in prq« 
posìto di Venere così scrisse al lib. IV dei Fasti, v. g6 ; 

fila satis caussas arboribusque dedit ; 
Apule jo fa una esclaìnazione a Venere nel TV libro delle 
Metamorfosi , pag. 84 ^ 7 : £> rerum naturae prisca jm- 
rens , en elementorum origo initialis , en orbis totius 
alma Venus, Il poemetto intitolato Pervigilium Veneris 
è anche chiamato Carmen de V^re ," giacche v* ha tanta 
connessione fra Venere e la primavera' \ veggansi la 
note di Andrea Rivino neU' «dizione di quel poema , pa- 
gina 4^« 

(i) Comunemente si trova a tal proposito citato lo. sco- 
liaste di Nicandro al v. 4o4 y Alexipharm. , ma tanto il 
•poeta, quanto il suo commentatore descrivono il giglio 
in odio a Venere , per V ardimento d' aver contrastato 
col colore delle sue carni* Sccone le parole : Aeiptoéfru 
ledpfi. rip^ ne(paÀ,i^ rov npwov. ròvto de ^Jy€i èpU 
cai ri} *A(ppo9itij ^epì jffiOiig. r^ 9è ópfurhéicup ^ 
òfioioff Aèlfoio ^oifieOii ovav: {Et Uliaceum capta yCkt- 
pui scilicet liliL Hoc autem dicit cenasse arni Venere , 
de corporis colore : Atque hanc ira succensam, ilbtd asini 
pudendo simile fedsse. V. pag. 1 56 , editionis Parisien^ 
siSftLU, 1557. Ateneo per altro vuole il giglio grato a Ve- 
nere nel lib. XV ^ pag. 683^ D. " 

(là) Pausania cosi descrive questa statua sedente di Ve- 
nere :i^'ii5 effigiem sedentem fecit Canacus S/'cionius^^Ve" 
nus ipsa ex auro et ebpre facta capite apicem , qiU pò» 
lus dicitur , gestat , manu , altera papaver , altera malum 
tenet. Paus.; Gorynt. sive lib. II, cap. X, pag. 1 34* Alla 
descrizione di Pausania non sappiamo aggiungere altro 
esempio di antichi monumenti , seguendo gli eruditi ^ 



384 

di Adone ^ secondo Teocrito (IdUL aS); e eo^A 
poireUsero trovarsi k allosiom di molti altri fiori. 



che una gemiuft riportata dal MafTei , rìpetnta dal -Mont- 
faacon, Antiq. ExpL ^ tom. I, tab. CV, num. I^ nella 
qnale si vede una giovinetta vestita di leggerìssima t^o^ 
Bica stretta da nna fascia che scherza con nn Amore , 
tenendo nella mano i papaveri , ma questa figura non 
ha segnali tanto certi per poterla chiMnar Venere^ Sem-^ 
bra a noi che con qualche probabilità potrebbe dirsi 
Venere con papaveri la sesta figura dell' ara Albani ri- 
portata nei Momunenii inediti di Winckelmann al num. 6 , 
e dal medesimo chiamata Cerere , poiché questa assai 
combinerebbe colla statua descrìtta da Pausania al luogo 
citato j avendo sopra il capo il polo j come dallo stesso 
Wiukelmann si denomina l' ornamento del capo di quella 
Dea. La mancanza delle figure lascia indecisa questa no- 
stra congettura : ma possiamo per altro soggiungere ; che 
assai verisimilmente è Cerere la prima figura colle faci., 
da quel insigne scrittore detta Diana ^ mentre le faci 
convengono egualmente a Cerere ^ a Diana ed a qual- 
che altra deità : anzi mancando la mezza luna sopra la 
sua fronte y pare che manchi un argomenta per riguar- 
darla come Diana Lucifera^ che sempre ne ha il capo 
adorno negli antichi monumenti. 

Molte poi sono le cagioni , onde il papavero dicesi sa- 
cro a Tenere. Porfirio , presso Eusebio ^ dice : Papaie- 
rihus , quae magna fecxmditatìs spnbola sunt. Y . Praep. 
Evang.yfSLg. log, B> al che forse allude il verso d'Ovi- 
dio , Metam. XI , v. 6o5 : 

Ante fores antri foecunda papa^ra ftorent* 

Dalla qual cosa anche derivò che gli sposi si coronavano 
di papavero , come asserisce il Patino y Numismata Impp. 
Rom. ex aerCj pag. 85. In altro luogo asserisce Porfirio 
che il papavero era simbolo della popolazione delle città : 
Urbis enim symbolum papaver est. Eoseb.^l. c.^pag. ii3^ 



385 
L' asta che Venere stringe cotta sinistra si osserva 
^el pari in sua mano in altri antichi monumenti* 

D. Altri pensarono che essendo il papavero un orna* 
mento de' giardini , prezzato dagli antichi ^ così fosse par* 
ticolarmente sacro a Venere , giacché dui poeti greci e 
latini se ne fa replicatamente V elogio , unendolo ai fiori 
piii pregiati. Properzio nell' elegia ultima del lib.I,v. $7^ 
pag. 391: 

Et circum irriguo surgebant liUa prato 
Candida pùrpureis mista papaveribus. 

Cosi Ovidio descrivendo la morte di« Giacinto si ferve 
del paragone di scelti fiori : 

Ut si quis 9ìiolas, riguove papaver in borio , 
Liliaque infringat , fidvis baerentia virgis ^ 

Ovid.f Metam. X , v. i63. 

Teocrito fa offerire a Galatea dal Ciclope un dono di 
fiori , e vi unisce i papaveri ai gigli : 

e bianchi gigU allora 

Ti recherei ^ o pur papayer motte , 

Che ha rossi i campanelli e le sue bocce: 

Salvini j pag. 6a« 

Ite foglie ancora dei papaveri rendevano col loro fragore 
alcune risposte amorose y come s' indica da diversi greci 
scrittori. Cosi Snida ; Platagoniwn, Id est ^ res vana et 
mhUi. Proprie vero sic vocatur folium papaveris et ane* 
mones. A ^ka^doutuf , strepere vel sonum edere * • • 
Ex hoc autem platagonio , pollici et digito indici impo^ 
sito , et adversa manu percosso , conjiciebant (Aman^ 
tesj an ab amasiis amarentiw* T. tom. Ili, pag. laS. 
Fu anche il papavero adoperato nella bevanda data a 
Vulcano nelle sue nozze ; come apprendiamo da Ovidio : 

Hec pigeat niveo tritum cum lacte papaver 
Sumere , et expressis metta Usuata favis. 



!i86 

La eorroftione elei marmo non ci permette di deci« 
Aere se questa sia un' asu pura o uno scettro , op- 
pure un' asu colla punta rovesdau , giacché tanto 
V uno quanto V altra sono distintivi di Venere. Per 
recare qualche esempio deUa prima , noi citeremo 
un' antica piatirà d' Ercolano ( i ) , ed una pittura del 
sepolcro dei Nasoni (a). Come altresì per la seconda 
ricameremo le gemme del Museo Stoschiano os- 
servate da Winckelmann (5). Potrebbe dirsi qua!* 
che cosa sopra la nudità dei piedi deUa Dea; ma 






Cum prìmum cupido Vewus est deducta marito i 
Hoc bibita ex ilio tempore nupta fuit, 

Fastor, IV , iSa. 

(i) Vedasi nelle Pillure d* Ercolano, tom. Ili, la U- 
vola XXXV 5 ivi è rappresentato un Genio con una con- 
chiglia ed uno scettro , e saviamente si crede dagli Ac- 
cademici Ercolanesi il Genio di Venere ,. come compro- 
vano alla pag. 174^ nota (8). 

(!à) Sepolcro dei Nasoni, tav. XXXIV. In questa pit- 
tura , ove sono le tre Dee in atto di presentarsi a Paride , 
hanno tutte lo scettro e X asta. La cagione poi onde alle 
deità si davano gli scettri risulta da Giustino , lib. XLIII , 
cap. 3 : Reges hastas prò diademate hahehant , quas Graeci 
sceptra dixere. Nam et ah origine prò Diis immortala* 
bus veteres , hastas coluere : ob cufus religionis memoriam 
adhuc Deorum simulacris hastae adduntur. Il dottissimo 
Vossio considera lo scettro come un distintivo proprio di 
Venere Celeste o Cipria, la quale era Asti/era. Vedi de 
Orig, IdoL , lib. II, cap. 27^ pag. i63, A. 

(3) Diverse gemme del Museo Stoschiano hanno le a- 
«te o gli scettri in mano a Venere colla punta rovesciata , 
vedansi Pier. Grav. de Stosch, pag. 1171 num. 55^ , 
958; e pag. 118; num. SGa» 



>iccome tal costume n trota Tarìato negli anùchi 

inonumenti , tioi non ci Iraiterremo sopra questo. 

Venendo ora alle figure delle Menadi (i), ^ 

remo che son tutte danzanti, e che tutte hannor 

una larga Teste discìnta , e che i simboli antichi 

si riducono ai tirsi ^ ai timpani, alle corone, ai 

colteQi, agE animali che hani^o nelle mani le 

Menadi, ed a qualche particolarità nella accon* 

oiatura del loro capo. 

La danza era U trattenimento dielle donzelle 

nelle feste di Venere; esse divise in (KTcrsi coA 

si dir del poeta (a) passavano le notti in. alie^ 



(i) Menadi seno chiamate. le seguaci di Bacco dalla 
parola greca fiahofiLaè finsaniojy perciò noi denominamino 
Menadi queste figure clie sono nell' impeto del furore di 
Bacco. 

(a) L' autore incèrto del poemetto intitolato : Pervigi^ 
lium generis , còsi descrive le feste di Veneta all' airi-^ 
vare della primavera al verso 4^ : 

Jam trihus choros videres feriatis noctibus 
Congreges inter catervas , ire per saltus tuos 
Floteas inter coronas , mj-rteas inter easas. 

Qui gtndfiìòsamente notò Andrea Rivino uelle sue notej^ 
pag. 88 : '( Ire ) toties hic repetitian non deambulationem 
modo^ sed saltationem innuere , itaque et choris additum, 
ad choMgium indicandum. Anche Orazio fece motto di 
queste feste notturne: 

Solyitur acris fUems gretta vice Veris et Favonii 
Jam Cjrtherea choros ducit Venus^ imminente lima*, 

Lib. l ^ Carm., Od. IV ^ v. i , 5. 



a88 

grcrsza; eran perfino un baDo denominato la Ve* 
nerCy che Arnobio (i) taccia di lubricità/ d' in- 
decenza. Non ^ oppone alla nostra asserzione il 
▼edere queste giovani coperte di veste sì ampia ^ 
greche alle donne meno oneste, e destinate ai 
piacere » propria era la tunica discinta e sciolta (a). 



«Mi 



(i) Amans saliatur Venus^ et per affectus omnes me- 
reiriciae viUtatfs impudica exprìmitur imitatione bacchari^ 
Arnob. y advers. Gcnt. IV, pag. 1 5 1. Potrà leggersi Mcur- 
sio, de Saltation. Veter* ^ in Gron. Thes.; tom. Vili, 
pag. ia4a, A^POAITR 

(a) Le tuniche sciolte erano indizio di mollezza tanto 
Degli nomini, quanto nelle donne. A Mecenate , secondo 
Pedone AibinoTano , si rimproverava la tunica sciolta , e 
perciò il poeta cosi parla a coloro che Y invidiavano : i 

Invide , quid tandem tunicae nocuere sohuae ? 

Eleg. II , V. a5. 

Lo stesso Albinovano descrive Bacco trionfato re, degli In- 
diani , .vestito eoo doppia tunica sciolta nella medesima 
elegia. V. Sg: 

Et tihi securo tunicae fiixere sdlutae , 
Te puto pitrpureas tane habuisse duas. 

Fedro nel libro V, Fab. i , v. i a , descrìvendo il vestire 
molle del poeta Menandro , dice : 

Unguento deìibutus, vestitu adfluens. 

Ma per venire con maggior precisione al nostro argo- 
mento , diremo , come osservarono ancora gli Accademici 
Ercolanesi, che la tunica recincta et soluta propria era 
delle donne non oneste, a che perciò Ovidio ne fa spesso 
menzione negli Amori e nell'arre. Queste vesti, che molto 
àssomigliana quelle delle celebri ballerine dell* Ercolano ^ 
si potremo anche dire tuniche palliate vesti c^ie uni- 



/ 
f 



^89 

Questa ebrietà di piacere fu bene spessa HagU 
antichi esprèssa c^i seguaci di Bacco , come si 
; attesta da Porfirio ( i ) , e per tal cacone ancora 
sono Menadi quelle che ci esprimono le feste 
di Venere in quest'ara. 

. I tirsi e i timpani (2) sono armi ed istru- 
menti da suono adoperati dai seguaci di Bacco » 



vano insieme V uso della tunica e del pallio y come si 
dichiara da Esichio e da Polluce alla parola Esomiàe , 
che si vuole così detta perclic non copriva le spalle \ 
cosa che si osserva nelle due Menadi della tavola XXXVI. 
Vedi Pittare d' Ercolano ^ tom. I^ pag. xii ^ n. 6. Fa 
ancora molto a proposito sopra tale argomento un pas9o 
di Ovidio, Fastor. Ili, v. 771 : 

Restat ^ ut ìnvenìam, quare toga libera detur 
Lucìfero puerisj candide Bacche y tuo 

Siye quod es Liber ^ vestis quoque Ubera per te 
Sumitur j et vitae liberioris iter, 

(i) Eusebio nella Preparazione Evangelica riporta molte 
opinioni di* Porfirio e d' altri filosofi , e fra queste conta 
che gli antichi ..gentili esprimevano coUe Baccanti V ìvìr 
peto delle passioni amorose. Vedi lib. Ili , cap. XI , pa- 
gina III. 

fa) Dei tirsi si parlò alla n. (3), p. aai; tav: XXViir. 
Sono frequentissime le figure di Satiri, di Fauni e di Bac^ 
canti con timpano, 'mentre il timpano era proprio di 
Gihele e di Bacco. Leggasi la nota (i) della pag. aoi, 
tom. JLV del Museo Pio-Clenaentiiio, ove si comprova cou 
un passo di Euripide. Frai latini poeti l' indica chiara- 
mente Valerio Fiacco, Argonaut. , lib. Il, pag. 49; v. 8: 

' . . aeraque circum , 

Tjrmpanaque , et plenas tacita formidin» cistas. 

Museo Chiar. YoL I. ^9 ' 



3100 

eome le corone tono proprie , e nelle feste Bac- 
chiche , ed in quelle di Venere ( i ). I coltelli poi 
(i usavano neUe orgie di Bacco , e serriyano per 
uccidere le vittime, ed alle volte servivano an* 
eora per ferire le proprie persone da se mede* 
sima, tanto nel!' entusiasma de' Baccanali (a)^ 



(i) Delle corone Bacchiche abbiamo scritto replicata-* 
mente ; ora seguendo il Pascalio ^ diremo che a Venera 
91 assegna la corona dì rose di doppio colore^ onde V|-^ 
lerio Fiacco cantò nel lib. VIU dell' Argopautica , p. 1^9^, 
v. i3; 

. • . Ipsa suam éUipUcem Cjrtkerea coronam 
Donai j et arsuras alia cum virgine gemmas. 
Secondo Filostrato Bacco si presentò ad Arianna con uiit 
corona di rose. Molti altri fiori per altro erano sacri a 
Tenere y come già osservammo in altro luogo. Noi qui 
intendiamo di discorrere delle corone che queste figure 
hanno sopra il capo, poiché quella nella mano di unii 
figura alla tav. XXXIX è di moderno ristauro, 

(2) DaUa proibizioi^e dei Baccanali fatta in Roma da 
Postuioio console , parrata da Livio al libro IDtXIX 1 
cap. XUl f apprendiamo le uccisioni , i delitti che si com- 
mettevanQ nella celebrazione d^lle feste di Bacco, e aU 
fresi <:ome si coprivano questi eccessi col supposto furor 
PionisiacQ. Ma ^en^a parlare di questo, abbiamo da Ar- 
pobiQ, lontra Qentes , lib* V, pag. 169, che le Menadi 
tagliarono furiosamente le vittime , e se qe lordavano col 
langue il v«lto y facendo pompa di crudeltà e Bacc h a n aUa 
^tiam praetermittìmus immania , iuibus nomen^ Omopha* 
fiis Gwaecwn e^. In quUnis furore mentito . . ^ ^ • ui 
pos plenos Dei mimine , et majestate doceatis , caprorum 
feclamantÌMm viscera cruentU orihus dissipatisi Clemente 
Alessandripo^ Cohort. ad Gerues , cap. 11^ pag. 11, tom. 1 ,1 
ffOnfenp^ ^n^tq costppie^ dicendo : At primum c^ce tihi 



quanto nella celebrazione dei misteri di Cibete 
o di Bellona. La trascuratezza del lavoro ^ ed 
anche il logoramento del marmo, non ci per* 
mette di decidere quali animali sieno quelli che 
tagliati a brani yeggonsi nelle mani delle nostre 
Menadi; ma se sono capretti o caprj (i), sono 
appunto le vittime più comuni di Bacco: se fos- 



homines furoris cestro perciti Bacchum Maenolen solem" 
nihus Orgiis celehrant, crudarumque camium helluatione ^ 
sacram ìnsaniam perageruesj caesàrum victimarum par^* 
tes dtviduntj etc. A questo alluse Catullo, de Nupitis Pe^ 
lei et Thetidis , LXV, y. ^8, pag. i85^ quando disse \ 

Pars e deyidso jactahant membra juyenco. 

Per la stessa cagione Seneca, Phenis., v. 365 , chiamò le 
Menadi Maenas cruenta : ed il medesimo tragico, Troad;, 

aut qualis Deo 

Percossa Maenas , e^ntheo sihas grada 
Armata thjrrso terrei , atque expers sui 
Vulnus dedita nec sensit, 
(i) Bene spesso si osservano capretti sacrificati a Bacco 
dai Satiri o dalle Baccanti > ma oltre questi esempj lo 
addita chiaramente un epigramma dell* Antologia, lib. lY f 
cap. Y, epigr. 5: 

Thjrrsum hahens Belicomas : et penes ipsam 
Xantippe : Glauca vero jamjam, accedens 

Ex monte descendunt , Bacco vero ferunt 
Hederam ^ et uvam^ et pingìiem kaedum* 

Euripide altresì pone nelle mani delle Baccanti i piccoli 
caprioli. .Bacchae y y. 698 : 

Aliae vero in ulnis capream, aut catulus luporum 
Feras ^esttintes. 



sero lepri, sarebbero una Tittima particolarmente 
, 8acra a Venere, secondo gli antichi scrittori, (i). 
L' .acconciatura dei capo è quella che unita* 
mente alle larghe vesti ci fa credere queste li* 
gure altrettante donne imitanti le Menadi , pine* 
che le Menadi istesse ; mentre dalle ballerine ye-* 
diamo bene spesso usate queste legature di ca« 
pelli , questi berretti o cuffie, molto più che 
dalle Baccanti medesime , che quasi sempre con-< 
servano nel loro abbigliamento la semplicità della 
loro campestre origine. Possiamo assimigUare que*> 
fite acconciature di capo a molte ballerine dipin* 
te negli intonachi dell' Ercolano (3) y ed alle donne 
Timeliche danzanti spiegate dal eh. sìg. ZiOega frai 
bassirìlievi della villa Albani (3). Non tutte per 
altro queste nostre danzatrici hanno il. medesimo 
berretto sopra il capo, poiché ve ne sono alcune 
coronate , alcune col crine agitato dal vento (4) « 

(i) Filoslrato, Icon.^ lib. I, ^^more^, pag. 772, B, dice? 
Lepus f^eneri oarissimam hosfiam, 

(2) Diverse sono le figure di ballerine fralle Pitture 
deir Ercolaao y che hanno in capo simil berretto -, vedasi 
nel tomo I la tavola XVII e XXIV j nel tom. Il , ta- 
vola XXVII ; nel tom. III , tav. XX. 

(5) Zoega^ Bas&irilievi antichi di Roma , tom. I , tav. XIX , 
pag. 109. 

(4) La chioma disciolta era, secondo il PascaHo^ de co* 
Tonis y pag. laS, segno di virginità: era peraltro propria 
ancora delle Baccanti, Ovidio V indica nelle Metamorfosi, 
lib, IV, V, 6: 

Pectora pelle tegi , crinales solvere vittas , 
Sexta Qoxna ji manibus frondentes sumere thjrrsQSn 



tà altre còUà chioma racc'olta e stretta ; il che 
per bizzak'rìa dello scultore crediamo avyentito , 
più che per dimostrare qualche .ascoso mistero. - 
Tantoppiù che bene spesso gli antichi artefici inii-^ 
lavano nelle azioni delle loro figure i moti e i 
gesti delle danzatrici (i). La nudità in fine dei 



Virgilio si • esprime nella stessa maniera nel lib. Ylt del- 
l' Eneide , v. io5 : 

Solvite crinales vittas , capite orgia mecum 
ed antecedentemente al verso S94 di^se : 

. « . . Ventis date colla, comasque. 
Claudiano y de quarto Consulatu Honoriiy v. 608 y disse al 
nostro proposito : 

.... Satjrri cìrcian , crinemque solutae 
Maenades. 

Livio nella già citata proibizione de* Baccanali mostra 
che nella celebrazione delle feste di Bacco si imitavano 
gli usi delle Baccanti^ Matronas Baccharum ìuihitu , cri- 
nibusque passiSy etc. Le nostre Menadi per altro non hanno 
il crine totalmente sciolto^ ma lo hanno legato sopra la 
testa y e poi lasciato volante nel modo che si vede in 
una Baccante giovinetta che corre cavalcando una Cen« 
tauressa alla tav. XXVI del tom. I delle Pitture d'Er* 
colano^ e tal legatura si osserva replicata nelle pitture 
stesse al tomo V , tav. XXXII y XXXIII e XXXIV , in 
alcune Baccanti sorprese da Satiri. A tal proposito si av- 
verti dagli Accadeniici Ercolanesi al tom. I delle Pitture y 
pag. 1 58 ^ nota 4 ; c^c tal nodo è forse quello chiamato 
da Marziale, in ^mpJiitrity epigr. Ili , crìnes in nodum tor* 
tos ^ e si aggiunge che alcuno pensò che tal nodo fosse 
proprio delle Baccanti^ come quello che si assimigliava 
al nodo viperino dato ad esse da Orazio, lib. II, Od. XIX, 

V. 19. . . ' . . , 

(i) AtcQeo al lib. XIV, 6, pag. flag , dice che gli ai* ^ 



394 

piedi ci rammeBUi anch' easìt una lascivia rimpro- 
verata alle doime dai Padri Crisdani (i), e che 
alle volte à esigeva da qualche rito di religio- 
ne (a). 



tefici per dare alle lor figure mosse avvenenti e gra* 
«ose copiavano gli atteggiamenti de' balli. 

(i) Clemente Aless., Paed. II, e. XI, pag. 340, fa ve- 
dere quanto sìa indecente alle donne il mostrare il 
piede ignudo , aggiungendo che ciò era alle mede- 
sime espressamente proibito. Idem ,1. e. , cap. X , pa*- 
gina a38. ^ 

. (a) Callimaco chiama discalceate al v. laS dell'inno 
a Cerere , le ministre di quella Dea. Mosè quando fu alla 
presenza di Dio si tolse i calzari , Exod., cap. Ili , v. 5. 
Molte volte i riti superstiziosi ebbero origine dall'antico 
culto ebraico. Jamblico narra nella Vita di Pittagora al 
cap. XXIII , che fragli ordini di quel filosofo eravi ; 
Dìscalceatus sacrifica^ et adora. Silio Italico conferma 
tal costume al lib. Ili, v. 36 : 

Discùuus mas ihura dare, atque e iege parentum 
Pes nudus y etc. 

Presso i Romani , al dir di Prudenzio , si nudavano i 
piedi daUe persone piii distinte innanzi al carro di Ci* 
bele , Peristeph. , Hjrm, XIV , v. i54 : 

Nudare piantas ante carpentum scio 
Proceres togatos, matrìs Ideae sacris. 

E cosi secondo il medesimo si costumava nelle feste Lu- 
percali. Ovidio nel lib. TI de' Fasti, v. 5g5 , conta che 
le matrone romane a pie nudo si portavano al tempio 
di Vesta, benché di questo costume ne adduca una di- 
versa cagione. Solino al cap. XVII , pag. uà , dice che 
nel tempio di Diana non si entrava che a pie nudo:^e- 
dem Nwninis (Dianae) praeterquam nudus vestigia, nul" 
ìut licite ingreditur» Se questo si costumava per rispetto 



Kot dopo ayefe indicato ia tal guisa ogni cosa 
^pressa in quèst' mra , non dobbiamo trascurare 
di lodare V invenzione di queró quattro bassirìlievi^ 
nei quali appare una somma franchezza nella ese- 
cuzione del lavoro. Non è facìl cosa nella scul- 
tura dar leggerezza a figure coperte di tanti panni ^ 
quanti ne hanno le nostre Menadi: come altresì 
difBcil riesce il dare alle figure scolpite iti man* 
Ino una certa trasparenza dellSgnudo^ senza ri^ 
durre le medesime secche o stentate: pure da 
pochi tocchi si vede tutto ciò eseguito iti que* 
8t' ara , neUà quale compiangeremo sempre i danni 
recati dal tempo. 

TAVOLA XL. 

SlLKlIO con TlÓRÈ^ 

Nuovo pel suo atteggiametito , singolare per la 
perfezione della scultura , e pregiabile ancora per 

della presenza del Nume , poteva ciò, avvenire anco nei 
misteri di Bacco ^ ove la deità col silo estro era nelle 
persone medesime; ed essendo le danze una sacra ceri*- 
Inonia di Bacco o di Venere che si celebrava piìi notti ^ 
e che aveva molti usi comuni a simili^ poteva questa 
tuanza estendersi anco a tali feste. Ma pih di ogni anti-* 
co autore^ Olustraìa presente ara un verso di Bione nel* 
l'Idillio primo ^ v. ai , ove Venere che piange Adone è 
descrìtta nudis pedlbus, quale appnmto nel nostro marmo 
è la Dea ^ e le sue segnaci in forma di Menadfi 

* Questa statua è alta palmi sette e mezzo ^ ed è scoi-» 
più in marmo SaKDo. Fu tr^^ata nel 1791 àUa f^àlU^ 



396 

la sua conservatone è la bella . statua di Sileno , 
che uscita non ha guari alla luce , forma uno dei 
begli ornamenti di questo Museo. Si vede in que- 
sto il vecchio Sileno ignudo con una pelle di ca- 
pra sul braccio , che levando in alto un pedo 
pastorale colla sinistra, minaccia una tigre che 



riccia. Ha di moderno ristauro tutte e due le mezze gambe 
con li piedi e tutto il braccio destro y e metà del sini- 
stro^ coni€ ancbe la tigre ed un pezzo di pelle. Fu ri- 
sarcita dal sig. Antonio d' Este , che da qualche fram* 
mento potè congetturare che avesse il pedo nella sini- 
stra. Nelle Memorie storiche dell' Ariccia scritte dal ca- 
nonico Lucidi si dà conto del ritrovamento di qnesta 
statua. Nello stesso anno 1791 il signor conte di Souza 
oltre agli scavi già sopra descritti ed aperti vicino la 
Vùi Appia^ ove anticamente sorgeva /* Ariccia , ne aprì 
ano nella vigna ilei signor 6. B> Mancini posta nella 
contrada detta delle Cese. Ivi trovò molti marmi ed una 
stanza col pavimento di mosaico in marmo ^ rappresen- 
tante con bella simmetria molti rosoni. I muri della 
stanza erano dipinti, ma le pitture molto corrose. Si 
potè staccare la Jigura di un bove marino dipinto con 
una maniera molto elegante e con rara semplicità. Vi 
fu trovata una statua grande al vero in marmo greco 
salino rappresentante Sileno coronato, d* ellera in atto 
forse di versare colla sinistra in alto del vino in un 
cratere ^ che avesse nella destra abbassata verso la tigre 
accanto , lavorata con somma maestria , migliore di 
quante se ne conoscano di Sileno , e già dal tempo an- 
tico ristaurata nella gamba sinistra, ma ora mancante 
dei piedi e delle braccia. Soprattutto è degna d* osserva- 
zione una mezza testa dal labbro superiore in su rappre- 
sentante Aoi eroe, forse Meleagro. Lo scalpello è d' in- 
signe greco artefice y come' quello del Sileno ^ p« 227. 



397 
sta ' al suo piede , ed aBa quale porge del viuo^. 

con un vaso che tiene nella destra. Già altrove 
indicammo che in due modi divèrsi fu Sileno 
rappresentato ( i ) • ora fii effigiato ridicploaamente 
pingue , ora gli furono date le forme più scelte y 
c<Hne nell' insigne statua Borghesiana (3), Sembr^a 
a noi che il presente marmo, ci dia. una gùislis- 
sima idea di questo Nume. Il suo volto , benché 
conservi in parte le sue forme caratteristiche, pure 
non manca di mostrare for^a e valore , ed an- 
che una certa maestà che lo fk conoscere per 
uno degli Dei. Il nudrìtore di Bacco (3), uno 
de' suoi duci, che si distinse pel suo coraggio 



(1) Vedi la nota (^) e (5) della tav. XXXIV , pag. 24^ 
di questo volume y e Museo Pio-Clementino , totn. i , 
tav. XLVI; e tom. IV, tav. XXVIII. 

(a) Vedi Sculture del palazzo della villa Piuciana^ 
tom. II, stauza IX, num. i5, pag. 96. 

(5) Sileno, secondo i mitologi, fu figliuolo di Mercu- 
rio , secondo altri > di Pane e di Ninfa > alcuni final- 
mente lo vogliono nato dalle goccie del sangue di Celo. 
Al dire di Pausania e di Pindaro nacque in Malea città 
de' Laconi. Egli, seguendo i poeti greci ancor piìi an* 
ticbi, fa l'educatore di Bacco. Còsi Orfeo nelk versione 
di Salvini unita all'Esiodo, pag. 35a : 

Odimi tu di Bacco allevatore , 
E molto venerando ajo e nudricio 
De' Sileni molto ottimo ^ onorato 
Da tutti Iddii ed uomini mortali. 

L'etimologia del suo nome da molti si deriva dalla. pa- 
rola greca e^^it^eiv che vale petulanter ludere. Egli si 
fa padre degli altri Sileni seguaci di Bacco. 



tndbte nelle pugne contro i gìgftnd (i)^ non dcH 
Teva mostrarsi sempre stupido e molle. Ailorchè 
le Ninfe ed i pastoreOi, secondo YirgKo (a)^ 
trovarono Sileno oppresso dal vino, e che pre« 
$ero giuoco del suo sonno profondo , riscosso egli 
appena dal suo letargo, cantò filosòfiòamente so* 
pra la natura degU esseri , e fece stupire non che 
i Semidei e gli uomini , g^ animali ancora e^ 
le insensate jHante. 

L' egregio scultore trolle dare a divedere in que- 
sta elegante figura un I^ume rustico nelle forme, 
quale si era una deità campesu-e. Robusto è Si- 
leno , ma in età avanzata ; l' eccesso del vino non 
gli ha tolto la gagliardia e la forza. Tutto si uni- 
forma , se ben si considera a questa idea , e tutto 

- W * ■■■ « I II ■■■ . I I 

(I) Euripide nel Ciclope , r. 5 , fa da Sileno ricordare 
t Bacco le aae prodezze in questi termini: 

Deinde in praelio belli Giqcuitei , 

Ad dextram pedem tuum auxiUcUor cum essenip 

Enceladum clypeo in medio percutiens ^ hastaj 

Interfeci, 

(a) Virg., Ecl. VI, v. i3: 

.••*..,. Chromis, et Mnasy'lus in antro 
Silenum pueri somno videre j acent em , 
Inflatum ftextemo venas , ut semper ^ Jaccho , 
Serta procul tantum capiti delapsa jacebant : 
Et gravis attrita pendebat cantharus ansa. 

Tum, vero in numerum Faunosque ferasque videres 
Ludere, tum rigidas motore cucumina quercus, 
Nec tantum Phoebo gaudet Pamassia rupes: 
Néc tantum Rhodopg mirahtw' et I$marus Orphe^* 



*99 

si troverà eseguito colla ma^or finezza dell'arte. 
Se si osseiTa il sao capo, esso è calvo, e la co- 
rona di pampini o" di edera snppfisce alla man* 
cao/a de'capelE, senza rendere la testa pesante, 
che assai avrebbe disconvenuto ad una figura 
che doveva essere di proporzione non isvelta. Ben* 
che abbia il naso compresso, ed una certa lar- 
ghezza nella faccia, pure non è di ridicolo aspetto; 
anzi mostra fierezza qual si conviene a chi gode 
in ammansare una fiera. Potrà anco avvertirsi che 
ha le orecchie caprine, il che non si oppone a 
crederla una immagine di Sileno, poiché la sta- 
tua Borghesiana che sicuramente rappresenta^ il 
nutritore di Bacco, nella forma più sublime efii* 
giato, ha le orecchie in tal guisa (i). In tutto il 
suo corpo sono così bene risaltati i muscoli, e con 
tanta arte coperti dalla pinguedine , che nel tempo 
istesso si uniscono la robustezza , V età , ed anche 
la rilasci atezza che dall* ebbrietà s'induce. Il mair* 
mo trattato colla maestrìa piii sublime si è cosà 
ben cangiato , quasi diremmo , in carne , che sem^ 
bra moHe e vivo tutto il suo corpa Piii che 
le nostre parole gioverà uno sguardo a destare 
V ammirazione di un' opera che dessi ascrivere 
m tempi più felici per le arti 

Se questa ftatua ci porge poche erudite rifles* 
ttom , supplisce a ciò coli' essere un raro mo- 
dello per la scultura, che in questo genere non 



(i) Lamberti , Scultura, della villa Pinciaoa , tcna. If , 



3oa 

ha sicuramente un migliore esemplare. Si potrebbe ^ 
dire che in questo Bdonumento Sileno accenna la ' 
potenza di Bacco e del vino: nella pelle di ca-' 
pra è indicala la vendetta che prende quél Nume 
sopra ' i suoi nemici e sopra chi distrugge le viti ( i ): 
nella tigre che domata e timida si sta al suo 
piede, si mostra il suo potere anche sopra gli ani- 
mali più feroci (a). 

TAVOLA XLL 

Sileno CON VASO*. 

Per la naturalézza dell' invenzione si distingue 
la presente statua, ed è egualmente lodevole per 

(i) Virgilio parlando delle viti al lib. I( delle Geor- 
giche , V. 578 : 

Quantum iilì nocuere greges , durique venenum 

Dentis , et admorso signora in stirpe cicatrix..^ 

Non aiiam. oh culpam Baccho caper omnibus aris 

Caeditur. 

Qui nota Servio sopra le vittime: J^ictimce Numinihus aiU 

per similitudìnem , aut per contrarietatem. immólantur» 

Per simìlitudinem ut nigrum. pecus Plutoni. Per contra' 

rietatem ut porca y quce obest frugibus Cereri: et capere 

qui obest vitibus Libero .... Aris autem, omnibus non 

sine caussa dixit» Nam cum numinibus caeteris varie prò 

quaHtate regionum sacrificetur • . Libero ubique 

caper immolatur-, quia vites quae in hohore ipsius fue-* 
rant , ah eo comestae sunt, Iratus Liber pater eum oc^ 
cidi fecit , et et tolli utrem , in quo mitti vinum fecit 
prò ejus vindicta, 

{1^) Sopra la tigre sacra a Bacco , noi già parlammo 
in questo tomo, tav. XXVIII , nota (a), p. aai* 
* Questa statua è alta palmi sette col plifito. U mar« 



3k>i 
la franchezza con cui yedesi eseguita. 11 corpo 
pingue ed 4 annoso non. poteva spettare che a Si-* 
leno, e le orme di un otre o di un vaso (i) 
qhe si vedevano sopra la spalla sinistra , ne erano 
un distintivo sicuro^ perciò, la testa antica che 
fii soprapposta al toi^, ha supplito ad una con* 
simile, che mancava. Osservando nell'aspetto di 
questo Sileno una nobiltà minore di quella ché^^ 



mo è pario del pia compatto. La testa aniica, ma ri- 
portata f è di marmo greco. Sono moderne le gambe , 
metà del braccio destro, tutto il braccio sinistro, e nella 
pelle di capra vi è. qnalche tassello* Il vaso è antico, 
ma adattato. Fu ristaurata dal signor Carlo Albaccini, 
scultore accademico. 

(i) Bencbè negli, otri si ponesse generalniente il vino 
dagli antichi , pure eranvi dei vasi di terra che servi- 
vano air uso istesso, anzi un vaso non -dissimile daino* 
stro si ^ vede sopra la spalla di un putto per raccorrò 
il vino che esce dal tino in un bassorilievo della Galle- 
ria Giustiniani al tom. 11, tav. 73. Questo vaso non 
impropriamente potrebbe dirsi Cb^o, giacché questi era- 
no vasi 4i terra che stringevano nella sommità, si chiu- 
devano col sovero , ed erano dagli antichi usati per 
conservare il vino. Vedasi Nonnio Marcello e Plinio che 
né parla in varj luoghi e ne descrive gli usi diversi* 
Questi al lib. XXVI dcU'Istor. Nat., sect. XLIII, t. V, 
pag. 33o , avverte che si facevano i Cadi ancora in 
marmo ed in alabastri preziosi. Abbiamo parlalo di que- 
sto vaso mentre è antico^ e se non era sopra questa 
statua, era. unito ad altra figura. Il nostro Sileno per 
altro avrebbe dovuto sostenere piuttosto un otre, giac- 
che nelle pompe Bacchiche di Atene vi erano quelli che 
portavano sopra le spalle gli otri, e da Suida sono detti 
à(rxO(pópQl. Vedi il medesimo in dc^XÒ^. 



Soli 

notammo neDa statiut antecedentemente mostl^ta , 
crediamo di riguardarla non tanto per una figura 
del vecchio nutritore di Bacco , quanto per un 
Sileno o Fauno barI>ato seguace di quel Nume, 
n eh. sig. ab. Lanzi (i) nelle sue tre dis6erta2doni 
sopra i yasi antichi dipinti, volgarmente ckia" 
mati etruschi j ha lungamente parlato sopta i Pani, 
i Satiri , i Sileni , i Fauni , e ne ha secondo la 
piii antica greca mitologia indagato le vere di* 
atinzionL Nel denominar noi questo uno dei Si- 
leni del seguito di Bacco, non ci allontanammo 
dalle sue riflessioni, e solo vi abbiamo aggiunto 
il nome di Fauno barbato per facilitarne a tutti 
r inteUigenza , non intendendo mai che quella ne 
sia una propria denominazione. 

Essendo la presente statua di buono stile « ma 

forse latino, ci sarebbe stato lecito di non istare 

tanto attaccali alla proprietà delle greche favole : 

, ma quando la greca mitologia non si oppone alla 



(i) Il signor abate Lanzi ha dato un nnovo sistema 
ad ogni cosa che ha intrapreso a trattare. Egli ha posta 
in nnova luce le lingue antiche d' Italia nel saggio so- 
pra quelle. Ha dato poi anche alla pittura degli antichi 
vasi un nuovo ordine , illustrando i più dffficilt punti 
della mitologia e della istoria. - Potrk consultarsi la se* 
conda delle tre dissertazioni sopra i detti vasi , p- 94 ^ 
S IV^ oTe dottamente parla dei Sileni. Il cielo rinnovi 
in lui gli anni di Nestore a gloria della nostra Italis^ 
mentre in esso ammira 1' Europa un profondo antiqua- 
rio , un conoscitore delle arti , tanta benemerito della 
antica e moderna pittura^ della quale ha con tanto oi^- 
dine e metodo disteso replicalamente V istoria. 



SoS 
^ è Bempufi pia sieara cosa aegioire la prima , 
che fu quella che dette geaerahnenté f^ arg(H 
9ienti alle andche sculuire. 

TAVOLA XLII. 

Ercolk con UVA BaccinTb ** 

Bacco ed Ercole, amho fi^ di Giove e di 
donna mortale (i), ambo giunti ad essere Deiia 
premio di loro imprese (a), furono hene spesso 
dagli antichi in»eme congiunti, e come compa- 
gni rìguardau. Molti monumenti perciò li mostrano 
uniti (3), e Tedesi alle volte Alcide precedere il 



'^ Questo cippo è alto palmi tre e mezzo. Il baasori^ 
lievo senza V ornato è alto palmi due , e largo uno e 
mezzo. £ icolptto in marmo di Carrara ; esisteva nella 
villa Mattei, e poi passi allo studio de' sigg. d'Esle e 
liisandroni , dai quali fa acquistato. 

(i) Come Bacco fu figlinolo di Semele figlia di Cad- 
mo re di Tebe , cosi Ercole fu figliuolo di Alcmena 
nata da Elettrione, re di Micene, e di Anaxo figlinola 
di Alceo, re dei Tirinzj. Vedi Sax.^ Toh. Genealog, 
Deorum reg., etc. , tab. XI, Regni Argivi IIL 

(2) Nel toiAo IV del Museo Pio-Clementino,pag. i8a , 
n. (a) y è riportato con versione io verso italiano nn epi- 
gramma dell'Antologia; qbe fa il paragone , e descrive^ 
la simiglianza di Bacco e di Ercole. 

(5) Tralasciando le medaglie di Settimio e dei suoi 
figli Caracalla e Geta, evvi nel Museo Pio^Clementino 
un elegantissimo bassorilievp notato nel!' indicaziane di 
quel Museo, pag. ao4> num. 38. 



3o4 

tiìonfa dì Bacco (i), e perfino ia qualche bas- 
sorilievo nel cam> medesimo del Dio del vino 
81 scorge associato (2): come altresì replicata- 
mente sì osserva circondato dai seguaci di Bacco 
nella quiete e nella ubbiiachezza (5). Queste os- 
servazioni fecero, che il presente cippo avesse 
luogo in segtiìto dì Bacco, giacché altro non ci 
addita che il debellatore degli uomini, delle fiere 
e dei mostri terrestri e d' averno , vinto dal vino 
in placido riposo fi*alle danze ed ì suoni delle Bac* 
cand e dei Satiri. 

La scultura di questo marmo è romàna , e non 
dessi : ascrivere a tempi molti felici; ma se l'arte- 
fice . non giungeva alla perfezione dell' arte , sa- 
peva peraltro comprendere quello che doveva imi- 
tarsi , ancorché non potesse giungervi col suo 
scalpello. Sono da buoni modelli copiati gli or- 
nati, e coDa profondità del lavoro ^ cavato con 
trapano^ ha procurato dare a questo quel risalto 
che non ha saputo ricavare colla delicatezza e 
coDa giusta degradazione. Le figure poi derivano 

(0 Md»co Capitolino y tom. lY, tav. LXIIL Galleria 
GiustiniaDi, tona. II , tav. lao. 

(a) Museo Pio-ClementÌDo ^ tom. IV, tav. XXVI. 

(3) Nella dottissima opera sopra gli antichi bassirilievi 
di Roma del eh. Giorgio Zoega, involato in questi giorni 
dalla morte ai suoi studi ed alle lettere , si trova al 
tom. II y tav. LXVU, riportato un bassorilievo della 
villa Albani con Ercole ubbriaco fra Baccanti, e nella 
esplicazione pag. io5 si adducono altri esempj. Come 
altresì si osserva Ercole nella medesima compagnia al 
1. e, tav. LXX e LXXL 



c5d5 
fiorse dà ottimo orìgÌDalé , benché rìmangSiDO troppo 
affollate e confuse. Ogniqualvolta però si consi- 
deri isolata la figura d' Ercole , la troveremo espre^* 
siva e maestosa: come nella Baccante è da lo- 
darsi la vivacità, la leggiadria ed il grandioso get* 
tar dei panni, onde avviene che^da questa si 
possa da un artefice industre ritrarre una figura 
elegantissima e gentile. 

Ercole barbato siede sopra un sasso coperto 
dalla pelle leonina (i), la clava abbandonata, 
oziosa si giace a terra: egli appoggiato il gomito 
sinistro regge con quella mano la sua tazza (2)9 



(1) Sì avverti dall' espositore del Mufteo Pio-CIcmen* 
tino, chjB le pelli di due diversi leoni formarono far* 
matura ed il distintivo di Alcide. Uno era i] leone Ne* 
meo ; e r altro il leone Citeroneo. L' uccidere il leone 
che infestava Citerokie , fu una delle sue prime imprese; 
e quando in età giovanile si osserva con. tal pelle , può 
riguardarsi come colle spoglie di questa fiera* Museo 
Pio-Glem. I tom* IV , pag« a68 , n. (a). 

(a) Questo vaso da bere adoperato da Creole vedesi 
in molti antichi monumenti, e vedesi con molta varietà 
rappresentato. Il vaso o tazza usata da Ercole p^l vino 
era òeìto Scrphus Hercideus ^ e secondo Macrobio era pro- 
prio di Alcide , come il cantaro di Bacco :=; Scjrphus Heri 
cuiìs poculufn est , ita ut Liberi patris cantharus. Saturn.^ 
lib. V, cap. XXI, pag. 564. L'etimologia della parola 
Scj-phus j che è voce greca, dal Porcellini si ricava da 
XV(pOQ 9 ^uod vas quoddam concavum significata II Cam- 
pegio. nel suo trattato de Re Cibaria ^\\h^ IH, cap* XI ^ 
riporta ancora altre etimologie , essendovi fragli altri al-: 
cuni di opinione che questi vasi dagli Scili fossero 
denominati*, come quelli clic erano intemperanti neiruso 

Museo Chiar, Voi I. ao 



5o6 

mentre inalzando il destro braccio sopra il capo 

, - t . . .. _ — — 

del vìoo « onde T inebriarsi si dis«e Scjrttiare» Quésto 
vaso per la mole era singolare ^ il cbe si avvisa da 

fermili cratera ferehant 

Heradeum javenes , Ulum Tjrrinihius olim 
Ferre manu sola , spumantemque ore supino 
Vertere seu monstri victor , seu Marte solebat. 

Theb. Vr, V. 5Si. 

« 

Servio ci eonferma lo stesso , dicendo : Legitur in lihris 
antiquis, Herculem ad Italiam ingens ligneum pòculum 
intulisse , quo lUebutut in sacris : quod ne carie consu' 
meretur , pice ohlitum ser\'abatur , cujus magnitudinem , 
religionemque simul significat ( Yirgiiius ) dicendo , Im- 
plevit dextéram'sacer scypbus. Ad Aeneid. y Uh, Vili, 
V, 378. I monumenti nei quali appare piìi chiaramenie 
la grandezza dello Scifo d' Ercole , sono il bassorilievo 
Albani col suo riposo ed un altro spettante alla mede- 
sima villa I riportato nei Monumenti inediti dell' anno 
1786, giugno^ tav* III. Quando questo nappo è rappre- 
sentato solo f non già nelle mani dell' eroe , pare sia 
fatto quasi a guisa di mortajo; così è in due lucerne 
dell' Ércolano riportate nel t. YIII , tav. IV e XXXIV , 
secondo notò l' espositore del Museo Pio-Glementiuo ; 
cosi nella tavola Eliaca Matte] ana , riportata in quei 
monumenti, tom. III^ tav. I^ cosi nel bassorilievo Ca- 
pitolino al tom. IT, tav. LXI; cosi finalmente nel fron- 
tone Tiburtino esistente al Museo Pio -Glemeit riso, e 
pubblicato nel tom. IV, tav. XLIIL Nelle antiche me- 
dàglie di Beotia prodotte dal Begero , ITies. Brimdàh. > 
tom. I, pag. 473; si vede lo Sci/ò espresso diversamente; 
giacché è fatto un vaso dmilissimo al Cantaro di Bacco^ 
assai svelto , con manichi attortigliati , e la clava so- 
prappostavi lo dichiara per quello di Ercole. La descri- 
zione che Ateneo ci fa di tali vasi molto combina coi^ 



^0| 



che volge al eido, ^ fa vedere ne) jnìi pia* 



i4«i. 



questa forma e colla frittura dei suoi manichi, mentre 
dice ; Principio quidem fictiles fuerunt scyphi > ad quo-*^ 
rum imitùtionem argenieos postea siint fahricati ^ Boeotit 
primum magnae claritatìs , et dignitatis , praesertim eos. 
quos ideo Herculeos vocarunty quia primufi genere Boeo- 
tiu^ in expeditionibus Hercules illis usus sii , quae appe^ 
lationis caussa fuit, Dijferunt hi nonnihil ab aliis y quod 
auribus insit nodus , quent Herculeurh vocant, Athen. , 
lib. XI j pag, 5oi. 

Si distinguevano poi questi vasi non solo per la pre* 
ziosità della materia, ma ancora per la singolarità del 
lavoro y il che si ricava da molti passi di antichi autori, 
e specialmente da Plinio nell'Istoria naturale, dVe tono 
registrati pure i nomi di alcuni illustri artefici <ihe )i 
lavoravano, fra quali Aera gante, Zopiro, Mèntore, £u* 
franore, Aristone ed altri. Molte cose sópta quésto ar- 
gomento sono indiciate nel trattato De Vinti di Andrea 
Eaccio al lih. IV, part. Ili, p. i6g, e da altri eruditi. 

Quando si voglia' rintracciare la fatK>losu erigine dì 
questa taz^a , dovremo chiamarla celeste , mentre Apòl« 
lodoro narra che essendo Ercole nella ]>ilyia ni senti assai 
tormentato dai raggi del Sole, e che perciò scagliò un 
dardo contro il Sole medesimo, che. non- ^legnandosi 
all'ardimento, premiò il coraggio dell'eroe col dono di 
una tazza d' oro* Lo stesso autore soggiunge che di tal 
vaso egli si ser\'i per navigare 1* Oceano e: Itineris sui 
monumenta in Europae et Libiae Jinibus oppositas inter 
se columnas duas constituit, Atàbi in ùHìiere soUs radiis 
calefieret j arcum in deum ipsum ihtendeft non erubuii. 
Hic vero hominis vire$ admiratus ^ Herculem auteo pO" 
culo dpnavity quo Oceanum trajecit, Apoliod. , lib* II ^ 
pag* ii4^ /• 5. Questo cangiamento della taz£a in na- 
viglio si trova ancora in Macrohio al luogo già citato, 
il qualtf termifta il capitolo dicendo: SgQ tanien. orbi- 



Sod 

odo riposo (i). Intorao la fronte di Ercole si os- 
serva il serto di pioppo , che era una delle sue 



tror non poetilo Herculem maria trasvectum , sed na- 
vìgìOf cui scjrpho nomen fuit. V. Satum.y 1. V, e. XXI, 
pag* 565. 

Il dottissimo Zoega nell' esposixioDe dei bassirilievi 
Albani, presenta una opinione diversa sopra quei»to tra- 
passo deir Oceano fatto da Ercole , e crede che non 
colla sua tassa lo valicasse , ma bensì colT aureo cimbìo 
del Sole, ad esso prestaio dal Nume. Avvertendo che i 
vocaboli impiegati per denotare i diversi utensili somi- 
glianti e spesso identici erano , e barca, e culla ^ e taz- 
za , e caldaja , e molte altre cose f istesso nome por- 
tavano, y eòi tom. II y pag. 109. Il medesimo autore re- 
gistra molte antichità ove si vede Ercole col nappo nel 
detto tomo I(, pag. iSg^e fra queste è ancora diligen- 
temente descritto il presente marmo. 

(1) La positura della nostra figura, ed il suo volgere 
del capoverso le stelle, si adattano alla descrizione che 
fa Marziale di una piccola statua d' Ercole in bronzo , 
opera di Lisippo: 

Hic qui dura sedens porrecto saxa leone 
Mitigai exiguo magnus in aere deus 

Quaeque tulit ^ spectat resupino sidera vultu, 
d^us lava calet robore , dextra mero. 

Lib. IX, Ep. XLIF. 

Già altrove notammo che il braccio posato sopra il 
capo mostra sonno o riposo: 

Hic igitur tibi laeta quies, fortissime Divum 
Alcide. 

Stai. Sjl., lib. ir, VI , V. 96. 

Potranno leggersi alla tavola XIY del tom. Y del Mu- 
seo Pio-Clementino molte cose assai analoghe al nostro 
soggetto* 



5o9 
corone (i). Alla sua destra è scolpita una- Bac- 
cante in proporzione minore per indicare là gi- 
gantesca statura di Alcide (a). Questa vestita di 
lunga tunica, e di un peplo o. manto, che cir- 
condandole il braccio destro leggermente le svo- 
lazza d'intorno al capò, accompagna coHe grazie 
del batto il suono del timpano (3), che cotte mani 
levate in alto va gentilmente battendo. * * 

Nei lati che incisi a contomo si veggono su- 
periormente al cippo,, ewi un Satiro capripede 
che danza suonando i cembali (4) con ambo le 

(i) Sopra le corone proprie d'Ercole si parlerà all'oc- 
casione del busto che si riporta nella tavola seguente. 

(a) In molti monunienti antichi appare la |[tgantesct 
forma d'Alcide. Il riposo d'Ercole gik citato^ il fram- 
mento della stessa villa Albani , riportato nei Monunienti 
inediti dell'anno i'jSS, giugno, tav. Ili, e poi dal 
-eh. Zoegà, tonK II, tav. LXIX, bastano a comprovarlo. 
Questa straordinaria corporatura d'Ercole con somma 
energia è indicata da Sofocle nelle Tracbinie, dicendo 
elle prese Lica per un piede e che il gettò contro uno 
scoglio nel mare , che si suppone sempre in qualche 
distanza dalla terra : egli ancor dice che alle sue voci 
risuonarono le montagne opposte di là dal mare. Eccone 
la robusta versione del eh. sig. abate Amati : 

.In giro a luì 

lUmbomhavan le rupi , de' Locresi 

Le nude aspre montagne ^ e delV Eubea 

Le prominenti in mar scogliose vette. 

Trachin. ^ i;. 787. 

(5) Già altrove si notò che i timpani si adoperavano 
nelle feste di Bacco. Vedi alla tar. XXXYI , ec. , n. (a), 
pag. aSg. 

(4) I cembali si vedono continuamente nelle mani dei 



Sto 

manij ed al suo piede rimangono il pedo e k 
Àinga , Ì5Urun)enti che bene spefiso sono usati da 
questi Stìgte$d semidei Si poU'à nel S4itii*o ossero 
.▼are il serto posto a trayer^o del cQrpOi propiM 
delle feste di BacQO (i) j come altre^ le oriee* 
chie abt^assate, quali mj^^m^ma in altri antichi 
.moi]iunienti (3). finalmente nel lato opposip evyi 
un Fauno q S^itiro di umana forma , ma coh orec* 
4i\ue cajHine, col pedo netta destra, ed un otre 
^pr^ Tonferò ^ini^tro posata sopra una pelle di 

Pgre- 

TAVOLA XLIII. 

EeCOU GIOTINK- COIIONATO DI PIOPPO ^ 



Questa testa maggiore del vero è lavorata con 
tanta maestria e con tapta sceltezza di forme, 

^— — ^^ > j i ■ 111 ■ - ■ i. r ■! ■■ I II. I ■■ ■»■■«» ■ I ■ Il 



« Satiri, dei Fauni *e delle Baccanti. Il lieto snono di 
quei metalli percossi accompagnava le danze e le feste 
di Bacco; come pu^ osservarsi in tante antichità d'ogni 
genere. 

(i) Si osservi 9^ tal proposito la nou (2), p. ^48» dit 
noi ppstn alla tay. XXXIV di questo volume. 

(a) Yedasi al luogo gik citato la nota (a), pag. ^44 , 
della medesima uv. XXXIV. 

* Questa testa è in proporzione di una statua alta 
P^b di otto palmi. È lavorata in marmo grechetto; non 
Jia di ristauro che il naso. Adornava un tempo il nobile 
giardino Aldobrandini sul Quirinale. Fu acquistala dal 
It^por cavaliere Vincenzo Paceui. 



Sit 
«Ile meritamente può contarsi frai boati piii b^Ili 
a noi restati dalle arti greche. L'insigne artafice 
che la scolpi non ne trascurò le piii piccole 
parti: egK avendo colla jicchezza della eprona 
dato un risalto alla purità delle forme » scol- 
pite con somma grazia e diticatezza , ci pre- 
senta un giovinetto robusto sì , ma avvenente » che 
nel tempo stesso dimostra un non so rbe di so- 
prannaturale e divino (i). 

ISoi in riguardarlo a prima vista, giudicammo 
che Bacco si rappresentasse in questo elegantis- 
simo busto , giacché la corona di pioppo poteva 
confondersi confedera che forma il serto di quel 
r^ume. Ma poi attentamente osservando lo sguardo 
virile che al molle 6glio di Semele non si con*- 
viene (2), V incre^atura deUa fronte , il rileva^ 
mento del ci^o , i capeUi ricci e tagUau in modo 
adetico , la . grossezza del collo , comprendemmo 
essere una immagine del giovine Alcide , bastan- 
temente indicato dai caratteri del suo volto. Winr 
ckelmann , il gran maestro dell' anuquaria e delle 
arti, in più luoghi descrisse la bellezza d'Ercole 
giovinetto, e notò che alle volte quasi giunge 

(1) Ercole y come figlio di Giove, può avere nei li- 
neamenti del suo volto un non so che di soprannaturale 
e divino y anche prima che fos^^e deificato. 

(a) Qaando si parlò delle immagini di Bacco si de* 
scrissero i segni che lo distinguono , e fra qnesti dee 
contarsi il muliebre^ che non solo dimostra neU' aspeUoji 
ma ancora nella rotondità di tutte le sue membra. Apol- 
lodoro Io descrive allevato fralle ninfe di Nisa | città 
dell'Asia; lib. llt^ pag. 171 ^ 1. 19. 



Sia 

alle fattezze muliebri (i): pure egli si avvide aDe 
forme consimili al nostro busto , che una tèsta io- 
'Cisa da greca mano in uno dei più begli intagli 
del Museo Stoschiano , coperta di pelle di leone , 
descritta già per quella di Jole, era una testa di 
Alcide (a). Poca varietà s' incontra fra 1 nostro 
marmo ed il bellissimo Ermeracle. del Museo 
Pio-CIcmentino (5), e la robustezza maggiore dee 



(i) Ripelerenio le parole di quell* insigne scrittore : 
Ercole vien talora rappresentato nella più bella e florida 
giovanezza con . sì dilicati tratti y che non ne lasciano ben 
distinguere il sesso : quale appunto la voluttuosa Glicera 
desiderava che fosse un garzone ( j4then. Dipnos. , L XIII, 
pag. 6oB^ Z>. ); e tale si vede inciso su una corniola 
del Museo di Stosch. Ma per lo pia ha la. fronte che 
sporge in fuori e s' incurva, mostrando lau^ certa pièga' 
tura che rileva y e sembra in {/ualche modo gonfiar V os* 
so delV occhio^ Questi tratti ne indicano la forza e il 
continuo affaticarsi che egli fece in mezzo ai travagli^ 
i quali y come dice Omero y gonfiano il cuore, ifomer. , 
Jliad., Ub. 5j Vn 55o-64ii. Wiockclm., Storia dette 
(irti ^ ec.| tom* 1, pag. ^^kS. 

(a) WincVelnianq, Description des pierres gravées de 
Stosch, pag. a68, nnm. 1679. A questa testa adattò 
quel dotto scrittore i versi di Ovidio , MeUm., 1. \III , 
V. 5ati ; 

Quam dicere vere 
Virgineam in puero , puerilem in vùrgine posses. 
Come altresì ripete a questo luogo il passo di Ateneo 
gii citato alla nota superiore : Tum enim formosi patri 
sunt . . . cum sunt foeminae similes. 

(3) Y^di Museo Pio-Clementipo, tom. \l, tav. XIL 



3i5 
attribuirsi in quella alla proprietà di un erma 
che sempre esige piii solidità di quella che debba 
avere la testa di una statua, alla quale conviene 
mostrarsi più gentile, piti vivace, più animata. Se 
prima si doveva ricorrere alle piccole gemme per 
avere un giusto esemplare di questa erculea bel* 
lezza , ora ne abbiamo un perfettissimo modelTo 
in questo busto conservato intatto per tanti secoli. 
Ancorché molte fossero le corone che ad Er- 
cole si convenivano (i), pure quella di pioppo 

(i) Tertallìaoo indica le diverse corone d'Ercole in 
questi termini: Hercules ntmc popuium capite prcpfert ^ 
nunc oleastnan , nane apium , De coron, milìt., e. f^Jf, 
pag. io4> C. Della prima corona , cioè di quella di 
pioppo, noi ne abbiamo nn esempio nel nostro marmo 
e nelFErmeracle del Mnseo Pio-Clementino indicato di 
sopra : f ralle antichità dell' Eccola no alia tav. If ;* n. !i 
del primo tomo de* Bronzi^ evvi un Ercole barbato con 
simtl coróna. Tale parimente esser deve quella che ve- 
desi sul. capo d'Ercole nel niarmo pubblicato dal Bois- 
sardo, part. IV, t. 71, ripetuto dal Montfaucon , Antiq. 
ExpL , tom. I , tab. CXXXVI , num. I ^ che da quello 
scrittore si chiama corona d' edera. Questa corona era 
proprianiente del pioppo chiamato populus alba, la quale 
ha le frondi superiormente piii oscure ; e al disotto bian* 
castre. Antonio Agostini ne' dialoghi sopra le medaglie 
adduce la cagione , onde era sacro ad Ercole quest'ar- 
bore : De populo arbore vix occurrit aliud quam arbo^ 
refn esse duram , altam , ac rectam , qute in Herculem 
probe quadrante Folla quia sunt viridia , et alba , rftifd* 
moque impulsa vento , Herculem forte ad coronam inde 
sìbi texendam invitarunt, Dial. V, pag. 71, C, edit. An* 
tuerp. 1617, fol. Sono notissimi i versi diFedrO| 1. IH; 
17 j e di Virgilio, cgl; VU, v. 61 , che dicono U piop- 
po sacro ad Ercole^ 



Si4 

gli fii k piit gradita: di questa ai cinse quanda 



L* olivo •ilvestre fu un'altra corona d' Ercole , giac- 
chi di questa fi cingevano il capo i vincitori de' giuo- 
chi olimpici i noi non possiamo indicare monumenii , 
ne' quali ti veda Alcide cinto di tal corona ; ma forse 
alenilo dei molti intagli ohe vapprestentsno' Ercole coro* 
nato di lanro, p/ì|raniio :aver ul .cor^a non facile a 
ravvisarsi in incisione di piccola mole. Winckelmann 
bensì nella descrizione delle pietre incise del Museo 
Stosch ci descrive al uunu 174^^ nn Ercole con un ramo 
d'olivo. Sappiamo ancora da Pausania, lib. il, cap. XXXI, 
pag. iS5y che la clava d'Ercole era di olivo silvestre. 
L' Apio fu corona d' Ercole non solo al dire di Ter- 
tnlliàno f ma ancora secondo Emilio Macro che aggiunge 
essere stala corona propria dei vincitori nei trionfi* Olire 
r enunciate corone vediamo la testa d' Ercole cinta an- 
cora di altri serti. Moltissimi sono gii Ercoli laureati 
che s'incontrano nelle antiche gemme;. nella citata de- 
scrizione delle gemme Stoschìanc; varie ne segua Win- 
ckelmann | come al n* 1684 1 i6d5^ 16S6, i6go^ 1691, ec. 
Potrà ancora dirsi a tal proposito y che secondo Seneca 
il tragico i Tebani resero onore ad Ercole ; allorché tor- 
nò triopfator dell' Averno col capo cinto di corona di 
lauro. Y. Herc. Fur. , Act. HI. , v. 828. 

Propria è pare d' Ercole la corona tortile che si os- 
serva in diverse sue antiche immagini , come nella testa 
del Museo Pio-Clementino^ tom. VI, tav. XIII , nella 
sua statua con Telefo dello stesso Museo, riportata al 
lom* li 9 tav. IX y ove può leggersi V esposizione. Il Mont« 
faocon aveva riportato due monumenti con simil corona; 
«sso erasi contentato di chiamarla una corona assai stra- 
ordinaria* Vedansi al tom. I; tav. GXXVIII, i numt i 
e 5 ivi la pag. aif. 

Nella medesima raccolta di Antichità spiegata dal P. 
MpntfancoD si trova alla uv. CXXXVHI ; n* 7 del sud- 



trionfi) dell^avemo (i); t col capo cinto di que-* 
sta fronde fìirongli dagK antichi popoli latini pre- 
sentati gli onaaggi (2), 



detto tom. I^ una medaglia dell'isola di C!hio^ tratta 
dal Tesoro BraDdebnrgìco di Begero , nella quale vi è 
Ercole eoo una corona radiata^ cosa. che qou vediamo 
aTTertita dai più recenti scrittori numismàtici. Non è 
per altro simii corona inconveniente ad Alcide , ognj- 
€[uaIvoIta si consideri j che secondo qualche antica mi- 
tologia Ercole si confondeva col Sole. Vedi Beger.^ 
Thes. Brandt,, voi. Ili; pag. 4? 1 « Vom.> de Orig* IdoIoLj 
lib« II, cap. XV y pag. 14^, b. 

Secondo il Pascalio Ercole si coronò ancora di mirto, 
pianta propria dei vincitori al pari dell' alloro. Vedasi 
il medesimo, de Coron.\ lib. VII, cap. XIX, pag. 5>i6, 
il cbe si confetma dall' Off manno. Lexicon, ec^tom. Ill^ 
P^S* ^^9^ ^ì fittila guida dei tragici greci. 

Finalmente Tertu1)ii|Do nel librerie PulUo alla pag. ig 
e 20 ci presenta Ercole effeminato , e servo di Jole, 
colla corona conviviale , e propria dei servi nbbriachi. 

(i) ... Hercidea bicolor curo populus umbra 

f^elayitque comas , foUisque innexa peperuUt: 

Virg., Aen. , Vili, v. 276. 

Qui notò Servio: Hercidi consecrata, qui cum €id inf&* 
ros descèndens fatigaretur labore , dicUur de hoc arbore 
corona facta caput velasse , unde foUorum pars tempo^ 
ribus cohaerens et capiti, ablmt sudorem : pars vero ex^ 
terior propter inferorum colorem nigra permansiti Akra 
cagione ne adduce il medesimo Servio al verso 61 del? 
r Egloga VII dello nesso Virglio : Quia ea velatus ab 
inferis redUt , quam Homerus lliad, , v. 5o9 , kxtpw^(A 
dicit ah Acheronte ad superos translata, qua corona usuSj 
duplici colore foliorum , geminos labores superorum infe-. 
rorumque testatus est. U istoria di questa pianta potrà 
leggersi nel lom. VI del Museo Pio-Clementino, tav.XIL 
(2) Allorché Fallante riceva Enjole all' ara massima , si 



L 



5c6 

TAVOLA XLIV. 

• • • . - 

FaAJHinEHTI DI ANTICHI aASSOULfETI \ 

Più in grazia dell' arte che dell' erudizione hanno 
avuto luogo in fine di questo volume i graziosi 
(rammenti di antichi bassirilievi , sopra i quali sia* 
mo ad accennare poche cose. Benché àeno infì* 
niti i bassirilievi restatici , pure sono ranssimi 
quelli che si ammirano per 1' eleganza. Pochi 
bassirilievi furono dagli antichi Romani trasportati 
dalla Grecia, poiché essendo impiegati nell' orna- 
mento degli edifizj , non si vollero questi barba- 
ramente distruggere o deformare. Molti furono 
dai Romani lavorati ne' buoni tempi , ma ebbero 
parimente l' uso medesimo , onde o cederono alle 
ingiurie del tempo, o caddero colle rovine delle 
fabbriche stesse. Gli edifizj posteriori ebbero un 
eguale ornamento, e questo ne moltiplicò il nu* 



corona di pioppo uaitamente ai saoi compagni ^ e Senrio 
ci avverte al citato verso ^76 del lib. "Vili dell' E- 
neide : Et honeste ait ; Pependit populus ^ idest, corona 
de populo, Atqui lauro coronari solehant , qui apud a- 
ram maximant sacra faciebant , sed hoc post urhem con- 
ditam coepit fieri. 

* Questi quattro frammenti sono tatti in marmo pente- 
lieo. Il num. I e n sono provenienti dalla villa Palom. 
bara all' Esquilino y acquistati dal sig. Antonio Gastaldi. 
I num. 3 e 4 sono frammenti che già esistevano alVa- 
ticano; e forse provengono dalla villa Adriana Tiburtina. 
Tutte le figure sono io proporzione sopra palmi tre. 



517- 
mero , e ne degenerò lo stile. Le casse sepol- 
orali sono state scolpite in tutti i tempi, ma ra- 
damente da eccellenti scultori^ di que3te si xin- 
Tiene ovunque qualche avanzo , ma poche se ne 
contano che si distinguano pel lavoro; e siamo 
assai paghi se dalle médesLme ci si conservano 
le copie di cose migliorL 

I frammenti al numero primo e secondo sono 
elegantisàmij fiirono rinvenuti alla villa Palombara 
d' onde sord il celebre Discobolo , e provengono 
perciò da rovine che spettano a fabbriche dei. 
tempi per le arti assai felici (i). La prima figura 



(i) Potrà leggersi un' esatta descrizione di quanto si 
rinvenne negli scavamenti della villa Palombara nelF in- 
teressantissimo libro del sig. ab. Francesco Cancellieri in- 
titolato ?S Dissertazioni epistolari, ec. , sopra la statita 
del Discobolo scoperta nella Villa Palombara^ ec. Roma 
1806; in 8. Ivi allapag. 5i e seg. si dà piena contezza 
degli antichi e moderni ritrovamenti ^ frai quali contan- 
dosi molte sculture bellissime , pub supporsi cìie in tal 
luogo fosse un' antica fabbrica eretta prima del. decadi- 
mento delle arti. Che se non bastano a comprovarlo le 
sculture ottime ivi radunate, lo comprovano gli elegan- 
tissimi grotteschi scoperti in detta villa e descritti dal 
Sante Bartoli s Monte Esquilino S Nella vigna del 
marchese Palombara, passato S, Giuliano alla mano 
dritta , nelf andare a S. Croce in Gerusalemme , nel 
cavarsi fu tr ovaia una bellissima stanza ornata di grot- 
teschi e paesi, che veduti dalV em-inentissimo Massimi , 
diede ordine la seguente mattina di farli cavare; restò 
deluso quel nobile genio dalla barbarie de* cavatori, che 
di notte tempo tutti li disfecero , eccetto uno di ^i palmi 
che restò inavvedutamente illeso tra calcinacci , quale 



ha velata il capo da una larga palla ó peplo 
<!he discende a coprire la tonica , e che dsdla donna 
si sostiene con ambo le mani, onde poter muo^ 
vere il passo. La seconda, che manca della testa 
é deOe estremità, pare che voglia danzare, ed 
è vestita con abbondancbsimo ammanto egiudi* 

■ 

mente che la prìma figura. Di una terza donna 
non si vede nell'estremità di questo frammento 
che una mano versante acqua dà un vaso sacro ( i ), 
e ciò basta ad assicurarci che un religioso rito 
vi sìa rappresentato. Benché' le libazioni acoom-- 
pagnassero i sacrificj di ogni Nume (a), pure il 



piacendo a Dìo si vedrà alle stampe presto, Vedi Roma 
Antica di&linta per regioni, ec, colla giunta di varie an- 
tichità trovate descritte da Ulisse Aldovrandi , Flaminio 
Vacca y Francesco de Ficoroni , Pietro Santi Bartoli , ed 
altri sino all'anno 1741* Roma 17477 a spese di Fausto 
Amiilei y in 8; pag. 3oi. 

(1) La forma elegante di questo vaso lo assomiglia a 
quelli che vedonsi nelle medaglie imperiali , ove si mo- 
strano gli arredi pontificali | e viene denominato Sìm" 
polo. È pur vero per altro che in molte are sepolcrali 
o cippi si osserva egualmente scolpito insieme colla pa« 
tera. Semprie per altro lo vediamo come cosa destinata 
a sacrificio, ed a sacro uso o di religione verso gli 
Dei f o verso i mani dei defunti* 

(a) Non mancheranno occasioni nel decorso delle espli- 
cazioni di questo Museo di parlare lungamente sopra le 
ceremonie delle sacre lustrazioni , onde per ora rimet- 
teremo i nostri lettori alle erudite osservazioni sopra tale 
argomento distese da Giuseppe Laurentio, Varia Sacra^ 
in Gron. Thes. , tom. VII , pag. ( 2 18 } ^ ed all' altro opu- 
scolo del medesimo^ de Naialiiùs Conriy*, 19 Gron, Tkes.^ 
om • Vili ; pag. ] 440 ; ed altri. 



5ig 
Tedere soltanto donne impiegate ili questa sacra 
ceremoma, ci & pensare alle feste di Bacco^ che 
da donne sole come saceicdo tesse in alcuni luòghi 
della Grecia (f) si celeJ^rayano. Iton npeierema 
che la danza accompagnava questi riti, avendone 
già parlato hastantemente altrove (2); solo aggiun- 
geremo che questa sembra una festa celebrala 



(x) Presso de' Greci vi erano alcune sacerdotesse che 
celebravano gli occnlti misteri di Bacco j che Cerare 
erano nomate secondo Esichio e Polluce , 1. Vili, seg. 108* 
In Atene si con lavano quattordici di queste sacerdotesse 
di Bacco, che appunto corrispondevano agli altrettanti al- 
tari f coi quali in quella città si onorava quel Nume : e 
ciò si ricava da Dionigi d' Alicarnasso e dall' Etimolo- 
gico. Si nota dagli eruditi , che in quest* ultimo si legge 
Vspàipa^^ come anche in Demostene in Neaer. , trovan- 
dosi per r opposto in Pollnce ed in Esichio ysòapai ^ 
ed in Arpocrazione yepaipiU^ quasi che dovessero es- 
sere in età matura* 

Pausania al lib* III^ cap» XX, pag. a6i, dichiara 
espressamente che le sole dotine amministravano le cose 
sacre e gli arcani di Bacco nel!' antica città di Brisea. 
Quindi Ovidio nel lib. IH de' Fasti , v. 761, scrisse, 
parlando delle vecchie sacerdotesse di Bacco e delle 
focaccie , che vendevansi nelle fette Tinali : 

Melle pater fruitur : liboque infusa colenti 
Iure repertori candida mella damus* 

FoenUna cur presset , non est rationis opertae 
Foenuneos thjrso concitai ille choros 

Cur anus hoc faciat ^ quaeris ? vinosior aetas 
Haec est , et grayidae numera vitis amans. 

(a) Circa le danze sacre a Bacco^ vedasi alla pag. «55 
di questo volume la nota. 



5:20 

colla maggior decébza (i^i e sento qtiel furioso 

strepito che alle volte vi si mischiava (2)* 

Facendo attenzione alla figura muliebre cfae-ve- 
desi sostenere un bambino dinanzi ad una ma* 



(1) Il grave e modesto ammaoto delle donne espresso 
in questo frammento ben si conviene alle sacerdotesse 
di qualche Nnme ^ giacche secondo Aristofane ( Lysi- 
stretta ) le nobili donzelle comparivano nelle pompe de* 
gli Dei vestite de' più ricchi abili , e colla maggior de* 
cenza , e vi concorrevano insieme indistintamente le gravi 
matrone 9 le vergini, ed anche le donne meno oneste. 
Euripide (Bacchae) dice che agli arcani di Bacco, non 
erano anunesse senonse le vecchie sacerdotesse ; e che 
comparivano col capo velato « col piede calzato , e nella 
maggior decenxa, distintivi tutti òhe mollo si adattano 
alle figure del nostro Trammento. 

(2) Ovidio nel lib. ili delle Meidraorfosi al v. Si^S 
descrive io strepito delle feste di Bacco: 

Liber adest : fcstisque fremunt ululatibus ogrL 

Pentheus cut , aerane tantttm 

Aere repulsa valent ? et adunco tibia coma ? 

Foemineae voces , et mota ^insania vino : 
Obscenique greges^ et iiiania tjrnipana vincant? 

Basta poi osservare gli atitichi monumenti j che trove- 
remo le Baccanti I i Satiri accompagnare le feste del loro 
IVume coi cembafli.^ coi timpani , coi crotali , colle lire , 
e con ogni genere "d' istrumento da suono y come anche 
le tibie f le trombe e tutt* altro. Si not^ alla pag. 352 
nella nota , cìie nel trionfo di Tolomeo Filadelfo celebralo 
a simiglianza di quello di Bacco , vi erano alcuni carri 
sopra i quali posavano divèrsi trofei che si scuotevano 
camminando, e rende vaoro un suono ; secondo asserisce 
Ateneo. 



3:»t 
trona, elegante frammemo^ npottato al oiìmero 
terzo e quarto di questa tavola^ bea si ravvisa 
essere questa una delta ehe consegua ub barn* 
bino ad uua donnetta. La maestà del volto , la mi'» 
tella che le adoma il capo , uè sono segui ba* 
stanti; 'ma essendo mancante il niarmad'c^^m sim«* 
bolo , come rintracciarne il soggetto ( i ) ? Noi nella 
lunga descrizione di questi monumenti abbiamo 
procurato di non arrischiare mal sicure o dub- 
biose congetture ^ onde nella dichiarazione di que* 

(i) Per proporre una qualche congettura sopra 1* ar- 
gomenio di questo bassorilievo ^ noi diremo che vi si 
Rappresenta la nascita .dì &iove. La figura di deità che 
vedesi sostenere un bambino sorge dalla terra ^ che tutta 
ne ricopre la metk inferiore , e ìft figura che le è d' ap** 
presso ben indica il piano del bassorilievo. Noi non co-^ 
nosciamo figura che si* veda più spesso rappresentata già* 
cente , o sortendo dal* suolo ^ che quella della terra me- 
desima. Ognuno sa che kea f la Terra ^ Opì , Cibele > 
la gran Madre sono nell' amica mitologia una cosa me- 
desima, onde qottsta può ben rappresentare la madre di 
Giove* Si potrebbe opporre a questo nostro pensiero^ 
che Cibele e la Terra si osserva le più volte negli an- 
tichi monumenti col capo coronato di torri , ma non 
mancano qnelli ove ei vede ornata di una sola mitella ^ 
tralasciando le medaglie di Antonino Pio , ove è Opi 
sedente col capo non turrito , si potrapno addurre an^ 
che altri esempj tratti dall' antichità. Il eh. sig. Zoega 
ravvisa la Terra nella figura che è 'folto il carro di Ce- 
rere alla tav. XCVII dei bassirilievi Albani y e questa 
non ha il capo cinto di corona di torri* > Così nella ta- 
vola Xm del jS^polcro dei Nasoni^ fa Terra che se- 
dente deplora la morte del figlio Anti^^^ non è turrita^ 
cosi in altri monumenti. 

Museo Chiar^ Yol L xt 



fit'ultuno monumento tion Togliamo acquistare il 
nome di fantastici sognatori. Chi osserverà il )jre- 
sente marmo, avrà occasione di ammirarne il la- 
Toro che non disconviene ad un greco artefice f 
e potrà a suo piacimento adattarlo alta nascita di 
un Nume o di UB eroe* • 



^ ! 



3a5 
l!d3ICAZI0NE DE' MONUMENTI 

CITATI NEL CORSO DELLE ILLUSTtliZlONl 

» 

S lUPPRSSftNTÀTI NELLA TAVOLA A» 



•»^maàm,mtém>mtdlm 



A. I » num. I. Il sistro cìie si riporta nella 
grandézza del suo originale spetta al Museo 
Borgiano, ed è in avorio. Apulejo ( lihk XI y 
p<ig. ^4^, 16 J gl'indica lavorati in oro^ in 
argento ) in metallo ^ ma quelli di avorio no^ 
rendendo suono^ dovevaiM> essere non un istru-i* 
mento, ma un sìmbolo. Kirchero COedip.^ t.II^ 
pag. 4?^ ) Rota Dwinatoria) chiaramente ci 
avverte che Iside era indicata dal sistro : per ' 
Sjrstrum Isidem. Non sembra improbabile che 
come gli iniziati di Cibele portavano V immagine 
della lor Dea , gì' iniziati d' Iside ne portassero 
il simbolo. Negli antichi scrittori par non si 
trovi traccia di tal costumanza , ma può per- 
suader questo la quantità^ de' piccoli sistci por* 
tatili che si rinviene nei diversi Musei; H chia- 
marsi gli Egiziani turba sistrata come da Mar» 
ziale {^Ub. XII, epig. 29, , a;. 19). e da altri ì 
può favorire questa congettura , poiché non tutti 
gli Egiziani suonavano quest' istrumento. Quanto 
è certo che il sistro si adoperasse noUe sacre 
cerimonie , tanto pare fosse adoperalo negli usi ^ 
domestici, come i nostri campanelli, ed era 
anche adoperato negli «si nilitari , non solo 



3^4 

dagli Egiziani , ma ancora dalle Amazzoni. Egual- 
mente è certo clie era riguardato come cosa 
giovevole ad allontanare i mali. Plutarco , De 
Iside et Osiride , asserisce : Ajunt enim sistris 
Tjrphonem asserti ^ àtque depelli. Nella mano 
superstiziosa di bronzo riportata da Pignorio 
(^Mensa Isiaca et Magnae Deum matris Ideae 
et jtttidis Initia , pàg. 3 ) vedesi fralle altre 
cose figurato il sistro. Nel pubblicare questo 
gentil monumento si è dato un saggio troppo 
tenue delle rarità egiziane che si conservano 
del Museo Borgiano, ma pure può dimostrare 
quanto è abbondante ' in tutto. Vedi pag. 211. 

A. 1 9 num. a. L' Ocrea delineata in diversi 
aspetti è la pih conservata fra quelle che si 
trovano nel Museo Vaticano, È questa legge- 
rissima , né vi si i trovata orma di fori , dai 
quali potesse essere attaccata ad una fodera pih 
molle ^ che pur doveva avere dalla parte in- 
teriore. In una vi sono sopra il ginocchio di- 
▼em buchi artefatti che potevano servire per 
attaccarvi questa fodera. Sembra dal confronto 
di antichi monumenti, che alle volte le ocree 
fossero aHacciate da striscie , forse di cuojo. 
Vedi pag. 162 9 n. {p). 

A. I, num. 3. Questo singolare medaglione 
ora nel Museo del sig, conte dì Vitzai, acqui* 
auto per mezzo del IP. D. Felice Caronni bar- 
nabita, è stato riprodotto due volte d^l col- 
tissimo sig. Francesco M. Avellino nel suo Gior- 
nale I^uQìismatico che pubblica in Napoli, Nella 



535 
seconda edisione del medesimo Giornale al n. lll^ 
tav. llf, pum. 6^ se ne vede nuovamente dalo 
l'impronto. Alla pag. 85 riporta il pensiero di 
un insigne letterato che si discosta dalla spie* 
gazione data di questo medaglione , benché ac« 
colta quasi con generale approyaKione. Noi siamo 
grati air obbligante maniera colla quale quel 
letterato propone le sue allegoriche congetture^ 
né e' impegneremo ad alcuna risposta, giacché 
nella letteratura possono giustamente aversi 
varie idee, setiza offendere chi é di diverM 
sentimento. 

Solo crediamo nostro dovere dare in. questa 
circostanza qualche nuova prova di una parte 
della nostra spiegazione, il che siamo in ob- 
bligo di eseguire per la promessa da noi fatta 
air egregia persona cui fu diretta la lettera so- 
pra questo argomento* 

Sembrò ad alcuno poco verisimile che da 
una sola persona armata fosse rappresentata la 
gioventù argiva, che vestita d^ arnji accompa- 
gnava la sacra pompa. Sono infiniti gli esempi 
nella numismatica latina, ne' quali una sola per- 
sona rappresenta la moltitudine, e per rammen- 
tarne alcuni indicheremo i seguenti 

Nella medaglia della famiglia Tìturia ( Tes. 
MorelL, Fam. Jlonu TIlVttlA, num. i, A, 
B 9 C ) il denario che generalmenjte si dice 
rappresentare Tarpeja oppressa dagli scudi , rap* 
presenu , secondo le nuove osservazioni di al- 
cuni accurati anti(][uari , una Sabina genuflessa 



5a6 

che divide gli eserciti greco e romano espresaii 
ciascuno da un solo soldato combattente; e le 
. Sabine che si frammischiarono alla pugna sono 
indicate da una sola donna. 

Nella famiglia Numonia {idem NVMONIA) 
i nemici che tentano assalire i Romani entro 
il vallo sono espressi da* un solo guerriero. Nelle 
famiglie Calpurnia , Giulia , Licinia e Marcia , 
le corse de' giuochi ApoUinarì sono siguificate 
da un solo cavallo che corre (CALPYRNIA, 
tab. /, num. i. A, B, :2i , C; v. tab. II y 
num. e. lYLlA, tab. 4» rmm. E. LICINIA, 
tab. Il y n. I. MARCIA 9 tab. 11^ /i. E, F, ec. 
Fralle medaglie imperiali ancora non ne man- 
cano esempj. La medaglia di Nerone coli' epi- 
grafe DECYRSIO in alcune medaglie è espressa 
da due soldati a c^ivallo , in alcune da una sola 
figura equestre con altra a piedi « ed allora in- 
- dica la cavalleria e la fanteria romana. In Adria- 
no la medaglia col motto EXPEDITIO rappre- 
senta una speditione militare con una sola fi- 
gura equestre: così finalmente il popolo che 
riceve il congiario si raffigura da uua sola per- 
sona nella liberalità di Nerone^ di Domiziano, 
di Trajano prin^a e seconda \ di Adriano prima 
e terza; di Antonino, di M. Aurelio, ec, bea- 
.ehè in altri congiarj sia il popolo, da più per- 
sone significato. Tutti questi esempj sembrano 
sufficienti a rendere verisimile l' asserzione che 
da un solo guerriero sia rappresentala la giq- 
▼eutó argiv* armata. Vedi pag. 47 , noia (a> 



A. I, num. 4- Questo medaglione,, il quale 
dal Mi2seo del fu ab. Gìo* Battìsia Yiseooti 
commissario delle antichità passò nella raccolta 
del fu monsig. Onorato Caetani , che uni una 
rara raccolta di antiche medaglie rappresentanti 
fabbriche o altri monumenti dell' arte» si ri- 
porta da noi perchè non ben descritto dal Vail- 
lant, come si avvertì alla n. (i))P« 73. Nel dritto 
si legge: AVRELIVS • CAESAR- AVG. PIl • 
FIL. Vi è il capo nudo di Marco Aurelio in 
età quasi giovanile con una clamide. Nel ro* 
V escio manca il principio dell' iscrizione » ove 
era Tr. P., e rimane Vili, COS. II. Fi- 
gura di Dioscuro con clamide allacciata aopra 
la spalla destra , colla mano destra si posa so» 
pra il collo del cavallo , colla sinistra tiene 
un' asta. V^di pag. 75 , /i. (i)* 

A. II , ile 5 , 5. Sono questi due de' vasi di 
unguenti d' alabastro che il sig. Eduardo Dod- 
.well ha trovato ne' sepolcri delle greche donne 
ne' suoi viaggi che si faranno un tempo pub- 
blici colla stampa. Come nel gran vaso d'ala- 
bastro , ove erano le ceneri di Livilla , rinve- 
nuto presso il mausoleo di Augusto , si vede 
chiaramente che l'artista ebbe riguardo a ben 
compartire le macchie del marmo; così questi 
due graziosi vasetti comprovano la medesima 
attenzione de' greci artefici. In tutti e due que- 
sti vasetti le macchie sembrano quasi artefatte, 
tanto secondano il garbo de' vasi^ medesimi» 
Questi vasi npu avepdo piede dovevano tenersi 



r J 



SaS 

colchi, ed arevaDO qu«lle pìccole prominenze 
acciò non isdrucciolassero j manichi pih lavo- 
rali sarebbero stati facili a rompersi. Queste 
promincuM gioyavano ancora per tenerli co- 
modamente nelle mani.- mentre il marmo ben 
levigato eoo poca sicureczà si regge sensa un 
riparo. Gli antichi adattarono le cose al vero 
loro uso, e con poco provvedevano a tutto. 
Vedi pag. 195, n. (5). 

M' n , man. 6. Il contorno che qui diamo a 
▼edere è l'atteggiamento delle due figure che 
•ono nel carro, e che rappresentano Bacco nudo 
che ha nella destra U pedo, e che abbraccia 
colla sinistra Arianna coperta di lunga veste. 
Potevasi con francheeja faro incidere nella ta- 
vola stessa questo gruppo , tanto ne è sicura 
I indicazione restataci , ma siccome senza av^ 
vicinarsi al monumeqto , poteva da alcuso porsi 
IO dubbio, abbiamo creduto bene di aggiun- 
gerlo in questa tavola. Se qui tornassimo a lo- 
dare il giovine scultore sig. Alessandro d'Este» 
f»oi gh faremmo torto , giacché solo ne com- 
menderessimo 1, diligenza e l'arte di risiau- 
rare. Questo virtuoso figliuolo di un padre scul- 
tore , che ha avuto anche la sorte d' essere sco- 
lare ali egregio sig. cav. Canova , ha già dato 
buone riprove de' suoi studj in lavori d' in- 
>renz.oue bene eseguiti in marmo , onde fo spe- 
rare senipre ulteriori progressi Vedi pag. 349, 
vota (i), t 8 "Hf» 

^- m , nian, 7. Nel portarsi Fdippa Aure. 



3^6 
lio YiscoDti) proposto dalcli* mottsig. Gaetano 
Marìiii, a fare la descrizione del ricco Museo 
della casa Obizo al Catajo presso Padova y ebbe 
il piacere di rinvenire frai bronzi la statuetta 
qui riportata, e cbe egli disegnò della mede- 
sima grandezza del 6uo originale come qui si 
vede. Il Montfaucon^ il Winckelmann , il Guat* 
tani, avevano nelle loro opere dati varj esempj 
di antiche visiere : ma queste sono per lo piti 
tratte da monumenti che esprimono gladiatori 
e non guerrieri : questo piccolo metallo esibi- 
sce un elmo detto greco , calato sulla Caccia , 
e fa si che il guerriero veda per gli occhi che 
sono nel riparo 4^11' elmo , detto subgrundium. 
Noi non accertiamo che il nostro combattente 
sia un guerriero e non un gladiatore , ma ac- 
certiamo che in questo monumento chiaramente 
ai vede V uso di quegli oòchi che adornano tanti 
elmi di deità , e di greci guerrieri e di ro^ 
mani, yedi pag. 109, tl (i), 

^. III , num. 8. Questa è la capeduncohL 
d* argento rinvenuta negli scavi Pontini fatti 
dalla S. M. di Pio Papa TI, che si conserva 
ne' Musei Vaticani; è stata disegnata neUa gran- 
dezza del suo originale ; solo il punto dal 
quale fu disegnata ha reso poco visible V in- 
curvamento esterno del suo manico. Le cape- 
duncole erano un istrumento da sacrifi€Ìo ^ ma 
potevano essere ancora d' egual forma in uso 
nelle antiche cucine, giacché molti vasi ed 
utensili ritrovati in quegli scavamenti sembrano 
più addetti agli usi civili e militari cl^e sacri. 



55Ò 

La forma peraltro del presente vaso ' è real* 
mente simile alla capeduncola che redes» fra* 
gli istrumenti pontificali in tante medaglie e 
negli ornamenti de' tempj. Vedi pag. a2. 

A. Ili, Tìum, 9. Arendo Giuseppe Antonio 
Guattani riassunto , sotto felici auspici , la pub* 
blicazione interrotta de' monumenti inediti e 
delle notizie riguardanti le arti , potevamo quasi 
dispensarci dal pubblicare in questo luogo il 
singolare bassorilievo di stucco che qui si dà 
inciso. Già nelle Notizie Enciclopediche romane, 
tom. TV, pag. 55, si parla degli scaTamenti for« 
innati eseguiti nella Villa Moroni presso la 
porta Capena , d' onde Tenne fralle altre cose 
alla luce questo bel monumento. Qui non par- 
leremo deir arte, non della giusta espressione 
delle • figure , non della rarità del soggetto, cose 
tutte già neli' enunciata opera indicate. In gra- 
alia degli amatori noi presenteremo soltanto una 
congettura sullo stile degli antichi scultori I 
marmi rinrenuti nel sepolcro , ove questi stuc- 
chi adornavano la volta, dal paragone delle 
antiche medaglie, nonché dal loro stile, sem- 
brano de' tempi di Trajano; lo scultore nella 
mitella di Venere , alta eccessivamente, ha vo- 
lato adattarsi alla moda dell' acconciatura del 
4^apo che allora era in uso presso le ' donne ro- 
mane , e così l' ha assimigliata all' abbigliamento 
di Plotina^ di Marciana, di Matidia, che in- 
nalzano iu' quella guisa il loro crine, come qui 
redesi sorgere la mitella sopra il capo della 
Dea. Vedi pag. ^-jó, n. (2). 



"^ 



INDICE DEGLI AUTORI 



CITATI NELLE OS^ERVAZIOIVI DEL PRESENTE MUSEO. 



!NB. Giacché è stato nostro particolare studio di conu 
-provare coi passi degli antichi scrittori o di qualche in- 
signe' moderno erudito quanto da noi si asseriva in que- 
ste nostre esplicazioni^ abbiamo creduto di maggior co^ 
modo a' nostri lettori V aggiungere /fui la nota delle edi" 
zìoTii j delle quali ci siamo prevaluti nelle nostre ricer- 
che. Tutti gli autori de' quali esiste una sola edizione 
sono stati omessi in questa nota. 



j^dmiranda Rom, Antiq. , ete* ( L' edizione seconda con 

altri bassirìlievi in supplemento di altri e tanti ripor* 

tati al libro degli Archi ; ec. } 
ÀELuifus Cl. , Varia Historia , Variorum Gaonovii , G. 

L. Lugd, Batav. ^ iy5i ^ in 4; ^oxù., !2. 
Agostini Ant. j Dialoghi sopr0 le medaglie , ec. Roma 

1736, in fol. fig. 
Apollodorus y Bibliotheces p Tan. Faber. recensuit , not. 

addidit f G. L. Salmuri^ 1661 , in 8. 
Apvlejus f Metamorphoseos , lib. XI cum notis Io. Pri-* 

CAEi; Goudàe^ i65o; in 8* 
Anthologia y hòc est , Florilegium , Veterum Graecorum 

Epigram, , lib. VIL Interprete Eil. Lubiwo G, L. 

Commelin. ; i6o4 > in 4* 
AaiSTiDESy Opera G. L. Variorwn curante Jebb. Oxonii, 

1733, inj4. 
Aristophanes y Comoediae a Li^ooi^pho Kustero , g;r, lat. 

Amstelodami ^ 1710 , fol. 



J 



3Sa 

A&NOBnrs^ Adversus gentes , Uh, VII, Xngd. Bat. , i65i^ 

in 4- 
Athen AEus j Deipnosoph, , Uh, XV , et e, Dalecbimpii et 

Casauboici. G. L. Lugd.y iGia^ fol. 
Auciores Unguae latinae arni not, Dionys. Gotrofredi , etc. 

Goloaiae Alobr. , i6tia , in 4* 
AuGVSTinus (S.) f De Civitate Dei cum comment, I. L. Vi- 

vu. Francof., 1661 ; tom. ^^ in 4* 
AuovsTiinjs AifT., In Num, Vet, Dialogi IX j ctc. Secr- 

sim editae Numismatum icones a Jag. Biaeo aeri in- 

cisae» Antuerpiae, 161 7 , fol. 
Ausomus , Opera , recensuit Jacobvs Tollitjs cwrn vario-' 

rum tìotis, Amstel. ^ 1673 , io. 8. 
BALDtriirus B. ^ Calceus antiq, etmysticus , etc, cur. Job. 

Fred. Nilant. Li^d. Batav. , inii^ ia 8. 
De Bie. V. AuGusTiNUS Antoniits. 
BoNAififi Pan., y Museum Kirk, , Romae, i?99> ^^^- 
Callimacvs y HjTìinij etc. ^ Vnrion Ezecb. Spahexii. G. 

L. Ultrajectl^ ^^97 9 in 8 ^ voi. 2. 
Catella Marti ahus^ Artes Liherales, Lugd.^ i658^ in 8. 
Casalivs Jo. Baptista^ de Veterihus Aegjrpiiorum Riti-- 

hus, etc. ^ Romae^ 1^44^ ^^ 4; ^E* 
Gatullus , TiBVLLvs ET pROPERTius. VarioT, Io Geok. Grae- 

vii^ etc.^ Traj. ad Rhen. ^ ^780, in 8. 
Cellarivs Christ. Notitia orhis antiq, cur. L. Io. Coit. 

ScHWARTz. Lìpsiae y i^Si y voi. a^ in 4* 
Cicero y De Natura Deonun, Davisii^ Cantabrigiae, i744i 

in 8. 
Claudianus f Opera cura Hsiitsii ^ et Variorwn, Amstel. t 

iG65 , in 8. 
Clemens AixxAZfDRixfrs , PoTTERiy Oxonii^ '7*^^ ^* ^* > 

fol. j tom* a. 
CoUectanea Vet, Tragicor, "V, ScRivERitrs. 
Comes Natalis^ Mj-thologia, etc. Coloniae Allobrogum ^ 

i656, in 8. 
CoRNELius Severus. AetTui et fragm, cunt, not , eie, Tvtzo- 

DOR. Goralli. Amstelodami . I7i5« in 8. 
Dio Cassius^ Rerum Rom. Libri Variorum ex edit. Rei- 
mari. G. L. Hamburgii^ 17^; fol.; vo). a. 



535 

DioDORVs Sictn.tjs, etc. YariominWESSELiRGuG. L. Aattel.^ 

174^ j foL; toni. d. 
DioNYsirs Halicarnas. Antki. Rom. Uhm a Jo. Huosav 

Oxoniae^ 17047 ^^l., tom. a. 
EvRiPiDES^ Trag. XX. Gr. L. cum, 5dko&i!f . Baìu«. Can- 

tabrìgiae G. L. ^ i^4> ^^I. 
EusEBivs PAicpHiLr« ^ ProepoTatio EyangeMcOj G. L. Vice» 

RI, etc. Paris, y i6a8y foh 
Festus. V. Yebhius Flacci?«. 
FuLCENTirs Planciades. "V. Mjrthographi Latini. 
Gellivs AtJLUs, Noct, Attic. Varionan y curante Jo«i 

LuD. Conrado. Lipsiae , '74^? ^^ ^j ^* ^* 
GvATTAivi Gius. Akt., Roma Antica yìMo^noL j 1796, In {, 

voi. a. 
Haym Franc. ^ Tesoro Brit. o il Museo Nummario. Lon- 
dra , 17197 11^ 4; tom. a, fig. 
Herodotvs , Historiar. , Uh. IX , eie* , G. L. itidustria 

Groi«ovii , Lagd. Bat. , 171^ ; ^ol. 
Hesychivs 7 Lexicon G. L. cunzitre Io. Auieuto , Logd^ 

Bat. , 17^^; fol. ^vol. X 
Historias Augustcp Scriptores , etc. Variortonj Lugd. Ba- 

tavoruni; 1671 , in 8, tcwn. a. 
HoFFHAiiNVs JoH. Jac. Lcxìcon Vmf ertale, etc* Lugd. 

Bai., 1698, voi. 4, foì. 
Homerus , Opera , ex recensione Sau. Glabks ^ evra I. 

A. Ernesti. Lipsiae 1759 , voi. 5 , ìd 8. 
ÌJvsTiNus , Historiae Philippicae , Variorum eur. Gaoiro- 

vio, etc. Lugd. Bat.^ 1671 , ia 8. 
JwENALiS; et PERstus^ Satiroc cum yet. Sehol. P'ario^ 

rum ScHREVELii. Lugd. Bat. , 1^2^ in 8. 
Lactantius Firmianus , quae extant , studio , et opera 

Servati Gallaei, Lug. Bat. , 1660, in 8. 
Livius (T.), Historiarum quae extant, Variorum Gftoiro- 

vn. Amstel. , 1679, in 8, tom. 5. 
LucAinis M. Anhaevs , Opera f^ariorum , aocunsnte Corbt. 

ScHREVELio, Amstel.^ 1669, ^^ ^* 
LucRETius. T. Carus , De Rerum natura. Libri Sex^ cura 
Tb. CaftECK. OxMiii ; 1695 , fa 8. 



334 

Ltcopheoii, Cassandra cum Tzetzae commenta G. L.; 

Lcop. SEBASTiAifi. Roncae^ i8o3, in 4* 
Hacrob^us Aite. TiifODOsnJs^ Variorum curante Jo. CàB< 

Zevnio y Lìpsiae y ^74? >i^ ^* 
Manilius M. , Astronomicon aan noiis JoSé Sgaligeai. An- 

tuerpiae , i6oo , in 4* 
Mabcelliicvs ÀMifuinjs , libri emend. a Talesio y et a 

Gnoifovio y etc. Lugd- Bat. ^ i^3> ^o^* 
Martulis^ Epigrammata curante Collesseo ^ eie. ^ exor* 

nat, a L* Smios, Amstel. , '70^9 ì^ ^* 
Maxivu» TyRius y Dissertationes cum interpret. et notis 

HEiifsii. Lugd. Bat.^ 1607 , in 8. 
Mimrctus Felix ; Octavius cum notis Variorum , curante 

OusELio et MextrsiO; etc. Lugd. Bat. ^ i^?^? ì^ S* 
Afythographi Latini , Higyhvs , FuLGEimus , LACTATfTirs 

Placidus^ Albricus PhU. ex editione Munckeri^ Am- 

stelod. , 1681 y in 8 ^ fig. 
Nardini Famiano . Roma Antica , ediz. terza Romana con 

note. Roma, 1771^ ìi^ 4> ^g- 
Nemesianvs y Vide Yenatici et Bue. Lat. Poetae. 
IToNius Marceuuvs y et Fulg. Placiaoes de proprietate serm, 

cum notis Gothofr. Parisiis , 1 586 ^ in 8. 
Opuscula Mjrthologica , Phjrsica et Etica G. L. Teodori 

Gale , Amstel. ^ 1688 , in 8. 
OviDius, Opera omnia, Variorum Cnippingii ,Iju^^. Ba- 

tav. y 1670 , in 8 , toni. 3. 
Panegirici Veteres ad usum Deipkitii. Parisiis^ ^^7^^ 

in 4* 
Pascalius Car. de Coronis , Lugd. Bat.^ 1681 , in 8. 
Pausanias y Graeciae Descriptio y etc. , ex recens* KuHjfii* 

Lipsiae^ i6g6, fol. 
Pervigilium Veneris , Variorum Scaligeri et Bartbii. 

Hagae Com., ^l^^y ^^ 8* 
Petronfits T. Arbiter^ Satjrricon Variorum a Micr. Ha- 

DRLkHiDR* Amstelod. ^ 1669 /in ^' 
Phedrus,; Fahulae Aesopiae, curante Petro BuRMAmvo. 

Lugd. Bat.,' 1745; in 8. 
pHOLosTRATORUM , Opera, etc. edente Fìbvgio y Lipi. , 17097 

fol. ;'tom. 2. 



S55 

Picirouus LA.m. Mensa làaea, ct«. Amst«l. , 1669, in4y 

Plinivs (C) SEGinvDVs ^ Bisioria Naturalis, Libri XXXFIL 

Jo. Hardvini. Paris. ^ i685, in 4> tom. 5. 
ViAytàACBVs y Opera G. L. Paris. ^ 1^4^ M, ^ tom. 2. 
— — l)e Iside j et Òsir* Gantabrìgiae , i744y ^^ ^* 
•— — * Qaaestiones Romanae cum Zitsru Bcxormu Con»' 

ment, Lagd. Bat. , i6'5n , in 4* 
— -> F^itae Parailelae Gr. L. Londiaì y Tonson. , i^iiS , 

in 4 7 tom. 5. 
Veetae Graed, omnes ex recensione Jac Leghi. G. L. 

Aureliae Alobrogum, 1606, fol. ^ rol. ti. (Tutti i poeti 

greci, de' qaali non si i notata V edizione, sono citali 

secondo questa collezione). 
PoLLVz, Onomasiicon G. L. Hemstervusu Àmstel., 1706 « 

fol. , tom. a. 

PoiC»BJI7BfSEZ.)FK0TUS , F'ide YERRIUa FliAGCUS. 

PRocopitrs Gazaeus , in Esaiam Gr. X» Jo. Corterio Ite- 

ierpreie f etc. Paris., i58o, fol. 
PRtroEirrius , Opera tfWzitziO) Hanoriae, i6i3, in ft. 

item ; GisBLnri, Antuerp. , i564^ in 8- 
Rei Rusticae Scriptores^ Gato, Yarro^ CoLUttELLA, eie. , 

per Peteitii Yictorium restituti oc cum ejusder» notis. 

Lngd. , i549> in S. . ' 

Scriptores Veteres ReiMUitaris, cura Stewecbii et Scri- 

TSRii. Yesaliae Cliv., 1670, in 8, voi. a. 
ScRivERius Petrus, Cotlectanea Veterum Tragicormm, An- 

DRONiGi , Ennii , Naevii , Pacit^ìi , AcTii , oliorulnque 
fragm.y accedunt matae G. Jo« Yossi , Lugd. Bat. , i6ao. 

Extat ad calcem Sbnbcas ex recens* P. Scriteru. 
SEGtriifus , Pbt. ,. Selecta Nianis* , accesserunt Di^sertatia- 

mes variae. Lvt. Paris., 1684, iu 4* 
Seneca, Tragoediae ex recensione Groitotu, Amatclod.^ 

i6S!i, in 8. 

ScRTlVt, W. YjROILfCrs. 

SiDOifius Afollinaris-, opera, cura Jac* Suukondi, Paris., 

i65!i, in 4* 
SiLiius Itaucus, De Bello Punico secundo» Chbist. Cellat 
fuxjs recens. Lip^iae, 1695^ in 13. 



356 

Sili pLicius ; Commenta in odo Phis, Ausculi, Aristotilis' 

Libros, Venet. Aldus, i5!i6; in fol. 
SotxBivs Aifs., de Pileo j caeterisque capitis tegumentis 

Amstelod. , 167^9 ìi^ ^4 7 ^E' 
SoLiHUs (C.) y Polyhistor , sive Salmasivs j Exerc, Plinia* 

noe, Parisiis , 1629 y tom. a , ia fol. 
SoPBOCLEs , ex editione Bhvncic. G. L. , etc. ArgentoTatì, 

inSG, in 8 , tom. 4* 
Statius, Opera Veekcusen. Lugd. B. , i??' ; ^° ^- 
Stephanus BYZAiiTiinjs , de Urbibus , Vtwiorum Ghonovii 

cum HoLSTBFU castigationibus f G» L« Lugd. Bai., 1694, 

fol. , voL a. 
Strabo , Geographia Veteiiam. G. L. Tu. Jan&. 06 Al- 

veloween. Amst. y ^7^7 7 fot* 7 ▼oL a. 
SvETOifius , Opera, commeiUarus Samvelis Pitugi^ Traj. 

ad Khen. ; 1690 , in 8, tom. 3; fig. 
TAciitrs G. GoRircLius , Opera Variarura ctsra Jacoek 

Gronovii^ AmsteL , i(r]i[ ^ in 8, tom. a. 
Teocrito volgarizzato da Ahton-Maria Salvivi y edit* 

seconda f e te. Arezzo , 1754^ in S. 
Terentius P. Camoediae sex , Variorum aan Vet. SchoL 

Lugd. Bat., 1686, in 8, rol. a. 
Teatitluah uà ^ Opera Hioaltu. Lnt. Paris. , 167 5 , fol. 
Tertulliaiojs y De Pallio y S^llmasìi. Lugd. Bat« y I.-656 p 

in 8. 
Tbeodoretus y opera ^ Gr. Lai. .cura Sibmohdi. Lutetiae 

Paris., i^ifì y loL, ton. 5. 

TIBVU.U8 V. GATVLUPRk 

VAiLLAirr Jo.^ Numùmata Impp, Jiugg. et Caess, a pO" 
polis Graece loqueatibus peratssay eie. Editio akera 
Amstel. y 1700 7 fol y fig. 

Seleucidarum bmperhoM adjidem mmiismatuwny etcì 
Hagac Conitiim, 1730, foL, %• 

Numismata Imperatorum Romanorum. praesUMttiara, 
etc. Editto prima Romana, Rom. ^174^ , in 4 7 t. 3, IÌ9. 

Selectiatfa Numismata ex aere max* mùd* e Mm» 
seo de Camps. Parisiis, 1695, in 4; ^S* 

Historia Ptotemaeorum adfidem. Nwmematum ac^ 
eomodata* Amsieì, f i79i7fol. , fig« 



. 557 

Yalerivs FìJLCCVBj Argùnauticon curante Ludovico Ca- 

RIONE. Antuerp. Plantin.^ i565, in 8. 
Valerius Maximus f Variorum curante A. Thìsio. Lugd. 

Bat. y 1670 ; in 8. 
Varrò M. Terent., Opera omnia Scaligzu , et f^ariorum , 

etc. Amstel. y i6vl5 y in 8. 
VemUici , et Bucolici Latini Poetae , Gratius y TTemk- 

siARiTS^ GALPiTRinus j étc.^ cwa Gasp. Ba^thii , Hanoviae ^ 

i6i3; in 8. 
Verrius Flaccus (M.) ^ et Sex. Pohp. Festvs ex receu" 

sione Scaligeri^ Lutetiae^ ^^7^; ^^ ^* 
TiRGiLius^ Opera, curante. Emmemessio. Lugd. Bat. ^ 

1680^ tom. 3 ; in 8. , 

ViTRUvius^ Architecturay hh^ X, cumnotis Variorum , 

curante Laet. Amstel.^ 1^49; f^'* 
Vossius Gerard Jo.^ de Theologia Gentili y Amstelodami y 

1700 , fol. 
VI wctixaujfv y Storia delle Arti del disegno presso gli 

antichi. Milano, ^779» '^ i? ^* ^f 
XsifOPHOif y Opera G. L. Oxonii y 1703 , in 8^ voi 5. 



Museo Chiar. , Voi I- ;^ 



S38 



INDICE 



DELLE COSE E DELLE PAROLE NOTABILI 



Al 



.bramo» aitati ^ lui eretti, 
pag. iSi. 

Accademia del Nodo in Roma am- 
pliata, xii j Acc. di S. Luca, xll* 

Achille , sue imprese » 63. 

Acqua yenerata quel deità, i8$ 
. portata nelle pompe Itiache, 19. 

Aerato , f5nio <1> sacco , 341 $ 
come emgiato, n»/. 

Adone confuso col Sole , 97$ / 
e con Osiride , 373 ; ucciso 
dal cignale ». 374/ del suo san- 
gue tinge la rosa , a84 ; feste 
a lui consacrate , ^74 > cosa 
significhino » ^n6i Adone e Ve> 
nere in bassoriliCTO di stucco» 
377 e 33o. 

jidonie feste, (juali fossero, aja. 

Adraste nndrice di Giove, 1Ì8. 

Adriano imperatore favoreggia- 
tore delle arti , 37 ,* promove 
il culto d' Iside , a6 e 27 y o- 
nora i Dioscuri» 85. 

Aedepol , che sianifichi, 85. 

Agrio ucciso dalie Parche , i4i 
e 147. 

Agrippa allontana le cerimonie 
Isiaohe da Roma > 36. 

Alabastri d' Egitto , di Grecia e 
d' Italia , 196 j vasi d' unguenti 
così nominati , 195 e 337 y 
forse di Onichite, 196. 

Alahasirum città , 196. 

Albaccini Carlo scultore » 34 , 
111 , 194» 3i6 , 3oi. 

i^lcamene, scultore ateniese» Ul 
Ecate triplice , i44« 

Alcmena figlia di Elettrìone e 
di Anaao» 3o3. 

Alcide, 309 e 3xi. V. Ercole. 

Alcioneo, lio. 

Aldobrandini » giardioo al Qui- 
rinale , paa. 149. 

Alessandro Severo dona due 

5 rosse perle per gli orecchiai 
i Venere» aio. 



AUeula^ specie di clamide» g6. 

Alloro adoma la fronte di Gio- 
ve , 38 i di Bacco , 317 » e di 
Ercole , 3 14 t in alloro si can- 
gia Dafne, 157. 

Aliare, in che sia diverso dal« 
l' ara , i5i ; altari innakati da 
patriarchi » iSa y e dagU Egù 
siani » i53. 

Amati al>. lodato » ^tfi*^ 

Amassoni adoprano il sistro, 334* 

Ambrosii » i capélli di Giove, 39 / 
perchè così detti , wL 

Amore compagno di Bacco, 341 / 
non mai confuso co^ suoi se- 
guaci, 343. Amore ignudo, 330; 
alato » 379 ; volante , 373 / tiene 
lo specchio a Venere, 380 » 
sopra una fiera , 34x 

Ampelo Genio di Bacco , 348. ' 

Anacaeon, ^uaLtempto fosse, 89« 

Anaees detti i Dioscuri , 83. 

Anademata , che sieno , 53. 

Anadiomène epiteto di Venere. 
199 / come rappresentata, 194. 

Anfiteatro Flavio , xxzvtii »- ìtì 
si scopre la statua di Mercurio 
che è in questo Museo » 179. 

Animali portati dalle Menadi , 
387 , 381. 

Annio Caro sacerdote di Netta» 
no , iQO. 

Ad ti eh ita riunite nel Museo Chia- 
raroonti, xlii ; v. studj. 

Antonio assorbe con Cleopatra 
una perla di gran valore de-> 
composta nell aceto» 310. 

Anubi , sua immagine portata da 
Commodo» 16. 

Apelle dipinge la seconda Venera 
Anadiomène , 3Óo. 

Apio adoma la fronte d' Ercole 
e de' vincitori ne' trionfi, 3 14. 

Apollo lo stesso che il Sole, i55/ 
e fiacco » 336 che significhi , 
iW$ suoi occhi» 533 sue gamba 



ÌDcrocìccliiat«» 91 f soft nuditi, 
^10 ,* si accendt di Temide , 
61 i suo tripode, 167 / Apollo 
Febo , Dio delle Selve , i55. 
Aquario lo stesso che Ganimede^ 

99- 
Aquila sul capo di Giove , 107 / 

e sul suo scettro 108; Giove 

trasformato in aquila, 93. 

Ara, 161, 160, 173, 177, a4o/ 
etimologìa della voce ara, iSoy 
are a chi sieno sacre, wù iu che 
differiscano dagli altari, i5i y 
ove si collocavano ne* tempi 
aotichissimi , iSs, i53 ; ornate 
dVncarpi, 173 , 14^, aGiyare 
celebri presso l'antichità, i53, 
i54 ; città denominate da esse, 
ivii ara con otto deità, 149. 

Ara & Haìmburgo illustrata, xviii. 

Arcadi detti g^andit^ori , 4^ 

Arcigallo capitolino, come co- 
ronato , 8. 

Argo , detta la città di Giudo* 
' ne, 47 • Peste ivi celebrale, wL 

Jkrgonanti consacrano un lem- 
pio a Giunone, 49 > appari- 
scono loro i DioBcuri, 60,* s^ io. 
coronano di quercia, qo, 

Ariantfa compagna di Bacco, 218, 

. a4o, 3d8{'cre<iata Cleopatra, zx. 

Armi nemiche offerte agli Dei , 
a5i« 

Armille, 195, aSa, a54. 

Arpocrate, suoi monili, 8. 

Arsinoe , col velo in capo , 6« 

Arti fortunate sotto Adriano , 27. 

Artefici copiavano le loro ficure 
dagli atteggiamenti delle bal- 
le rine, 393,* artefici celebri con- 
tribuiscono alla fama delle cit- 
tà, ai4- 

Aacanio« 96. 

Aspergillo portato da* sacerdoti 
Isiaci, 90, 39. 

Asu di Minerva , iii , ri3 ; di 
Marte , i6a / in mano di Palla, 
de , xe4 f propria de' Dioscu- 
ri , 69 { e di Venere , a85. 

Astro sul capo dei Dioscnrì , 7^,* 
astro d'Llena , 81 • 

Atlante Farnesiano , 86. 

Avellino Frane, lodato, zvii; 334* 

Averrunci Dei , quali sieno , 83. 

Auj^uste sotto lo sembianse di 
Dee, i33. 



; 55^ 

Augusto initiato ne* misteri Eleu- 
sini , 1119 9' suo larario, 66 ,* al- 
lontana i riti egiziani da Ro- 
ma , 36. 

AiUiua, a58. 

6 

Baccanale , 360,* Baccanali, pei^ 
che vietati, 390. 

Baccanti, xvii; 338, a65, 3o3/ con 
timpani e crotali , wi j come 
vestite , 338 , 35o ; hanno in 
nano la lira , 339 \ trionfatrici 
e guerriere, 355 ,' tolgono l'ar- 
mi de' vinti Indiani, aSa / ere* 
dute Vittorie da E.Q.Visconti , 
a5i ; e dagli Accademici £r- 
colanesi , 353. 

Bacco, etimologia del suo nome, 
316 ,- confuso col Sole, a63 ; 
lo. stesso che Apollo , 336/ ^» 
glio di Giove e di Semele, 319, 
333, 3o3, 3ii ; consegnato 
bambino alle Parche, 348 ,- sua 
culla , 3i8 ; nndrito da Sileno, 
^97 y conquistatore d^Oriente p 
317 ; suo trionfo , 344 i Bacco^ 
come rappresentato, xvii; 91 , 
317,13], 354; sua nudità, 330^ 
capelli , 319 , 33i , 333 , 338 ,- 
benda o strofio, 217, 33 1, 333 ; 
corona , 317, 3ii ; tirso , 33i; 
, cantaro , 3o5 ,• carro, 331, 348, 
a53 ; tigri e leoni , 331 , 34 1 » 
26 j , 3«5 / Centouri , a49 ,• e- 
lefand , a58 ; Bacco propaga* 
tore del culto degli Dei , 340,- 
inventore di molte arti» a39) 
e dei trionfi, 353,* Bacco in- 
diano , 33o , 339 ; Bacco bar- 
bato, 330, 33d , 337, 340, 363 ; 
Bacco biforme, che significhi, 
335 , 336 ; Bacco Lieo , 339 ; 
Bacco Dionisio» a 16, 336, 347 » 
35i ,• suoi Genj , 941 * «uoì mi^ 
nistri e inisiati, 338, 343; 
misterj Bacchici, 338 , . 34(>» 
363; perchè rappresentati sul- 
le casse sepolcrali , 338 ; festa 
umbratili^ 348, Bacco e Arian- 
na, 349, 338 ,• Bacco e Cerere, 
357 ; unito alle Muse , 236 ; 
ad Ercole, 3o3 ,• suoi seguaci, 
341,344$ sue sacerdotesse, 
3 19 ; a lui son sacri i ca- 
pri , 391 > fi 1« tortore, a63. 



54o 

B«Ueo di Pallade, iii. 
Barbate, quali divinità, i6i, i']^, 

Bauara , che fosse , 956. 
Bussarla , qua! aimulacri » a3o , 

«47- 
BaMareo , oome di Bacco , aS^. 

Bellonario VaUiceUiano , come 
coronato , 8. 

Benda di Bacco i ii8 ; iircbe dif- 
ferisca dal credemno , a33 , 
aSi; diadema bacchico, xtu. 

Berenice col velo in capo , 6. 

Bolli laierixj raccolti dal Marini , 
T LI II. Bolli inediti spicca ti,x XIX. 

Bologna scultore , sno Mercurio, 
187. 

Borsa di Mercurio , i63. 

BoiTTOt; rOf , che fossero, 219* 

Brlareo , i36. 

Bruca , quai simnlacri , a3o. 
Bronte , 137.^ 

Buonarroti ristauratore d^ anti- 
che scultore, aa3. 



Cabot , stucchi antichi da lui di- 
segnati , 68* 

Cado, qua! yaso sia, 3oi. 

Caduceo di Mercurio, i63 , 18 j, 
189 ,* sua origine , ivi ,- a che 
si riferiscano 1 suoi serpi, 190. 

Calamisiri , che sieno , 3o. 

Calcei d^ Imeneo , 6a y* di qual 
colore, iW. 

Calisto cangiata neir Orsa cele- 
ste , 59. 

Calua , epiteto di Venere , 907. 

Cilzari papiracei, ai. 

Cammelli nel trionfo di Bacco , 
a8, 958. 

Campaspe forse ha senrito per 
modello della Venere Anadio- 
mène , 9o3. 

Campi Flegrei , quai luoghi fos- 
sero , i^o. 

Cancellieri Francesco lodato, 317. 

Candelabri, 65/ ad uso di are, 
i65. 

Cane sacro a SflTano , 176/ cani 
da caccia ammaestrati dai Dio- 
scuri , 75. 
Canova Antonio lodato, x tifi, 180; 
propone un nuoto collocaiaeii» 



to dei Dioscnrt del Quirinale, 
79 ,* sue distinzioni , xli ,* af- 
fidati alni ì Musei, ìpìì sua os- 
servazione sopra la testa d'' I* 
side, loy scopre la bella statua 
di Mercurio al (Quirinale, 180. 
Cantaro, vaso di fiacco, 3o5. 
Cantori precedono nelle pom- 
pe egisie , 17. 
Capeduncula , quale istrnmento 
sia, 33, 339,* perchè cosi chia- 
mato, 31 , 33. 
Capelli di Giove , come disposti, 
39, 191; di Nettuno e Plutone, 
191 t >9^ )* di Mercurio, i85/ 
di Venere , 195 , 199 , 308 , 
309 / di Bacco, 319; della Spe- 
ransa , 169 ; di Ganimede, 90^ 
capelli ambrosi i , 39 ; calami- 
strati proprj d' Iside , 3o ; e 
bagnali d'unguenti proprj delle 
sue sacerdotesse ^ iS ; sciolti 
propri delle Baccanti , 393,* in* 
Balzati a guisa di mitella 339 > 
cura di Venere nel custodire 
i capelli , 33 , 194 ; come an* 
nodati dalle regine , 159. 
Caperroni Gaspero , sue lodi ^ 

99 ,' e notizie , 100. 
Caprio e capretti vittime di Bac- 
co, 391; Silvano coperto della 
pelle di caprio , 174- 
Caratteri etruschi come si sìeno 
spiegati , XXX { corsivi greci e 
romani , xxxi. 
Carro di Bacco, 348, 3^3, 33o; 
di trionfo tirato da elefanti ». 
358 ,* da chi primamente usato 
in noma, iW. 
Casse sepolcrali, come lavorato- 

da^li antichi scultori, 359. 
Cassini p. GioT. , 33o. 
Castore nelio di Leda , 69 ,* tratta 
i cavalli, 71; preside dei giuo- 
chi Nemei, 6G ,• ucciso da Lin- 
ceo , 75 ,- templi a lui dedi<- 
caii , 88 ; per Ini non giura- 
Tano gli uomini, 85, 
Castori sono detti i Dioscnrf, 
. 70 { combattono a favor de*Ro* 
mani , 80 ; lor tempio , 66 f 
Castore e Polluce nelle m^da* 
glie egizie , 78. 
Cataclista , qual Teste fosse, ^a 

e 33. 
Cayaceppi Boaar. lodato , aaS* 



Cecropi edifica il primo alure 

iti Ateae , i53. 
Cembali nelle feste di Bacco , 

3o9 e 3^0. 
Centauri descritti da Nonno , 
a'iQ ,* al carro di Bacco cinti 
di serti, 348, a54 j Dendroforì, 
357. 
Centiniani, che sicoo, i36 j hanno 
in custodia i Titani, i39; 
Ceo, i36 e iS^. 
Cerere, che significhi, i3o ; fi- 
glia di Saturno e di Rea ,1999 
i38f madre di Proserpiua, i3x; 
confusa con Iside , 1 19,* e colla 
Vergine dello Zodiaco , i3o ; 
come effigiata, i3i e i33; sua 
Teste e palla, i3i; sua mi- 
iella, 53 j e velo , i34 ,' dra- 
ghi alali , a66 / p»''^^^^^^ ^^'* 
coltivazione dei grani , i3i ^^^ 
trionfa con Bacco , aS^ ; suoi 
misteri , 1^19. Tesmoforie , &*if 
a lei sacra è la quercia , 44 > 
e tutti i frutti , non però il 
granato, i3o ; a lei è assomi- 
gliata Faustina maggiore, i3A^ 
sue ministre discalceate, S94> 
Certami Capitolini , 4^* 
Cesare dedica nel tempio di Ve« 
nere un torace di perle, aii« 
Cesto di Venere, aSi. 
Chiaramonti Museo, sua costra* 

tione , xLi. 
Chirone , 63. 

Cihele lo stesso ohe la Natura , 
9 ; e la Madre terra, 177 e a63,* 
co rana la di torri, 3ai ; sue 
festività, 178 j sua immagino 
si portava da^r iniziati , 3a3 / 
a lei sacro il pino , 178 ; 
come si proceda innanzi al 
suo carro , 294. 
Ciclopi , i37 ; apprestano i ful- 
mini a Giove, il tridente a 
Nettuno e la galea a Plutone, 
139. 
Cielo , qual prole avesse dalla 

Terra, 1 36. 
Cigno collocato fra gli astri , 

^6,* appartiene ai Dloscori, 68y 
riove si trasforma in Cigno i 
68 , 73 e 76. 
Cimbali , 943. 

Cinerari servi , qnali sieno , 3o. 
Ciato di Venere , a8i. 



541 

Cintura di Diaaa , iSo. 

Cisu mistica, a4^, 967 } come 

fatta , 947 ,* cosa racchindes* 

se, ivL 
Citarisirie , 964. 
Citerea , epiteto di Venera , 908. 
Citerone riconcilia Giove con 

Giunone , 4^* 
Civetta , distintivo di Minerva , 

106,* sulle medag.di Atene, 107. 
Clamide , 64 > i59 ; efebica, 9$ ; 

venatoria , 96 ,' tessalica e fri- 



gia 



tona , yu » !.«.•»«»»«« ^ •».- 
{Ve' ; fimbriata , 944 i ^^ 
Mercurio , i63 , 189 , i85 , 
188 ; dei Dloscuri , 67 ; di 
Ganimede , 90. 

Clava d^ Ercole, 171$ coronata 
d** ulivo silvestre, -3i4> 

Cleopatra decompone una perla 
di gran prezzo nelP aceto e la. 
assorbe con Antonio, 910 $ suo 
simulacro di Venere, 9ii. 

Clitennestra figlia di Leda, 69. 

Clizfo ucciso da Ecato o da 
Vulcano , 141 e 1^7. 

Cluacina, epiteto di Venere, 907. 

Colocasio , qual veste sia, 110. 

Colombe sacre a Venere , 908 ; 
e a Bacco, 963. 

Colosseo riparato , xxxviii. 

Colossi di legno Isiaci, 4 / co- 
lossi presso i templi egiziani, 
5 ; del Quirinale rappresen- 
tano forse i Dioscuri, 79 e 85. 
Antonio Canova, ne propone uft 
nuovo cellocamento » 7^. 

Commodo imp. porta 1 imma* 
gine d' Anubi, 16; promove 
il culto d^ Iside , 97. 

Conchiglia , attributo di Venere , 

9II. 

Cornacchia scacciata da Pai* 
lade per la lo<]uacità , 106. 

Cornucopia , attrd>uto della For« 
tuna, 166. 

Corona , ornamento Isiaeo » d& 
qual genere, 8 / di quercia pro- 
pria di Giove , 45 > • .<li . c*>* 
avea salvata la viu dei citta- 
dini , iui. Corone di Nettuno, 
di quali frondl, 193 ; d' allo- 
ro , d' edera e di vite propria 
di Bacco, 917, 3ii 5 di rose 
sacra a Venere , 990 5 di torri 
propria di Cibele , 3ii i gra- 
minea simbolo di Cerere, i3o.,* 



54à 

di pioppo e tortile propria 
d* Ercole , 309, 5i3 e ai5 ; di 
pino Mora a SiWano , 1^4. Co* 
rona simbolo delle Menadi, 
38^ e 990 \ coronati d^ utìro sa- 
cri 6carasi a Palude , io5 ; co- 
rona cÌTica , 4^ \ radiata , 3i5 / 
convivale, 3i5. 

Costume delle deità egisie,99y* 
e delle, loro sacerdotesse , 37. 

Coturni, lÀi « i4^y di Diana, 
i59 , di Silvano , 176 y delle 
Baccanti , ^54 ; venatoni, i55, 

Credemno , che sia > a33. Benda 
Bacchica , ai8. 

Crisa fiume, come rappresen- 
tato , 9y. 

Criterio di Tenta che rende e. 
Tidenti le spiegasioni antiqua- 
rie qval sia , X , XII e seg. 

Crotali, à4^* 

Culla di Bacco , 318. 

Culto * della Speransa antichis* 
Simo , 168 ,* di Cerere assai dif- 
fuso in Grecia e in Roma , 130; 
d'Iside, quando introdotto. in 
Roma , 35 / ene Ttrie vicende, 
35 , 36 e 37. 

Cumuli mercuriale» , che sieno > 
164. 

Careti custodiscono Giore » i38. 



Daftie cangiata in alloro, i57. 

Danra , propria de^ rili Bacchici, 
a55 e 3i9 ; sacra à Venere e 
Bacco, 379/ dansatiiciy lor ber. 
retto, 393. 

Davidde pone nel tabernacolo 
la spada di Golia , 35i. 

Dedalo , sua Venere in legno che 
ai muove, 3x4. 

Dedala^ feste solenni, 4> > ^^* 

Vedaionf statua di Giove fatta 
di quercia, 42 6 43. 

Deità, come da principio rappre- 
sentate , 333. Egizie hanno il 
•esso indistinto , 29 ,* femmi- 
nili si confondono colle loro 
ministre, ivi: Dei minori, come 
rappresentali, aìaS.Dei magni,83; 
dei Lari , 86, a63. Àverrooci , 
83. Assessori, quali sieno, 178 j 

Dendroforie , quali feste , 357. 

Desgod«:t£ , sua nuova edisione, 

XXX IX. 



Diadema» attributo di Giunone ^ 

47- 
Diana lo stesso che la Luna p 

i55 / combatte co* Giganti , 
i36 ; uccide Grasione , 140 ; 
come effigiata, 141 i succinta , 
143 ,' suoi capelli , t59{ co- 
turni, 141 p ^^7 cintura, i59 $ 
suo arco, 143; cane, 1^3, 
157 ; il cignale è sua preoa^ 
i58; nel suo tempio aUdavasi 
a piedi nudi , 394. 

Diespiter^ 335. 

Dio termine , sua relazione con 
Bacco , 340. 

Dionea maare di Venere , 307 ^ 

Dionisio , 35 1 ; V. Bacco. 

Dioscnreja città e sue monete, 
80. 

Dioscuri , 65 ; figli di Tindaro , 
69^ o di Giove, 87 ; 'inventan 
le frecce , 75 ; ammaestrano i 
cani alla caccia , iW ; passaci 
al grado di astri > 7 1 , 76 ; rav- 
visati ne* Gemini ,66, 76, 86; 
abitano il cielo e Pinferno, 75$ 
Dei benefici, jo ; Lari, 86. Aver* 
runci , 83 ; Magni , ivi ; prò. 
tettori della navigazione , 79; 
come effigiali , 67. Loro sim- 
boli e distintivi , 68 , 73 , 77 
e 84 ; feste lor consacrate , 83 ; 
lor tempio detto jtnaeaeòn, 
83 ; lor pileo ovato 9 67 , 7 1 ; 
il cigno ne palesa V origine , 
68. Uovo fra due serpi riferi-> 
bile al loro nascimento, ivi^ 
detti Tiodaridi, 69; e Castori » 
70. Forse sono rappresentati 
da* colossi del Quinnale , 73 ; 
Dioscuri Capitolifii possono 
provenire da quelli d*£ge8Ìa, 
73. 

Dodona , parens nemorum , 4^- 

Domisiano istituisce i certami 
Capitolini, 4^* 

Donne egisiane , 4 ® 16 ; iaia*- 
che , 34 9 37 e 38 ; come Te- 
stite , 37 ; e lor sécchietto , 
3o ; e aspergillo , 38 ; si con- 
fondono colla divinità , 39. 
Timeliche, 393; sacerdotesse 
di Giove Tebense , 37 ; di 
Giunone, 38; di Bacco, 319; 
non ginran per Ercole , 81 3 è 



ior TMtato mostrare fi piede 
ignudo , 294 9 come compari»" 
sero nelle pompe sacre , 3fto. 

Dra^ alati « proprj di Cerere, 
366. 

Ductrix , epiteto di Pallade , 
107. 



E 



Ebe coppieni di Giove , gS. 

Ecale figlia di Asteria e di Perse, 
i44 » combatte co^ Giganti , 
i36 ; uccide Glizio, 141 e 147; 
suoi simulacri y i^Sy ledigera, 
t46 j non triplice rara ne* mo. 

munenti « i44 > *°o "^^^^ » ^4^9 
a lei sacra è la corona di quer* 
eia , 4^ 9 Ecate epipirgidìafi^^. 
Titanide, i4S; aosiUatrìce nelle 
tempeste e propagatrice degli 
armenti y ìpL 

Ecatombea , feste in onor di Giu- 
none , 47* 

Edera, propria di Bacco, 3ii ^ 
perche a* edera b* incoroni , 
317 e ai8. 

Egida , 10$, ii4; che sia, 116; 
di Gio?e e di Minerva, 117. 

Egidarmato., epiteto di Giove , 
1 14 » di Minerva j wi. 

Egioco , epiteto di Giove , ii4> 

Egisiani sono i pnmi ad innal- 
aar are e templi agli Dei , i , 
i53 j pongono le immagini dei 
loro Dei anche fuori del tem- 

Ino, 5. Adorano il sole e la 
una, i53 ; detti turba sistrata , 
3a3 ; sacerdoti portano i cai- 
sari papiracei, 31 ^ sono vestiti 
misteriosamente , 18 ^ eli scrit- 
tori di misteri hanno le penne 
in capo e perché, 17; riti egi- 
ftiani, quando introdtiiti in Ro- 
ma , 95 ; egiaio stile nella sta 
tuaria, la. 
Elefanti abboodan neir India , 
a58 ; attaccati al carco del 
trionfo di Bacco e di Pom' 
peo , t'ui. 
Elena figlia di Leda, Sg» 
Eleusini misteri sacri a Cerere» 

Elicio, soprannome di Giove, 35. 

Elmo gr^o , 3a6j sua visiera, 

fi'i; elmo latino, 1 19 ; di JVUfte^ 



34S 

103 ; di Minerva , io5 , 109 « 

iii^ ii3 ; ornato d^ ulivo « 

io5. 

Emilio Paolo atterra le porta 

. del tempio d'Iside in Roma, a6* 

^VXap^qg^ epiteto drVenere* 

383. 

Encarpj, 173, 340, 361; cha 
sieno , 174. 

Fndromide , qual veste sia, 197. 

Enea figlio di Venere , 307 ; 
fugge da Troja , 8 ; trasporta 
in Italia il Palladio , i35* 

Eone come effigiato , xx. 

Epìmenide , sue are, i53. 

Epipirgidia , soprannome di E- 
cale, che significhi , i44* 

Ercole figlio d* Alcmena , 3o3 $ 
confuso col Sole , 3i5 ; com* 
batte co^ Giganti, 140 ; coma 
effigiato, 3ii ; ha il capo co- 
Perlo della pelle del leona 
riemeo , 173 , ^o5 ; sua barba , 
3o5 ; clava e tazza , 173 , 3o5: 
corone, 3io , 3i3, 368 { « 
preside dei giochi , 66 ; e della 

selve , 1 7^ 2. ^"'^^^^ Dendro • 
foro, M; Rustico , iVi. Per 
Ercole non giuran le donne , 85. 
Ercole rappresentato insieme 
con Bacco , 3o3 ; con Silvano , 
173 ; Ercole e Silvano seconda 
alcuni una sola deità , iW. 

Erìcina , epiteto di Venere , 307. 

Ermi, 104, 333, 337, 363; a 
due facce , 333 , 336 ; in (|ran* 
d^ nso nella Magna Grecia a 

nel Laslo, 334 > ^""^^ P^^* 
pilei, iV/. 

Eroi rappresentati ignudi , 330. 

Esculapio , 363. 

Esomide , qua! veste fosse , 389. 

Este (d7 Alessandro scultore lo- 
dato , XLV , 100 , 349 » 338. 

Ettore promette ad Apollo le ar* 

mi nemiche , aoi. 
Etr usciti dotti nella scienza fui* 

gurale , 34 ; loro stile nella sta* 

tuaria ,13; danno T ale a molta 

deità, 353. 
Evandro , sua ara » i53. 



Faci , come fatte , 36^ ; inestìa^ 
giùbili usau aa^ tiu Bacafatci, 



344 

36 1 , 265 ; timbolo di Cerere, 
i3i { in mano d^ Ecate , i^S ; 
di Diana, wi^ di Cerere, i46; 
delle Parche f ivi. 

Facan Roberto pittora lodalo, 
89, lao, 190. 

Falce di Silvaao , 174. 

Paniate , come rappresentalo , 
a34 ; può coDiuadersi con 
Bacco, ivi. 

Fati , 140 j confusi colle Par- 
che , 140. 

Fauno , 129 , 965 ^ confuso con 
Silvano 17S ; Fauni , Pani , 
Sileni e Satiri in che difTeri- 
tcano , 3oa ; Fauni cinti di 
aerti , a54 ; reggon la face , 
a66 ; loro statue ornamento dei 
Fonti , 90. 

Faustina maggiore , suo ritratto , 
i33 ; assomigliata a Cerere, 
i34 ; suo roe<£ielione illustrato, 
^^ 1 3a5 ; Faustina minore sotto 
le sembianze di Prosécpina, 
i3i. * 

Fea Carlo lodato , 69 , 98. 

Febo , i55 ; ▼. Apollo. 

Fedimi yarj, 98 ; ^OflOàfiiOg che 

significhi, itfi. 

Felicità , come aleggiata , 91. 

Ferola , che fosse , 35^ ; sacra 
a Bacco , iW. 

Feste Adonie ^ 371 ; Dioscnrie , 
83 ; Umbratili , aSo ; Vinali , 
979 ; feste sacre a Giorein Beo. 
■ia, 4^ i fcéie in onor dei Dio- 
scuri in Grecia e in Roma, 8x 

Fiamma sopra il pileo dei Dio- 
scuri, 71, 

Fibule, 113, i33, t6&« 186* 

Fiere mansuete nelle feste di 
Bacco , 368. 

Fiore , simbolo di Venere, 383 ; 
e della Speranza, 169, 170. 

Fiumi , come rappresentali , 97 ; 
loro statue omavan le fonti, 90. 

Fortuna , sua divinità > 167 ; cre- 
duta piò antica di Giore , 166 ; 
. come effifftata , 16S ; suo ti- 
mone , 166 ; e cornucopia , 
<Vi ; colla mitella , i63 ; col 
Telo, itfi ; col tutuìo^ iW; Fortu- 
na Primigenia, 166. Reduce. XI Y. 

Frange , ornamento straniero e 
reale, 3o ; proprio d* Iside, 3f . 

Fransoni Francesco Antonio 



scultore, 139, 187, 334* 

Frecce da caccia inventate dai 

. Dioscuri ,71. 

Frine servì di modello per la 
Venere Anadiomène , 3o3 ; e 
per aoella di Guido, 3i4- 

Fiumini di Tario genere , 33 e 
34 ; gli Etruschi li traevano a 
Tolontà; 34; attribuiti a Giove, 
34 > 1 16 ; e a Pallade , 1 16 ; 
d^oro offerti a Giove Capi- 
pitolino , 36 ; d^ argento ad al* 
tre deitii , iVi. 

Fuoco di S. Eleno , di S. Pie- 
tro , di S. Nicolò , 81. 



GaBii, città di greca origine, 970. 
Culto di Giunone ivi antichis- 
simo , 370 ; sue Ticende , 3^3. 

Galatca rappresentata in moao 
che sembra Iside , 99 , 33. 

Galba imperatore offre a Ve- 
nere nn ricco monile , 9. 

GaUo , a cruali deità sia sacro , 
363 e 36j. 

Gambali , 354, 

Gambe incrocicchiate , qnal at- 
teggiamento sia ,' 90 $ è cosi 
atteggiata la Sicurezza , 91 ; a 
Ganimede, 94 ; gambe di serpi 
a^ Giganti e perché , i43. 

Ganimede , 89 ; lo stesso che 
rAauario celeste, 9^: rapito 
da Giove , 93 ; significato di 
questo ratto , it*i : come effi- 
giato , q6 ; suoi distintivi , 9^ ; 
pileo frigio f 91 ; sue gambe in* 
crocicchiate , iifi ; Ganimede 
cacciatore, 97 ; coppiere di 
Giove, 93 ; Ganimede eseguito 
dal Caperrotti , 99. 

Gansapa , qual reste sia , 197. 

Gemini sono i Dioscuri , 76 , 86, 

Genii di Bacco » 34k » ^\* 9 ^B , 
368 ; di Venere con scettro e 
conchiglia , 386 ; virili, come 
rappresenud , ia3 ; delle città, 
131 j di Laorento , ùfi^ del Mu- 
nicipio Carunto , ziz. 

Genitrice, epiuto di Venere , 
907. 

Girare sacerdetease di Bacco , 
319. 

Giacobbe • ara da lui eonsacrata, 

l53. 



Giano • come effidato , 934 > P^<> 
confondersi c^ fiacco , wi» 

Gìapeto , 137. 

Giasone , 60. 

Gieanii, i35 , )ii ; figli della 
Terra e del Cielo , 197 , 140; 
abitano i campi Flegrei , 140 { 
molte lor battaglie co^ Mumi , 
i36 j si trovano in tutte le an- 
tiche istorie , 143 ; come efB- 
giatiy 140, 14^; imberbi , 147; 
e con ispida barba , wi ; an- 
guipedi, 143; cbe signiiìciiino, 

Gige, i36. 

Giglio 9 simbolo di Venere , a8a. 

Giore detto Japiter, e perché , 36 ; 
figlio di Saturno, ^7 ; e di Rea , 
39; naie gemello a Giunone, 
47 ; in Arcadia sotto una quer* 
eia , 39; o in Creta ove creDbe, 
49 1 nudrito da Ida , i38 ; cu- 
stodito dai Cureti » i38 ; pu- 
gna contro Saturno e i Titani, 
i39 } ottiene V impero del cielo, 
139 ^ ao7 ; combatte contro i 
Giganti 9 i4o ; sposa Giunone, 
49 { si accende di Tetide , 61 ; 
trasformato in Cigno sorprende 
L^da , 73 ; e in aquila rapisce 
Ganimede , 91 ; prende le sem. 
bianse di serpe , 2/^6 ; di cu- 
culo , 49 9 gli nasce Minerva 
dal capo , 109 ; è padre di Ve- 
nere , 307 ; di Bacco e Pro- 
sei pina , ^48 ; e dei Dioscuri , 
87 ; come effigiato , 37 ; suoi 
occhi, i3 ; capelli, 191 ; co. 
rone , 38 , 4^ v benda , 38. E- 
gida , 117} fulmine , 33 , 36 ^ 
col pallio cosa indichi , 37 ; 
a lui dedicata è Roma , 35 ; 
e il Panteon, i4^i SQO tem* 
pio a Tivoli , 66 ; sue statue 
di quercia , 4> y *v® '^*^ dette 
daedala, ivi. Giove Capito- 
lino , 36 , ifi; Conservatore , 
35; Dodoneo, 41.; Egioco, 114 ; 
Etioio, 33 ; Lapide, )35 ; Olim* 
pioo , it8 ; Po lieo , 4^ ì "Ter- 
mmale, 335 ; Ultore , :48. La 
sua nascita é forse rappresen- 
tata in un frammento ai basso 
rilicTo , >ii ; Giove de' Celti 
una quercia ,• 43. 

Giraud signori conti , 109. 

Museo Chiar.y YoL L 



545 

Giunone, suo significato , 47 > ^o ; 
fiaba di Satcruo e di Rea ^ 
i§8 { nata gemella a Giove, 47 { 
educata fra le Ninfe j 4^ i "* 
per compagne le Ore , 49 i 
sposa di Giove , «W ^ sue con- 
tese , $9 f congressi con Ve« 
nere e Pallade , (io ; persuade 
a Tetide il matrimonio con 
Peleo , 61 , 64 ,* come effigiala, 
46 , 5j , 56 ; suoi occhi , 53 ; 
braccia , 64 { velo , 5o \ mitella, 
5'i , 58 { diadema , 4^ 't ^esti , 
53 ^ scettro, 55 , 63 ; culto pre» 
statole , 55 i riti , 55 $ feste ^ 
47 ; templi celebri » 48 i 49 » 
venerata in Gabio da tempi 
antichissimi , 270. Giunone Ar- 
giva , 47 i f mbrasia , 49 i ^^' 
tutH , 56 { Moneta , iw ; Pro- 
nuba , 61 , 65 ,* Regina, 57 ; 
Samia , 49 ì Sororia » 55 ^ So- 
spita, 56. 

G«r^ona, 114 y 1)3. 

Con crede che sia d^ Iside il 
busto di Cibele , 3. 

Gradivo , epiteto di Marte , i6i. 

Graeie. compagne di Venere , 
194 y e ornatrici di lei , 380. 

Grasione gigante uccisoda Dia- 
na, 140 ; come rappresentato, 
143 e i44* 



H 



Hamilton Gavino lodato^ 100, 
369. 

Hebona simulaerap 33o. 

Heio Mameriino spogliato da 
Verre di molti oggetti d* arte, 
196. 

^pat4JL , feste in onor di Giu- 
none, 47* 

I 

Ida, Ninb nudrice di Giove bam- 
bino , t38. 
Idria Tsiaca , che significhi , 18. 
finge uccello, quando usato, 363. 

Ufi t 97* 

Iliade, epiteto di Minerva, 136. 

Imeneo , suoi calcei come siano» 

63. 
India abbondante di elefanti e 

di cammelb , 358. 

92 



846 

Infida , che sia , 173 , 911$ so- 
pra il capo d* Iside , io. 

Inuiati di Bacco , 94^ ; ioisiati 
di Cibele porta vauo rimmagioe 
della Dea , 3^3 -, à\ Iside e di 
Osiride come Testiti, i3, 97. 

Inscriiioni de* giardini Giustinia- 
ni, donate dal Canova, zlii ; 
di mons. Galletti, éW; di mons. 
Marini , xliiiì dell'avv. di Pie- 
tro ; di monsig. Rusconi ; del 
card. Zelada, xlu ,* Iscrisioni 
riportate in questo Museo , 3 , 
70, 85 , 164» »66 , ao7, 909 ; 
nuovamente spiegate , xxii , 
xxiT, xxTi , XXIX ,* inedite, 

XXIII , XXVII , xxvut. 

Jntextux, che signiBchi , 9) > 96. 

Intonso , epiteto di Bacco , a38. 

Io triumphe acclamasione , onde 
presa , a 16. 

IpperioQC, 137. 

Ipsa fiume, eome rappresenta 10,97. 

Iside suo nome , a* onde derivi , 
i5{ è la stessa che la natura, 3^ 
e la salate , i5 j significa la 
terra , 1 { confusa con Vesta , 
con Giunone, con Mioerva di 
Sai , 24 ; • *^®° Cerere , 1 ao ; 
comprende tutte le divinila» 
a e 3; come rappresenuu, 39^ 
guoi capelli e vesti , a»), 3o , 
3a ^ fior di loto sul capo , 4 > 
stola, 3ij monili, 7; sistro, 
3a3 ,• idria , 18 e 19 ; e scc- 
chietto, 14, 3oj aspergillo, «85 
serpi, i5, suo culto assai dif- 
fuso nell' Egitto e nella Gre- 
cia , 4 ) quando introdotto in 
Roma , 95 ; e quando quivi a- 
bolito, ivi i sue sacerdotesse, 
97 ; e inisiate 9 i3 ; loro ab- 
bigliamento, 37 e ^8. Profeta 
d^ Iside , so ; Pompe Isiache , 
* 19 , 33 j simboli isiaci , 333 j 
Iside alau, 8 j Dea di Memfi, 
IO ; Myrionima , 3. 

Jupiurf che significhi , 36. 



KaXXi9eO(JLOC , epiteto di Ve- 
nere, 308. 
K.dX'Ttfl ^ 14 j T. secchio. 



Lacerna qual veste sia, 197. 
Lajaneofum civitas, xxit. 
Lamberti Luigi lodato, 339. 

AaiiyC(l9lO^ , epiteto di Bacco, 
367. 

Lanzi Luigi lodato , 3o3. 

Lapidario , Museo formato da S« 
Santità , XLii ; v. Inscrizioni. 

Lararj , 34 ; Larario d^ Augusto» 
66. 

Laurento primo asilo d^ Enea ,. 
I30, 123; quivi depose il Palla- 
dio , 1 35 j tempio erettovi a 
Minerva , i30 , 136 ^ i Roma- 
ni vi avean molte ville, 127, 
138. 

Lauro , v. alloro. 

Leda sorpresa da Giove , 78 ; 
diviene madre dei Dioscuri, 69. 

Lena , qual veste sia , 197. 

Leone Nemeo , 173 ; leoni uc- 
cisi da Ercole , 3o5 ; leoni - 
tigri cavalcati dai Genj Baca 
chici , 348. 

Lepri vittime di Venere , 399. 

Leucotea , 318 . 

Libero , epiteto di Bacco , 3i6w 

Lieo , epiteto di Bacco , 339. 

Lino candido ne^ riti Isiaci, 16; 
vesti di lino u.^ate in Egitto, 3 1. 

Lira propria delle pompe Bac- 
chiciie , 364 , 330. 

Loto , suo fiore , 38 e 39 ; sol 
capo d' Iside , 4 ì e dei mi- 
nistri di lei , i3. 

Lupo sacro a Silvano , 176* 
Lupi uccisi dagli Ateniesi, ii^L 

Lustrasioni sacre , 3 18. 

M 

Maestà del volto distintivo di 
Giunone , 53 ; maestà di Ve- 
nere , di qual genere, 313 ; 
maestosa idea data alle scul- 
ture , 333 , 331 ; maestoso at- 
teggiamento di Minerva, 11 3. 

Maniche allacciate da fibule di 
chi sien proprie, 54, 113; 
non cucite usate dalle greche 
donne , 54* 

Marciana , suo crine come di- 
sposto , 33o. 



Marte , aiS , 963 ; nome parti- 
colare del suolo romano, i56; 
come effigiato > i6i ; con folta 
barba , i6i ) suo elmo , asta 
e scudo, i6a ^ suoi gambali , 
itfL Marte Gradilo , i6i. 

Maschere faunesche , cosa figa* 
ri no , a4^. 

Matidia, suo crine come dispo- 
sto , 33o. 

Mattei Palaxso » i35 ; Mattei 
Villa, li , 3o3, 

Malata j soprann. di Giunone^ 56. 

Attcagter , 85. 

Medaglioni descritti e spiegati , 

xYiii, 33, 47 9 4^> ^i» 73, 3a5. 

Medea , 60. 

Medusa f sua testa recisa da Per- 
seo f 116 ,* adorna P egida » 
ivi; sul petto di Minerva che 
significhi, 114. 

Menante , 85. 

Aleleagro , xiz. 

Melpomene coronata in forma 
di fiaccante , 397. 

Menelao, sua statua , tx. 

SJenadi , 368 » 279 , 287 ,* come 
rappresentale, 306 j loro crine, 
393 ; lor berretto , 393 ; delle 
cruenti, e perchè, 391. 

Mercurio, xix, 179, 187, 363; 
significato del suo nome , i56$ 
figlio di Maja, 183 ; confuso 
col Sole, 188; Dio del coro- 
mercio , i56 , 164 ; preside 
dei giuochi , 66 ; e delle cam- 
pagne , i56 } messaggero de- 
gli Dei , xiz, 183, 188; come 
effigiato, i63 , 183 \ suo crine , 
i85, ali, i63, 188^ penula, 
186$ clamide , i63 , 183 , i85, 
188 ; caduceo, 163, 184, 189; 
borsa , iG3 ; di forme erculee, 
184. Cumuli Metcariales , 164 $ 
Mercurio Mediceo di Gian Bo- 
logna, 187. Bella sia tua di Mer- 
curio scoperta dal cav. Ca- 
nova al Quirinale , 180. 
Meli , figlia deir Oceano , 139. 
Minerva, la stessa che Pallade, 
1049 nata dal capo di Giove, 
103 ; scaccia la cornacchia 

' per la sua loquacità , 106 ; 
combatte co^ Giganti , 140 j e 
con Nettuno , 108 ; suoi con- 
gressi con Giunone > 60 ^ un- 



547 

gerasi d' olio , ìqS » come rap- 
presentata , 108 j inerme , 60 , 
106$ armata, 11 ij ano el- 
mo, 106 1 sua egida, io5y 
scudo argolico y 103 j ed a- 
sta, III 9 sue maniche come 
allacciate, iia ; suo balteo a 
parazonio , ivi j suoi caUari , 
ili; suoi distintivi, 133 j sua 
civetta, 106$ suo simulacro 
lavorato da Fidia, ii3, 138 ^ 
suoi nomi di?ersi , 104. Mi- 
nerva duetrix , 107 j Égidar- 

mau, 114 9 Iliade, 136. Zo- 

CrpUl ^ Ita; V. Palladio. 

Ministri di Bacco , 338« 
Minotauro , xvni. 
Mirto , sacro a Venere » ao8 /'co- 
rona di Ercole fatta di mirto » 
3i5. 
Misteri Eleusini io onore di 

Cerere , 139. 
Mitella ornamento del capo fem^ 
minile , 5^ , 58 ,* propria di Ci- 
bele , 331 ; di Giunone , 53 ; 
di Cerere , iW ; di Venere , 
33o ,* della Fortuna , x65 ; della 
Speranza , 169. 
Mitra divinità , sua statua risar- 
cita per Paride, xx. 
Mitra , abbigliamento del capo, 
3i8j in che differisca dalla 
benda e dal crederono , a33 ^ 
mitra ài Bacco, 333 ; e di Giu- 
none, 336. 
Mnemosine , madre delle Muse» 

338. 
Moglia scultore , 333. 
Moltitudine rappresentata da una 

sola persona, 33 1. 
Moneta f soprannome di Giuno* 

ne , 56. 
Monile , ornamento muliebre , 
8, 353, 354 ; al collo d'I- 
side , 7 ; di Arpocrate, 8 ; mo- 
nile barcate, iW; ricco monile 
offerto a Venere da Galba , 9. 
Montagniui Mirabili Pietro Paolo 

lodalo , 306. 
Mosè , altare da lui edificato , 

l53. 

MopVJf^Og^ quali ermisieno, 334. 

Muri de' templi formati di grosse 
pietre rettaugoUri, «60, 



548 

Muse, figUaole di ìinemo»int , 
338 ; come «estite , i33; come 
alUccUt* le lor maniche # 1 la ; 
•i trovano con fiacco, 3i6; 
coronate in forma «li fiaccanti, 

Museo Chiaramonti , t. inacri- 

kìodì-, stadi. 
Myrionima , epiteto d^ Iside , 3. 



M 



Nebride , che sia , 956. 

£<iegrooi Villa , cu* 

^iemesi , sua corona , 9. 

liettuno, xTiiij etimologia del suo 
nome, 193 ; figlio di Saturno e 
di Rea , i38 , 190; si accende 
di Tetide , 61 ,* combatte con 
Minerra , 108 ; e coi Titani , 
i39 ; ha il romando del mare , 
139, 309 ; come effigiaro, 191, 
193 ; sua barba « 191 ,- suo 
tridente , i39 ,* suoi sacerdoti, 
190 ; suo trono in Ravenna il* 
lustrato dal p. fielgrado , 193. 

Ninfa , 333 ; sutue di Ninfe per 
ornamento dei fonti , 90. 

Noè innalza il più antico al- 
tare che ci sia noto , i5i. 

ti udita nelle statue conviene 
agli eroi , 330. 

Numa istruito della scienza ful- 
gurale , 34. 

Jfjrdeiia, orgia notturne sacre 
a Bacco , 363. 



Obelisco solare, 6,- sae belle 
Sfingi , itAÌ. 

Oceano, ficlio della Terra e del 
Cielo, lì'j. 

OcreCf 163, 354; ^^ metallo 
trovale al Trasimeno, come for- 
mate, 33^ i oorce di Marte, 163. 

Ombrellino poruto nelle feste 

di Bacco, 3S0. 
Onichite , forse i* alabastro , 106. 
Opif la stessa che la madre 

terra , 177. 
Oracoli renduti dalle querce, Ao. 
Ore compagne di Giunone , 49. 
Orecchi schiacciati a chi si con- 

Tengano y 87 j focati proprj di 



Venere , 310 ; abbassati a chi 
sì attribuiscano , 344 9 ^'o. 
Orecchini » ornamento di Ve- 
nere , 310, 311. 

Orfeo Trace , autore delle ioi- 
siasioni d^ Ecate , i44« 

Orpi , 137. 

Orto portato nelle pompe Isia-* 
che , lA* 

Optile , che sieno , 346. 

Osiride, suo culto confuso con 
Adone , 3^3 ; col Sole , 357 ^ 
e con Iside , 14 , 17 9 suoi sa- 
cerdoti , 17 ; sue pompe a* 
Teano significato funebre , 33 , 
suo vaso d'acqua, i4* 

Ostia (d^) porto , 89 , 139 , 190 ; 
escavasioni Ostiensi « 89. 

Otone imperatore osservatora 
del culto dMside, 16. 

Otre proprio di Sileno , 3oi. 



Paeetti Camillo scultore , 194 » 
337. 

Paeetti Vincenzo , scultore lo- 
dalo, 100 , 103, 333, 369 , 3 IO. 

Palla o manto , qual veste sia » 

31 , l33. 

Pallade , loi, t. MinerTa. 

Palladio di Troia , io4 9 ^ 1* pì^ 
antica immagine di Minerva , 
ivi i trasportato da Enea ia 
Italia e prima collocato in 
Laurento , i35; sua forma , 
135, 137. 

Pallio , 197 ; proprio di Giove, 33. 

Pan , 365 ; condottiero dell' e* 
sercito di Bacco , 344 ; sue 
orecchie abbassate , ivi ; con- 
fuso con Sileno , 175 ; timori 
{lanici , 345 ; Pani, Satiri, Si- 
eni e Fauni in che differì- 
scano , 3o3. 

Paolo Emilio , 36 , t. Emilio. 

Papavero , suoi Tari usi e si- 
gnificati , 385 { simbolo di Ce- 
rere, i3o ; e perchè, i3i,* sim- 
bolo di Venere , 383. 

Parasonio, proprio di Pallade » 

113. 

HapEèCb^ quale specie di serpi » 

347. 
Parche , le stesse che il Fato p 

146/ lor è consegnato Bacco 



Iiambino, ^{8 ; uccidono A- 
grio e Teone eiganti , i4i , 
i47 ; htDDO le faci , i46. 

Partenone , 72. 

Pasquino , è la slatua di Mene* 
lao , XX. 

Patera perchò nelle mani dei 
Numi , 54 e 55. 

Pedo usato da^Saiirì, 3 10. 

Peleo riceve la clamide da Gin- 
nooe , 64. 

Penai! , come effigiati , 86 ; re- 
cati da^ Troiani in Italia , id4- 

Penula, 183; qual veste sia , 
186 ; da chi usata , wL 

Peplo , 58, 3i8 ,* di Tetide, 63 / 
d^ una Baccante , 309. 

Per Jouetn lapidem , qual sorta 
di giuramento , a35. 

Perla di Cleopatra decomposta 
neir aceto e inghiottita, aio: 
perla della stessa, messa negli 
orecchini di Venere, ivi ; perle 
donate a Venere da Alessan- 
dro Severo ,311. 

Petaso di Mercurio , i63 ; sao 
lignificato , II'/. 

Pe trini Giuseppe lodato, ai5. 

^epélCoXlQ e^iitto delia For- 
tuna , i65. 

9l^(llieé9fl^ epiteto di Vene* 
re , a35. 

Piedi chiusi da scarpa , 65 ; 
ignudi innanzi al carro di Ci- 
bele , 3^4 >' t cosk tenuti dalie 
donne andando al tempio di 
Vesta , iui f e perciò vitiiperati 
dai padri della chiesa , «W. 

Pierantonii Giovanni scultore , 
338, 363. 

Pietre piramidali prime deità, 

3l5. 

Pileo frigio , 91 ; ovato , 6n ; la- 
cedemonio , 70 ; Pileo di Ga*^ 
nimede, 91 ,* dei Dioscurì , 

- 67 , 78 ; di Vulcano , 70. 

Pino sacro a Cibale, 178; a 
a Silvano , 175. 

Pioppo sacro ad Ercole, 3i3. 

Piraneai Francesco , 65. 

Pirro Molossio fece cingere di 

Suercia il capo ai suoi sol- 
ati, 4>* 

JlldoifJfUìlt qnali fetu fossero , 

377. 



549 

Plotina, ano crioe come dispo- 
sto, 33o. 

Plutone » figlio di Saturno e di 
Rea , i38 / combatte co^ Ti- 
tani , ò'i f ottiene V impero 
deir inferno , i39 , 307 y ra- 
pisce Proserpina , i3i / sua 
gàlea datagli dai Ciclopi , 
13^. 

Poeti , coronati di Quercia , 4^* 

Polieo, soprannome ai Giove, 45. 

Polluce , figlio di Leda , 69 ; 

Ereside dei giuochi , 66 , 71 ; 
a eli orecchi contusi , 87 f 
per lui giuravano gli uomini ^ 
85, V. Castore. 

Pompe sacre usate da||li £giaiani| 
1 3 e 1 3 ,* pompe Isiache ^ 11, 
19 , 33 / precedute da un oan« 
tore » 17$ descritte da Apulejo, 
i3 ,' pompe di Osiride , i4 ; Ì0 
più delle volte di lutto , b4, 

Pompeo attacca gli elefanti al 
suo carro di trionfo, 358.. 

Porco , primo animale che si i 
sacrificato, 173, sacro ad Er- 
cole , ivi / e ad altre deità , 

179- 

Porfirione gigante , ido* 

Porsenna istrutto della scieosa 
fulgnrale , 34* 

Prassitele fece due Veneri» xxxiii, 
371 ;-é il primo a far Venera 
ignuda, iw,* sua testa di Venera 
forse in questo Museo, 31 3. 

Priapo , figlio di Venere e di 
Bacca, 335/ suo culto, 340. 

Prigionieri , nel trionfo di Bac« 
co , 339. 

Primigenia , epiteto della For- 
tuna , 166. 

Profeu Isiaco porU T idria , aou 

Prometeo, 64. 

Pronuba , epiteto di Giuione, 65. 

Proserpina rapita da Plutone, i3i. 

Provvidensa, come atteggiata, 91 . 

Psechadet , chi fossero , 309. 



Quercia prima fra ^1i arbori, 

43 , 43 ; propria di Giove, it^i { 
e a lui sacra , 39 ,* e a Cerere , 

44 ; e ad Ecate , 4^ > Giova 
se ne adoma la froatei aS^di 

44* 



55o 

quercia era la sua statua detta 
Jbcdulon , 4' I ^^ Giove dei 
Celti uoa quercia , 4^ ,* querce 
Tocali, 4^» ^' quercia %* io- 
coronarono gli Argonauti , /Ve' $ 
e i soldati di Pirro Molossio , 
4i I e gli agricoltori , 44 > ^ 
i poeti • 4 6 « testa di Trajano 
coronata di quercia , 4^ / ^'* 
cole pianta due querce presso 
£raclea, 43. La quercia è con* 
fusa con tutte le arbori ghian* 
di fere , 4^. 
Quirinale Giardino, i,33,ix4ji 
179' 



Baffaetlo consnUara i letterati 

nel condurre i suoi dipinti^ 32.). 
Ilasionale velalo da^ sacerdoti 

ebrei, ai. 
Kea madre di Giove , 4? ; ^^ 

Mcttuoo, i38,i90j di Pluto» 

ne, i3ó^ di Giunone , 47; e 

di (>rere 199 ; partorisce Gio* 

\e in Arcadia , Sg. 
fird.micula , che sìeno , 5a. 
Ilegina , soprannome di Giono* 

ne, 57. 
Bisiauri delle antiche sculture 

come debbano farsi, aa3. 
(liti egiziani coltivati da Olone, 

16 { da Adriano^, u6 ; da Com* 

modo , 16 ,* da Caracalla, a6/ 

e da Giuliano , àfi. 
Bouiaaniica sacra a Giove, i5j 

e a Marte , 1 56. 
Roma moderna perchè sede e 

scuoia delle arti , xxxvii. 
Bomaoa, epiteto di Venere , 207. 
Romani adornavano con lusso 

le case e le ville di statue, 198. 
Romolo e Tazio innuUan due 



are, 



53. 



Rosa tinta del sanane d'Adone, 
aS4 ' ^inaboto di Venere , ab3 { 
a chi sacra , ao8. 

Rustico, epiteto d^ Ercole, 171, 



Saevatum chu'tas , xxir. 

Sacerdotesse d'Iside, i3 , 17; 
come vestite, 27 ,* lor velo in 
capo» i3 j e capelli bagnati di 



unguenti, i3 ; loro aspergi Ho , 
a8^' sacerdotesse di Bacco, 3 19; 
quante ve ne fossero in Atene, 
iV< ; di Giunone , 48 ; accom- 
pagnate da gioventà armata » 
iV/ j sacerdozio interdetto allo 
donne in Egitto , 4- 

Sacerdoti ebrei velano il Rasiona- 
le, 3o; sacerd. egisii co^ calzari 
papiracei, 3i; solevano radersi, 
16 ; e perché, 17 ,- lor vesti » 
37, sacerdoti Isiaci col capo ve« 
lato, i3, 16 ; lor vestito miste-» 
rioso, 1 8 ; portano il volume , 
17,* e r aspergi Ilo, 29 ,• sa- 
cerdoti di Osiride hanno le ali 
di sparviero sul capo, 17. 

Saltazioni Bacchiche , a55. 

Samo , ivi nacque Giunone , 
5o i vi dimorò giovinetta , 49* 

Sardanapalo , in quale atteggia- 
mento rappresentalo, 299. 

Sassi gettati avanti le immagini 
di Mercurio , i63. 

Satiri , seguaci di Bacco , ^44 » 
354 9 «^ f 309 ; Satiri, Pani , 
Sileni e Fauni in che differi- 
scano , 3oi ,* Satiri con o« 
recchie abbassate , 3io. 

Saturno , figlio della Terra e 
del Cielo, i37 ,* si. unisce in 
matrimonio con Rea , i38y* pa* 
dre di Giove e Giunone « 4? 9 
di Nettuno , 190 ; di Platone, 
i38; di Cerere, 119 ,- ingan« 
nato da Rea inghiotte un sasso 
in luogo del tiglio Giove, i38 ; 
dal quale è cacciato dal cielo, 
1 39,' sua falce adamantina « 
137. 

Scapo de' candelabri , 65. 

Scarpa d' Imeneo di color lu^ 
leo , 6a. 

Scavo io Roma presso il Monte 
di Pietà) 179. 

Scettro, proprio di Giunone, 
55 , 63 ,' di Venere Celeste , 
a86 / perchè dato alle deità ^ 

JiX$epa èoptff qual fesu sia, 

a5o. 
Sciphut , vaso proprio d' Ercole» 
ào5 ; sua origine ed etimologìa, 
3o6 ; valenti artéfici che ne 
lavorarono , 307. 



Scodo argolioo» io4f ài Mi« 
nenra , iii ^ iiS; di Marte, 

Sculture antiche , non prÌTe di 
espressione, i<^; adattale sem* 
pie ai luogo e al punto di vi- 
sta f 5 / come si debbano ri* 
staurare, a33,* innestate $li me- 
talli , d' avori e di gemme, laB. 

ScYii^are^ obe signiticbi , 3i6. 

Secchia fsiaca , 14 , 38, 3o; por- 
tata nelle pompe di Osiride 
cosa indichi , iui 

Selve , sacre agli Dei, i54 ^ Selva 
Dodonea sacra a Giove , \o f 
furon le selve i primi templi, 

i54« 

Semele , figlia di Cadmo, 3o3. 

Sepolcro antico presso il ponte 
idilvio con istucchi rappresen- 
tanti i Diosciiri, disegnato dal 
Cabot , 6S. 

Scposita qual veste sia , ^3. 

Serapide , suo tempio distrutto 
in Roma , a6. 

Serpi simbolici , a46 , 34^ * ^67 j 
perchè sacri a Bacco, ji|^ ; 
aerpe biaco cosa siguiBchi , 
i5 , 19 ; serpi del caduceo di 
Mercurio a che si riferisr*ftno, 
190 ; serpi in luogo di gambe 
a"* Giganti , >4^ > serpe col 
capo alzato di buon augurio, i5. 

Sesso indistinto nelle deità e- 
gizie , »9. 

Serti di foglie d^ edera e di 
fiori , a48 ,' posti a traverso a 
chi convengano, 34^, ^54 , 3:o. 

Sfingi delP obelisco solare , 6 ; 
hanno il crine coperto da un 
Tclo , tui. 

Sicurezza , come atteggiata , 91. 

Sileno, a5^ ) etimologia del suo 
nome , 39$ , 3oo / sua nasci* 
t&9 397; padre di Ampelo , 
34B , nudritore di Bacco, 397 ; 
come effigiato , 343 , 343 > 397 ; 
»ue orecchie caprine , 399 ; 
siede sopra un giumento, 364, 
365; suona la lira , 363,* sua 
Isella stai uà descritta , 396 / 
le statua di Sileno si usavano 
per ornamento dei fonti , 90 ; 
in che differisca dai Pani, Sa- 
tiri e Fauni , 3o3. 

Silvano confuso con Fauno o 
Paney 17$; preside delle sei- 



35 1 

Te , 171 ; come rappreseiktato, 
174; coronato di pino, iuìf 
cane o lupo a^ suoi piedi, 
176,' Silvano ed Ercole, secon- 
do alcuni una sola deità, 173; 
Iscr. iuedit. a Silvano, xxiii. 

Simpolo , qual vaso sia, 3t8. 

Simulacri terminanti in erma , 
io4 ; simulacri degli Dei di 
varie materie unite, 138. 

Sindone t qual vene, 197. 

Sintesi , qual veste sia , 197. 

Siringa usata da^ Satiri , 3 10. 

Sistro , 31 ; cosa simboleggias- 
se , it^i i sistro d^ avorio del 
Museo Borgiano , 333 ^ sìstri 
adoperati in usi sacri , dome- 
stici e militari , iw. 

Sitala i V. secchia. 

Sofocle tra<lotto deli^ abate A- 

mati , 14^* 

Sole , 367 ,- Sole e Luna hanno 
secondo gli £giziaoi la cura 
del mondo , i55. 

Solea , 63. 

Sotxtria • soprannome di Giuno- 
ne , 55. 

Sospita , soprannome di Giu- 
none , 56. 

Spada di Golia posta nel ta« 
bernacolo , 35i. 

Sparviero , simbolo del Sole » 
1 7 ; sue ale o penne da chi 
portate , iuL 

Speranza, ITI II, 157; come rap- 
presentata in aulica foggia, 167; 
suo culto antichissimo , 168 ; 
suamitella, 169; suo simbolo 
è il fiore, xviii e 169. Spe- 
ranza e Fortuna Dee proprie 
delle campagne * t^ 1 • 

Spiehe , simbolo di Cerere, i3o. 

Statue degli Dei anali in prin- 
cipio , 333 ; nelle abitazioni 
de' Romani , 198 ; poste per 
ornamento dei fonti , 89 9 v. 
sculture. 

Stella sopra il pileo dei Dio- 
scuri 9 7i< 

Stelo dei candelabri , 65. 

Sterope, 107. 

Stile diverso nella sUtnaria, 11 ; 
di maniera egizia , i3 , 39^6- 
truBca o greca antica, 13 , 
34 , 351 , 370 ; romana , 55 , 
«58 { stile sublime , 306. 

Stola o manto, ai » 3i ; propria 



S5a 

delle donne Istaclie , Sa ; «do* 

Senta anche ne^ riti orìstiani « 
a ; e neeU ari religiosi e ci- 

Strofioy aSi $ di Becco, a36; 
e di Giove , ivi. 

Studi antiquerì , loro pregio» iz; 
sono suscettibili della cer- 
teua delle altre scieuse , z ; 
criierio di Teritii che rende 
le antiquarie spiegaaioni dimo- 
etrai;.Ìoni evidenti, zìi, v.iscrì». 

Subgrudiwn della gàlea , 109 , 
3a6. 

Supptdaneum, a chi proprio , 58. 

Sxltanui » epiteto d^ Ercole, 171. 



Taeéigera, epiteto d^ Erate , 146. 

Talia coronala a guisa di Bac- 
cante , 397. 

Tartaro, i37 ; in esso confinati 
i Giga a ti, 139. 

Tavola Bembina , 7 , i^. 

Tasto e Romolo innauan due 
are, i53. 

Tassa , distintivo di Ganimede » 
§5 e 96. 

Tele dipinte ne' trionfi, 9^8. 

Templi, come fabbricati, 160; 
i primi templi liiiron le selve , 
154 9 templi comuni a Giove e 
n Pallade, io3; tempio di Gin- 
Bone rotondo ,*48 ; d^ Iside e 
di Serapide al Palatino , 36 / 
sue vicende , iW. 

Tenia o benda, 6 , aia. 

Teone, gigante ucciso dalle Par- 
che , 141 , 147. 

Terme Diocleziane, busto di Ve- 
nere ivi trovato con altri 
frammenti, 9o5. 

TerminaUa , quali feste , a35 § 
Terminale, epiteto di Giove , 
iW f Dio Termine , a4o. 

Terone , sue medaglie spettano a 
Terina de* Bruaj , zvi. 

Terra , moglie del Cielo , i36 ,* 
la stessa che Opi, Cibele e la 
Madre degli Dei , 177 ; coro* 
nata di torri, 3ai. 

Teseo, ziz, 

Tesmoforie » i9Q» 

Teihis , figlia del Cielo e della 
Terra, 61. 



Telide, figlinola di Nereo e dr 
Doride, 67 , 61 y accende Giove, 
Nettuno ed Apollo di se , itti; 
consigliera di Giunone , 5^j 
sposa Peleo , 61 , 64 ^ coaie 
abbiglia u , 63 y suo peplo , 
5^ ,* e sgabello, 67 ^ diversa da 
Te!iiis , 61. 

Tiberio proibisce i riti egi- 
ziani gettando al Tevere la 
statua d'Iside , 36. 

Tibullo chiede ad Iside la sa* 
Iute , i5. 

Tigri sacre a Bacco , sai , a6j , 
368 , 395 ; ornate di serti , 
348 ; tigri e leoni cavalcati 
da' Geni di Bacco , /w y tigri 
Biaasnete , 368«. 

Timeliehe donne , 393. 

Timone , attributo della Fortana, 
166. 

Timpani usati nelle feste di 
Bacco , aoi , 343 , 380, 3o9, 
3ao{ simbolo delle Menadi, 
387 , 389 y timpano sostenuto 
da una Baccante , 366 , 3o9 f 
timpani propri di Cibele, 389» 

Tindaridi , epiteto . dei Diosca- 
,"-, 69. 

Tì*^aro, padre dei Dioscnri, 69^ 

Tirso , che sia , 331 , 367, 389; 
simbolo delle Menadi, 387, 
389. 

Titani , i36 ; si sollevano contro 
il Cielo lor padre , m ; sodo 
vinti da Giove e confinati nel 
Tartaro, 139. 

Tiziano dipinge il ratto, di Ga- 
nimede , 99. 

Tortore sacre a Bacco , a83. 

Trajano imperatore , sua testa 
coronate di quercia , 4^* 

Trasimeno lago , ocree ivi tro- 
vate , 334. 

Tridente dato da* Ciclopi a Net- 
tuno, 139. 

Trionfo , invensione di fiacco , 
344 » 3^ ; ne* trionfi si porta* 
vano delle ule ov* erano di* 
pinta le battaglie , 358« 

Trìpode di Aj^cAio , 167 , i58 y 
datogli da Ercole, ifi. 

Tritoni usati per ornamento dei 
fonti , 90. 

Trojani venuti in Italia sbar. 
cano a Laorento, lao, la^* 



Trofei , ornameiito dei trionfi , 

Tulio Oailio « 34 i oonsnnto dal 
fulmine , 35. 

Tunica» 3 18; femminile come cu- 
cita , 54 ; pectoralu » 110; co* 
locasio f ivi 9* tnriica della Ifor- 
tnna, 166 .- delle Baccanti , 
3o9 I tunicne sciolte inditio di 
molles%a, ad&. 

Tutolo della Fortuna» di qual for- 
ma , i65. 



Vaglio mistico, a4^* 
Vaso d^ onguento proprio di Ve- 
nere , 193 y Taso distintivo di ■ 
Ganimede, 95, 96; vaso colmo 
di grano portato nelle pompe 
Isiache, 14 > vasi d^ alabastro » 
195, 3r>7) trovati in Grècia, 395{ 
e in Roma nel mausoleo cf* Au- 
gusto, 3a7 ^ come lavorati, 3a8. 
Uccello sacrificato ,^41, ^63. 
Velo in capo, 3i8; d"* Ecale, 
146,* d* Iside, bj e delle sue 
inisiate, i3 ,* proprio di Giu- 
none, 5i, 63 / talvolta sulla mi- 
tella della Fortuna , i55 ; velo 
delle spose novelle in Grecia, 
31 ,*.e delle matrone romane, 
ivi ; col velo coprivano il Ra- 
zionale i sacerdoti ebrei , ao f 
V Idria nelle pompe Isiache si 
copriva col velp , iVi. 
Venere, xvii, 194, ao5 ,* perchè 
così chiamata, ao6 ,* figlia di 
Giove e Dionea, aon ,* sposa di 
Anchise, aio ; manre di Enea, 
ao7 ; a lei obbediscono i tre 
regni , iifi / compagna di Bac- 
co , aa5 ; suoi congressi con 
Giunone, 60 ; rappresentata 
in origine da una pietra pirami- 
dale, 3i5j indi elogiala vestita, 
60» 371 ; fatta ignuda da Pras- 
siiele, zviit, 371 y sua chio- 
ma, a3, 194, 190, 308, 309; 
suoi unguenti odorosi , io5 ; 
sua mitella , 53 , 33o ^ suoi o- 
recchini , 310, 311; cinto o 
cesto, 380, 381 ; sua asu , 
385 j suoi piedi, 395 ; sua con- 
chiglia y 21 1 y ha U cura degli 



353 

orti e dei giardini, 378, aéa; 
è a lei sacra la primavera, 307; 
la rosa , il mino , le colombe, 
i<}8 ) e le lepri , 393 ,- suo sim. 
bolo è il fiore, 383,* feste dette 
Vinalia ruiUea a lei consacra- 
te , 378 ; suoi epiteti , 31 1 / e 
nomi diversi, 307 ; Venere A- 
nadiomene , 199, 300; Gni- 
dia, 3i3 , 3i4 ; Leuooiea, 313,* 
Marina, 311 ; Medìcea, 3i3; 
Vincitrice, ao7jVenicordia, <Vi. 

TLetuQpOQ^'iSn { danza deno- 
minata la flettere , 388. 
Vergipe , segno del Zodiaco, cre- 
duta Cerere e la Fortuna, i3o. 
Verre spoglia He)o Mamertino di 
molti nobili oggetti diarie, i96« 
Verticordia, epiteto di Venere , 
307 y qual fosse la Venere con 
questo soprannome, 313. 
V.esta, figlia di ftiaturno e di Rea, 
*i38> iTrojani le erigono un 
tempio in Alba , 134; ai lem. 
pli di Vesta si accostano i di. 
voti co^ piedi ignudi , 394- 
Veste succinta da chi portata , 
133) veste dMside, 3o; ; di Pai- 
lade , io5 ,* vt^siimento conve* 
niente a una Musa, i33. 
Vinai! feste quali fossero , 373 , 
376; Vinalia priora^ 377; ri- 
nalia altera, dette anche riuti* 
ca , ivi , 378 ; sacre a Giove 
e a Venere, ivi j quando si ce- 
lebrassero , 379. 
Vincitrice , epiteto di Venere , 

307. 
Visconti Alessandro, sua bella 
descrizione del busto di Ve- 
nere , 306 e scg. 
Vite sacra a Bacco , ^17* 
Viiu. V. Infula. 
Vittime, di quanti seneri e coma 

si scegliessero , Soo. 
Vittoria , come effigiata , 35o f 
353 ^ senz' ale , 35i ,* vittoria 
volante , 353. 
Vulcano coppiere di Giove , 93/ 
gli apre colla scure il eapo e 
ne nasce Pallade , 103 ,- la- 
vora Tegida di Minerva, ufi } 
uccide il gigante Clizio , i4i; 
suo pileo come sia y 'jo. 
Ulivo, sind)olo di castità, io5 ; 
colla corona d"* ulivo si aacri- 



354 

ficATa t Palbde , io5 ; qIìto 
simbolo di pace , io8 : d^nlÌTo 
si è ornata la fronte di Giore , 
38 : olivo ulvestre sacro ad £r. 
cole 4 3i4 • te ne iocorooano il 
capo i vineilori de' giuochi 
olimpici, if^i. 

Ulisse , sua ara , (54 ; forma un 
trofeo delle armi di Dolone , 
a5i. 

Ultore , epiteto di Giove , ifB ; 
•otto questa denomioaaione gli 
era dedicato il Panteon , iVi. 

Uomini non giuravano per Ca- 
store, 85. 

Uovo riferibile alla nascita dei 
Dioscnri, 68. 



W 

Winchelmann crede che nn bo* 
sto d^ Iside sia di Cibale , a. 



tTCa^oBlOV che sia , 58. 



TéSlOOpo^ epiteto di Venere, 

a8a. 
Zoega Giorgio lodato , 3o4. 



555 



INDICE DELLE TAVOLE 



CONTEirVTE 



IN QUESTO VOLUME. 



\r Ritratto 


Tav. A. 


a 


B. 


1 


1 I. 


•r. 


a. 


/ 1 


3. 


V 1 


' 4. 


vJ 


5. 


b ] 


> 6. 


u I 


• 7- 


«.ri 


• 8. 


t/1 


' 9- 


•fi 


• 9- 


(/] 


> IO. 


UJ 


> II. 


fi/1 


» la. 


C ] 


► i3. 


V 1 


, i4. 


»^ 1 


> i5. 


^J 


> i6. 


1. 1 


► 17- 


Ir 1 


» i8. 


^ \ 


» 19. 


4/ : 


» 30. 


^\ 


» 31. 


%^ \ 


» 33. 


f 3 


. 33. 




» 34. 


V 


» 35. 



del S. P. Pio TU. 

Frammento di bronzo letterato scoperto a Già* 
lio Gamico nella provincia di Udine. 
Lapide scoperta a s. Possidonio presso Mirandola 
Iside. 

Pompa Isiaca. 
Donna Isiaca. 
Giove. 
Giove. 

Giove con corona. 
Giunone. 

Giunone e Tetide. 
Frammento di Candelabro^ 
a. Dioscnri. 
Dioscuri. 
Ganimede. 
Minerva Pacifera. 
Minerva armata. 
Minerva egidarmata* 
Minerva. 
Cerere. 

Diana ed Beate che combattono co' Gifaiiti. 
Diana ed Apollo. 
Marte e Mercurio. 
Fortuna e Speranza. 
Ercole e Silvano» 
Mercurio. 
Mercurio. 
Nettuno. 
Yenerc. 



• n 



556 


V Tav.aC. 


^ 1 


> 2^. 


^ 1 


> 28. 


>f 1 


► 29. 


V 1 


* 3o. 


V 1 


» 3i. 


V 1 


► 3a. 


>t 1 


► 33. 


V 1 


» 34. 


V ] 


. 35. 


V 1 


• 36. 


« ] 


. 37. 


t ■ 


> 38. 


\, l 


► 39. 


* < 


• 4o. 


« . 


. 4«. 




. 4a. 




' 4a. 


V ] 


. 4a. 


• \ 


. 43. 


il 


» 44- 


V ] 


> A. 


%J l 


> A. 


V] 


> A. 


V 1 


* A. 


\^1 


• A. 


V j 


» A. 


v>l 


• A. 


^ ] 


• A. 


\>l 


* A. 



Venere. 

> enere. 

Bacco. 

Bacco e Ninfa* 

Bacco Barbato. 

Erma Bacchico. 

Erma Bacchico a due facce. 

Erma Bacchico. 

Trionfo di Bacco. 

Baccanale. 

Venere con M^adì danzanti. 

Danza di Menadi. 

Danza di Menadi. 

Danza di Menadi. 

Sileno. 

Sileno. 

Ercole con Baccante. ^ 

a. Satiro danzante. 

• • • 

b. Fauno. * 
Ercole. > * 
Baccanti o danzatrici. 

I. I. Sistro d'avorio del Museo Borgiano. 
I. 2. a. Oorca delineata in due aspetti diverti* 

I. 3. Medaglione di Faustina seniore. 
r. 4* Medaglione di Marco Aarelio. 

II. 5. 5. Vasi d' unguenti. 

II. 6* Bacco e Arianna. 

III. 7. Statuetta di guerriero eoa visiera cala»» 
III. 8. Capedùncula. 

III. 9. Bassorilievo antico di stucco. 



1 * 



f 



fc. a,„. 



D03ÌTA JSIAfA. 



, /L. C^^ 



'{uj. ( n^(iy 



(->:iov>: , 



i_ n^iJ Cnta 





GIOT3: (COIT COIROKA. 



4ÌàJ. tXi 



«^ 



T. TH 




GIITTOITE . 



■^ 



W.HIWOIY]? E JTETIBK. 



.. ruij. ùAea/. 



/: 



T, IX 




TIÌAMMENTQ) JDI €ArTDEL-\B'J\0, 



'^J . e f 14/1 



■L. tì:,.r 




) r x_i v/a — 



'/ /'/■' 

€ ■'<(,*. e fi fu 



'fù/r. 



T.:\. 







^ 



DlOSf OìO . 



'* 



« rifu. K^m 



iiar 



T.ZiT 




;ti.^\rOI}!lE]DIL 



£,. fL,: 



^IIXERVA PACiMlti 



*L. te 



auKEEia. AroLWA 



//:, nu 



M1 >' E R VA .K e, I DAKSI ATA . 



-^ ' 



/L. /■£.. 



MJ^Et!^A, 



i^lué. 6%i«^ 



CElfellBE . 



I 

< 

il 

I 



i 



T yiTi. 




e luf^ 



7^ 



1 



\ 



< 



*1 



f ruu. ( /tMr. 



T.XXJl 



/ 




MElR€FMO. 






T . XlOTl. 




MElRCITlRUO'. 



I 



1 



JL&^ 




IST.TTTjJ'D . 



.,A. tìi» 



Ih.. CL,r: 



T XXVI 




/% 



IL. r-y,,.. 



i 



, IL. CX^ 



HAI'iCO E KI."?rA 



'-ìj r/:.,. 




'WkV.-CO BAKISATO 



JL.l"X,„: 



IKMA BACCHICO 



♦rf 



«., re. 




t 



};k»ia BACcmr'D a dfe fai'oe 



. nitj. C Ai^t-f 




'sis^iK !R.\ì'ri]-:ii('o 



yrLtJ. C'Àin:\ 



T. ssxrv. 



!•■» m 



il,,,. /'/,„„ \ 




■\ 




I 
I " 



i • 



I • 



! I 



1 

■ 



f 



« 



t \ 



* 



/ 



i 



1 



K^/CaJ. urna)" 



A> JS\.Ai. 







SUL E IT© 



yVtiLJ. (^Aiar. 



T. XU.' 




SILEK© 



, Jùu. ( À/ar 







MmcoLE COR »j!f rArrTX 



M,.. te 



fiCTIRO ]9^«2AIJTE 



^yfuLà. C^^lf. 



T. XLIM. 





lEMC ©ILE 



•Jitl. &, 





9 



„«-, 




I 



J 



^JL. r/:.,} 



'il 

r 



'I 



1 






i 



T. a. m. 




( 



i 



** 



( 



i 



NOT TO LEAVE LIBRARY 



f